lunedì 3 gennaio 2022

40


Oggi sono quarant'anni che sono al mondo.
40.
E, come da quarant'anni a questa parte, sono tre giorni che è iniziato un nuovo anno, per tutti.

I tempi in cui scrivevo buoni propositi sono finiti, quelli in cui facevo un bilancio probabilmente non sono mai cominciati. 
Ma, quindi, perché sono qui, oggi?
A causa di due fratelli, uno un poco più vecchio dell'altro, che conosco bene, si può dire da sempre e che mi hanno fatto notare la mia assenza sul blog.
Arrivano sempre insieme, almeno quando vengono a trovare me, a volte il minore ha qualche minuto di ritardo, ma, negli anni, ha imparato a prepararsi per tempo e uscire insieme al fratello maggiore.

Non si somigliano affatto, con il più grande sono sempre andata d'accordo, è un po' duro e poco accomodante, ma trascorrere del tempo con lui mi fa sentire a casa, anche perché era molto amico anche di mamma. Il più piccolo, invece, è il classico soggetto che ha poco da dire e che pur di farsi notare rovina la serata con una delle sue entrate fuori luogo, inaspettate, prepotenti e imbarazzanti per tutti, in particolare per suo fratello.

Se vi state chiedendo chi siano questi due e perché non ne abbia mai parlato, in realtà ho scritto moltissimo del mio rapporto con loro.
Credo, più o meno velatamente, di averne parlaro in ogni post di questo blog. 
Forse non li ho mai chiamati per nome, ma, all'alba dei quarant'anni, posso anche prendermi il lusso di farlo: si chiamano Senso del Dovere e Senso di Colpa.

Da quando arrivano insieme non riesco a godermi nemmeno un minuto con il fratello maggiore, non riesco ad assaporare il piacere di fare, insieme, qualcosa di più o meno importante senza che quel moccioso di Senso di Colpa si impicci, faccia casino e mi mostri inesorabilmente il lato insufficiente di me e delle mie azioni.

Ecco, quest'anno appena trascorso, non so se a causa della pandemia o, semplicemente, dell'età che avanza, i due fratelli sono venuti a trovarmi spessissimo. A volte, cosa che in passato non capitava quasi mai, al citofono ha suonato solo Senso di Colpa, tronfio e orgoglioso della sua indipendenza, petulante e noioso come non mai. 

Anche per la maggior parte di voi, immagino che il 2021 non sia stato un anno di viaggi intorno al mondo, di libertà e spensieratezza, di sfrenata fiducia nel futuro.
Ma (e non è cosa da poco, lo riconosco) è stato per me un anno di enorme consapevolezza.
Ho trascorso moltissimo tempo in silenzio, un silenzio che ha iniziato a crescermi nel cuore quasi tre anni fa senza smettere mai. Un silenzio di cui sono vittime le persone che amo di più, una in particolare, e che porta direttamente all'immancabile telefonata di Senso di Colpa.
Ho scritto poco (pochissimo) qui e ho usato i social per lavoro o per portare avanti ideali importanti, quotidianamente incoraggiata dai due famosi fratelli.

Ho letto infinitamente meno di quanto avrei dovuto voluto e ho rinunciato a riconoscermi allo specchio.
Ho sofferto terribilmente l'impossibilità di sfruttare l'unica cosa sopportabile della perdita di mia madre: l'opportunità di viaggiare senza il pensiero di essere lontana e di dovermi preoccupare per lei.
Ho, abbiamo, accantonato il viaggio di nozze sperando di riuscire a godercelo in momenti migliori, ho osservato tantissimo, quasi ossessivamente, l'esterno da me e ho usato ciò che ho visto fuori per guardarmi meglio dentro.
Ho ascoltato le parole di Andrea più di quanto abbia mai fatto, anche perché io non avevo nulla da dire.

Sono stata spettatrice di un film in bianco e nero lungo 365 giorni, ma le poche scene a colori erano così brillanti da togliere il fiato, così luminose da meritare un elenco, l'ultimo del mio anno, il primo del 2022:
- Il pomeriggio in giardino a piantare decine di nuovi fiori, la primavera scorsa, con sei mesi di verde e di blu che ci aspettavano.
- Il 10 luglio 2021, vestita di rosa, sdraiata sull'erba, con accanto mio marito e decine di anime belle.
- La prima mini fuga in montagna, tra vino, vacche e vapore.
- La seconda mini fuga in montagna, a guardare spicchi di cielo e perdere a carte.
- La vacanzina dietro casa, dove a bordo piscina, leggendo uno dei romanzi più belli di sempre, ho sfiorato la gioia.
- Il week end a Lucca, per comprare fiori, per sedersi sotto a un ginkgo biloba magnifico, per mangiare bene.
- Il week end a Roma, in treno solo con il fratello maggiore. A lavorare, a comprare nei negozi vintage, a bere caffè e a scrivere da sola in un bar. Aspettando mio marito per goderci i posti più belli della città e cenare nelle trattorie più buone.

E poi, oltre ai momenti luminosi come cristalli al sole, ci sono state le abat jour, tante lampadine sempre accese, che hanno diffuso e continuano a diffondere una luce calda e delicata, illuminando un poco gli ostacoli e permettendomi di camminare anche al buio: 

- Lo yoga, che ha attraversato tutto l'anno con discreta costanza, anche se, a volte, credo dovrei comprare due tappetini in più :-)
- L'analisi, che ho avuto la sensazione di vivere più passivamente di sempre, fino a quando ci siamo fermate a guardare la strada percorsa e il mio modo di stare in seduta (a quanto pare, molto più accogliente e molto meno difeso)
- Agata, una presenza costante, che, con il suo odio verso il mondo mi riempie di sicurezza ogni giorno. Anche adesso, mentre stradaiata sul pc mi rende impossibile scrivere.
- Andrea, perche senza di lui, come farei?

Dunque, buon anno a voi e buon nuovo anno a me, che oggi compio 40 anni.


P.S. Nella foto quassù una delle sensazioni che da sempre mi pervadono il giorno del mio compleanno: la perplessità.





sabato 25 settembre 2021

Oggi è stata proprio una bella giornata




Ci sono cose che non sono capace di raccontare pubblicamente.

Il mio passato, per esempio.
Il rapporto con il mio corpo.
Le difficoltà quotidiane, piccole, piccolissime, che per me, spesso, diventano le più grandi.

Ciò che però faccio più fatica a raccontare, in assoluto, anche nelle decine di quaderni che da sempre riempio di parole, è la felicità.
In particolare, la felicità dell’amore.

Ecco che, dopo mesi di assenza su questi vecchi e stanchi schermi, dopo incipit scritti e dimenticati in un cassetto, dopo dubbi e ripensamenti, consigli e domande, dopo convinzioni non troppo convinte e, persino, dopo richieste esplicite, sono tornata con un post.
Ma, vi dirò di più, sono tornata con un post felice che parla di felicità e che, lo si capisce già dalla lunga premessa, non so nemmeno da che parte iniziare a scrivere.

Forse, come per ogni storia che si rispetti, è meglio cominciare dal principio.

Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa, quando, entrambi, siamo saliti su un’auto (era forse una Panda bordeaux?) diretta a Montaretto.

-        -  Piacere, Elena

-       -  Piacere, Andrea

“Sì, ma tutti lo chiamano Sex”

-        - In realtà, mi chiamano così perché di cognome faccio Sessarego

-        - Scusa, ma abiti per caso in zona Sarzano e fai foto ai tramonti sul porto?

-        - Sì, perché? Mi sono trasferito lì da poco

-       -  Perché Facebook, da settimane, mi consiglia il tuo profilo come potenziale amicizia.  Tra l’altro, che buffo, appena torno dal Critical Wine mi trasferisco anche io in quel quartiere

Sono seguiti temporali inarrestabili, litri di vino da servire (e da bere), pile di piatti da lavare, risate, giacche rosse e prati verdi.
E questa è la prima foto che mi abbia mai scattato:



Da quei tre giorni sulle colline di Liguria sono trascorsi anni. Anni di amicizia vicina, vera, profonda, sicura.
Che rispetta i reciproci amori, che condivide le serate con gli altri amici, i turni al circolo, i concerti, i film al cinema o sul divano, i compleanni, i corsi di fotografia, le mostre da disallestire e da visitare, le feste al paesello, i pomodori piantati sul terrazzo, le partite alla wii e gli aperitivi in piazza.
Che prepara la carbonare per le cene più dure di tutte, che si preoccupa nelle giornate lontane, che abbraccia quando la distanza rischia di diventare troppa e che fugge quando la vicinanza comincia a spaventare.

Sono trascorsi anni, eppure, quell’amicizia, è la cosa più grande che ci siamo regalati, è il carburante con cui alimentiamo le nostre risate e l’organizzatrice dei nostri viaggi. È ciò su cui è nato e cresciuto l’amore, è lo scudo che ha protetto quell’amore indifeso dai colpi ciechi e improvvisi della morte.

Fino ad arrivare lì, alla mattina d’inverno in cui, seduti in cucina, abbiamo deciso di smettere di proteggerlo, l’amore, e di organizzargli, invece, una grande festa.

Ci siamo preparati per bene, ci siamo comprati il vestito buono, abbiamo cucito, dipinto, scritto e telefonato, abbiamo invitato gli amici più cari e ci siamo dispiaciuti per quelli che quest’anno assurdo ci ha impedito di avere con noi, abbiamo inciso gli anelli, scelto i fiori più bizzarri e la musica più giusta.
Abbiamo trovato, all’improvviso, il posto perfetto, abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli e ridimensionato l’importanza di tutte le incognite che ci si sono, inesorabilmente, parate davanti.

Ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia come mai prima d’ora, permettendo ai ricordi e alla malinconia delle assenze di accompagnarci, ma restando sempre un passo indietro.
Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso, abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici commuovendoci anche noi, ci siamo fatti fotografare da tutti, pure da una macchina d'altri t'empi, abbiamo alzato i calici, abbiamo guardato tre asini negli occhi e ci siamo guardati nei nostri, ci siamo cambiati i vestiti dietro la portiera aperta dell’auto e fatti un selfie sdraiati sull’erba.

Abbiamo custodito segreti, bevuto il mojito perfetto e mangiato la torta più buona di sempre, in un posto bellissimo, ballato come vent’anni fa con le stesse persone di vent’anni fa, durante una serata fresca, di un giorno d’estate e pieno di Sole. Cuore. Amore (in qualche modo, dai, dovevo pur alleggerirlo questo post, il più sdolcinato, ottimista e felice della storia del blog!).

E ora, signore e signori, che entrino in scena le foto 😊


"Ci siamo preparati per bene..."


"abbiamo cucito, dipinto..."



"abbiamo inciso gli anelli..."


"scelto i fiori più bizzarri..."


"e la musica più giusta..."


e per l'uscita


"abbiamo dedicato il giusto tempo ai dettagli..."


"ci siamo lasciati coccolare dalle premure della nostra grande famiglia..."
(Agata compresa!)


"Abbiamo abbracciato le nostre radici o ce le siamo cucite addosso..."


"ci siamo fatti fotografare da tutti..."



"pure da una macchina d'altri tempi..."



"abbiamo ascoltato i discorsi commossi degli amici..."



"abbiamo alzato i calici..."



"e ci siamo guardati..."



"mangiato la torta più buona di sempre..."




"ballato come vent’anni fa..."



Bonus Sole Cuore Amore:

P.S. Per il titolo si ringrazia la mia testimone, che sotto l’ombrellone, in una calda giornata di metà agosto, mi ha suggerito la frase più semplice e giusta che ci fosse.


Foto: Pierluigi Gori feat Branco Ottico
Fedi: My Golden Age Lab modello Juliet
Grafiche: Spazio 111
Bomboniere: le abbiamo fatte noi, con l'aiuto indispensabile degli amici, per poter sostenere l'associazione SeedScience
Festa: Agriturismo VerdeGioia
Musica: Marta Naive Uke

Sposa:
Abito Caterinette Abiti fatti a mano
Coroncina Les Couronnes de Victoire modello Jeanne
Scarpe Anniel modello Gladiator
Bouquet Lego botanical
Trucco Esteticamente Arenzano
Sposo:
Le cose dello sposo, diciamolo, non interessano a nessuno. Però il gilet arriva da Goteborg e quando lo comprammo, tre anni fa, decidemmo che, se mai ci fossimo sposati...



lunedì 22 marzo 2021

Ciao Maria, io esco



Mio padre assomigliava a Gino Strada. Lo diciamo sempre, io e la zia, che quando ci capita di vederlo in tv pensiamo a papà. È principalmente una questione di sguardo: grandi occhi circondati da pesanti borse e cipiglio sempre un po' arrabbiato. Ma anche sorriso raro, un po' sornione, spesso nascosto da baffi e barba incolta.

Mia madre, invece, assomigliava a tutte. Ogni donna intorno alla settantina, piccola di statura, magra, con i capelli brizzolati e l'andatura a metà tra il fiero e l'incerto è mia madre, nonostante la sua personalità fosse particolare e inconfondibile. Genova, si sa, è una città vecchia e, almeno nel centro storico dove vivo, lavoro e mi sposto quotidianamente, la maggior parte delle "signore anziane" che incontro non porta i tacchi alti, nè la pelliccia, nè i capelli lunghi e tinti. Tra le persone in cui mi imbatto spesso, di media tre o quattro volte al giorno, ci sono donnine basse, con i capelli corti e bianchi, il piumino, la borsa a tracolla e le scarpe da trekking.
In pratica, c'è mia madre.

All'inizio mi andava il cuore in gola, adesso ci ho fatto l'abitudine e, anzi, se sono particolarmente malinconica, quando ne vedo una all'orizzonte, socchiudo gli occhi per scorgerne solo i tratti sommari e fingere che sia lei. A volte devo trattenermi dall'avvicinarmi, dal chiedere di scambiare due parole, dall'abbracciare. Proprio io, che gli abbracci li odio (e se c'era una persona che li odiava più di me, forse, era mia madre).

Domani sono due anni che è morta la Maria. Come ho già scritto in passato, pochi giorni prima di ricevere la diagnosi ascoltava spesso e condivise addirittura sul suo profilo facebook questa canzone, in particolare queste parole: 

Al tramonto, di tutto, potremo capire
Sopravvivere dentro ad un tratto di colore
Nei suoni più caldi scomparirà il dolore
Poi forse un giorno ci rincontreremo

Inutile che scriva quanto per me sia ancora difficile sentire il pezzo di Cosmo, nonostante, in qualche modo, mettermi le cuffie e farlo partire significhi anche riavvicinarmi a lei e accorgermi che, per un momento, "nei suoni più caldi scomparirà il dolore".

Il mio passaggio preferito, però, è quello che arriva un attimo prima:
Saremo orizzonti e ci potremo ammirare
Ci nasconderemo nel profumo del mare
Ci ritroveremo nei dettagli più belli
Ci riscopriremo nelle cose più rare
E sarà superfluo non saperlo spiegare

perché è esattamente così che succede, da ventiquattro mesi esatti.
Un anno trascorso dall'ultimo post di anniversario, un anno in cui non è cambiato nulla. Per tutti, mica solo per me. La pandemia ci costringe tra casa e lavoro, limita gli spostamenti fisici ma, al contrario, alimenta quelli mentali. Quanti film mi sono fatta in questi mesi! Quante volte ho incontrato il passato nella quotidianità, senza riuscire non dico a scalzarlo, ma almeno a contenerlo con immagini del futuro.

E dire che di progetti in cantiere, anche piuttosto grandini, ne ho eccome. Ma a costo di sembrare retorica, pesante e scontata, senza poterli raccontare a lei, a loro, diventano automaticamente più piccoli. 
E quindi, in questi giorni tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, cerco di riprendere il controllo che ho perso due anni fa e che, volutamente, ho fuggito per tutto questo tempo. In un periodo in cui possiamo controllare poco mi sono data il permesso di non controllare niente. Però mi sono persa, e tanto. Non ho ricominciato, non ho proiettato, sono stata nel passato e, quando è andata bene, sono sopravvissuta nel presente. Che lo so, l'importante è il qui e ora, ma a volte mi piacerebbe sentire i quasi quarant'anni che ho e cominciare a riflettere su quello che vorrei e che, vita di mxxxa permettendo, potrei provare ad avere. Magari ce l'ho già e non lo so, magari invece no.

Detto questo, la Maria, la cerco (e la trovo) ovunque.
Nei garofani lilla che mi ha regalato qualche giorno fa una sua amica, nei fiori raccolti a Vesima appena la Primavera ha iniziato a farsi spazio, nelle riunioni di condominio e di comitato in cui faccio malamente le sue veci, nella mia voce, nella stoffa rosa cipria, nella creta a cui do forma, nella strada che percorro al mattino, nello yoga che pratico la sera, nelle verdure di Maurone, nei dopo cena al telefono con gli zii, nei caffé con i vicini di sopra, nei vecchi scatti che conservo nel telefono, nella pervinca infilata nel vasetto al cimitero che chissà chi le ha portato, nei tramonti visti per sbaglio, nei libri che leggo, nei ricordi puntuali del mio ex professore di filosofia, nei vestiti che indosso, nei miei capelli bianchi, nell'albero fiorito della foto quassù, nelle quotidiane discussioni del forum, in questo post scritto nei giorni sospesi della diagnosi (e io, che non credo a nulla, non sono riuscita a non notare, in una notte insonne, il numero 23 degli euro spesi per comprare gli animali: lo stesso numero del giorno in cui è andata via, sei mesi dopo).

E niente, ho finito, con un dito mignolo bruciato dal forno, pubblico a distanza di tre mesi dall'ultima volta, con tanta e contemporaneamente poca voglia di dire, di scrivere, di aprirmi. Ma come mi ha consigliato oggi quel sant'uomo che vive con me, il titolo giusto è "Ciao Maria, io esco", per ritrovarti e, soprattutto, ritrovarmi.

giovedì 24 dicembre 2020

Il fantasma dei Natali passati



Ci prepariamo a un Natale diverso, lontano dai parenti più cari, dagli amici, dai viaggi, dai ristoranti, dagli scambi di regali in stanze calde, affollate e illuminate a festa.

C'è chi si strugge, chi ci gode, chi si arrabbia con chi si strugge, chi si arrabbia con chi ci gode, chi si arrabbia e basta.

Io, come credo molte persone, sto in un'altra categoria: quella di chi prende atto. Sono abituata a farlo, non mi pesa e non credo nemmeno di aver voglia di chiedermi il perché. Capisco ogni punto di vista, ne condivido pochi, ne invidio molti.

Questo sarà il primo Natale nella Casa sull'Albero, finalmente quasi finita e saremo in tre: io, Andrea e Agata. Mangeremo pesce comprato in centro storico, non ci scambieremo regali perché abbiamo deciso di spendere in acquisti per vivere meglio in questo mini appartamento. 

Da qualche settimana, su Instagram, faccio un esercizio ogni sera: scrivo tre cose positive successe nella giornata e le abbino a una foto e a una canzone. É il mio modo per trovare il buono, motivarmi e cercare la bellezza prima di dormire. La mia personale #listanotte che non vuole insegnare niente a nessuno se non a me stessa.

Su questa scia ho pensato di complicare l'esercizio e riflettere sui Natali passati, provando a ricordare le cose belle che ci sono state. 
Chiaramente non ho intenzione di riesumare trentotto anni di alberi e lucine, ma qualche immagine felice mi viene in mente senza fatica. Tutta questa lunga premessa per dire: beccatevi sto elenco delle dieci cose belle dei Natali passati!

1. Sono nata subito dopo Natale, chissà che facevo il 25 Dicembre del 1981. Mi piace pensare che abbia cercato di restare dentro a mangiare panettone e ravioli finché ho potuto.

2. Le Barbie degli zii: una certezza durata anni, senza case di plastica, ma con i divanetti di legno. Dalla Luce di Stelle alla Fior di Pesco passsando per tutta la Famiglia Cuore al completo, con ferrari e cavalli al seguito.

3. Il mio gatto siamese, presente in tutte le foto sotto l'albero, accovacciato tra palline e regali, pronto a pisciare sulla moquette.

4. Le VHS Disney, il regalo tradizionale di un amico di mia madre che per una decina d'anni mi ha riempita di cartoni animati e di scherzi.

5. Il presepe di Papà, in parte meccanizzato da lui, in parte decorato da me e mamma, così bello che vinse pure un concorso. Alla premiazione, manco a dirlo, dovetti andare io, totalmente incapace di stare al centro dell'attenzione e in preda a una crisi d'ansia. Ho ritrovato la pergamena questa estate in cantina, quanta tenerezza...

6. Centomila ravioli, impastati sulla madia e tagliati da me con la rotellina. Mi toglievo la fame mangiandoli crudi, tra le minacce dei miei, mentre il sugo per condirli pipettava sul fuoco.

7. Le gite al presepe di Crevari, categoricamente a piedi per digerire, a osservare con gli occhi felici l'immenso lavoro di tutta la comunità. Il tuono, la pioggia sul mare, il tramonto, la neve, le luci delle case che si accendono e le musiche, sempre le stesse, sempre diverse.

8. Il cinema, il 24, il 25 o il 26, rigorosamente con mamma, a guardare e riguardare lo stesso film per tutto il pomeriggio. Poi cioccolata calda con la panna e via.

9. Il ramo addobbato con le palline di ceramica fatte al corso con i bambini del mercoledì. Lo abbiamo tagliato assieme due anni fa, nella fascia di fronte a casa e appeso in salotto. L'ultima occasione, la più dolorosa, ma anche il ricordo più bello del 25 dicembre 2018.

10. I pranzi dell'anno scorso con gli zii, i miei e quelli di Andrea, dove ancora mi sentivo in una bolla e non riuscivo a esserci anche con la testa, ma ero sollevata all'idea che da quel Natale in poi le mie radici sarebbero state per sempre con me, senza avere paura, senza sentire dolore.

In questo lungo elenco non ho scritto tante cose, ma in realtà avrei molte altre occasioni belle da ricordare. I Natali con i vicini, quelli nelle case dei vecchi amori, pieni di gente, di cibo, di usanze diverse dalle mie, l'insalata russa di Mario, la vigilia dell'anno scorso, passata sui monti a mangiare focaccia di Priano e mandarini. Ho però deciso di lasciare fuori le malattie, le somatizzazioni delle feste, le ultime consapevolezze dei miei genitori, così dolorose che non solo non riesco a scriverle, ma nemmeno a pensarle. 

Quindi, alla fine, voglio augurarmi Buon Natale e augurarlo a voi che mi leggete da tanti anni, da pochi mesi, per la prima volta o per l'ultima. Che quest'anno, gli auguri, servono più di sempre. A tutti.


sabato 28 novembre 2020

E ti vengo a cercare


Musica.
È trascorso ormai più di un anno e mezzo da quando mi ha sussurrato le ultime parole tutte nostre, ora incise sul mio ciondolo in argento, che non tolgo mai.

In questi lunghi mesi ho atteso paziente che diminuisse il dolore, quello che tormenta giorno e notte, che spezza il fiato e le gambe. Pian piano è accaduto e, al suo posto, sono arrivati il senso di colpa e la consapevolezza che la mia vita non sarà mai più quella di prima.
All'inzio la sognavo sempre, malata
, sofferente con mio padre ad aiutarla come poteva. La sognavo arrabbiata, imprudente, a volte persino cattiva. La sognavo con i primi sintomi e trascorrevo la notte terrorizzata da una diagnosi e da una fine che conoscevo già.

Ora le cose sono un pochino cambiate, la sogno sana e in procinto di ammalarsi di nuovo, perché anche mentre dormo non dimentico mai che è successo, aspetto solo che succeda ancora. In uno degli ultimi sogni si ammalava di Covid e ricordo che gridavo, disperata, "li ho già persi entrambi, non può riaccadere!".
L'interpretazione della mia mente contorta è, fortunatamente, terreno dell'analista, c'è da dire che negli ultimi quindici anni le ho dato un gran lavoro da fare.

Ogni tanto mi capita ancora di immaginare mamma dietro alle vetrine del MadLab, che passa a trovarmi al lavoro dopo aver saccheggiato il mercato giallo del giovedì. Vedo il suo sorrisone, così simile al mio, il piumino azzurro, le scarpe da trekking, la borsa a tracolla e penso: è tornata!
Perché in uno dei sogni peggiori, forse il più terribile che abbia mai fatto, la incontravo per caso e lei fingeva di non conoscermi. La imploravo di parlarmi e mi rispondeva che non era morta, si era solo stufata di tutto e voleva ricominciare altrove, libera da me, dai ricordi, dalla vita difficile e solitaria che le era toccata in sorte.
Che se ci penso bene, alla fine, saperla viva anche se lontana, mi farebbe molto meno male.

Forse è per questo che la vado a cercare, di notte a occhi chiusi, di giorno a occhi aperti, mentre scelgo le piante nuove, cucino le verdure, cammino nei vicoli, appendo la stampa dell'airone, leggo un libro, ascolto la musica. La vado a cercare per non smettere di pensarla, la sua più grande paura, per farla tornare, in qualche modo, ogni volta che voglio.

Oggi, per esempio, in una Vesima fredda e quasi buia, ho trovato il suo giardino sconvolto dal vento, le piante di casa quasi morte, la corrente saltata e il frigo sciolto in cucina. Ho pensato a tutti gli anni che ha trascorso lì da sola, in inverno, osservando il mare grigio che ha dato il nome a questo blog. Ho immaginato i suoi pensieri, lo sgabello su cui poggiava i piedi per lavorare a maglia dopo cena, con Agata sulle ginocchia. Ho pensato al suo eterno bisogno di uscire, di andare al cinema, a teatro, di fare lezione di italiano, di seguire il corso di arte, di camminare per le vie del centro o per i sentieri dietro casa.
Sono andata a cercarla e ho capito tutto.
L'ho trovata,  ma quanto male mi ha fatto.

P.S. Nella foto, la camera da letto che cresce e si moltiplica.

sabato 19 settembre 2020

Diari d'estate


Quando ero bambina, la prima tramontana di settembre mi spezzava il cuore. 
Ricordo chiaramente una mattina di quasi trent'anni fa, a Varazze mi pare, che nuotavo con la maschera scrutando i fondali. Fuori c'era vento, l'acqua era fredda, mamma leggeva in spiaggia seduta sull'asciugamano con disegnato lo zodiaco. Ogni tanto riemergevo, mi guardavo attorno e cercavo di fare tesoro di quel momento, giurando a me stessa che lo avrei ricordato per sempre. 

Ha funzionato.

Qualche anno dopo, ormai adolescente, le prime settimane di settembre significavano ritorno a scuola... che dramma! All'università erano sinonimo di esami, fino alle malattie di papà e mamma, che iniziarono a mostrare la loro terribile faccia proprio a fine estate. 
Quest'anno ho ricominciato a fare pace con il periodo, vivendolo come il preludio di un nuovo inizio: il lavoro che lascia poco tempo alle ferie non permette di affezionarsi alle giornate lunghe, ai risvegli lenti, alle cene in giardino, alle passeggiate di lunedì anziché di domenica.

In questa estate strana, trascorsa per lo più a casa se si escludono cinque giorni in montagna, ho pensato poco e ricordato tanto. Dedicandomi a sistemare le stanze e a svuotare la cantina era inevitabile.
Ho ritrovato di tutto, dai miei vestiti di neonata ai libri di scuola dell'intera famiglia, nonni compresi. Ho scovato tre enormi valvole da radio d'epoca di mio padre, le prime tv in bianco e nero che avevamo a Crevari, un remo da barca, dei vassoi di legno che mi porterò a casa in centro, i giochi da tavola, mille pupazzi, decine di libri e fumetti, due lampadari, tante piastrelle, un macinino da caffè, i moonboot di pelo vero, due valigie, i disegni dell'asilo, un materassino, persino un microscopio.

Ma quello che proprio non mi aspettavo di trovare erano i diari di mia madre. Non sono i primi ad essere saltati fuori: l'anno scorso, poco dopo la sua morte, mi imbattei nel quaderno nero che aveva riempito di dolore quando morì mia nonna, la sua, di mamma. Poi, appena arrivati a Vesima a inizio giugno, scovai in fondo a un cassetto un piccolo taccuino blu, con lunghe e faticose riflessioni sulla sua vita, in particolare sui suoi anni da donna vedova. Leggere quelle parole mi fece malissimo, com'era prevedibile risvegliò sensi di colpa e profondo disagio.

I diari della cantina, invece, sono stati una benedizione. 
Scritti ogni giorno, dal 1970 al 1973, su agende brutte e anonime, regalatele da mio padre approfittando del lavoro di rappresentante di cancelleria del nonno. Centinaia di pagine scritte da una ragazza che stava studiando, che si laureava, che iniziava i preparativi per il matrimonio. Centinaia di pagine di lavoro nei campi, di domeniche a messa e al cinema, di serate a leggere al freddo, di lunghi viaggi in autobus, di pranzi operai, di chiacchiere con il baracchino tra giovani radioamatori, di lezioni private a bambini di campagna, di fratelli a militare. Ma anche centinaia di pagine di attentati delle BR davanti alle scuole, di comizi di Berlinguer, di edizioni di Sanremo, di Olimpiadi, di Rischiatutto e di saldi da Bagnara. Ma, soprattutto, centinaia di pagine di sogni e futuro, di amore e speranza, di progetti e impegno.

Sono abbastanza certa che l'ordine con cui ho trovato i diari non sia stato casuale: prima, in bella vista, mi ha lasciato la guida di una figlia che ha perso la mamma a una figlia che ha perso la mamma.
Poi, ben nascoste tra i vestiti, mi ha lasciato le parole più difficili, per farmi entrare nelle sue fatiche sempre affrontate con dignità e forza.
Infine, dove sapeva sarei arrivata all'ultimo, mi ha fatto trovare la storia da cui sono nata, l'amore dei miei, le radici dell'educazione che ho ricevuto, le basi di me stessa, come donna e come persona.

Non c'era modo migliore per raccontare questa estate strana, che scrivere di una piccola grande storia ritrovata in cantina.

sabato 25 luglio 2020

Si stacca di dosso la Terra


Ci siamo trasferiti a Vesima all'inizio dell'estate.
Agata si è ambientata benissimo: appena uscita dal trasportino, dove durante il viaggio aveva prontamente fatto i suoi bisogni, ha baciato Tobia e cominciato a marcare il territorio strusciandosi su ciascun vaso del giardino e annusando ogni angolo.

Qui le giornate trascorrono con un ritmo tutto loro, le mattine iniziano prima e così anche le notti, tra  rospi, grilli, il rumore costante del fiume e il profumo dei rampicanti fioriti.
Ceniamo fuori quasi ogni sera, illuminati dalle lanterne di carta e dalle lucine solari sparse un po' ovunque, usando quasi esclusivamente il BBQ e le verdure dell'orto... chi ci ferma più.
I cambiamenti, quelli veri, sono dentro casa (e pure un po' dentro al cuore): è giunto il momento di aprire armadi, scegliere vestiti, decidere cosa tenere, buttare, regalare. Si spostano mobili, quadri e libri, alcune stanze diventano altro e mini camere da letto si trasformano in zona cucito, dove ospitare anche il mobile pieno di ricordi ancora inaffrontabili e la postazione smart working per le poche volte in cui non vado in lab.

Purtroppo non riesco a vivermi Vesima quanto vorrei: grazie al traffico impensabile arrivo la sera stanca morta dopo i centri estivi e le ore di viaggio, quindi dedico il week end a tutte quelle faccende che in settimana restano inevitabilmente sospese. Appena giro la curva e vedo il mare, però, quando il sole tramonta e si alza un po' di vento salato, capisco subito perché sono tornata.

Ora è un anno e mezzo che non abito in un posto stabile, una parte dei miei vestiti è chiusa in scatole di cartone o appesa in guardaroba lontani, i cappotti sono ancora nell'ingresso e la biancheria in sacchetti di stoffa sparsi qua e là. All'inzio credevo fosse un momento necessario: avevo perso tutte le radici, come una pianta strappata dalla tempesta e nessuna parte di me voleva fermarsi a guardare dov'ero finita.
Mi sono impacchettata e portata da un appartamento all'altro, ho perso riferimenti e obiettivi, ho imbastito una ristrutturazione poi bloccata dal lockdown e non so nemmeno più dove ho messo le cose acquistate per la casa nuova.

Adesso, però, comincio a sentire la necessità di un posto dove stare, di stanze vuote da riarredare, di scaffali pronti ad accogliere i libri di sempre e quelli che verranno, mescolati agli oggetti di qualcun altro, che da questo uragano che è la mia vita è stato travolto quanto me.
Ho forse, finalmente, bisogno di stabilità? Probabilmente sono talmente spaventata che l'idea di ripartire con il rischio di essere di nuovo bruscamente interrotta mi fa troppa paura. La settimana scorsa erano quindici anni che è morto mio padre, sedici che ho scoperto di non avere la salute di ferro che credevo e, nonostante non sia ancora entrata negli anta, di anni me ne sento addosso almeno dieci di più.

Questo è quanto e, considerando i tempi e la vita, è già tanto. Me lo insegnano quotidianamente i bambini che seguiamo, quanto le radici possano essere precarie e sottili.

A dispetto della frase scelta per il titolo e presa da una delle canzoni di Cosmo che meglio riassume cosa sono stati gli ultimi mesi, direi che il brano giusto per raccontare il percorso iniziato a marzo dell'anno passato è questo. Una camminata in montagna che porta alla cima e che riparte, sempre più dura, ogni volta che mi sembra di essere arrivata nonostante il peso sulle spalle.
Buon ascolto, dunque, lo dico soprattutto a me stessa.

P.S. Nella foto quassù, una goccia di montagna, dove ci siamo rifugiati un paio di week end fa in compagnia degli amici matematici-pasticceri.