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sabato 25 luglio 2020

Si stacca di dosso la Terra


Ci siamo trasferiti a Vesima all'inizio dell'estate.
Agata si è ambientata benissimo: appena uscita dal trasportino, dove durante il viaggio aveva prontamente fatto i suoi bisogni, ha baciato Tobia e cominciato a marcare il territorio strusciandosi su ciascun vaso del giardino e annusando ogni angolo.

Qui le giornate trascorrono con un ritmo tutto loro, le mattine iniziano prima e così anche le notti, tra  rospi, grilli, il rumore costante del fiume e il profumo dei rampicanti fioriti.
Ceniamo fuori quasi ogni sera, illuminati dalle lanterne di carta e dalle lucine solari sparse un po' ovunque, usando quasi esclusivamente il BBQ e le verdure dell'orto... chi ci ferma più.
I cambiamenti, quelli veri, sono dentro casa (e pure un po' dentro al cuore): è giunto il momento di aprire armadi, scegliere vestiti, decidere cosa tenere, buttare, regalare. Si spostano mobili, quadri e libri, alcune stanze diventano altro e mini camere da letto si trasformano in zona cucito, dove ospitare anche il mobile pieno di ricordi ancora inaffrontabili e la postazione smart working per le poche volte in cui non vado in lab.

Purtroppo non riesco a vivermi Vesima quanto vorrei: grazie al traffico impensabile arrivo la sera stanca morta dopo i centri estivi e le ore di viaggio, quindi dedico il week end a tutte quelle faccende che in settimana restano inevitabilmente sospese. Appena giro la curva e vedo il mare, però, quando il sole tramonta e si alza un po' di vento salato, capisco subito perché sono tornata.

Ora è un anno e mezzo che non abito in un posto stabile, una parte dei miei vestiti è chiusa in scatole di cartone o appesa in guardaroba lontani, i cappotti sono ancora nell'ingresso e la biancheria in sacchetti di stoffa sparsi qua e là. All'inzio credevo fosse un momento necessario: avevo perso tutte le radici, come una pianta strappata dalla tempesta e nessuna parte di me voleva fermarsi a guardare dov'ero finita.
Mi sono impacchettata e portata da un appartamento all'altro, ho perso riferimenti e obiettivi, ho imbastito una ristrutturazione poi bloccata dal lockdown e non so nemmeno più dove ho messo le cose acquistate per la casa nuova.

Adesso, però, comincio a sentire la necessità di un posto dove stare, di stanze vuote da riarredare, di scaffali pronti ad accogliere i libri di sempre e quelli che verranno, mescolati agli oggetti di qualcun altro, che da questo uragano che è la mia vita è stato travolto quanto me.
Ho forse, finalmente, bisogno di stabilità? Probabilmente sono talmente spaventata che l'idea di ripartire con il rischio di essere di nuovo bruscamente interrotta mi fa troppa paura. La settimana scorsa erano quindici anni che è morto mio padre, sedici che ho scoperto di non avere la salute di ferro che credevo e, nonostante non sia ancora entrata negli anta, di anni me ne sento addosso almeno dieci di più.

Questo è quanto e, considerando i tempi e la vita, è già tanto. Me lo insegnano quotidianamente i bambini che seguiamo, quanto le radici possano essere precarie e sottili.

A dispetto della frase scelta per il titolo e presa da una delle canzoni di Cosmo che meglio riassume cosa sono stati gli ultimi mesi, direi che il brano giusto per raccontare il percorso iniziato a marzo dell'anno passato è questo. Una camminata in montagna che porta alla cima e che riparte, sempre più dura, ogni volta che mi sembra di essere arrivata nonostante il peso sulle spalle.
Buon ascolto, dunque, lo dico soprattutto a me stessa.

P.S. Nella foto quassù, una goccia di montagna, dove ci siamo rifugiati un paio di week end fa in compagnia degli amici matematici-pasticceri.






lunedì 4 maggio 2020

Indulgenza plenaria


Un post scritto piano piano, che riassume tutti questi giorni, con i pensieri in cui mi sono immersa, i miei soliti elenchi, la luce che dura fino a tardi, la pizza impastata nella cucina arancione, la gatta che piange di notte. Iniziamo.

Più di un mese di quarantena e ovunque si legge qualcosa in proposito. Pure qui.
Le mie giornate, come quelle di tutti, trascorrono l'una simile all'altra, ma il tempo scorre velocissimo, almeno per me.
Mi annoio? Nemmeno un po'.
Sono arrabbiata? No, non per la mia condizione. Certo mi preoccupa la situazione in cui ci troviamo e ci troveremo, soprattutto dal punto di vista economico. Mi spaventano le conseguenze che l'isolamento avrà sui più piccoli, perché quelle che già sta avendo sui più grandi non mi stupiscono affatto, purtroppo. I social sono ormai un calderone di polemica continua: c'è chi insulta il vicino che esce troppo, chi si lamenta di non poter passeggiare, chi auspica che la didattica a distanza sia finalmente sdoganata, chi la trova inefficace, chi addirittura dannosa. Tutti i politici sono colpevoli, ma anche i cinesi non scherzano. I medici sono eroi, ma ieri erano scansafatiche (e domani?). Le mascherine gratis in cassetta non le voglio, ma in farmacia costano troppo. I corrieri sono costretti a lavorare in condizioni pericolose, è una vergogna, ma la spesa me la faccio portare a casa tutto l'anno, figuriamoci ora.

Io sono equilibrata? Proprio no, sono solo più passiva del solito. Qualcuno direbbe resiliente, qualcun altro adattabile. Io, invece, dico passiva. Perché è così che mi sento quando una cosa grossa si abbatte sul mio quotidiano, senza darmi alcuna possibilità di scelta, tranne quella di stringere i denti, adeguarmi e non guardare nè davanti, nè dietro di me.
Il famoso qui e ora, che sono totalmente incapace di vedere in tempi "normali", diventa improvvisamente l'unico posto in cui riesco a stare nell'emergenza.
Un giorno dopo l'altro.

C'è da dire che per me è semplice, non ho genitori di cui preoccuparmi o che ora stanno lontani più del solito, non ho figli reclusi, non vivo più solo di partita IVA (ma sono in cassa integrazione, per fortuna), sono abituata agli stop forzati. Pare brutto, pare esagerato, ma l'anno scorso ho trascorso sette mesi come adesso. Uscivo solo per lavorare, nessun week end fuori, nessuna gita, nessun cinema. Ho incontrato medici che avrei ucciso a mani nude e medici (infermieri, oss, volontari...) a cui ho scritto appena iniziata l'emergenza virus per far loro sentire la mia riconoscenza anche in questa occasione. Ho avuto paura perché conoscevo già come sarebbe andata a finire e, nonostante questo, non ho smesso di mettere in fila un giorno dopo l'altro, a denti stretti. Mi ha aiutato la terapia, questo è sicuro, credo però che mi abbia dato una grossa mano anche l'indulgenza. Verso gli altri, si intende, perché verso me stessa non ne ho mai avuta.
Fino ad oggi.

Ed è qui che si spiega il titolo di questo post: la quarantena 2020 (meglio specificare) mi sta regalando l'indulgenza plenaria. Come il papa.
Sono trascorsi più di due mesi in cui mi sono permessa lentezza e sole in faccia, anche se attraverso una finestra chiusa.
Ho girato decine di video davanti a telecamere, webcam, telefoni cellulari che per una con una vecchissima diagnosi di fobia sociale, sembra impossibile. Ho provato nuove ricette, mi sono iscritta a un corso di acquerello botanico, ho letto tantissimo. Ho fatto yoga o pilates tutti i giorni, ho ascoltato la musica che mi piace, ho visto un sacco di serie tv, alcune belle davvero. Credo di aver messo il reggiseno tre volte, giusto per andare in ufficio le poche mattine che ce n'è stato bisogno. Ho scritto, anche se non qui, mi sono regalata un ciondolo con tre parole importanti, le più importanti di tutte. Ho rivisto gli amici lontani su Zoom e pure quelli vicini. Ho pianto per la Maria, per la sua casa dove non posso andare, per i fiori al cimitero che non posso cambiare e la festa in suo onore che non sono riuscita a organizzare. Mi sono comprata poche cose, ma quelle che ho preso mi hanno fatto stare bene, ho reinventato ancora una volta il mio modo di lavorare e mi sono divertita a farlo. Non ho alimentato nessuna polemica in cui sono incappata, ho messo la mascherina quando mi sembrava giusto, ho goduto di tramonti spettacolari, ho sistemato dieci anni di documenti conservati a caso, ho dormito, male, ma ho dormito.

Avrei potuto fare molto di più, ma anche no.

Avrei potuto studiare più cose, leggere più libri, allenarmi più a lungo, vestirmi bene anche per stare in casa, truccarmi comunque ogni giorno, mangiare meglio, bere meno. Avrei potuto anche non sentirmi mai in colpa, ma poteva andare molto peggio, potevo sentirmi in colpa sempre. Credo di essere stata indulgente e di aver ascoltato i miei bisogni, ogni giorno diversi. Non mi sono sembrati scemi quelli che non si sono allenati, che si sono lamentati, che sono usciti lo stesso, che si sono barricati in casa, che hanno cambiato il loro modo di mangiare o che si sono scannati sui social. Li ho ignorati, ho provato a fare il meglio che potevo e mi è sembrato abbastanza. 
Tutto qui.





mercoledì 16 ottobre 2019

Un'auto in fondo al lago

Qualche anno fa, parlando di mio padre con l'analista, mi definii orfana. Ricordo che mi corresse e mi disse che, tecnicamente, si è orfani se si perde un genitore prima dei diciotto anni. Mi sentii una merda, convenendo che, dopotutto, quello che mi aveva detto avesse senso.

Sono trascorsi quasi sette mesi dal 23 marzo.
Non sono una maniaca delle date, anzi, solitamente cancello il passato in un attimo, ma ho dovuto produrre tanti di quei certificati di morte che, anche volendo, non è stato proprio possibile dimenticare un bel niente.
Cosa è successo nel frattempo?

Principalmente ho lavorato.
Ho fatto un bel viaggio.
Ho vissuto a casa sua per quasi due mesi.
Mi sono lasciata coccolare (anche se, essendo sua figlia, mi rendo conto che scalfire sta corazza che mi ritrovo non sia semplice).
Ho preso tre chili, li ho persi, li ho ripresi.
Ho iniziato i lavori a casa mia, o meglio, ho iniziato a inscatolare tutto nell'attesa che comincino lavori.
Ho percorso venti chilometri di Mare e Monti.
Ho pianto riempiendo le scatole, vuotandole, dormendo, ascoltando musica, camminando, leggendo, andando al mare, facendo la doccia, svegliandomi, bevendo, aspettando il bus, buttando vestiti, scegliendo piastrelle, scrivendo agli amici, ordinando una birra, vomitando, tagliandomi la frangia alle tre del mattino, accarezzando la gatta, salutando l'ennesimo airone.
Ho letto (poco).
Ho nuotato (ancora meno).
Ho cucinato (quasi niente).
Ho parlato con una foto, un cielo, una stella cadente, un appunto su un foglietto, un fiore, una maglia, un anello, una focaccetta fritta, un portafoglio, un odore, un albero, una seggiola, una ciotola, un sapone...

Sono passati quasi sette mesi e mi sto sgretolando come la Torre d'Avorio di Fantàsia, completamente impreparata a questo crollo tardivo.
Sarà colpa delle scatole piene di foto, dei suoi documenti perfetti e pronti per il dopo, dei miei incasinati e sempre insufficienti, dei cambiamenti inutili perché non glieli posso spiegare, delle conquiste superflue perché senza i suoi occhi valgono meno.
Beninteso, so perfettamente che non è così, so benissimo che questi post non si dovrebbero scrivere, tanto meno pubblicare, ma quel 23 marzo alle 14.40 un'auto ha toccato il fondo del lago, sopra c'erano mia madre, mia sorella e la mia migliore amica, in quest'ordine, alla faccia di tutti i manuali di pedagogia e delle nostre più profonde convinzioni. Hanno impiegato sette mesi ad affondare, sapevo e sapevamo sarebbe successo, potevamo solo aspettare cercando di rassicurarci a vicenda.
Ora, però, sono rimasta io e la carcassa di quell'auto sta tornando a galla. Non ho il coraggio di guardarci dentro e non voglio farlo: non ho paura, è solo che sono incredibilmente stanca, come se avessi corso dieci anni ininterrottamente.

Serve tempo, dicono tutti, e io ci credo. Quel tempo che per papà non è stato necessario, non per mancanza di amore, ma per le tante differenze tra allora e adesso: la mia età, le modalità, le circostanze, le abitudini e la presenza di mamma, che attutiva il colpo e condivideva il dolore con me.
Credevo di essere pronta, credevo di conoscere, e invece non sapevo un bel niente.
Ci hanno sempre fatto notare che ci somigliavamo moltissimo e immagino fosse così, lo vedo bene dalle foto (come quella quassù).
C'è una cosa però, di cui non mi ero mai accorta: spesso parlo come lei. Non c'entrano le cose che dico e non è solo una questione di voce, ma di intonazione, di cadenza. Prima non lo sentivo, ora che non c'è più la ritrovo nel mio modo pronunciare le parole. Quando succede mi salta il cuore in gola, mi riempio di gratitudine e resto sospesa a metà tra la voglia di strapparmi le corde vocali e il bisogno di riparlare come lei, per sentirla ancora una volta. Ogni tanto lo faccio, ripeto una parola, cerco di riprodurre un suono, una, due, tre volte. Poi, generalmente, o sorrido o piango. Tendenzialmente faccio entrambe le cose, una dopo l'altra.

Qui scrivo sempre meno, mi pare chiaro, ma diversamente non so più fare. Prendiamola così.



giovedì 4 aprile 2019

Un'unica, lunga, ciglia sottile


Inizio a scrivere queste righe seduta su una seggiola giallo limoncello accanto al letto dell'ospedale dove dorme avvolta dalle lenzuola e dalla morfina. Continuo a scriverle accoccolata sulla poltrona blu vicino a lei, in hospice, mentre la solita flebo fa il suo lavoro e le altre stanze-giardino si vuotano e riempiono di fiori nuovi.

Credo che in questi sette mesi sia stata arrabbiata, sicuramente triste, consapevole e con ragione da vendere quando i suoi occhi (solo quelli) mi chiedevano "perché".
Io il perché non lo so, forse non mi aspetto nemmeno che ci sia. Mio padre prima, mia madre poi, nessuno dei due ha raggiunto i settant'anni, nonostante a lei mancasse pochissimo per arrivarci e avesse deciso, con la sua solita ironia, che sui manifesti ci sarebbe stata la cifra tonda. Non ce l'abbiamo fatta, cara Maria, e uno dei momenti più dolci, che resterà per sempre con me, è stato l'attimo in cui l'infermiere-attore, come lo chiamavamo noi, mi ha detto addolorato: "Ho paura che al 29 non ci arriveremo".

Sono giorni strani, questi in cui scrivo, sono preziosi e insostenibili, sono colmi di amore e di paura, sono un privilegio riservato a pochi che non ho nessuna intenzione di ridurre semplicemente a tragedia. Mi trovo nel posto migliore per lasciar andare una madre ancora giovane, piena di energie, cose da dire e cose da fare.
Siamo dove voleva lei, non c'è altro da aggiungere.

Come sempre, quando non so più che fare, lascio spazio agli elenchi, (pure sei mesi fa, all'inizio di questo casino, avevo fatto esattamente così):

- Una ciglia lunga e sottile, l'unica rimasta attaccata alla sua palpebra sinistra quasi fino alla fine
- Le piccole lettere ricamate con il filo rosso sulla cuffia della suora
- Il pacchetto regalo abbandonato sul muretto
- Il Cargo Market che senza di lei fa un male cane
- Il mazzo di broccolate fiorite sul tavolo della cucina
- Le mie morning walk, sempre più difficili, sempre più liberate
- Le ore di ceramica per salvare il cuore
- La sua sagoma magra, seduta controluce, che guarda fuori dalla finestra del Monoblocco
- Le battute, fino all'ultimo
- La borsa dell'acqua calda
- Gli auricolari fuxia del dottore migliore del mondo
- La vocina stridula della signora con l'ossigeno
- La fame di Aldina
- Il pianto di Agata
- Il necrologio scritto insieme, nella luce della domenica
- Il locale Mario
- Il sabato mattina a prendere i vestiti
- La bambina travestita da ape davanti al Pronto Soccorso
- I fiori del pesco che sbocciano nonostante tutto
- Il vino con l'acqua della signora di 104 anni
- Il cedro gigante che veglia sopra ogni cosa
- I gatti diffidenti che mangiano solo la sera
- Le chiacchiere sul terrazzino, tra obiettivi da spostare e occhi lucidi
- La luce calda che filtra dalle tende gialle
- La Dottoressa, che torna ad accompagnarci di nuovo
- L'acqua di rose di Santa Maria Novella
- La collana con la stella di Moustier
- La pasta con le lenticchie più buona del mondo
- Le lucine intermittenti del sistema antincendio
- Il sapone al gelsomino
- La cavalla Isernia, la gatta Melody e tutte le altre creature che ci hanno tenuto compagnia
- La camminata verso casa, a piedi, per l'ultima doccia
- Le foto di Agata che gioca da guardare insieme
- Cacao Meravigliao
- L'odore della loro crema
- La camicina a fiori gialli
- Il gelatone
- Il pulsante rosso
- Il quadro del Day Hospital con gli aironi (lo stesso che vedete quassù in foto)
Chi mi conosce bene sa che ogni airone incontrato negli ultimi quindici anni ha rappresentato per me una sorta di segno legato a mio padre. Ora non posso fare a meno di leggere, in questo dipinto, il volo di mamma, bianca e finalmente libera, con le ali spiegate verso un'isola verde, lontana dagli aironi scuri del passato.

Sono trascorse due settimane.
Mia madre è morta il 23 marzo alle 14.40, con la sua mano nella mia.
Il sabato seguente, più o meno alla stessa ora, un airone enorme volava sulla mia testa, mentre pranzavo seduta al sole tra un laboratorio e l'altro.
Avrei voluto gridare, fotografarlo, mostrarlo a tutti, ma mi sono limitata a guardarlo passare lento e a seguire il suo atterraggio sicuro, nel fiume.

Già non posso immaginare la vita senza di lei, tanto meno questo blog, che è nato quasi dieci anni fa ed è cresciuto, post dopo post, passando sempre dalle sue puntuali correzioni. Del resto, da una prof, non potevo aspettarmi diversamente!
Ilmareingiardino, dunque, si ferma qui, fino a che avrò di nuovo bisogno di lui. Continuerò ad aggiornare la pagina Facebook con articoli, notizie e pezzi di bellezza che mi sembrerà interessante condividere, caricherò foto di gite, alberi e meraviglia sul profilo Instagram, ma metterò in pausa il blog.
Non so quanto ci vorrà per ripartire, non so nemmeno se accadrà, ma visto che di addii ne ho abbastanza, facciamo sia un arrivederci.



domenica 3 febbraio 2019

Programmi?


Sono una persona organizzata, lo sono sempre stata.

Mi circondo di quaderni, agende, foglietti, liste, pizzini, scontrini scritti sul retro, post it, appunti, block notes e tutto quello che vi possa venire in mente come metodo per non dimenticare impegni e cose da fare (a proposito, se conoscete altri sistemi scrivetemeli! Gli avvisi e i numeri di telefono scritti sul polso con la biro non valgono, li uso già in emergenza).

Sono una persona organizzata, dicevamo, non mi pesa esserlo (anzi!) ed è tutta la vita che provo, inutilmente, a programmare le mie settimane. Negli ultimi anni sono cambiata migliorata molto, lascio maggiore possibilità di manovra al caso, mi godo intere giornate di "zero impegni" e lo faccio senza sentirmi troppo in colpa. Credo di avere un karma parecchio incaxxato, che ha deciso di farmi pagare caro il mio comportamento della vita precedente (ma che ho fatto???), mettendomi spesso contro mille ragioni e vicissitudini che hanno quasi sempre stravolto le aspettative.

Da bambina ero fissata con le isole felici:
eventi futuri di vario genere così belli e importanti per me da rendere la loro attesa più leggera. Immancabilmente queste fantomatiche occasioni di gioia venivano spazzate via dall'inconveniente di turno, che fosse l'influenza dell'amichetta o lo sciopero mondiale dei trasporti poco importa. Col tempo ho quindi imparato a "non metterci il cuore sopra".
Quanto ho impiegato? Decenni.
Ora posso dichiararmi ufficialmente la persona più disillusa del pianeta, ma le facciate che ho preso non si contano.

Cosa mi ha aiutato a relegare la programmazione a semplice abitudine, indispensabile sul lavoro, e nient'altro?
Il Cancro.
Prima quello di mio padre, poi quello di mia madre.
Nel mezzo hanno contribuito a mantenere alta la bandiera del "non contarci" i miei acciacchi più o meno psicosomatici e la sfiga congenita.

Ultima rappresentazione dell'incognita del giorno dopo? La foto quassù.

L'ho scattata stanotte, verso le quattro del mattino, in una stanzina del pronto soccorso, mentre la buttavo in caciara con mamma che aspettava di essere trasferita in osservazione (ora è a casa, le cose sono migliorate in mattinata).
Oggi avrei dovuto spararmi sei ore di laboratori e invece mi sono limitata a condividere le foto scattate ai colleghi, che mi hanno sostituita più che egregiamente, mentre cercavo di recuperare un po' di ore di sonno rimaste congelate nel viaggio in motorino delle cinque.
Lo avevo programmato? Certo che no! Ma è andata così.

Qualche giorno fa pensavo di scrivere un post sugli acquisti zero waste, sulle cose comprate nei saldi e sul regalo di compleanno ricevuto da poco, ma il ribaltone era dietro l'angolo e sono finita ad attaccarmi degli elettrodi sul maglione e a sognare il divano nuovo che dovrebbe arrivare domani a salvare la mia schiena.
Ho scritto dovrebbe, non sono mica scema.

martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




domenica 21 ottobre 2018

Coraggio e lavanda

Sdraiata sul divano-letto nella mia piccola sala penso a quante cose la vita mi stia insegnando in questi ultimi anni. Non che prima ci sia andata piano, anzi, ma in meno di ottocento giorni ho imparato a lavorare da sola, gestendo soldi che non arrivavano, soldi che dovevano andarsene appena arrivati, soldi che finalmente restavano, ho imparato a condividere le giornate, gli spazi e i desideri con una persona, ho imparato a entrare e uscire da paure grandissime lasciandomi aiutare anche dalla chimica, ho imparato ad alzarmi ogni giorno alla stessa ora per starne otto nello stesso posto (evviva!), ho imparato a guardare in faccia la morte e a dirle che va bene, è di nuovo tornata a prendersi troppo presto un pezzo di me, ma se lo dovrà sudare, perché non glielo lascerò portare via facilmente.

Mentre scrivo mamma riposa nel mio letto, la cesta ai suoi piedi è occupata da Agata, infermiera eccezionale, in trasferta da due settimane, che sembra capire la gravità della situazione e non si lamenta mai della reclusione forzata. Il week end è trascorso lento, finalmente con un po' di controllo sulle cose, con qualche passeggiata nel sole di luglio ottobre, con la spesa della domenica mattina, con l'acquisto del telefonino nuovo, così lei finalmente avrà il suo (mio) smartphone e io potrò scattare delle foto davvero degne di questo nome.

Tra pochissimi giorni inizierà il Festival della Scienza
e mai come quest'anno mi sembra stia per cominciare una vita parallela, dove chissà se potrò fare qualche incursione nei laboratori che mi interessano e magari anche vedere un paio di conferenze con mamma.
La settimana di Ognissanti sarà quella libera da terapie, spero tanto di riuscire ad approfittarne per farle fare due passi con meno stanchezza da sopportare e meno sale da attesa in cui aspettare.

Attorno a noi abbiamo trovato degli eroi quotidiani
, dall'oncologo che la chiama disaster e trova soluzioni per ogni cosa al palliativista che trascorre mattinate intere a bere caffè, mangiare pasticcini, mostrarle foto dei figli piccoli e cercare con lei sistemi efficaci per combattere il dolore. E poi ci sono la suora indiana che maneggia pacchi di terapie come fossero sacchetti di zucchero, la volontaria bionda che gestisce l'affluenza dei pazienti meglio di una torre di controllo, la caposala con il sorriso più rasserenante del mondo.
Tutte queste persone, insieme alla famiglia, agli amici, ai colleghi, stanno rendendo il mio viaggio più semplice, spero così di riuscire a trasmetterle tutta la forza che le serve, anche se, detto tra noi, è lei che ogni giorno mi mostra cosa è in grado di fare uno scricciolo di quaranta chili.

Il sonno che ho finalmente recuperato, il cambio degli armadi finito (questa volta per bene, con tanto di sacchettini profumati gentilmente forniti dalla festa francese in Piazza Matteotti, dove mamma ha svaligiato un banco di lavanda), i pigiami nuovi, il bucato steso, il libro da leggere pronto accanto a me.
Ti accontenti di poco, direte voi, ma è tantissimo, fidatevi.



domenica 2 settembre 2018

Il regno delle trappole di tulle


Negli stati di crisi il mio cervello ha sempre lavorato più del solito, soprattutto di notte.
Con l'insonnia, con i sogni.


In questi giorni, nei pochi momenti in cui mi addormento (comunque più frequenti di quanto sperassi), sogno moltissimo. Sogno situazioni vivide, potenzialmente tanto reali quanto assurde. Sogno moti di rabbia, sogno litigate, sogno case abbandonate aggredite dalle piante infestanti, sogno torte di compleanno ripiene di marmellata alla colomba, sogno di ricevere buste color avana indirizzate a una ragazza francese, sogno pacchetti regalo blu cobalto lanciati da una moto in corsa, sogno metropolitane che non partono, sogno metropolitane che partono lasciandomi a terra, sogno olimpiadi di corsa nel greto di un fiume, sogno laboratori rimandati, sogno gatti siamesi, sogno amiche d'infanzia, sogno ascensori lenti, sogno autobus sbagliati.

La notte scorsa ho sognato che dovevamo terminare un videogioco analogico, una scatoletta con tante scene intercambiabili in cui i personaggi, minuscole bambole di legno, venivano mossi a mano, liberati da corde, salvati da pericoli.
Si chiamava "Il regno delle trappole di tulle" ed era davvero difficile.

Due notti fa, invece, alla fine del giorno più lungo ho sognato il futuro e mi tengo stretto ogni passo.

Iniziavamo a camminare mano nella mano, faceva caldo e gli alberi erano pochi. Dietro una roccia enorme onde alte di schiuma bianca, come quella che c'è sulle spiagge bretoni durante la marea, ricoprivano tutto: "potete farcela, diceva il bagnino". E ce la facevamo, saltando su isolotti di sabbia, camminando radenti alla parete polverosa, aiutandoci a vicenda.
Dall'altra parte cominciava il bosco freddo, c'era neve ovunque. Soffice, profonda, dura, ghiacciata, scivolosa, bianca, sporca e freschissima. Tante cadute, qualche passo lungo, le gambe congelate, gli angoli bui, i rumori sinistri. Fino alla casa di sassi grigi, dove abitava una signora con i capelli grigi come le pareti, vestita con un abito grigio come i capelli. Ci ha fatto un caffè, ci ha dato una coperta, ci ha mostrato il suo canguro e la sua lepre arancioni. Aveva deciso di abbatterli, erano troppo impegnativi. Abbiamo deciso di comprarglieli, per ventitré euro, come in una canzone di De André. Ci ha spiegato che le sue due sorelle gemelle, saputelle e alla moda, abitavano nel centro storico, ci ha detto che lei aveva preferito restare lì. Siamo ripartite con un canguro e una lepre arancioni, due animali che saltano lontano e fanno danni in tutta la casa, perché non sanno stare rinchiusi.

Come è andata a finire non lo so, mi sono svegliata, ma sono certa che in ogni caso scapperemo dalle trappole di tulle in groppa a lepri e canguri arancioni.
Provate a prenderci.

lunedì 9 aprile 2018

Una questione di costanza

Sono trascorsi talmente tanti giorni dall'ultimo post quaggiù che non sono nemmeno troppo sicura di ricordarmi come scrivere dei fatti miei in maniera veloce, con un buon ritmo e possibilmente con un po' di ironia.

Volevo iniziare questo post anche la settimana scorsa, ma, davvero, non ho avuto un momento libero per prendermi il giusto tempo. Cosa sto facendo di tanto importante ultimamente? Tutto e niente.
Sto frequentando dei corsi in università (i famosi 24cfu di cui vi parlavo in un post recente) che risucchiano quasi tutte le ore libere che restano dopo una giornata di lavoro. Si tratta(va) di seguire le lezioni e adesso si tratta di studiare e sostenere gli esami. Per ora ne ho dati tre su quattro, due passati, uno ancora non so, l'ultimo lo avrò tra meno di due settimane.
Mi sta piacendo? No. Fondamentalmente perché non ho ancora capito come andrà a finire questa nuova normativa, perché si tratta dell'ennesima porta socchiusa, perché mi pare di ritornare sui miei passi senza nemmeno prepararmi a dovere. Insomma, tutto quello che, di solito, mi fa stare male.

Cos'altro occupa le mie giornate? Il lavoro. Sempre di più, tra l'altro. Le scuole stanno pian piano terminando i percorsi pomeridiani di robotica ma si moltiplicano gli impegni nei week end e una nuova opportunità si è affacciata sulla mia vita proprio la settimana scorsa.
Mi sta piacendo? Sì, perché avevo bisogno di qualcosa di un pochino più fermo, che non stravolgesse completamente la mia routine, ma che, allo stesso tempo, zittisse almeno in parte le ansie più grandi. E poi, manco a dirlo, è una questione di scrittura.

Dal punto di vista della salute preferisco stendere un velo pietoso, nell'attesa che qualcosa si muova. Di certo le risonanze quasi total body sono negative e questa è un'ottima notizia. Se metto in fila la quantità di esami fatti fino ad ora dall'inizio dell'anno secondo me copro la strada da qui a Katmandu, probabilmente anche se metto in fila gli euro che ci sono voluti per pagarli. Ma le alternative (almeno per me) non c'erano e non ci sono.
Nel frattempo non demordo e aspetto, con una pazienza che manco Giobbe.

Prima di mettermi a scrivere riflettevo sul titolo e la foto che avrei scelto, cadendo per forza di cose su uno scatto che parla di lavoro. Per forza di cose perché, essendo sempre al lavoro, è ovvio che le poche foto del periodo vadano a parare proprio lì. Nell'immagine quassù c'è uno scarabeo stercorario che spinge una grossa palla di mxxxa (un'ex arancia, dipinta di marrone) di fronte a una serie di bambini presi bene per il laboratorio in partenza.
Ecco, direi che nessun'altra foto potrebbe rappresentare meglio il mio momento attuale.
Quale sia il segreto per continuare a far rotolare il pallone non lo so nemmeno io, sospetto però che sia una questione di costanza. E di pazienza. Entrambe, quaggiù, abbondano da sempre (come la mxxxa).

venerdì 22 dicembre 2017

Nothing's gonna change my world

Oggi, ultimo giorno di lavoro.
Oggi, primo giorno di febbre.

E Buone Feste a tutti.

In realtà, come dice il titolo di questo post pre natalizio, Nothing's gonna change my world, figuriamoci l'ennesimo virus.
Del resto bastava vaccinarsi. In mia discolpa il fatto che meno di un mese fa stavo a 38.7 e il tempo per ripigliarmi e andare a farmi punzecchiare non l'ho avuto. Pace, tocca fermarsi un po'.

Sì, perché a parte le ferie estive, un paio di fine settimana fuori e delle trasferte allungate di un giorno per rendermi conto di dove fossi, non mi sono fermata quasi mai quest'anno. I miei primi dodici mesi da libera professionista sono passati, direi velocissimi se mi volto indietro, ma se invece sfoglio l'album dei laboratori che ho organizzato ci sono talmente tante foto del 2017 da farmi girare la testa e pensare: "ma come caxxo ho fatto?".

Giusto ieri sera alle dieci mangiavo una focaccia al formaggio di ritorno da un giorno e mezzo nella capitale per un corso di formazione al MIUR, roba grossa per me che me la canto e me la suono da sola, roba grossissima essendo andata per conto di Scuola di Robotica e avendo, quindi, doppia responsabilità sui risultati.
Il workshop è andato bene, i viaggi un po' meno (undici ore non sono proprio una passeggiata, se condensate in poco più di una giornata). Infatti, oggi, sono rimasta a malapena in piedi per il laboratorio pomeridiano a scuola e poi, quando stavo per farmi aggiustare la frangia dal parrucchiere e iniziare ufficialmente le vacanze, le articolazioni hanno cominciato a suonare le sirene e, tempo di controllare l'orto, stendere il bucato e sistemare i materiali, la febbre era bella che arrivata.
Come al solito si è portata dietro la fame del secolo, non smetterei mai di mangiare, ma questa è un'altra storia.

Tornando al titolo, forse mi sbaglio e non è adatto.
Il mio mondo, infatti, è cambiato molto nell'ultimo anno e nonostante le soddisfazioni innegabili non sono così contenta di come sia diventato.
Ho lavorato molto e "lavorato al lavoro", chi è libero professionista (e non solo) sa cosa intendo. Alle poche ore in classe ne corrispondono molte altre di preparazione. Che sia un'attività per bambini (occorre provare i materiali, calcolare i tempi, cercare approfondimenti e collegamenti curricolari, trovare un filo conduttore, essere semplici ma completi) o per adulti (bisogna recuperare link e fonti utili, dare esempi pratici, anticipare le curiosità e le domande, fare fronte alle possibili perplessità), molto, moltissimo tempo se ne va ben prima del laboratorio vero e proprio. Poi ci sono le foto da sistemare e pubblicare, i post per il blog da scrivere (se il lavoro è fatto per l'associazione), i materiali da sistemare e riassortire, le faccende burocratiche da sbrigare, i fili da continuare a mantenere perché significano professionalità, disponibilità e gentilezza, ovvero quello da cui non vorrei prescindere mai.

Quindi, dopo tutto questo elenco di cose da considerare, sarà facile capire che il tempo per leggere, per sgambettare in palestra, per fare una passeggiata, per scrivere, per andare a trovare mamma con la stessa frequenza del passato non c'è stato più.
So che è normale, so che forse in futuro la faccenda migliorerà, ma magari anche no.
Quindi?
Quindi devo fare in modo che il mondo (di prima) torni di nuovo un poco in superficie, innanzi tutto perché altrimenti ne risentiranno molti aspetti della mia vita, lavoro compreso. Non so come mi muoverò, non credo ricomincerò ad andare in palestra perché l'abbonamento disatteso mi mette più ansia che altro e non penso che mi dedicherò di più allo shopping (non compro cose per me da secoli) perché l'argomento soldi, almeno fino a giugno, è tabù.
Vorrei però riuscire a ritagliarmi due momenti fissi durante il giorno, quello per il movimento e quello per la lettura: non credo ci sia ragione per non trovare due ore su ventiquattro.

Nel 2018 inizierò probabilmente anche dei corsi universitari che attualmente mi entusiasmano come un riccio nelle mutande, però dai, non si può dare nulla per scontato e magari anche questa avventura (che toglierà altro tempo al tempo) alla fine mi piacerà. Vedremo.

Quindi, direi che il post sconclusionato (a sto giro però ho la scusa) può terminare qui. Non è il classico post di bilanci, né di buoni propositi, preferisco solo dire, innanzi tutto a me stessa, le cose come stanno e scendere a patti con la parte di me che quando non organizza robe di lavoro si arrabbia o si dispera per robe di lavoro.
Non ne ho motivo, è stato un anno pieno e quasi perfetto.
Quindi, cara Elena, mollaci.

E Buon Natale.




venerdì 8 dicembre 2017

Penso ai pensieri

Nella mia famiglia c'è una storia che dice così:
Quando eri piccola, la mattina, mentre mi preparavo per andare a scuola, ti sedevo sul seggiolone e ti parlavo. Un giorno, vedendoti particolarmente concentrata e con la fronte corrucciata, ti chiesi "Elena, cosa c'è? Devi mica fare la cacca?". Tu mi rispondesti "No, sto pensando". Allora, incuriosita, ti domandai "E a cosa pensi?". "Ai pensieri!" sospirasti con ovvietà.
Avevo due anni ed ero già incasinata.

Ieri sera Andrea mi ha definito un grosso e complesso automata che funziona però in maniera semplice, finché non mi metto da sola un bastone tra le ruote.
Quanto aveva ragione.
Mi ingolfo, sul più bello, pensando.
Ai pensieri.


Ed è proprio questo loop che ho ripetuto, senza sosta, nelle ultime due settimane, arrivando sfinita ad oggi, giornata di festa a casa di mamma, trascorsa mollemente tra un pranzo non digerito, una serie di cose da fare non fatte, un libro da leggere non letto (ma rimedierò presto, lo sento), un regalo da inviare non inviato e una decisione da prendere non presa.

Mi succede spesso di incastrare i miei ingranaggi e di incaxxarmi come una bestia quando non riesco a ripartire. Negli anni, da questo punto di vista, sono peggiorata tantissimo. Do la colpa alla stanchezza, alla stratificazione delle delusioni, alle aspettative rimaste tali e al mondo che, davvero, non sono proprio più capace di capire e accettare.

Fortunatamente sono sempre successe cose che mi hanno rimesso in pace, almeno un poco, con quello che mi circonda. Una bella classe in cui lavorare, uno spettacolo teatrale arrivato proprio al momento giusto, una mostra bellissima di un pittore che amo da sempre, una bambina meravigliosa che sistema la mia scala di valori una volta a settimana, ormai da molti mesi.

Non ho idea di come si esca da quello che l'analista chiamerebbe "il copione", so per certo che non deve essere semplice starmi accanto quando vengo travolta dai miei stessi pensieri. Mi vengono in mente mio padre e le sue fughe lontanissime pur restando in casa, io (meno male) non ne sono capace. Sono arrabbiata più che in passato ma anche più disposta ad affrontare la cosa. Sono cresciuta, ho i capelli più lucidi, i fianchi più larghi, la pelle più liscia e la maturità di capire quando occorre restare per togliere, con pazienza o con un gesto rapido a seconda dei casi, il bastone dalle ruote.

Si invecchia, si cambia. Succede a tutti, pure a me.

Avrei voglia di scrivere un post sui libri che vorrei comprare (e divorare) in queste vacanze di Natale, sui corsi che vorrei seguire (ad uno mi sono già iscritta!) nell'anno nuovo, sui posti che vorrei rivedere o visitare per la prima volta, sulle modifiche al mio appartamento che vorrei fare e che sono rimaste in sospeso da questa estate. Avrei voglia di buttare giù un elenco di cose belle che mi (e vi) riempia il cuore ma ho capito che se non mi assicuro di aver liberato completamente le ruote dell'ingranaggione mi ingolferò presto, di nuovo.

Devo farlo con cura, questo lavoro, a costo di restare con la fronte corrucciata a pensare ai pensieri ancora per un po'.
In caso doveste incontrarmi sappiate che non sto facendo la cacca.




venerdì 8 settembre 2017

Una banale Wishlist di Settembre


Io amo moltissimo l'autunno. Probabilmente più dell'estate e di tutte le altre stagioni.
Mi piacciono i suoi colori, l'odore dell'aria di Novembre, l'intimità che i mesi pre invernali mi riescono a regalare.
Per chi adora i boschi non c'è periodo migliore, le foglie ancora stanno lì, ma sono arancioni, la terra è umida e profuma di buono, le camminate con una temperatura frizzante sono le più belle.

Detto questo, a Settembre ricomincia tutto. Per chi lavora con le scuole ricominciano le e-mail alle segreterie, le telefonate, le presentazioni. Per chi lavora con il Festival della Scienza ricominciano le progettazioni, le ansie, le scadenze.
Per chi è libero professionista ricominciano i contatti con chi era sparito in estate, i controlli delle fatture sospese, i preventivi per le nuove collaborazioni.

Io vorrei solo un sentiero, una felpa e la mia macchina fotografica.


Visto che questo non lo posso avere (l'allerta meteo di domani sancisce la fine delle mie possibilità di fare una gita a breve, dato che nei prossimi week end di Settembre sarò in trasferta), ho deciso che tanto valeva elencare ciò che mi piacerebbe fare e possedere.
Non mi sono trattenuta, mi sono accorta che probabilmente la mia lista sarà di una banalità sconcertante, ma ho deciso che la scrivevo (e pubblicavo) lo stesso.

Eccola:

1) Vorrei seguire un corso di Enrica Crivello. Ho guardato tutti i suoi video nelle scorse settimane e mi piacerebbe un sacco imparare da lei come rendere la mia attività più chiara a me e agli altri. Credo sarebbe la persona giusta per indicarmi come valorizzare al meglio ciò che faccio senza snaturare il mio modo di essere. E poi, diciamolo, vorrei un sacco entrare nello #spaziofigo. Ho quindi deciso che quando compirò un anno di partita IVA, se sarò ancora in grado di sostenerla, seguirò un corso di Enrica e mi aprirò un sito internet come si deve.

2) Vorrei comprarmi un prodotto di Rimini Rimini. Mi piacciono tutti, li avevo visti qui a Genova da Paccottiglia e mi ero innamorata del progetto e dei colori di queste borse. Ieri, mentre cercavo un portafoglio, sono andata a sbirciare di nuovo nel loro sito e trovo che ogni cosa sia fantastica. Peccato che non abbia trovato il portafoglio, forse posso sostituirlo con una borsa da mare? :-)

3) A proposito di portafogli, proprio ieri sera mi sono imbattuta nella presentazione della nuova collezione di La Pinotteria. Nemmeno il tempo di riflettere se comprare un maxi modello della collaborazione con Febò ed era già tutto (giustamente) sold out. Sarà per la prossima volta!

4) Vorrei avere più tempo. Per scrivere e leggere innanzi tutto. Ma pure per non fare nulla, per dedicarmi all'orto, per non impazzire quando il corriere dichiara che la consegna è andata male senza nemmeno suonare al citofono (posticipando così l'arrivo di materiale che mi serviva per lavoro), per dormire, mangiare, andare a trovare mia madre, fare due passi, farne quattro.

5) Vorrei riuscire a progettare una fuga sotto Natale, anzi sotto Capodanno. L'ultimo passato qui è stato divertente perché la compagnia era buona ma, non me ne voglia la mia città che tanto amo: che palle! A sto giro mi piacerebbero il freddo, la polenta, le mani in tasca e la sciarpa gigante.

6) Non mi trucco molto, né sono una maniaca della cosiddetta skincare. Mi lavo bene il viso, spalmo la crema, ogni tanto metto una maschera, mi strappo i baffi e mi faccio sistemare le sopracciglia dall'estetista. Detto questo, forse vorrei il Clarisonic. Perché ce l'hanno tutte e chi non ce l'ha ne parla. Ecco. E, se proprio devo essere sincera, vorrei quello piccolo e super costoso. Non so perché, non lo comprerò mai, ma lo vorrei.

7) Ogni anno imparo qualcosa, due anni fa mi sono buttata nel francese e l'anno scorso ho continuato accantonando altri eventuali corsi. Quest'anno sarebbe bello se riuscissi a fare una nuova esperienza. Data la mia ormai nota fissazione per la moda sostenibile mi piacerebbe imparare a cucire. Probabilmente non riuscirò ad iscrivermi in palestra, visto che gli orari da libera professionista non coincidono con nulla. Magari un corso di cucito serale, però, lo trovo.

8) Mi servono un paio di scarponi da trekking. Autunnali, possibilmente non pesantissimi perché quelli per il freddo vero (più eventuale neve) già li ho e quelli estivi pure. So anche dove mi piacerebbe andare a cercarli: qui. Perché ho proprio la sensazione che quel posto e chi lo gestisce potrebbero farmi sentire a casa. Ho provato a passarci di ritorno da una trasferta, ma la stazione di Piacenza non ha deposito bagagli e io avevo un trolley enorme pieno di materiali per i laboratori. A malincuore ho rinunciato, rimanendo in stazione con 38 gradi effettivi e 57 percepiti e disperandomi per non poterci andare.

9) Seguo le peripezie del Fairphone da un sacco di tempo. Mi ero ripromessa di acquistarlo ma:
- Il mio si è rotto improvvisamente l'anno scorso e non ho fatto in tempo a ordinarlo
- La fotocamera è sempre stata molto modesta, non che io sia una fotografa professionista ma mi piace scattare e vorrei una discreta qualità
Ora, però, la fotocamera è stata migliorata, il mio attuale telefono è vivente e forse potrebbe essere il momento buono. Il problema è ovviamente sempre il solito: non posso permettermelo perciò non lo comprerò. Però posso desiderarlo, no?

10) Voglio sistemare il mio armadio in camera da letto. Si tratta di un vecchio e scuro mobile che arriva da casa dei miei al quale sono molto affezionata, mi piacerebbe rifasciarlo con carta da parati, tipo questo. Ho anche già trovato dei siti buoni dove recuperare la carta, ma, in questo caso, è il tempo che manca per fare tutta l'operazione. Ad ogni modo ad Agosto ho allestito il mio angolo studio e rivoluzionato la cucina riempiendola di giallo, quindi posso già ritenermi un sacco soddisfatta dei risultati.

Ecco fatto, la Wishlist è completa e sicuramente appena pubblicherò il post mi verranno in mente mille altre cose che vorrei. Pace! Le scriverò nella prossima.


venerdì 16 giugno 2017

Punti fermi


La mia casa è un casino.

Si vede bene dalla foto quassù e si vede bene aprendo la porta sgangherata dell'ingresso. Il motivo principale è il lavoro la pigrizia e per questa ragione vorrei riprendere un momentino in mano la situazione. Perché non è solo la casa ad essere un casino, pure la mia persona lo è e anche le serate, le spese al supermercato, le cene e le colazioni lo sono.

Ho completamente perso i contatti con me stessa.
Ne soffro? No, o forse un po', non l'ho ancora capito.
Perché mentre tutto quello che mi circonda è un casino la questione lavorativa è incredibilmente sotto controllo. Ora che l'ho scritto, sicuramente, andrà tutto a rotoli, ma fino ad allora posso dire che le cose marciano bene, come ingranaggi ben oliati.

Come ho fatto? Lavorando. Tanto e in maniera poco pensata all'inizio, tanto e in maniera ragionata adesso.

Temevo di non riuscire a diversificare le fatture e ora mi ritrovo con committenti tutti differenti, credevo di faticare a programmare collaborazioni per l'autunno e invece stanno succedendo cose inaspettate che è ancora presto per parlarne ma è il momento giusto per coltivarle.
A proposito di coltivare ecco che arrivo al centro del mio post: ho l'esigenza di riprendere le fila della mia vita extralavorativa e per farlo ho deciso di scegliere dei punti fermi da posizionare strategicamente durante le giornate estive.
Ieri ho fatto l'ultimo corso a scuola e posso dichiararmi libera fino a settembre (summer school, piccoli lab e trasferte a parte), quindi è il momento giusto per rivedere le mie tempistiche.
Vi dico cosa ho pensato di fare per me nei prossimi mesi raccontandovi in che modo sono arrivata alla conclusione che avevo bisogno di spazio:

1. Come ho scritto all'inizio non mi ritrovo più in casa mia: troppi materiali che mi riportano costantemente al lavoro, con la testa e di conseguenza con i pensieri. Devo riorganizzare la dispensa, devo rendere il piccolo appartamento in cui vivo un appartamento vero e non un deposito di scotch, forbici, scovolini, cartone, pennarelli, colla, carta, nastri... .

2. Negli ultimi sei mesi i contatti con la gente sono stati pochi e per gente intendo amici e nuove persone con cui condividere il cammino su questa terra (che detto così suona un tantino solenne ma è quello che penso). Me ne sono accorta in Sardegna dove ho fatto il pieno di empatia, me ne sono accorta alla Fiera della Maddalena immersa in un quartiere in festa e seduta a cena insieme a decine di persone mai viste prima e me ne sono accorta ieri sull'autobus dove la ragazza di fronte a me ha cominciato a piangere, prima sommessamente, poi disperatamente. Ascoltava qualcosa con le cuffie, era discreta e sola nel suo dolore e io, dopo un po', non ce l'ho fatta più, le ho posato una mano sul ginocchio e le ho chiesto "Posso aiutarti?". Ho pensato a lungo a cosa fare, genovese fino al midollo temevo di darle fastidio. Lei mi ha risposto "Grazie, no" e mi ha detto grazie pure quando è scesa, così io ho iniziato a piangere al posto suo appena si sono chiuse le porte del bus.

3. Non ho idea di dove siano sepolti i nonni paterni. Non ho nemmeno idea di dove siano e come stiano mia zia e mia cugina, dal funerale di papà non ho più saputo nulla di loro. Sono trascorsi quasi dodici anni.
Quando è morto mio nonno andammo alla sepoltura, quando morì mia nonna, invece, io ero in Germania e i miei me lo dissero solo al rientro. Quindi, ricapitolando, sono (quasi) morti tutti ma la maggior parte di loro non so dove sia. Negli ultimi mesi ho lavorato in un posto vicino al cimitero che credo essere il camposanto dove si trovano i miei nonni. Questa settimana sono andata a cercarli: due ore sotto al sole, con i sandali nuovi ai piedi e una maglietta talmente bagnata di sudore che ho dovuto cambiarmela nascosta dietro a una lapide. Sorvolando su questa scena tipicamente in linea con il mio stile a tratti un tantino bizzarro, sono dell'idea che la prossima volta che tornerò in quel posto riproverò a cercarli... magari l'enorme airone all'ingresso ci sarà di nuovo. Morale della favola: tra le cose che sto provando a recuperare c'è il contatto con le mie radici, che, per anni super coltivato, ora langue da troppo tempo.

4. I mini balconi sull'Albero dove vivo sono verdissimi, ho piantato semi, lasciato crescere fiori che non ho regalato, tentato di salvare edere ricoperte di afidi con il metodo dell'aglio: infilare nel terreno uno spicchio che con il suo odore scacci gli insetti. Risultato? Gli afidi brulicano, le edere faticano, l'aglio è germogliato e cresce vigoroso nei vasetti. Visto che di piante non ce ne sono mai abbastanza ho deciso di adottare un piccolo orto! La prossima settimana andrò a vederlo e non sto nella pelle. Non so ancora cosa pianterò, certamente dei fiori come i tageti, le calendule e i nasturzi. Poi credo qualche verdura e magari anche delle aromatiche... vedremo!

5. Come scrivevo all'inizio, ho perso il controllo della mia casa ma anche della mia persona. I capelli vivono di vita propria, una vita spericolata (cit.) oserei dire. La palestra è un lontano ricordo: gli orari di lavoro erano inconciliabili con quelli del pilates. Il colorito, rinvigorito in Sardegna, sta tornando cadaverico. Che fare? Ho comprato un paio di nuove scarpe da running (delle altre sono riuscita a vulcanizzare la suola, tra iper utilizzo e iper abbandono), ho svecchiato il parco creme solari dalla protezione 30 alla 15 passando per la 25 e ho fatto una tesserina da 10 ingressi per la piscina del Porto Antico. In questo modo spero di recuperare coscienza di me al più presto.

6. Ho ripreso in mano la questione lettura, dopo interminabili serate al pc concluse a letto stecchita forse adesso riesco a ricominciare a leggere. Mi manca moltissimo, soprattutto mi manca non avere la testa per farlo. Credevo che non mi sarebbe mai successo, e invece...
Per adesso ho infilato nello zaino Canto della pianura di Haruf, vedremo se mi piacerà e se sarò in grado di ritagliarmi effettivamente del tempo per lui.

Direi che è tutto, mi sarebbe piaciuto scrivere anche un poco di ciò che accade nel mondo e inevitabilmente modifica il mio modo di percepire la vita, ma non ne ho voglia, è troppo complicato. Di sicuro, tutto questa incapacità di gestione dei social network, ridotti a un catino in cui riversare vomitate di insulti e/o bufale e/o cattiverie e/o complotti e/o gattini mi sta diventando alquanto stretta. Se solo imparassimo a sfruttare Facebook per mantenere contatti, crescere lavorativamente, scoprire e, perché no, condividere cose lontane da noi sarebbe tutto più semplice e più bello. Ne sono sicura.

venerdì 26 maggio 2017

Di questi tempi

Di questi tempi sono successe un po' di cose, ne stanno per succedere altre e tutte quante, quelle passate e quelle future, riempiono le mie giornate così tanto da non trovare quasi più il tempo per nient'altro.

1. Di questi tempi ho fatto una lunga gita: sono passate diverse settimane, in realtà, ma ho deciso di includere nell'elenco il week end trascorso in Agririfugio perché si trattava di un addio al nubilato strettamente legato al prossimo punto. Ci sono stati i brindisi all'inizio del sentiero, la limonata davanti al Mediterraneo, la cena stra meritata, la passeggiata in notturna fino al mare (al ritmo di Maledetta Primavera), i baffi fluorescenti, la doccia fredda, la sveglia presto (come sempre... riuscirò mai a dormire fino a tardi almeno quando posso?), il cinghialone, la mattina in spiaggia, il battello, la pipì addosso (e su questo soprassiederei), il rientro a casa con tappa vino rosso a metà salita.

2. Di questi tempi sto per partire: andrò in vacanza qualche giorno cogliendo l'occasione di un matrimonio in terra sarda (si veda l'addio al nubilato al punto uno) e davvero non sto più nella pelle. Non vado via più di due o tre giorni da quasi dieci anni e non mi sembra ancora possibile. E poi, in Sardegna, non ci sono neppure mai stata! Ho già fatto amicizia con la signora che gestisce il B&B, ho comprato tanti di quei rimedi contro il mal di mare che potrei raggiungere New York su un gozzo in inverno, ho fatto scorta di creme solari, ho tirato fuori il cappello di paglia e ho scelto i libri da leggere. Ora devo solo farmi passare l'agitazione.

3. Di questi tempi ho cominciato a chiudere i percorsi scolastici che ho seguito negli ultimi mesi: sono stati faticosi, ma mi hanno regalato moltissime soddisfazioni! C'è stata la scuola privata dove ho lavorato la mattina, ci sono stati i sette corsi pomeridiani per bambini con età ed esigenze diverse, ci sono stati i week end di laboratori durante manifestazioni piene di gente e le serate a recuperare materiali, sistemare foto, aggiornare il blog del lavoro.

4. Di questi tempi sto gettando le basi per il prossimo anno: telefonate inaspettate che fanno emozionare, progetti di divulgazione scientifica inviati alle scuole, riunioni per nuovi percorsi con nuovi istituti, attività preparate ora che inizieranno dopo... un obiettivo fissato all'inizio dell'avventura partita IVA che sono davvero felice di aver raggiunto.

5. Di questi tempi abbiamo operato Agata, la mia gattina bianca: come tutti i felini con il pelo chiaro sono anni che viene controllata per il rischio di sviluppare un tumore sulle zone più esposte. Nel suo caso si tratta delle orecchie perché fortunatamente il naso è un cuoricino nero fuori pericolo. Dopo mesi e mesi di creme solari una piccola lesione è alla fine spuntata e così, di spuntato, ora Agata ha anche l'orecchio sinistro. Siamo state in pena, ma è grintosa e a parte un rifiuto iniziale del collare Elisabetta (per cui bere e mangiare erano due attività fuori discussione) sembra essere andato tutto per il meglio.

6. Di questi tempi ho ben chiaro in mente cosa voglio fare nei mesi estivi: oltre a portare avanti le attività già programmate, mi concentrerò sullo sviluppo di nuovi laboratori. Ho già cominciato a riempire un quaderno di idee, non mi resta che avere tempo e andare alla ricerca dei materiali più adatti per fare le prove. Nei momenti liberi: piscina. Nei week end: mare. E tutte le volte che potrò: gite, libri, concerti. Ad Agosto, forse, di nuovo ferie (incredibile).

7. Di questi tempi ho mollato la palestra dove seguivo il mio corso di pilates due o tre volte a settimana. Sono molto dispiaciuta ma davvero non sono riuscita a far conciliare lavoro e sport: tornavo spesso da scuola dopo le sei e correre a sdraiarmi sul tappetino alle 18.30 mi è sembrato troppe volte una tortura cinese. Per non parlare di tutte le occasioni in cui alle 18.30 ero ancora sull'autobus o in riunione.

8. Di questi tempi ho sistemato i miei balconcini. Lobelia, Nuova Guinea, lavanda, mille semini che sono già spuntati... non potendo ritagliare del tempo solo per me sono almeno riuscita a dedicarmi a qualcosa che amo tantissimo: le piante.

9. Di questi tempi forse riusciamo a recuperare tutto ciò che abbiamo posticipato ultimamente: la cena al ristorante indiano, le mostre a Palazzo Ducale, la gita al paesino abbandonato o quella nel Ponente dove non andiamo mai e che a me manca moltissimo.

10. Di questi tempi mi sono colorata i capelli, ho comprato due soprabiti, ho accompagnato mamma a fare shopping, mi sono alzata un sacco di volte all'alba per fare il prelievo del sangue (perché l'ultima zecca pare abbia tentato di lasciarmi un ricordino), ho venduto i vestiti che non indosso più al mercatino di quartiere, ho sistemato i piedi dal podologo e ho ricominciato subito a camminare sempre scalza vanificando tutto, ho fatto il cambio degli armadi, ho pianto tanto da stapparmi un condotto lacrimale otturato, ho acquistato una trapunta per il letto bellissima e ho amato ogni singolo giorno che ho vissuto. Anche quello più brutto.


domenica 14 maggio 2017

Mamma

Non sono brava a scrivere per delle occasioni speciali, non sono nemmeno brava a leggerle le cose scritte per le occasioni speciali.

Vivo accanto a tante persone, una in particolare, che la mamma non l'hanno più. Io, del resto, non ho più mio padre da molti anni ormai e ad ogni festa del papà, per quanto sia cinica e nonostante questa ricorrenza non l'abbia festeggiata mai, nemmeno da bambina, sussulto sempre un po' davanti a baffi finti, cravatte impacchettate e vignette sui padri gelosi delle figlie.
Oggi, tutte le volte che apro Facebook trovo post di auguri, post nostalgici che pensano a chi non c'è più, post di neo mamme che festeggiano, post che incoraggiano le donne che madri non riescono ad esserlo, post che si scusano per i comportamenti irrispettosi dell'adolescenza, post che si incazzano contro tutti i post che ho appena elencato.

Io, in questa domenica di recupero dopo settimane di lavoro ed evitabili (evidentemente non per me) preoccupazioni, ho deciso di provare a scrivere qualcosa su di lei, mia mamma. Perché proprio ora? Perché non cinque anni fa? Non lo so, ma credo, in fondo, di riuscire a intuirlo.
La fine del duemilasedici e l'inizio del duemiladiciassette non sono stati lievi per la signora che vedete nella foto quassù (datata 1984, se non sbaglio): tanto dolore fisico, tanta pazienza, tanta rassegnazione. Io, come figlia, ho provato a fare molto e ho potuto fare poco. Nessuna delle due era pronta ad affrontare questa situazione, perché da sempre ci siamo occupate, insieme, degli altri componenti della famiglia e quando le cose non giravano giuste per me lei era lì pronta a darmi una mano... il contrario non è quasi mai capitato.

Quando ero bambina avevamo un buon rapporto, trascorrevamo un sacco di tempo nei posti che entrambe amavamo frequentare (la montagna, le mostre, i cinema...) e tutto quello che so credo di averlo imparato da lei, che mi ha sempre insegnato molte cose e permesso di andare a conoscere da sola quello che non poteva o sapeva insegnarmi. Non ho mai avuto limiti dal punto di vista culturale: concerti, musei, corsi, libri, film... dove non andavo con lei andavo grazie a lei, che mi prestava i soldi, che intercedeva con mio padre, che chiudeva un occhio (a volte pure due), che mi incoraggiava davanti ai mille dubbi di ragazzina fifona.

Durante l'adolescenza le cose sono inevitabilmente cambiate: io ho iniziato a frequentare persone per lei incomprensibili e a fare scelte così assurde che la donna che mi aveva vista curiosa e piena di vita fino a pochi mesi prima proprio non poteva comprendere. Beh, anche in questo caso non mi ha ostacolata: ha lasciato che rovinassi i miei anni migliori senza allontanarsi da me e senza impedire che sbattessi la faccia sugli errori. Non è mai stata mia amica (ricordo perfettamente il momento in cui le chiesi di esserlo e lei rifiutò categorica) e per questo la ringrazierò in eterno, perché soprattutto ora che lavoro con i bambini ogni giorno (e lei da brava insegnante ben lo sapeva) non faccio che incontrare situazioni difficili alimentate proprio dalle amicizie genitori-figli. Credo sia la persona a cui racconto più cose di me (nonostante per molto tempo da questo punto di vista l'abbia protetta) e, malgrado mi confidi con lei ogni volta che posso, non la reputo affatto un'amica: è "semplicemente" mia madre.

Temo ancora di deluderla, vorrei tanto vederla serena da sola o in compagnia, spero ogni giorno di ritrovarla ulteriormente migliorata nella sua riabilitazione e mi auguro con tutto il cuore che non si debba mai sentire abbandonata da me, come credo che invece si senta spesso. Abitiamo relativamente vicine, ma i miei tempi sono cambiati: lavoro nel weekend, faccio mille cose e non riesco più a trascorrere intere giornate a casa sua. Mi dispiaccio, mi sento una persona orribile, ma poi penso a quanto negli ultimi dieci anni il nostro rapporto si sia rafforzato e mi tranquillizzo subito. Dodici estati fa mio padre moriva e noi ci legavamo indissolubilmente in una lotta silenziosa contro tutto ciò che ci sembrava ingiusto, contrario o lontano dagli insegnamenti che lui ci aveva lasciato. Combattiamo ogni giorno contro l'incoerenza, la prepotenza e l'arrivismo non accorgendoci quasi mai che lo facciamo per lui, per rimanere in contatto con l'integrità in cui abbiamo vissuto finché papà ha abitato insieme a noi. Era un uomo complicatissimo, senza dubbio, ma era puro, proprio come sappiamo essere noi davanti alle piccole grandi scelte.

Per questo oggi volevo scrivere di lei, perché è vero, assomiglio sempre di più a mio padre, ma spero comunque di conservare quello sguardo curioso sul mondo che mi ha insegnato mamma, indicandomi ogni volta dove guardare.





domenica 26 marzo 2017

Un passo dopo l'altro


Niente gite in questo periodo.
Il sole è ormai tiepido, a volte persino caldo, ma il lavoro mi tiene lontana dai sentieri.
Potrei disperarmi, ma non servirebbe. Ho deciso quindi di farli qui, in città, i passi. Uno dopo l'altro.

Ieri, per esempio, ho camminato davvero e ho camminato in senso figurato, il tutto senza quasi muovermi dal mio quartiere.

Alla mattina giretto in Villa Croce, faceva così caldo che dopo i primi cinque minuti sulla panchina ho tolto maglia e calzini e mi sono goduta un'oretta di luce piena, con un libro da leggere e due cani meravigliosi che giocavano sul prato accanto a noi.
Pranzo all'aperto, crema di ceci con calamari scottati, un salto all'orto di quartiere (perché l'idea di curare un pezzettino di terra ancora non mi ha abbandonata) e una lunga passeggiata fino alla nuova gelateria dove - sorpresa! - c'era anche un mercatino delle pulci di quelli che piacciono a me: sedie vintage, macchine fotografiche, specchi sbilenchi, collane improbabili, tazze colorate e mille altre cose tra cui perdersi.

Il pomeriggio, invece, ho smesso di camminare davvero e ho cominciato a farlo in senso figurato: alle 16.30 ho presentato Robotica creativa per giovani tecnologici alla Libreria l'Albero delle Lettere, un posto bellissimo dove ho comprato libri per anni e mai avrei immaginato di diventare, un giorno, uno degli autori in vendita.
Dopo una breve introduzione dell'editore ho allestito un piccolo laboratorio per i bimbi presenti: insieme abbiamo costruito le ormai mitiche scribbling machines usando i washi tape colorati e scarabocchiando in libertà per un'oretta abbondante. Il risultato? Un grosso Bristol bianco pieno di segni, punti, strisce, e trattini di tutti i colori che sto meditando di incorniciare e appendere in corridoio, in onore di questa giornata importante e speciale.

La settimana appena trascorsa è stata anche nuovi laboratori a scuola, dove ho finalmente dato sfogo a tutta la creatività scientifica che spesso mi tengo dentro e nuovi percorsi di didattica e aiuto, che porto nel cuore e custodisco con cura.
Nei giorni che verranno non so cosa succederà, so solo che il prossimo week end non si lavora e quindi, meteo permettendo, GITAAAAAAAAA!


mercoledì 18 gennaio 2017

"To do nothing is the hardest job of all"

Per chi, come me, fosse un fan sfegatato di The Crown il titolo scelto per questo post non ha misteri, altrimenti la spiegazione è semplice: il vero, duro lavoro della Regina d'Inghilterra è quello di non fare nulla, almeno così sentenziò la nonna sul letto di morte.

Lungi da me volermi anche solo lontanamente paragonare alla Queen, ma le parole della frase vanno benissimo per chiunque si stia trovando, all'inizio dell'anno, con una marea di scadenze da rispettare, di progetti da far partire e di percorsi da chiudere.
Come tradizione vuole, quando sono nella merda vera mi affido al potentissimo mezzo dell'elenco; data la situazione attuale direi che non ho altra scelta anche questa volta, dopotutto l'ultima lista risale a più di un mese fa. Ecco, dunque, quello che ho fatto e quello che (forse) farò:

1) Ho aperto partita IVA. Sbam, pronti via, la notizia più grossa e pesa la buttiamo fuori subito e passa la paura. In realtà la paura resta, arriva a ondate che vanno dal "Ommioddio, sono fuori legge, andrò in galera domani", al "Vabbé oh, sto facendo la prima fattura e forse è pure corretta". Il futuro non lo conosco, meglio così.

2) Ho tenuto un corso per educatori e docenti qui, un posto bellissimo. Ha voluto dire svegliarsi alle 4.30 e rientrare alle 20.30, ma ne è valsa la pena. Tra due giorni ci torno e ci aggiungo un carico da novanta: sabato a Torino per visitare il Museo Egizio, fare un bel giro e svaligiare Melissa.

3) Ho scelto il libro per il Leggermente di Gennaio e, se i miei diabolici piani (e il mio cervello) reggono, conto di scrivere il post in treno, di ritorno dalla trasferta.

4) Ho superato brillantemente dignitosamente un virus gastrointestinale che ero mezza sicura mi avrebbe uccisa.

5) Non ho comprato nulla nei saldi. Ho carrelli pieni in ogni sito ma, complici la carta prepagata a zero e il terrore delle tasse da lavoratrice autonoma (mi fa ansia già solo scriverlo), non oso pigiare il tasto acquista. Meglio così.

6) Sto ragionando su un loghetto che mi rappresenti, nulla di complicato, magari resterà solo un ragionamento. Se così non fosse sarete i primi a saperlo.

7) Ho fatto una bella gita lungo un sentiero nuovo, non troppo impegnativa, ma piena di piccole meraviglie.

8) Ho formalizzato un contrattino in università, nulla di trascendentale, in realtà sono cose vecchie che si ripropongono come la peperonata e ora vanno finalmente digerite.

9) Sto portando avanti il progetto #Ayearinapostcard con entusiasmo e curiosità.

10) Sto entrando a piè pari in un secondo giro di influenza, ma considerando che esco alle 8, torno alle 20, lavoro o studio dopo cena, mi faccio venire il ciclo con una settimana di anticipo e, quando me la sento, vado in palestra, direi che ci sta.

P.S. La foto l'ho scattata durante la gita di cui parlavo al punto sette, sono due cassette della posta e sono perfette per riassumere il progetto delle cartoline, la mia navigazione lenta e inesorabile (con e senza vento), il mare di cose da fare che mi attende.




sabato 24 dicembre 2016

Natale arrabbiato


Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.

Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.

Io lo amo e sempre lo amerò.


Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.

Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.

P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.




giovedì 10 novembre 2016

"Non mi dire stai tranquillo, perché tranquillo non sono"


"Pronto mamma, dimmi"
"Elena, sono caduta"


Inizia così una tranquilla settimana di paura, in piena fine Festival, in pieno weekend.
Frattura scomposta dell'omero con tanto di operazione indispensabile.

Scrivo questo post in progress qua e là, un po' sul treno, un po' a casa, un po' a Vesima, mentre annaffio le piante e concedo un'ora d'aria alla gatta.
Domani c'è l'intervento, magari aggiornerò la situazione tra qualche ora, o tra qualche giorno. Sono cose che capitano, poteva andare peggio, poteva pure andare meglio.
Lei pensa alle sue lezioni con "i negretti" che le mandano messaggi di affetto e pronta guarigione, pensa al Presepe del paese da cominciare, pensa alla festa d'autunno (ma giuro che se ci riesco ce la porto), pensa al suo adorato lavoro a maglia, alle sue uscite con la scuola d'arte, al pilates, al bodyrolling, al giardinaggio.
Io penso a lei, al recupero che potrebbe essere lungo, al fatto che abitiamo sufficientemente distanti per essere nella merda, alla degenza a casa mia che è piccola e inadatta, ad Agata che in centro storico si sentirebbe (e forse si sentirà) reclusa, alla fisioterapia che chissà dove la farà, a mio padre che non c'è e ai fratelli che non ho.

Però poteva essere il femore, o una vertebra, o la testa e poi, dato il periodo complicato, questa sberla mi aiuterà a relativizzare e a dare il giusto peso alle cose che meritano attenzione, già lo sento.
Nel frattempo mi alzo, infilo il naso in un caffè quando ho ancora con gli occhi chiusi, lavoro o sbrigo commissioni, vado in ospedale per pranzare insieme (oggi io fagiolini lessi e lei polenta col sugo, per dire), salto su un bus, poi su un treno, poi su un bus e raggiungo la gatta, la faccio uscire un paio d'ore, la nutro, le metto la crema sull'occhio e sulle orecchie, ritiro la posta, aggiorno i vicini, risalto su un bus, su un treno e su un altro bus e vado da mamma. Lei cena, io la guardo, la aiuto a lavarsi, ritiro la biancheria sporca e me la porto a casa, mangio con la testa nel frigo e crollo a letto.

Tutta sta girandola la faccio ascoltando in loop l'ultimo album degli Ex Otago, immaginando di ballare ogni singola canzone con una maxibirra in mano e stilando elenchi immaginari di cose che vorrei fare in questo periodo, per distrarmi e non pensare alle prossime settimane di laboratori, corsi a scuola, lezioni e delirio.
Per ora me la sto cavando egregiamente, proud of me.

Nel dubbio, vai di wishlist disordinata, senza punti saldi, con un desiderio di seguito all'altro: andare a Torino per dormire di nuovo qui, visitare il Museo Egizio dopo tipo 25 anni, svaligiare Melissa, guardare le luci d'artista con il naso all'insù; godermi una cena costosa, magari di pesce; fare una gita nuova (ma anche vecchia) nel freddo del bosco di fine autunno; riprendere a correre con costanza al Porto Antico; bere un black russian; trascorrere una giornata alle terme; andare a ballare; perdermi in un mercatino dell'usato; fotografare un posto nuovo con calma, reflex e luce giusta; leggere un libro avvolta nel plaid, bevendo una tisana rovente e mangiando biscotti con le gocce di cioccolato.

Poi, alla fine, la cosa che vorrei di più, è che domani andasse tutto bene e che il futuro prossimo di mamma (e mio) fosse insperabilmente semplice, o, almeno, non troppo complicato.
Si vedrà!

P.S. Ad ogni modo, un enorme airone lento e placido poco fa ha volato sopra il giardino, sopra la mia testa, prima di andarsi a riposare nel fiume. C'è da stare tranquilli.

P.P. S.S. Due ore fa mi è suonato il telefono, numero sconosciuto. Ho risposto ed era lei, mamma, che mi chiamava dalla sala per dirmi che sarebbe salita in reparto con un po' di ritardo, ma tutto ok. Il gene della precisione non l'ha perso.

P.P.P. S.S.S. Di nuovo a Vesima a pascolare la gatta, incastro tutto e vado avanti.







giovedì 15 settembre 2016

Luci calde, aria fredda

Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.

L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).

Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.

Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:

1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.

2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.

3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.

4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.

5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.

6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.

7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.

8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.