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mercoledì 16 ottobre 2019

Un'auto in fondo al lago

Qualche anno fa, parlando di mio padre con l'analista, mi definii orfana. Ricordo che mi corresse e mi disse che, tecnicamente, si è orfani se si perde un genitore prima dei diciotto anni. Mi sentii una merda, convenendo che, dopotutto, quello che mi aveva detto avesse senso.

Sono trascorsi quasi sette mesi dal 23 marzo.
Non sono una maniaca delle date, anzi, solitamente cancello il passato in un attimo, ma ho dovuto produrre tanti di quei certificati di morte che, anche volendo, non è stato proprio possibile dimenticare un bel niente.
Cosa è successo nel frattempo?

Principalmente ho lavorato.
Ho fatto un bel viaggio.
Ho vissuto a casa sua per quasi due mesi.
Mi sono lasciata coccolare (anche se, essendo sua figlia, mi rendo conto che scalfire sta corazza che mi ritrovo non sia semplice).
Ho preso tre chili, li ho persi, li ho ripresi.
Ho iniziato i lavori a casa mia, o meglio, ho iniziato a inscatolare tutto nell'attesa che comincino lavori.
Ho percorso venti chilometri di Mare e Monti.
Ho pianto riempiendo le scatole, vuotandole, dormendo, ascoltando musica, camminando, leggendo, andando al mare, facendo la doccia, svegliandomi, bevendo, aspettando il bus, buttando vestiti, scegliendo piastrelle, scrivendo agli amici, ordinando una birra, vomitando, tagliandomi la frangia alle tre del mattino, accarezzando la gatta, salutando l'ennesimo airone.
Ho letto (poco).
Ho nuotato (ancora meno).
Ho cucinato (quasi niente).
Ho parlato con una foto, un cielo, una stella cadente, un appunto su un foglietto, un fiore, una maglia, un anello, una focaccetta fritta, un portafoglio, un odore, un albero, una seggiola, una ciotola, un sapone...

Sono passati quasi sette mesi e mi sto sgretolando come la Torre d'Avorio di Fantàsia, completamente impreparata a questo crollo tardivo.
Sarà colpa delle scatole piene di foto, dei suoi documenti perfetti e pronti per il dopo, dei miei incasinati e sempre insufficienti, dei cambiamenti inutili perché non glieli posso spiegare, delle conquiste superflue perché senza i suoi occhi valgono meno.
Beninteso, so perfettamente che non è così, so benissimo che questi post non si dovrebbero scrivere, tanto meno pubblicare, ma quel 23 marzo alle 14.40 un'auto ha toccato il fondo del lago, sopra c'erano mia madre, mia sorella e la mia migliore amica, in quest'ordine, alla faccia di tutti i manuali di pedagogia e delle nostre più profonde convinzioni. Hanno impiegato sette mesi ad affondare, sapevo e sapevamo sarebbe successo, potevamo solo aspettare cercando di rassicurarci a vicenda.
Ora, però, sono rimasta io e la carcassa di quell'auto sta tornando a galla. Non ho il coraggio di guardarci dentro e non voglio farlo: non ho paura, è solo che sono incredibilmente stanca, come se avessi corso dieci anni ininterrottamente.

Serve tempo, dicono tutti, e io ci credo. Quel tempo che per papà non è stato necessario, non per mancanza di amore, ma per le tante differenze tra allora e adesso: la mia età, le modalità, le circostanze, le abitudini e la presenza di mamma, che attutiva il colpo e condivideva il dolore con me.
Credevo di essere pronta, credevo di conoscere, e invece non sapevo un bel niente.
Ci hanno sempre fatto notare che ci somigliavamo moltissimo e immagino fosse così, lo vedo bene dalle foto (come quella quassù).
C'è una cosa però, di cui non mi ero mai accorta: spesso parlo come lei. Non c'entrano le cose che dico e non è solo una questione di voce, ma di intonazione, di cadenza. Prima non lo sentivo, ora che non c'è più la ritrovo nel mio modo pronunciare le parole. Quando succede mi salta il cuore in gola, mi riempio di gratitudine e resto sospesa a metà tra la voglia di strapparmi le corde vocali e il bisogno di riparlare come lei, per sentirla ancora una volta. Ogni tanto lo faccio, ripeto una parola, cerco di riprodurre un suono, una, due, tre volte. Poi, generalmente, o sorrido o piango. Tendenzialmente faccio entrambe le cose, una dopo l'altra.

Qui scrivo sempre meno, mi pare chiaro, ma diversamente non so più fare. Prendiamola così.



giovedì 4 aprile 2019

Un'unica, lunga, ciglia sottile


Inizio a scrivere queste righe seduta su una seggiola giallo limoncello accanto al letto dell'ospedale dove dorme avvolta dalle lenzuola e dalla morfina. Continuo a scriverle accoccolata sulla poltrona blu vicino a lei, in hospice, mentre la solita flebo fa il suo lavoro e le altre stanze-giardino si vuotano e riempiono di fiori nuovi.

Credo che in questi sette mesi sia stata arrabbiata, sicuramente triste, consapevole e con ragione da vendere quando i suoi occhi (solo quelli) mi chiedevano "perché".
Io il perché non lo so, forse non mi aspetto nemmeno che ci sia. Mio padre prima, mia madre poi, nessuno dei due ha raggiunto i settant'anni, nonostante a lei mancasse pochissimo per arrivarci e avesse deciso, con la sua solita ironia, che sui manifesti ci sarebbe stata la cifra tonda. Non ce l'abbiamo fatta, cara Maria, e uno dei momenti più dolci, che resterà per sempre con me, è stato l'attimo in cui l'infermiere-attore, come lo chiamavamo noi, mi ha detto addolorato: "Ho paura che al 29 non ci arriveremo".

Sono giorni strani, questi in cui scrivo, sono preziosi e insostenibili, sono colmi di amore e di paura, sono un privilegio riservato a pochi che non ho nessuna intenzione di ridurre semplicemente a tragedia. Mi trovo nel posto migliore per lasciar andare una madre ancora giovane, piena di energie, cose da dire e cose da fare.
Siamo dove voleva lei, non c'è altro da aggiungere.

Come sempre, quando non so più che fare, lascio spazio agli elenchi, (pure sei mesi fa, all'inizio di questo casino, avevo fatto esattamente così):

- Una ciglia lunga e sottile, l'unica rimasta attaccata alla sua palpebra sinistra quasi fino alla fine
- Le piccole lettere ricamate con il filo rosso sulla cuffia della suora
- Il pacchetto regalo abbandonato sul muretto
- Il Cargo Market che senza di lei fa un male cane
- Il mazzo di broccolate fiorite sul tavolo della cucina
- Le mie morning walk, sempre più difficili, sempre più liberate
- Le ore di ceramica per salvare il cuore
- La sua sagoma magra, seduta controluce, che guarda fuori dalla finestra del Monoblocco
- Le battute, fino all'ultimo
- La borsa dell'acqua calda
- Gli auricolari fuxia del dottore migliore del mondo
- La vocina stridula della signora con l'ossigeno
- La fame di Aldina
- Il pianto di Agata
- Il necrologio scritto insieme, nella luce della domenica
- Il locale Mario
- Il sabato mattina a prendere i vestiti
- La bambina travestita da ape davanti al Pronto Soccorso
- I fiori del pesco che sbocciano nonostante tutto
- Il vino con l'acqua della signora di 104 anni
- Il cedro gigante che veglia sopra ogni cosa
- I gatti diffidenti che mangiano solo la sera
- Le chiacchiere sul terrazzino, tra obiettivi da spostare e occhi lucidi
- La luce calda che filtra dalle tende gialle
- La Dottoressa, che torna ad accompagnarci di nuovo
- L'acqua di rose di Santa Maria Novella
- La collana con la stella di Moustier
- La pasta con le lenticchie più buona del mondo
- Le lucine intermittenti del sistema antincendio
- Il sapone al gelsomino
- La cavalla Isernia, la gatta Melody e tutte le altre creature che ci hanno tenuto compagnia
- La camminata verso casa, a piedi, per l'ultima doccia
- Le foto di Agata che gioca da guardare insieme
- Cacao Meravigliao
- L'odore della loro crema
- La camicina a fiori gialli
- Il gelatone
- Il pulsante rosso
- Il quadro del Day Hospital con gli aironi (lo stesso che vedete quassù in foto)
Chi mi conosce bene sa che ogni airone incontrato negli ultimi quindici anni ha rappresentato per me una sorta di segno legato a mio padre. Ora non posso fare a meno di leggere, in questo dipinto, il volo di mamma, bianca e finalmente libera, con le ali spiegate verso un'isola verde, lontana dagli aironi scuri del passato.

Sono trascorse due settimane.
Mia madre è morta il 23 marzo alle 14.40, con la sua mano nella mia.
Il sabato seguente, più o meno alla stessa ora, un airone enorme volava sulla mia testa, mentre pranzavo seduta al sole tra un laboratorio e l'altro.
Avrei voluto gridare, fotografarlo, mostrarlo a tutti, ma mi sono limitata a guardarlo passare lento e a seguire il suo atterraggio sicuro, nel fiume.

Già non posso immaginare la vita senza di lei, tanto meno questo blog, che è nato quasi dieci anni fa ed è cresciuto, post dopo post, passando sempre dalle sue puntuali correzioni. Del resto, da una prof, non potevo aspettarmi diversamente!
Ilmareingiardino, dunque, si ferma qui, fino a che avrò di nuovo bisogno di lui. Continuerò ad aggiornare la pagina Facebook con articoli, notizie e pezzi di bellezza che mi sembrerà interessante condividere, caricherò foto di gite, alberi e meraviglia sul profilo Instagram, ma metterò in pausa il blog.
Non so quanto ci vorrà per ripartire, non so nemmeno se accadrà, ma visto che di addii ne ho abbastanza, facciamo sia un arrivederci.



martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




domenica 21 ottobre 2018

Coraggio e lavanda

Sdraiata sul divano-letto nella mia piccola sala penso a quante cose la vita mi stia insegnando in questi ultimi anni. Non che prima ci sia andata piano, anzi, ma in meno di ottocento giorni ho imparato a lavorare da sola, gestendo soldi che non arrivavano, soldi che dovevano andarsene appena arrivati, soldi che finalmente restavano, ho imparato a condividere le giornate, gli spazi e i desideri con una persona, ho imparato a entrare e uscire da paure grandissime lasciandomi aiutare anche dalla chimica, ho imparato ad alzarmi ogni giorno alla stessa ora per starne otto nello stesso posto (evviva!), ho imparato a guardare in faccia la morte e a dirle che va bene, è di nuovo tornata a prendersi troppo presto un pezzo di me, ma se lo dovrà sudare, perché non glielo lascerò portare via facilmente.

Mentre scrivo mamma riposa nel mio letto, la cesta ai suoi piedi è occupata da Agata, infermiera eccezionale, in trasferta da due settimane, che sembra capire la gravità della situazione e non si lamenta mai della reclusione forzata. Il week end è trascorso lento, finalmente con un po' di controllo sulle cose, con qualche passeggiata nel sole di luglio ottobre, con la spesa della domenica mattina, con l'acquisto del telefonino nuovo, così lei finalmente avrà il suo (mio) smartphone e io potrò scattare delle foto davvero degne di questo nome.

Tra pochissimi giorni inizierà il Festival della Scienza
e mai come quest'anno mi sembra stia per cominciare una vita parallela, dove chissà se potrò fare qualche incursione nei laboratori che mi interessano e magari anche vedere un paio di conferenze con mamma.
La settimana di Ognissanti sarà quella libera da terapie, spero tanto di riuscire ad approfittarne per farle fare due passi con meno stanchezza da sopportare e meno sale da attesa in cui aspettare.

Attorno a noi abbiamo trovato degli eroi quotidiani
, dall'oncologo che la chiama disaster e trova soluzioni per ogni cosa al palliativista che trascorre mattinate intere a bere caffè, mangiare pasticcini, mostrarle foto dei figli piccoli e cercare con lei sistemi efficaci per combattere il dolore. E poi ci sono la suora indiana che maneggia pacchi di terapie come fossero sacchetti di zucchero, la volontaria bionda che gestisce l'affluenza dei pazienti meglio di una torre di controllo, la caposala con il sorriso più rasserenante del mondo.
Tutte queste persone, insieme alla famiglia, agli amici, ai colleghi, stanno rendendo il mio viaggio più semplice, spero così di riuscire a trasmetterle tutta la forza che le serve, anche se, detto tra noi, è lei che ogni giorno mi mostra cosa è in grado di fare uno scricciolo di quaranta chili.

Il sonno che ho finalmente recuperato, il cambio degli armadi finito (questa volta per bene, con tanto di sacchettini profumati gentilmente forniti dalla festa francese in Piazza Matteotti, dove mamma ha svaligiato un banco di lavanda), i pigiami nuovi, il bucato steso, il libro da leggere pronto accanto a me.
Ti accontenti di poco, direte voi, ma è tantissimo, fidatevi.



giovedì 27 settembre 2018

Cavalcando i giganti


Musica

Tutte le mattine mi sveglio più o meno alle sette e mezza. Faccio colazione, mi vesto ed esco con le cuffie nelle orecchie. Percorro gli stessi vicoli, con la stessa luce che taglia a metà le facciate, con i bidoni appena svuotati, con le cassette di frutta ancora piene, con i cani che fanno pipì. Dall'inizio dell'estate la musica che non mi ha mai abbandonato è quella di Cosmo, ed è abbastanza strano perché non sono una grande ascoltatrice di autori italiani. Ogni sua canzone, però, prima ancora di entrare a piè pari in questo incubo, è stata perfetta per raccontarmi qualcosa di quello che stavo vivendo.

Ecco perché ho deciso di iniziare con lui il post di oggi, rubandogli pure le parole per il titolo.
Le mie, di parole, le ho raccolte nelle ultime settimane e rappresentano cose, situazioni, momenti, a volte addirittura attimi.
Sono scritte una dietro l'altra, perché, ormai mi conoscete, l'elenco è l'unica forma che mi salva quando non posso controllare nulla.
Eccole qui.

Il colore del cielo alle otto di sera, con le sagome nere degli alberi, dalle finestre grandi del terzo piano
Il ciclamino viola che beve al posto della signora Lalli
Le statue ricoperte di patina scura che mi fanno sentire sicura di sapere almeno qualcosa
Il cinghiale enorme che scodinzola nel buio
Le urla quotidiane del cinese
Il matrimonio in verde all'uscita dell'ascensore
Il profumo del nuovo latte detergente
Il mio maglione a coste grigio, oversize e comodissimo
Le mani sulla spalla che chiedono se ho bisogno di qualcosa
Le parole di conforto che si siedono accanto e piangono con me in uno dei pochi momenti di crollo
Il bastone della signora delle pulizie che si muove avanti e indietro, tra le sedie della sala d'aspetto
Il profumo del primario
Il "cara" delle infermiere
Il ragazzo con il virus nel ginocchio
Il Cristo crocifisso senza braccia e senza croce
Il gel per disinfettarsi le mani appeso in corridoio
Le gelatine di frutta Leone
I sogni al contrario e la sveglia all'alba
La goccia che scende lenta
Le liste infinite della spesa
Le scale polverose del patronato
I gamberi saltati in padella
La camicia da notte rossa
Le rose giallo ittero
Il bagnoschiuma della felicità
I discorsi belli e dolorosi passeggiando sotto gli alberi
Il sacchetto di zenzero candito contro la nausea
Il pranzo gigante del ritorno
La corsa a casa a perdifiato perché il telefono squilla a vuoto
Il mazzo di fiori in soggiorno con i grappoli di peperoncino
Il pianto inaspettato di Agata
Il pellegrinaggio senza sosta dei vicini di casa e le telefonate degli amici
Le ciabatte rosa
Le notti a leggere e a confrontarsi con i compagni di lotta
La faccia del medico della mutua
Le fotocopie, le code, i timbri negli uffici
Il mare calmo che ci scorre accanto percorrendo l'Aurelia la sera
La cena di pesce, senza domande, sotto gli ombrelloni
Il libro per bambini che non è ancora arrivato
La signora con il dito staccato
Il signore con la cacca nelle scarpe
Il tassista gentile al sorgere del sole
L'Autunno che arriva lo stesso
I viaggi in moto, con il vento che asciuga le lacrime
I colleghi meraviglia
Le battute in cucina e quelle al telefono
Le cose più rare

Potrei continuare ancora e lo farò, ma non questa sera.







domenica 2 settembre 2018

Il regno delle trappole di tulle


Negli stati di crisi il mio cervello ha sempre lavorato più del solito, soprattutto di notte.
Con l'insonnia, con i sogni.


In questi giorni, nei pochi momenti in cui mi addormento (comunque più frequenti di quanto sperassi), sogno moltissimo. Sogno situazioni vivide, potenzialmente tanto reali quanto assurde. Sogno moti di rabbia, sogno litigate, sogno case abbandonate aggredite dalle piante infestanti, sogno torte di compleanno ripiene di marmellata alla colomba, sogno di ricevere buste color avana indirizzate a una ragazza francese, sogno pacchetti regalo blu cobalto lanciati da una moto in corsa, sogno metropolitane che non partono, sogno metropolitane che partono lasciandomi a terra, sogno olimpiadi di corsa nel greto di un fiume, sogno laboratori rimandati, sogno gatti siamesi, sogno amiche d'infanzia, sogno ascensori lenti, sogno autobus sbagliati.

La notte scorsa ho sognato che dovevamo terminare un videogioco analogico, una scatoletta con tante scene intercambiabili in cui i personaggi, minuscole bambole di legno, venivano mossi a mano, liberati da corde, salvati da pericoli.
Si chiamava "Il regno delle trappole di tulle" ed era davvero difficile.

Due notti fa, invece, alla fine del giorno più lungo ho sognato il futuro e mi tengo stretto ogni passo.

Iniziavamo a camminare mano nella mano, faceva caldo e gli alberi erano pochi. Dietro una roccia enorme onde alte di schiuma bianca, come quella che c'è sulle spiagge bretoni durante la marea, ricoprivano tutto: "potete farcela, diceva il bagnino". E ce la facevamo, saltando su isolotti di sabbia, camminando radenti alla parete polverosa, aiutandoci a vicenda.
Dall'altra parte cominciava il bosco freddo, c'era neve ovunque. Soffice, profonda, dura, ghiacciata, scivolosa, bianca, sporca e freschissima. Tante cadute, qualche passo lungo, le gambe congelate, gli angoli bui, i rumori sinistri. Fino alla casa di sassi grigi, dove abitava una signora con i capelli grigi come le pareti, vestita con un abito grigio come i capelli. Ci ha fatto un caffè, ci ha dato una coperta, ci ha mostrato il suo canguro e la sua lepre arancioni. Aveva deciso di abbatterli, erano troppo impegnativi. Abbiamo deciso di comprarglieli, per ventitré euro, come in una canzone di De André. Ci ha spiegato che le sue due sorelle gemelle, saputelle e alla moda, abitavano nel centro storico, ci ha detto che lei aveva preferito restare lì. Siamo ripartite con un canguro e una lepre arancioni, due animali che saltano lontano e fanno danni in tutta la casa, perché non sanno stare rinchiusi.

Come è andata a finire non lo so, mi sono svegliata, ma sono certa che in ogni caso scapperemo dalle trappole di tulle in groppa a lepri e canguri arancioni.
Provate a prenderci.

domenica 24 giugno 2018

Per chi risuona la campana?

Prima o poi risuona per tutti, per me negli ultimi mesi è risuonata tre volte. Due e mezzo in verità.

Cosa significa? Significa che da gennaio a oggi mi sono sparata due risonanze magnetiche, su tre segmenti di colonna vertebrale più l'encefalo. Come disse il mio neurologo "lei sarebbe da risuonare dalla testa ai piedi" e io ho obbedito.
A parte una schiena a quanto pare eccessivamente dritta e due spazi intervertebrali un goccino compressi a livello del codino, i risultati sono perfetti. Non c'è nulla che debba preoccupare o che possa essere correlato ai sintomi neurologici che mi hanno accompagnata nel nuovo anno.
A questo punto forse l'ipotesi virus influenzale andato a infastidire il sistema nervoso potrebbe essere la più probabile, soprattutto considerando che le cose stanno migliorando con il passare del tempo e con poca cura. Il prossimo obiettivo è sospendere definitivamente tutti i farmaci, provando a lasciarmi alle spalle il terrore con cui ho (abbiamo) convissuto ormai fin troppo. Se poi la diagnosi finalmente arriverà, con una sicurezza un poco più solida, ancora meglio, altrimenti proverò ad andare oltre. Scrivo proverò perché se invece la questione fosse (come ogni tanto, ciclicamente, qualcuno sospetta) "semplice" fibromialgia, allora so già che dovrò fare spazio a nuovi dolori e a nuove contratture, sicuramente però avrò meno paura.

Fatta questa doverosa premessa, che spiega un po' la latitanza degli ultimi tempi (scrivere di quello che mi spaventa non è il mio forte), posso raccontare ciò che di bello accade attorno a me.
Intanto sembra essere finalmente arrivata l'estate, sono a quota due bagni in mare e uno in piscina, una miseria rispetto ai miei standard, ma il lavoro e il meteo orribile fino a qualche giorno fa non hanno aiutato. Questo week end è fatto di tempi lenti, pranzi e cene con gli amici, tinta ai capelli in vista del matrimonio della prossima settimana e, soprattutto, acquisto dei voli per le vacanze in arrivo. Abbiamo atteso fino ad ora per prudenza, volevamo aspettare i risultati della risonanza prima di decidere, ora non abbiamo più scuse. Se non cambiamo idea all'ultimo minuto la meta dovrebbe essere la Bretagna (e forse anche la Normandia), vedremo!
Io, solo all'idea, piango.

Oggi pomeriggio ce ne andiamo al Coton Fioc Festival in una location super bella, la lavatrice sta lavando gli asciugamani, a pranzo formaggio e frutta fredda, domani lavoro da casa e mi preparo per la settimana di laboratori e di scrittura folle per il sito del MadLab 2.0. Sono contenta, mi piace questa dimensione, fatta di persone con cui trascorrere le mattine fianco a fianco, ma anche di momenti in solitudine per concentrarmi meglio sulle cose difficili. Potrei dire che la questione della salute mi ha ridato la dimensione giusta dei problemi, ma io quella l'ho sempre avuta, difficilmente mi lamento per le banalità, cosa sia davvero importante lo so e non lo dimentico.

Ho voglia di andare a un concerto, di inventare qualche attività nuova per i lab, di prendere un gattino, di fare il bagno a Pieve con il mio costume nuovo, di leggere un romanzo che mi appassioni (suggerimenti?), di dormire nella corrente d'aria, di costruire un libro tattile per la Fata Meravigliosa, di seguire le video lezioni di Guido (per sempre grata al MadLab 2.0 che mi ha comprato l'abbonamento annuale), di mangiare un ghiacciolo, di innamorarmi dei paesini bretoni, di salire su un aereo con Andrea.

P.S. Nella foto quassù la vista dal posto dove abbiamo cenato per festeggiare le lastre pulite. Yeee!



martedì 16 gennaio 2018

And in the day, everything's complex


Musica

Sono sparita, è un dato di fatto.
Questo è il primo post del 2018 e non mi era (quasi) mai successo, in tanti anni di onorato blogging, di stare così a lungo senza scrivere qui, ma ho le mie ragioni. Che non sono buone, ma sono comunque ragioni.
La verità è che non sono molto in forma e, di solito, quando sto male non mi va di aggiornare Ilmareingiardino.
Sotto Natale ho avuto l'influenza (come credo quasi tutte le persone che conosco), poco prima ero stata piegata (sul water) dall'accidente intestinale del secolo e non sono riuscita a ripigliarmi tra l'una e l'altra sciagura. A quanto pare un virus ha deciso di tenermi compagnia ancora per un po', devo stare dietro a un sacco di medici, visite ed esami, sono bella imbottita di medicine e per ora non so cos'altro mi riserverà questo 2018 iniziato scoppiettante più che mai.
Io, se possibile, per quest'anno avrei dato.

Fatte le dovute premesse, passo a spiegare la foto quassù, un origami giallo banana a forma di gru. Quando l'ho trovato a terra nella metro di Milano, in un momento in cui dire che stavo di mxxxa è usare un dolce eufemismo, ho subito pensato che fosse un airone, l'animale che più mi fa pensare a mio padre per una serie di coincidenze inanellate negli ultimi tredici anni. Tanto, dopo Folle di Scienza, che sono avvezza a superstizioni e riti lo sanno tutti, ormai, anche i colleghi scienziati che più stimo, sparsi in giro per l'Italia.
Quindi, trovato il segnale ultraterreno, ho deciso di tenerlo con me, a chiusura di un anno caratterizzato dal giallo banana in tutte le sue declinazioni, dal guscio da montagna alla parete della cucina (cavoli dell'orto urbano compresi).

I due giorni a Milano, organizzati al volo per il mio compleanno, sono stati molto belli nonostante stessi proprio male. Siamo andati a vedere la mostra Giro Giro Tondo, quella sul design del giocattolo: una meraviglia. In Triennale siamo rimasti un sacco e ne è valsa davvero la pena.
La sera è saltata causa aironi in metropolitana e il giorno dopo giro sui navigli e visita al Mudec. Al ritorno Trenitalia ci ha riservato un trattamento di favore rompendo il treno a Voghera e ritardandoci il rientro a casa di un paio d'ore. Olè.

Dopo la fuga milanese, il (quasi) niente.

Nelle ultime due settimane ho rallentato molto, ho trascorso tanto tempo in casa, ho lavorato un po' meno in classe (santi i colleghi che mi hanno sostituita) perché di stare in mezzo a tanti bimbi piccoli, da sola, proprio non me la sentivo. Sono riuscita, però, a seguire progetti importanti, ho comunque organizzato laboratori a cui tengo molto
e ho continuato il lavoro da casa, quello sui Social, come se nulla fosse.

Oggi ho pure preso coraggio e sono uscita a farmi un giro in solitaria, un'oretta nei vicoli. Sono stata premiata per l'audacia e ho portato a casa con me un sacco di cose dal mio negozio vintage preferito. Non facevo acquisti da mesi e l'affare di oggi è stato un meritatissimo autoregalo di compleanno, arrivato un poco in ritardo: quattro maglie, un paio di scarpe e un poncho-cappotto al prezzo di due maglioni. Non vedo l'ora di sfoggiare casette di lana colorata, doppi colli, mantelle col cappuccio e ballerine assurde. Magari, però, non tutto insieme.

Ecco, direi che il blog è ripartito e io posso ritenermi soddisfatta. Non mi resta che continuare a riattaccare i miei pezzi, armandomi della santa pazienza che mi contraddistingue e mantenendo vivo il fuoco degli impegni... solo tenuto più basso. Un po' come si fa con il brasato.


P.S. La colonna sonora è stata istintiva, conosco quel CD a memoria, come il novanta per cento della mia generazione e il titolo del post non poteva che essere quello di una delle sue canzoni che amo di più. Un grande dispiacere, per una ragazza dalla voce incredibile e dagli occhi familiari.








venerdì 8 dicembre 2017

Penso ai pensieri

Nella mia famiglia c'è una storia che dice così:
Quando eri piccola, la mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, ti sedevo sul seggiolone e ti parlavo. Un giorno, vedendoti particolarmente concentrata e con la fronte corrucciata, ti chiesi "Elena, cosa c'è? Devi mica fare la cacca?". Tu mi rispondesti "No, sto pensando". Allora, incuriosita, ti domandai "E a cosa pensi?". "Ai pensieri!" sospirasti con ovvietà.
Avevo due anni ed ero già incasinata.

Ieri sera Andrea mi ha definito un grosso e complesso automata che funziona però in maniera semplice, finché non mi metto da sola un bastone tra le ruote.
Quanto aveva ragione.
Mi ingolfo, sul più bello, pensando.
Ai pensieri.


Ed è proprio questo loop che ho ripetuto, senza sosta, nelle ultime due settimane, arrivando sfinita ad oggi, giornata di festa a casa di mamma, trascorsa mollemente tra un pranzo non digerito, una serie di cose da fare non fatte, un libro da leggere non letto (ma rimedierò presto, lo sento), un regalo da inviare non inviato e una decisione da prendere non presa.

Mi succede spesso di incastrare i miei ingranaggi e di incaxxarmi come una bestia quando non riesco a ripartire. Negli anni, da questo punto di vista, sono peggiorata tantissimo. Do la colpa alla stanchezza, alla stratificazione delle delusioni, alle aspettative rimaste tali e al mondo che, davvero, non sono proprio più capace di capire e accettare.

Fortunatamente sono sempre successe cose che mi hanno rimesso in pace, almeno un poco, con quello che mi circonda. Una bella classe in cui lavorare, uno spettacolo teatrale arrivato proprio al momento giusto, una mostra bellissima di un pittore che amo da sempre, una bambina meravigliosa che sistema la mia scala di valori una volta a settimana, ormai da molti mesi.

Non ho idea di come si esca da quello che l'analista chiamerebbe "il copione", so per certo che non deve essere semplice starmi accanto quando vengo travolta dai miei stessi pensieri. Mi vengono in mente mio padre e le sue fughe lontanissime pur restando in casa, io (meno male) non ne sono capace. Sono arrabbiata più che in passato ma anche più disposta ad affrontare la cosa. Sono cresciuta, ho i capelli più lucidi, i fianchi più larghi, la pelle più liscia e la maturità di capire quando occorre restare per togliere, con pazienza o con un gesto rapido a seconda dei casi, il bastone dalle ruote.

Si invecchia, si cambia. Succede a tutti, pure a me.

Avrei voglia di scrivere un post sui libri che vorrei comprare (e divorare) in queste vacanze di Natale, sui corsi che vorrei seguire (ad uno mi sono già iscritta!) nell'anno nuovo, sui posti che vorrei rivedere o visitare per la prima volta, sulle modifiche al mio appartamento che vorrei fare e che sono rimaste in sospeso da questa estate. Avrei voglia di buttare giù un elenco di cose belle che mi (e vi) riempia il cuore ma ho capito che se non mi assicuro di aver liberato completamente le ruote dell'ingranaggione mi ingolferò presto, di nuovo.

Devo farlo con cura, questo lavoro, a costo di restare con la fronte corrucciata a pensare ai pensieri ancora per un po'.
In caso doveste incontrarmi sappiate che non sto facendo la cacca.




venerdì 6 maggio 2016

Warriors o Worriors?

Ho in mente questo post da un bel po' di tempo, ma non riuscivo a farlo partire.
Questa settimana, complici alcune situazioni un tantino spiacevoli (leggi: che mi hanno fatta incazzare da morire), ho deciso di scriverlo davvero.
Sta tutto racchiuso nel titolo, il senso di quello che voglio tirare fuori.

Da qualche settimana ho iniziato a guardare una nuova serie in streaming, How to get away with a murderer; in questo modo ho fatto l'en plein con Shondaland. Non so ancora se mi piace, ma continuo a vedere puntate su puntate e, alla fine, mi lascio prendere dai casi di omicidio di ogni episodio. Cosa mi colpisce di più? Come al solito i dialoghi: non essendo abituata a guardare la tv, che ormai non possiedo più da anni, resto incantata quando i protagonisti parlano fitto fitto, quando si urlano contro, quando spiegano le cose. Dal momento che questa serie è basata quasi esclusivamente su momenti di arringhe, accuse e aule di tribunale, i dialoghi sono moltissimi.

Tutti gli streaming che guardo sono in inglese con i sottotitoli in italiano, sono convinta (ma non sono certo l'unica) che non ci sia nulla di più bello che godersi la recitazione originale, con le voci autentiche degli attori, le cadenze e le tonalità. Per darvi un'idea di cosa intendo ecco una scena di Scandal che ho amato moltissimo e che, diciamocelo, se fosse stata doppiata in italiano ci saremmo persi la meraviglia della voce di Joe Morton (premiatissimo per la sua interpretazione nella serie).

Ma, ritornando al titolo e al post, cosa vuol dire "Warriors o Worriors"? Intanto la prima parola esiste e la seconda no, se non in gergo. Warriors vuol dire guerrieri e worriors si può, forse, tradurre con "persone che tendono a preoccuparsi, a vivere la vita con preoccupazione". Da dove arriva questa idea? Da una puntata di How to get away with a murderer, quando Annalise, la protagonista, accusa uno dei suoi di essere un worrior. Io, ascoltando le battute in inglese senza soffermarmi troppo sui sottotitoli, subito non avevo capito, perché credevo avesse detto guerriero e, in quel contesto, mi sembrava non ci fosse nulla di sbagliato a comportarsi da guerrieri, anzi, mi pareva che la persona che si stava pigliando la sgridata non fosse affatto un gran lottatore. Poi ho fermato tutto, ho cercato di ascoltare meglio, ho spulciato il web e ho trovato le risposte: Annalise aveva detto preoccupone (mia personalissima traduzione della nuova parola imparata), non guerriero!

Questo errore di comprensione si è stabilito nel mio cervello, saldamente, da settimane. Perché io, alla fine, non credo ci sia poi così tanta differenza tra i due termini, per lo meno non dentro di me.
Certo, sono famosa per essere una che si preoccupa troppo, al liceo mi chiamavano miss paranoia e non avevano tutti i torti. Crescendo sono migliorata, anche perché essendo una persona molto razionale riesco abbastanza a tenere a bada i momenti di stress. Non tutti, però: nelle situazioni in cui avverto pericolo per i miei cari vado fuori di testa. Ma proprio che non ragiono più e non so come comportarmi. Sia chiaro, agli altri cerco di non mostrarlo, ma nel mio cuore muoio piano (neppure troppo, piano). E quindi lotto, lotto per resistere, per darmi una calmata, per tenere lontano i vecchi attacchi di panico, per non prendere più nessuna medicina, per non farmi deridere, per non essere di peso, per aiutare, per non sembrare isterica, per non venire allontanata, per non essere lasciata, per meritare ancora amore. Lotto fortissimo nel momento in cui sono più spaventata, fragile e preoccupata.

Una guerriera preoccupona. Ecco cosa sono.


mercoledì 2 dicembre 2015

Gli alberi lo sanno

Gli alberi sanno come ci si sente, perché lo fanno tutto il giorno.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.

Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.

Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.

Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.

Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.

Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.

domenica 18 ottobre 2015

Avere Paura

Oggi ho scoperto una cosa: ho scoperto che la scrittura è davvero una passione grande, se, dopo averle dedicato otto ore, quello che vuoi fare di più è continuare a scrivere. Cose di lavoro, cose per le amiche, di nuovo cose di lavoro (un altro) e ora cose per me, che ho voglia di tirare fuori già da qualche giorno.

Nella foto quassù c'è il cartellino rosso di Camminando pe e lische, una delle marce che, acciacchi e impegni permettendo, io e mamma facciamo ogni anno. L'immagine è di domenica scorsa, avevo da poco superato il guado dove Andrea costruiva ponti di pietra sul fiume che nemmeno nell'Impero Romano, e stavo pensando sempre più intensamente alla polenta e al prato al sole dove l'avrei mangiata. Erano le undici e avevo una fame da lupi.
Oggi, a distanza di una settimana, sono stata in casa tutto il giorno, a letto per la precisione, mangiando plum cake, biscotti, mele rosse e riso al pesto. E bevendo Chianti per cena.

Ho iniziato a scrivere all'una e ora che sono quasi le dieci di sera non ho ancora smesso, né smetterei più.
Ascolto musica perfetta, tipo questa che sta passando ora, che non è particolarmente allegra come non lo è affatto il suo video, ma del resto nemmeno io lo sono, quindi mettiamoci l'animo in pace.
Se poi io non sono allegra è perché ho paura, una paura che non ho mai provato, per cose, persone e situazioni che non pensavo potessero suscitarmi questo sentimento. Invece è accaduto e io non so assolutamente come comportarmi.
Per ora tento, senza grande successo, di fingermi morta come fanno molti animali. Cerco di muovermi senza spostare l'aria, di vivere senza essere notata, di alzarmi, fare colazione, andare al lavoro, pranzare con quello che ho preparato la sera prima, seguire il corso di francese, cenare, leggere o scrivere qualcosa e dormire. Poi certo, dentro di me scoppio, di cose che vorrei fare e dire ma so che non è tempo.

Ottobre, mese di letarghi e di foglie che cadono.
Adeguiamoci.

Tra pochi giorni comincia il Festival della Scienza e io, per la prima volta, non vedo l'ora. Anni di esperienza mi hanno assicurato un orario perfetto, con turni calibrati al millimetro che mi lasceranno un sacco di tempo per dedicarmi ad altro o, se mai fosse possibile, per riposarmi.
Ci saranno concerti, serate di festa, laboratori bellissimi da seguire con le amiche, bimbe appena nate da visitare, bimbi un po' più grandi da salutare e, lo spero tanto, camminate fuori città che mi aspettano. Dopotutto basta una funicolare. O un autobus.
Basta che il mio piano di resilienza funzioni per riuscire a godere di questa stagione meravigliosa, continuando a scrivere per il progetto più grande che c'è in cantiere e alimentando ogni giorno la mia voglia di scoprire e imparare cose nuove.
A questo proposito il corso di francese sta andando alla grande: comunque finirà, il mio cervello sarà abitato da suoni e significati che prima non conosceva, credo che a quasi trentaquattro anni sia una cosa bellissima, provare a imparare una lingua diversa dalla propria.
Soprattutto quando con le parole si cerca di costruirsi il futuro.

E' chiaro dal titolo del post che immaginavo di andare a parare altrove, il fatto che non sia stato così mi riempie di gioia: significa che sta funzionando, che se voglio sono salva, che se mi proteggo (magari anche con un bicchiere di Chianti :-) ), acquisisco una visione nuova delle cose, più dipendente da me che dal resto del mondo, e mi tranquillizzo almeno un po'.
Il succo non cambia, lo so, ma cambio io che lo guardo e che cerco di mandarlo giù.

domenica 30 agosto 2015

Valigie

Una delle cose che amo di più è svegliarmi al fresco, con la gatta sui piedi e il rumore delle motoseghe che puliscono i giardini attorno a casa.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.

Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.

Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.

C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte

C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.

L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.

domenica 9 agosto 2015

Agitazione

Sono agitata. Anzi, forse il termine corretto è angosciata.
Da cosa? Dal solito. Lavoro principalmente, immobilità di conseguenza.


Ieri sono stata tutto il giorno in spiaggia, a Bergeggi, che se dico che non c'ero mai andata sembro scema. Ad ogni modo, non c'ero mai andata.
Eravamo io, la vicina matematica pasticcera e la Manu. Siamo partite presto e tornate tardi, abbiamo preso il sole, abbiamo nuotato, fatto snorkeling, letto, chiacchierato, mangiato, giocato a carte, preso un aperitivo (diciamo due), camminato, raccontato.
La Manu ci ha portate in Australia, in Irlanda e a Milano, la Fra a Barcellona e a Parigi, io non ci ho ho portate da nessuna parte ma va bene lo stesso, avevo comunque le mie cose da dire.

Ieri è stata una bellissima giornata, ma stamattina mi sono ugualmente svegliata alle 6.30.
Sono rimasta un po' lì, mi sono guardata intorno nella penombra e nell'afa prematura e, alla fine, in preda all'ansia, sono uscita a correre. Poi sono rientrata, doccia e via di nuovo alla ricerca di non so bene cosa...gelato, spesa e casa.
Ho riordinato un enorme mucchio di documenti mettendo (quasi) il punto alle due settimane di folli pulizie sull'Albero, ho preparato il Leggermente di Agosto, ho cercato (invano) di arginare un ematoma sulla caviglia. Intanto lo so, se continuo a correre con 35 gradi all'ombra mi scoppiano i piedi. Lo so e lo continuo a fare.
Quindi, ricapitolando, è periodo di agitazione. Un'agitazione di un'inutilità imbarazzante peraltro. Basterebbe smetterla di pensare ai se (se non andrà bene, se mi rifiuteranno, se diranno di no, se finiranno i soldi, se non servirà, se starò male, se mi pentirò) e ai ma (ma come faccio, ma così non va bene, ma è troppo rischioso, ma se poi mi mandano a fanculo, ma siamo matti) e rilassarsi. Basterebbe.
Per provare a farlo leggo e scrivo, come al solito, cerco di essere una buona figlia, una buona amica, una buona persona. E compilo elenchi infiniti che mi terrorizzano a morte.
Stasera però no, stasera vi dico quello che questa estate mi sta insegnando, quello che ho imparato in due mesi di caldo maledetto e alternanza bipolare mare/città:

1) Ho imparato a mangiare i pomodori. Sembra assurdo ma mi hanno sempre fatto gola quanto, nella pratica, mi hanno sempre fatto schifo. Ora, a poco a poco, partendo da quelli piccolissimi, ce la sto facendo.

2) I miei vicini si amano. Maschi con femmine, femmine con femmine, di giorno e di notte, si amano e lo dicono a tutti. Ruggendo. Ma io sono contenta per loro, se non fosse che mi sveglio con la stanza a tremila gradi e un soft (neanche tanto) porno in dolby surround che invade tutto il vicolo. Ma si sa, all'amor non si comanda (e meno male).

3) Riesco a correre per più di mezz'ora senza sfiancarmi. Non è nulla di che, lo so bene, ma è comunque una piccola conquista (non fosse per le vene delle caviglie).

4) I vicini che non fanno sesso cantano. Di merda.

5) Buttare via tutto è propiziatorio. Ho messo a soqquadro casa e ho gettato decine di sacchetti di vestiti, barattoli, rifiuti, documenti, oggetti. Non ho eliminato nemmeno un libro e non ne avevo dubbi. Ho costruito collane con vecchie perline, ho assemblato porta gioielli con materiali di recupero e riordinato cassetti, armadi, pensili e ceste. Prima però, ho buttato via tutto.

6) Ho imparato (ma questa è più che altro una conferma) che i progetti fotografici, che siano miei o di altri, mi piacciono un botto. Qui trovate le mie #11cosebelle per L'inventore di mostri e se scorrete la gallery scoprirete che le sto pure fotografando.

7) La cioccolata fondente ha più calorie di quella al latte. Persino di quella bianca. MA STIAMO SCHERZANDO.

8) Ho superato una crisi di fibromialgia senza fare niente. Zero farmaci. Zero medici. Un po' di osteopata, mare e nuoto la mattina presto, coraggio.

9) Ho rivalutato la musica italiana. Gli stessi pochi autori che ho sempre ascoltato eh...ma quest'anno di più. Com'è profondo il mare su tutte.

10) Sono brava, bravissima, a tenere un segreto. Ero capace a otto anni, lo sono ancora a 33.

Ora film, acqua fresca, canotta e luce spenta.


P.S.
La foto arriva dritta dritta dal Leggermente che ho scritto per Cindy (libro del mese: Alta fedeltà di Nick Hornby)

venerdì 29 maggio 2015

Non lo saprà nessuno

Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.

Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:

Non lo saprà nessuno


Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.


Nino Pedretti, al vóusi.




sabato 28 febbraio 2015

Quello che non ho (più)

L'altra sera, nel dormiveglia, mi è capitato di pensare alle cose che avevo e che ora non ho più.
Che allegria, direte voi, ma non si tratta solo di perdite negative o definitive, anzi.
Non intendo ovviamente oggetti materiali, piuttosto mi riferisco a capacità, paure, sentimenti, attitudini, caratteristiche insomma che a un certo punto della mia vita ho lasciato indietro. A volte per cause di forza maggiore, a volte per disabitudine, a volte (anche se raramente) per scelta. Io sono infatti un'abitudinaria nata, chi mi conosce o anche chi semplicemente mi legge da un po' sa che ho, come tutti probabilmente, una serie di "riti" irrinunciabili dei quali non riesco proprio a fare a meno e che rappresentano per me una sorta di percorso segnalato, una strada di punti fermi in questa vita così tanto traballante.
Delle mie abitudini avevo scritto qui.
Dunque, l'altra notte, ho stilato mentalmente un elenco (le liste, altra mia fissazione!) dei "caduti", di quello cioè che si è perso per strada.
Stasera provo a riportarlo qui:
- La paura della penombra: quando ero piccola dormivo al buio completo, situazione che malgrado la consuetudine a me non ha mai spaventato. Anche crescendo ho sempre cercato la notte più notte possibile, il nero che più nero non c'è e ho sempre temuto la penombra. Negli angoli semi illuminati, nei punti schiariti da quelle odiosissime lucine degli elettrodomestici, io ho sempre visto il male. Il mostro. La bambina con i capelli lunghi spiaccicati sulla faccia. La morta con gli occhi bianchi. L'assassino con le forbici. Nel buio, se tutta questa gente c'era, io per lo meno non la vedevo. Venendo a vivere sull'Albero le cose sono cambiate, l'enorme lampione davanti alla mia stanza, infatti, non solo illumina a giorno il vicolo in cui abito, ma purtroppo nonostante le persiane chiuse e le spesse tende tirate la luce filtra in casa. Per non parlare del router che è talmente illuminato che a Natale potrei tranquillamente avanzare di fare l'albero. Dunque, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la paura del non-buio l'ho lasciata indietro (e ne vado fiera!).
- Il fastidio per i ticchettii: Capitan Uncino me spiccia casa. Brutti ricordi di infanzia mi hanno sempre tenuta lontana dagli orologi che ticchettano. Soprattutto la notte. Ora, sempre a causa del mio trasferimento, ho imparato a convivere con un rumorosissimo e giallissimo orologio da parete, talmente molesto che si sente in camera da letto pur essendo appeso in cucina. Non è stato semplice accettarlo, figuratevi che i primi tempi lo staccavo tutte le sere e lo chiudevo in bagno, Poi, un po' per pigrizia, un po' forse per sfida, ho vinto io (o lui, dipende dai punti di vista).
- I baci estemporanei: quelli istintivi camminando per strada, o a cena con gli amici, o a colazione in silenzio, sulla nuca. Se c'è una cosa che mi piace è proprio quella, la certezza che prima o poi, nella giornata, un bacio arriverà. Quindi non sono particolarmente felice di questa perdita, ma per ora va così.
- La paura di parlare in pubblico: una cosa che da ragazzina mi terrorizzava. Non riuscivo nemmeno a telefonare in presenza di qualcun altro nella stanza, famigliari compresi. Questo ha fatto sì che alle mie lauree nessuno amico o parente entrò a sentirmi, così come alle conferenze e a tutte le occasioni più o meno formali e/o affollate dove mi è capitato di essere costretta a parlare. Perché all'epoca di costrizione si trattava. Poi ho letto libri, ho provato a concentrarmi sui concetti che volevo esprimere e non sulle persone sedute di fronte, sul mio lavoro che ci tenevo a divulgare perché meritevole e prezioso e nel frattempo l'abitudine ha fatto il resto. Ora i convegni non sono più un problema, non li faccio comunque volentieri e ogni volta che ne ho uno spero in una sincope dell'ultimo minuto, ma alla fine arrivo sempre in fondo.
- Pronunciare ad alta voce la parola papà: e questo mi sa che non mi capiterà più. Papà inteso come richiamo, come esclamazione rivolta verso il proprietario di questo appellativo. E' una vocabolo che ho perso e che mi manca.
- Scrivere a mano: e con questa triste "disabitudine" chiudo il post. A una cosa così brutta sto cercando di porre rimedio. Oggi, per esempio, ho frequentato un corso di Bella Scrittura, nel tentativo di recuperare quello che un tempo mi sembrava di saper fare pure discretamente. Da quando il mio diario cartaceo è diventato un blog le dita si spostano solo sulla tastiera e le poche volte che mi è capitato di buttare giù un post al volo, sul treno magari di ritorno da un viaggio, mi sono accorta di quanta fatica facessi a relazionarmi con la penna e con la mia stessa scrittura. Questo sabato di matite e inchiostro mi ha fatto benissimo e sono certa che presto potrò depennare l'ultimo punto dal mio (ennesimo) elenco.

P.S. Nella foto un acquerello giapponese ad opera di Simona Picciotto (ecco l'interno del biglietto), la mia insegnate di Bella Scrittura. Il corso si è tenuto da Papê, lo stesso posto dove ho seguito il laboratorio di legature semplici di cui ho scritto qui.

sabato 21 febbraio 2015

Papê

Questo post ha un prima e un dopo.
Ecco il prima

Da quando ho aperto la pagina Facebook del mio piccolo blog, ho cominciato a condividere vecchi post che quasi nessuno aveva mai letto (per lo meno a giudicare dagli accessi).
Quanto dolore, quanta sofferenza.
Non ricordo nemmeno di aver patito tanto in passato, e probabilmente la stessa cosa la dirò tra qualche anno rileggendo i post di questi giorni.
Da un paio di settimane, forse anche qualcosa di più, non sto bene. Fisicamente intendo.
Accertamenti in corso. Autodiagnosi senza speranza, come da copione.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che mentre anni fa, davanti a vere o presunte malattie, mi sentivo persa e convinta di aver sprecato tempo prezioso, questa volta non va così.
Questa volta so che per lo meno ci ho provato. Ho vissuto quello che ho vissuto fino in fondo, senza limiti, senza barriere, per il solo gusto di farlo.
Mi hanno limitata gli altri, quello sì, tantissimo. Ma si sa, ognuno fa come può, sta a noi scegliere se fermarsi o andare oltre e io mi fermo spesso. Forse troppo, forse il giusto, ma sempre per aspettare qualcuno o qualcosa che resta indietro. Un amore, un'amicizia, un lavoro.
Non sono una persona particolarmente istintiva ma adoro vedere il mondo attorno a me con occhi curiosi, amo godere di quello che la vita mi offre, che si tratti di un giorno di sole, di un libro, di un tuffo in mare, di una notte a ballare, di un pomeriggio di chiacchiere, di una serata di sesso.
E quindi mi iscrivo a un corso di legatoria, mi imbarco in un nuovo ciclo di laboratori di robotica, dico sì a tutte le proposte di lavoro che mi passano a tiro, senza quasi considerare inconciliabilità di orari, argomenti e luoghi.
E sono davvero grata di aver così tanta voglia di fare e vedere.
Ecco il dopo
Oggi ho trascorso una giornata intera qui. Papê è un piccolo negozio delle meraviglie, dove trovano casa cose di carta, stoffe stampate, libri serigrafati, gioielli di cartone, maschere, poster, shopper dai disegni e dai colori meravigliosi. Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze che da bambine si incantavano davanti alle cartolerie, che non usavano il quaderno nuovo per non sciuparlo, che tenevano la gomma pulita come una reliquia e che avrebbero ucciso per una scatola di Caran d'Ache acquarellabili. Quindi Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze. Punto.
Nel negozio di Nora, però, nato da poco nel centro storico della mia città, non ci sono solo piccoli spettacoli da comprare. A proposito, a Natale è stato bellissimo contare, durante il mega scambio di regali con i Vicini avvenuto direttamente sul mio parquet, la quantità di sacchettini di carta beige che arrivavano dritti dritti da Papê, con il sottile logo geometrico stampato e i fili di rafia come chiudipacco. Dicevo, in questo spazio dalle pareti verde acqua non c'è solo un'intenzione di vendita, ma c'è anche una riflessione profonda e approfondita sulle realtà artigiane che vengono ospitate, sui prodotti proposti in estremo accordo con i produttori e con la linea di pensiero dei gestori, senza dimenticare mai la passione che ha spinto l'idea fino in fondo, fino alla realizzazione, addirittura fino a organizzare una serie di corsi handmade talmente bella che quando leggi l'elenco non sai davvero cosa scegliere.
Oggi io ho seguito il laboratorio di Legatoria semplice, e mi è piaciuto da matti. Nelle sette ore di concentrazione, cucitura, rifilatura, accostamento dei colori, ho quasi dimenticato Il prima del post e in questo periodo è davvero importante riuscire a scordarmi un attimo di me. Anche se solo per sette ore.
Ecco la ragione per cui mi sono iscritta anche al prossimo corso di Bella Scrittura, nel frattempo mi limiterò a contemplare i sette quadernini che ho costruito oggi, punti storti, nodi molli e pagine unte compresi.

venerdì 13 febbraio 2015

Anniversari (I see you but I don't see you)

Pochi giorni fa, su Il soffitto si riempie di nuvole usciva questo, portando con sé due "cose" che mi riguardano piuttosto da vicino.
La prima sono le parole.
La seconda è il mostriciattolo.
Iniziamo dalla prima.
In questa settimana Ilmareingiardino, silente nella sua sede naturale, è stato ospite di BoscoBlog (la foresta dei Blog amici che seguo sempre) sia qui sia qui. Da Cindy ho portato un po' di blues giapponese, mentre dall'Inventore s'è parlato della sconfinata passione per le piccole cose, che decisamente mi accomuna a molte delle ragazze di BoscoBlog. Tra loro ci sono per esempio Giui che la mattina guarda nel suo caffè, ci sono Gioistantigrammi e LaZappi, che sulle parole e con le parole "giocano" ogni giorno. Io vi consiglio di leggere il succitato post dell'Inventore di Mostri e andarle a conoscere tutte.
Quindi, per riprendere un poco il filo del discorso, si parla di parole. In una settimana ho scoperto grazie a Nuvolesulsoffitto che esiste un generatore automatico di parole (e ovviamente mi sono iscritta subito), che ci sono persone vicino a me che con l'uso creativo di poche parole o addirittura una sola esprimono la loro anima, e che un'unica immagine può racchiudere tutto il significato di una parola, anche complessa, in modo semplicemente perfetto. Quest'ultima cosa l'ho scoperta ieri sera, sfogliando il regalo di Marina. Mi aveva già parlato della sua folgorazione, di quando a Milano aveva trovato il Visionary Dictionary in libreria e non lo aveva comprato. Dopo varie ricerche on line è finalmente riuscita a recuperarlo e ne ha prese due copie. Una è per me.
In questo libro che, lo dice il titolo si deve vedere impossibile raccontarlo, l'autore delle illustrazioni disegna delle parole. Come nell'immagine che ho scelto per questo post i colori sono per lo più saturi, senza troppe sfumature, pochi fronzoli, minimalismo e tanti, tantissimi, pugni nello stomaco. Anche nei commenti qua e là, dispersi tra le tavole, ci sono momenti notevoli. Per esempio questo (affiancato al disegno della parola antitesi):

"I see you but I don't see you.
I'll give you a glimpse. I'll say it
and I won't, I'll leave you a guessing.
You leave a grey area between
you and the world."


"Vedo e non vedo. Lascio
intravedere. Dico e non dico, lascio
intuire. Lasci una zona d'ombra tra te e il mondo"

Marina Mander


C'è altro da aggiungere? Io dico di no. O meglio, quello che ho da aggiungere è qui sotto e ben si aggancia a ciò che ho scritto fino ad ora.

La seconda cosa che come dicevo all'inizio verrà fuori oggi è il mostriciattolo. Quello di cui parla Nuvolesulsoffitto è questo, e io (come tanti) mi sa che lo conosco.
Perché ne scrivo ora?
Perché è tornato, giusto in tempo per festeggiare il nostro anniversario.
E' un pochino in ritardo, per la verità, l'anno scorso a Febbraio ero già immersa tra le morbide braccia della chimica, però il periodo è su per giù lo stesso. A differenza delle puntate precedenti per ora ho io il controllo della situazione, ma ahimè non sempre. Mentre scrivo lo sento che vuole attenzioni e mi rosicchia pian piano la punta del mignolo e dell'anulare, come a dire "Ehiiii, guarda che sono qui eh!". Ma io lo ignoro, perché intanto lo so che se vuole uscire davvero esce. Eccome se esce. Magari dopo un'ora di pilates, acchiappandomi appena voltato l'angolo e costringendomi a piegarmi a libretto nella salita di casa, sotto lo sguardo dolce di chi mi conosce (e in silenzio non se ne va).
Potrebbe arrivare prepotente tra un attimo e concludere il lavoro togliendomi il fiato del tutto, visto che è da una settimana buona che mi fa respirare come un topo terrorizzato. Potrebbe svegliarmi in piena notte, approfittando delle rare occasioni in cui mi addormento. Potrebbe rubarmi la scena durante la presentazione della settimana prossima in università (no ti prego, quello no, non farlo) o potrebbe non arrivare mai. Potrebbe restare e lasciarsi comandare. Potrebbe accontentarsi di rubarmi solo un po' di fiato. Potrebbe fare o non fare un sacco di cose.
Ma io come so che è lui? Semplice: non lo so. L'istinto mi porterebbe a pensare alle peggiori malattie del mondo ma la ragione mi dice che lui si traveste, perché sa che è Carnevale e che mascherato fa ancora più paura. E poi se ceno tranquilla in compagnia bevendo un bicchiere di vino (magari anche due) lui si addormenta. E io respiro. Finalmente respiro e mi lascio andare, come in una vasca d'acqua tiepida.

Quindi alla fine eccole qui le due cose di oggi, le parole e il mostriciattolo. Il secondo uccide spesso le prime e questo spiega il mio silenzio di due settimane. Spiega le mie assenze in generale. Come in una morra cinese immaginaria mostriciattolo vince parole. Per adesso.

P.S. Il libro in questione è Visionary Dictionary, Beppe Giacobbe from A to Z (Lazy Dog Press).

venerdì 14 novembre 2014

Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto

Ieri sono andata a vedere la mostra di Frida Kahlo, qui a Genova.
L'ultima volta che ho visitato un'esposizione delle sue opere ero ragazzina, con mamma, e non mi ricordo dove fossimo. Di quel giorno mi sono rimasti una cartolina di La niña Virginia, il dipinto con Frida bambina seduta, in abito verde, su sfondo viola e un amore incondizionato per questa donna.
Di ieri sera mi sono rimasti un pacchetto di semi da piantare (i fiori di Frida, dice la bustina, chissà cosa ne uscirà, se ne uscirà qualcosa) e, di nuovo, un amore incondizionato per questa donna.
Troppo facile dire "Perché Frida sono io", poiché in realtà Frida siamo tutti. Tutti noi quando lottiamo e non ci arrendiamo, tutti noi quando ci aggrappiamo al sole che splende pur di non vedere il dolore, tutti noi quando indossiamo una maschera per continuare a vivere in mezzo alla gente, tutti noi quando ci abbandoniamo alla passione, perché è l'unica cosa che conta davvero. Una testimonianza della nipote, ascoltata ieri sera nell'audioguida in una sala silenziosa e quasi vuota, parla di Frida come di una donna coraggiosa, come di un esempio. Beh, impossibile dire il contrario.
La deformità, la malattia, la paura, il dolore fisico, la solitudine, combattute con la bellezza, l'intelligenza, l'ironia, la continua e incessante ricerca di sé. I dipinti allo specchio, in questo periodo in cui al giovedì parlo praticamente solo di riflessi e corrispondenze, sono per me il simbolo della struttura di se stessi, dell'analisi del proprio cuore, delle proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie cadute, ma (accidenti!) anche della propria forza, della propria luce, delle proprie possibilità, delle proprie conquiste.
Sui pannelli, bellissimi, della mostra, si intervallano citazioni di Frida e di Diego, lei dice: "Cosa farei io senza l'assurdo?" e lo dico anche io. Cosa farei? Cosa faremmo tutti? Senza quelle situazioni inspiegabili, senza quei momenti che non si possono capire, che accadono così, e si ingarbugliano, si confondono e ci rendono la vita un casino?
La mostra di Frida per me si vede con la pancia, non con gli occhi (anche se, a dirla tutta, le opere su metallo proprio ciao, sono una meraviglia indescrivibile), si vede con quel pezzo di sé che è entrato sperando di trovare risposte, trovandole eccome.
Si riesce a vivere, malissimo e benissimo allo stesso tempo. Si può essere bellissimi nascosti sotto a gonne enormi che proteggono le nostre deformità, si può amare in maniera profondissima anche di fronte a distanze interminabili, fisiche e mentali.
La mostra di Frida è la mostra del "si può fare tutto", ne sono un esempio i cadaveri squisiti, quei disegni iniziati da Diego e terminati da Frida (o viceversa) senza poter sbirciare la prima parte. Si può amare l'altro, la vita e se stessi anche se di motivi non ne troviamo, anche se di cose belle per cui lottare non sembrano essercene.
La mostra di Frida è la mostra dei superlativi, perché io non amo granché usarli ma in questo post mi sono appena resa conto che ne ho messi tantissimi (eccone un altro!).
La mostra di Frida è, in realtà, di Diego e Frida, ma a me non riesce proprio di dividerla a metà (anzi, a dirla tutta, forse di Diego c'è pure più materiale in esposizione). Non mi va di dividerla a metà perché, ad ogni modo la si guardi, nelle opere di Frida c'è Diego, più di quanto ci sia nelle opere di Diego stesso.
Perché lei lo amava così:
"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto
e neppure così sapresti
quanto è meraviglioso poterti amare"


Che altro?

giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...