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sabato 28 novembre 2020

E ti vengo a cercare


Musica.
È trascorso ormai più di un anno e mezzo da quando mi ha sussurrato le ultime parole tutte nostre, ora incise sul mio ciondolo in argento, che non tolgo mai.

In questi lunghi mesi ho atteso paziente che diminuisse il dolore, quello che tormenta giorno e notte, che spezza il fiato e le gambe. Pian piano è accaduto e, al suo posto, sono arrivati il senso di colpa e la consapevolezza che la mia vita non sarà mai più quella di prima.
All'inzio la sognavo sempre, malata
, sofferente con mio padre ad aiutarla come poteva. La sognavo arrabbiata, imprudente, a volte persino cattiva. La sognavo con i primi sintomi e trascorrevo la notte terrorizzata da una diagnosi e da una fine che conoscevo già.

Ora le cose sono un pochino cambiate, la sogno sana e in procinto di ammalarsi di nuovo, perché anche mentre dormo non dimentico mai che è successo, aspetto solo che succeda ancora. In uno degli ultimi sogni si ammalava di Covid e ricordo che gridavo, disperata, "li ho già persi entrambi, non può riaccadere!".
L'interpretazione della mia mente contorta è, fortunatamente, terreno dell'analista, c'è da dire che negli ultimi quindici anni le ho dato un gran lavoro da fare.

Ogni tanto mi capita ancora di immaginare mamma dietro alle vetrine del MadLab, che passa a trovarmi al lavoro dopo aver saccheggiato il mercato giallo del giovedì. Vedo il suo sorrisone, così simile al mio, il piumino azzurro, le scarpe da trekking, la borsa a tracolla e penso: è tornata!
Perché in uno dei sogni peggiori, forse il più terribile che abbia mai fatto, la incontravo per caso e lei fingeva di non conoscermi. La imploravo di parlarmi e mi rispondeva che non era morta, si era solo stufata di tutto e voleva ricominciare altrove, libera da me, dai ricordi, dalla vita difficile e solitaria che le era toccata in sorte.
Che se ci penso bene, alla fine, saperla viva anche se lontana, mi farebbe molto meno male.

Forse è per questo che la vado a cercare, di notte a occhi chiusi, di giorno a occhi aperti, mentre scelgo le piante nuove, cucino le verdure, cammino nei vicoli, appendo la stampa dell'airone, leggo un libro, ascolto la musica. La vado a cercare per non smettere di pensarla, la sua più grande paura, per farla tornare, in qualche modo, ogni volta che voglio.

Oggi, per esempio, in una Vesima fredda e quasi buia, ho trovato il suo giardino sconvolto dal vento, le piante di casa quasi morte, la corrente saltata e il frigo sciolto in cucina. Ho pensato a tutti gli anni che ha trascorso lì da sola, in inverno, osservando il mare grigio che ha dato il nome a questo blog. Ho immaginato i suoi pensieri, lo sgabello su cui poggiava i piedi per lavorare a maglia dopo cena, con Agata sulle ginocchia. Ho pensato al suo eterno bisogno di uscire, di andare al cinema, a teatro, di fare lezione di italiano, di seguire il corso di arte, di camminare per le vie del centro o per i sentieri dietro casa.
Sono andata a cercarla e ho capito tutto.
L'ho trovata,  ma quanto male mi ha fatto.

P.S. Nella foto, la camera da letto che cresce e si moltiplica.

sabato 12 settembre 2015

Thismustbetheblog #5: La Fenice rinasce da sé

La Fenice rinasce da sé è esattamente come questo fiore: delicata e accesa.

Ci siamo conosciute due giorni fa, di persona, ma sul web ci siamo scritte mille volte. Lei è una delle mie più assidue commentatrici, qui sul blog, mentre Instagram è il luogo dove ci "sentiamo" più spesso.
E sentiamo è senza dubbio la parola corretta, perché è nel mondo delle sensazioni e dei sentimenti che il rapporto con le ragazze di #thismustbetheblog si sta sviluppando. Pian piano, ma anche veloce veloce.

Con La Effe è andata così: in poco tempo è nato un contatto continuo, giornaliero e, nonostante ci separino davvero tanti chilometri, siamo riuscite a conoscerci di persona. In realtà ho avuto il piacere di stringere la mano anche a suo marito e ai suoi due bellissimi bambini, ho chiacchierato con loro davanti a gelati, cioccolate e caffè, ho giocato con lo squalo di plastica che il piccolo aveva portato via con sé dall'Acquario e ho scartato un bellissimo regalo scelto dalla mamma e dalla bimba più grande, un dono di legno al profumo di Trentino...cosa volere di più?
Abbiamo parlato del nostro passato, del nostro presente e del nostro futuro, tutti così incerti e simili, tutti così bisognosi di entusiasmo e coraggio. Abbiamo sfiorato la botanica mille volte, perché è uno dei tanti mondi che ci accomuna, ci siamo raccontate chi siamo e cosa facciamo ogni giorno quando nessuno ci vede, quando la nostra vita non è on line, quando la fretta non ci permette di rallentare.

La Effe ha delle mani bellissime, affusolate e abbronzate, con unghie bianche, tonde e perfette. Ha un sorriso che la illumina tutta, ha i modi da mamma in un corpo da ragazzina e una calma voce del sud, vibrante e calda, proprio come piace a me. Credo che avremmo potuto rimanere a parlare sedute sotto quella palma per ore, mentre la bambina saltava la corda, il bimbo giocava con compagni sconosciuti (e, da buoni genovesi, ben poco ospitali) e il papà osservava in disparte tutto e tutti, con rispetto e tranquillità.

Quando ho iniziato il viaggio di #thismustbetheblog non avevo idea di dove mi avrebbe portata, pensavo che mi sarei spostata spesso o, più probabilmente, che avrei cercato di incastrare impegni di lavoro e trasferte a incontri furtivi e pieni di affetto con le compagne di blog, con le ragazze cioè con cui trascorro già molti momenti della mia giornata. In realtà non è mai andata così: Cindy, Valeria e La Effe sono venute fino qui e hanno trascorso del tempo con me, nella mia città, solo per il piacere di incontrarmi. E quindi viva Torino che mi ha regalato il primo incontro con l'Inventore e l'inizio di questo percorso (la splendida mattina da Melissa), viva Genova che porta con sé Paola e che le ospita tutte quante ogni volta che vogliono salire quassù, tra i rami del mio albero, dove il mare arriva in giardino.



venerdì 24 luglio 2015

Thismustbetheblog #3 e #4: due piccioni con una fava!

Ho scelto questa foto perché oggi vi racconto un doppio incontro che si è svolto quasi interamente in acqua, o meglio, sull'acqua.
L'immagine è uno scatto di questa mattina presto, mentre correvo intorno al paesello e incontravo cormorani, insetti, fiori aperti e dai profumi dolciastri, frutti di fichi d'india marci e gente in piedi su una tavola da surf che remava verso il nulla. Mi dicono si chiami SUP e io me ne sto, quasi come se avessi visto un germano reale.
Quindi nelle prossime righe ci saranno mare, tanto mare e amicizia, tanta amicizia: un'amicizia particolare. Anzi due.
Un'amicizia che, per carattere, non definirei amicizia, perché non ci si vede spesso, non ci si sente spesso, si conosce poco l'una dell'altra, ma si condivide molto, moltissimo, nel senso più moderno del termine condividere.

Un bel po' di tempo fa a Genova c'è stato un Instawalk. Cosa è? E' un pomeriggio organizzato dal gruppo locale di Instagram, dedicato ad un tema preciso su cui si sta svolgendo un concorso. Il tema era il porto della mia città, gli scatti erano (sono) liberi ed è ancora possibile partecipare. Qui trovate un articolo di giornale che ne parla, ma in rete ci sono tante informazioni in più.
Io ho deciso di partecipare a questa cosa, nonostante il mio proverbiale mal di mare, per un sacco di motivi: uno su tutti gli organizzatori. Luca e Andrea, insieme a Stefano, che è il fondatore della sezione genovese di Instagram, sono i gestori dell'account e l'idea di questo contest è stata loro, in collaborazione con @assagenti_genova. Luca e Andrea, però, sono rispettivamente anche il vicino matematico (marito della vicina matematica pasticcera) e il vicino-vicino, per chi mi segue quaggiù.

Quindi il primo motivo della mia partecipazione all'Instawalk sono loro, Luca e Andrea.

Il secondo motivo, però, è lei. Cindy. Cinzia. Che quando ha scoperto che sarei andata sul battello ha deciso di unirsi all'allegra comitiva. Gioia, immensa gioia, di conoscerla, dopo mesi (più di un anno, vero?) in cui ci scrivevamo, seguivamo, mandavamo link, messaggi e pensieri musicali. Da gennaio ho iniziato a collaborare con lei lasciando mini recensioni strampalate sul suo blog (le trovate nella rubrica Leggermente) e ormai mi sembra di conoscerla da tantissimo tempo. Perciò la sua visita non poteva che entrare immediatamente di diritto nel #Thismustbetheblogproject...dopotutto se la Montagna non viene a Maometto, Maometto va alla Montagna, no?

Quindi il secondo motivo della mia partecipazione all'Instawalk è lei, Cinzia.

Una mattina, chiacchierando con il vicino-vicino che conosce perfettamente tutti i miei legami più o meno assurdi con le compagne di blog, mi dice che ha informato la sua collega Paola della presenza mia e di Cinzia al giro in battello. Ecco, Paola non è solo la collega Paola, ma è anche Paola di Comeicavoliamerenda e, udite udite, è venuta pure lei! Con Polpetta ovviamente.
Finalmente avrei conosciuto anche una blogger genovese, che per assurdo lavora nel posto in cui pure io lavoro in un certo periodo dell'anno e che, sempre per assurdo, mi conosce (e io la conosco) grazie alle cose che scriviamo sui nostri rispettivi blog.

Quindi il terzo motivo della mia partecipazione all'Instawalk è lei, Paola.

Il quarto motivo non potevo saperlo finché non mi sono trovata sulla banchina del porto, in attesa del battello. Il quarto motivo ha tanti nomi e sono quelli degli amici con cui condivido parte della mia vita vera, che a volte scrivo qui e a volte no, che si consuma ogni giorno nel mercato di fronte a casa, nel bar sulla piazza, nei nostri giardini, nei nostri terrazzi, nelle nostre sale da pranzo, nelle nostre esistenze incasinate e belle. Quasi tutti questi amici sono venuti all'Instawalk e hanno scattato foto insieme.

Quindi il quarto motivo della mia partecipazione all'Instawalk sono loro, gli amici.

Ora potrei raccontarvi mille cose, potrei dirvi che sono arrivata in ritardo in stazione a prendere Cindy, potrei dirvi che con lei ho percorso tutta la città per accompagnarla da Tiger dove l'ho costretta a comprare due mantidi religiose di plastica reggi piante, potrei dirvi che prima di andare al porto abbiamo mangiato un gelato buonissimo da Profumo, potrei dirvi che abbiamo parlato di lavoro, Elvis Presley e sandali di gomma, potrei dirvi che mi ha regalato una nuvola amigurumi di Ohioja che è una favola, potrei dirvi che abbiamo pianificato insieme un giro nei vicoli con Daria, potrei dirvi che mi ha parlato della sua cagnolona gialla, potrei dirvi che Paola era vestita da principessa, potrei dirvi che Polpetta ha gli occhi più belli del mondo, potrei dirvi che ci siamo abbracciate come vecchie amiche, potrei dirvi che mi faceva impressione vederle lì con le birkestock di vernice blu e il rossetto rosso a guardare la città da lontano, potrei dirvi che mi sono divertita e non ho vomitato, potrei dirvi che ho scattato mille foto, potrei dirvi che i sandali di gomma non mi hanno fatto le ciocche, potrei dirvi che sono stata tanto fiera dei miei amici organizzatori e tanto felice che gli altri siano stati attorno a me.
Potrei dirvi tutte queste cose. E ve le ho dette.

P.S. Qui trovate il post di Paola sulla bella giornata.



venerdì 3 luglio 2015

Thismustbetheblog #2: L'inventore di Mostri

Scrivo questo post sotto una cascata di foglie di roverella e davanti a un cortile di pini battuti da un sole fortissimo.

Sono nel Parco dove ho trascorso più tempo: qui ho imparato a scattare fotografie e ho scoperto che mi piaceva. Qui ho fumato sigarette nell'ora di educazione fisica nascosta dietro ad un albero. Qui mi sono immersa nel fango del lago con galosce e taccuino per gli appunti. Qui ho camminato nel bosco con il naso all'insù cercando di riconoscere alcune delle essenze elencate in un plico di documenti ottocenteschi che portavo sempre con me. Qui ho scoperto il significato di piante ruderali e accarezzato le foglie lisce e scure del lauroceraso.

Qui ho deciso di scrivere la seconda puntata (ecco la prima) di #Thismustbetheblog, quella dedicata ad una persona che le storie le sa raccontare bene davvero: Valeria, L'inventore di Mostri.

Ho conosciuto Valeria per caso, che più per caso di così non si può. Nella vita virtuale non ricordo ormai nemmeno come, credo attraverso Instagram: probabilmente mi sono imbattuta in una foto che mi è piaciuta, ho cercato blog e siti annessi e mi sono ritrovata catapultata nella valigia di storie che è L'inventore di Mostri. Nella vita reale, invece, Valeria ed io ci siamo conosciute a Torino, in una città che non è né la mia né la sua, ma che ci ha ospitate per motivi diversi negli stessi giorni. Sempre grazie ad Instagram Valeria ha scoperto che ero lì a due passi da lei e mi ha scritto in posta privata su Facebook (questo per sottolineare quanto i social network possano essere preziosi, se usati in maniera sensata), tempo di un pranzo al volo e ci siamo viste all'incrocio tra due vie.
Come lo racconto? Sembravamo innamorate. Io camminavo agitata e non sapevo cosa aspettarmi, ero appena uscita da Melissa Erboristeria dove avevo conosciuto l'altra meravigliosa Valeria e vivevo ancora mezza immersa tra tisane e creme per il corpo, lei arrivava trascinandosi dietro un trolley gigante e portava con sé un paio di occhi verdi bellissimi e il rossetto rosso. Ci siamo abbracciate, anzi, a dir la verità è Valeria ad avermi chiesto un abbraccio, io come al solito ho dimostrato la stessa affettività fisica di un gatto incazzato. Comunque, subito dopo l'incontro al crocevia, abbiamo cercato un bar per un caffè.

Una volta sedute è stato tutto un susseguirsi di parole, risate, vita privata, lavoro, blog, speranze, passioni. Valeria è come la immaginavo: piccoletta (siamo in due!), sorridente e con lo sguardo vispo di chi vuole vedere il mondo da tutti i punti di vista. Nel tempo di un caffé abbiamo dovuto riassumere il passato il presente e il futuro...ma sapete che c'è? Ci siamo riuscite. Dopotutto cosa è quello che ci riesce meglio? Raccontare storie, no?

Ci "vediamo" alla prossima puntata di #Thismustbetheblog (che sarà di nuovo una figata pazzesca...vi basti pensare che tra un'oretta vado a prendere Cindy in stazione!)

venerdì 12 giugno 2015

This must be the blog

Per la colonna sonora di questo post affidatevi a quella di This must be the place.

Ieri, la stanza bianca non era più bianca. Era più grande, più colorata, con delle lampade bellissime.
Anche Lastanza, tutto attaccato e con la L maiuscola era diversa: soffitti altissimi, pareti color crema (ho persino contribuito nella scelta della tinta), più seggiole, poltrone, tappeti e...quella finestra. Con quegli alberi. Con quella luce.
Ho parlato per la prima volta del mio progetto davanti alle foglie di ippocastano, ho continuato davanti a un mojito e un margarita.
Il via a questa folle idea lo ha dato il film che regala anche titolo e colonna sonora al post di oggi: This must be the place di Paolo Sorrentino. Come diceva Gipi la settimana scorsa "la gente s'ammazza su Sorrentino". C'è chi lo ama, c'è chi lo odia, c'è chi perde giornate intere partecipando a infinite gogne sui social network o inneggiando allo splendido regista del secolo. Ecco, io ho visto Il Caimano, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e un pezzo di La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti tutti molto. Stop. E This must be the place mi è piaciuto più degli altri: per la fotografia innanzi tutto, per le musiche, per Sean che è bravo assai e per la sceneggiatura. Delle frasi che bam!, ti spezzano le ossa. Non le riporto qui, perché voglio scrivere di altro e perché in rete si trovano facilmente, vi basti "Io ho capito solo che a volte la gente se ne va". (bam!)
Quindi, che c'entra il film con il mio nuovo progetto? C'entra eccome, perché mentre Cheyenne va alla ricerca di un uomo e in realtà fa un lungo percorso per (ri)trovare se stesso io ho deciso che darò una voce, un volto, uno sguardo, una gestualità, alle persone con cui ho stretto relazioni sul web in questi anni, senza averle mai viste dal vivo. Mi rendo conto che possa sembrare folle ma ho deciso che i commenti, i like, gli scambi di opinione, gli incoraggiamenti, le mail e i tag non bastano più. Perciò parto e vengo a cercarvi. Potrei nominarvi tutte ma probabilmente dimenticherei qualcuna. Voi sapete chi siete e io spero che vi farà piacere prendervi un caffè con me.
Oggi sono a Torino, perché domani mi aspetta questo corso alla Holden (non vedo l'ora, lo ammetto), così, questa mattina, dopo un giretto in centro e una sosta nel bed and breakfast più bello del mondo, sono andata da Melissa con la lista della spesa e uno zaino di curiosità sulle spalle. L'ho incontrata, abbiamo parlato un po', mi ha riempita di consigli e regalini e poi non scrivo oltre perché a lei voglio dedicare il primo post del tour (che nasce on line, diventa reale e torna on line con l'hashtag #thismustbetheblog).
Appena sono uscita dal negozio di Valeria e ho cominciato a camminare sotto la pioggerella fine, mi è arrivato un messaggio di un'altra Valeria, l'inventore di mostri per intenderci, che era a Torino ancora per poche ore e...si è presa un caffè con me! Due tappe del mio viaggio in un solo giorno, un sacco di risate, parole a raffica e tanta comprensione.
Anche per lei ci sarà un post tutto speciale.
Non mi resta che andare a dormire, non senza aver prima salutato Mario e Patata, i gatti di casa, e sorriso ancora una volta a questo periodo pieno di incastri e coincidenze segni del destino.

P.S. Il nome del progetto è tutto merito del vicino-vicino, che quando finalmente svilupperà il suo sito internet potrò anche mettere il link. :-)
P.P.S.S. Prima che i "Sorrentiniani" (o i "Morettiani") mi scannino, lo so, Il Caimano è di Moretti, e Sorrentino è "solo" tra gli attori con un cameo.

venerdì 29 maggio 2015

Non lo saprà nessuno

Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.

Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:

Non lo saprà nessuno


Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.


Nino Pedretti, al vóusi.




sabato 31 gennaio 2015

b di blogger

Non so se sia un caso (ma forse no) che ultimamente mi capitino sotto gli occhi post e riflessioni sul concetto di blogger, sul significato cioè di questa parola presa in prestito da un'altra lingua per definire un ruolo che forse identifica anche me. Dico forse perché non ho ancora capito né cosa si intenda per blogger, tanto meno se io faccia parte di questa categoria.
Nell'ultima settimana mi sono imbattuta in diversi post e video che hanno tracciato, ognuno a modo suo, una sorta di via da percorrere per capire il significato di questo termine.
Il primo è questo, di Vendetta Uncinetta, in cui Gaia non scrive in senso stretto di blogger, ma racconta come è diventata quello che è diventata, o meglio, quale strada l'ha portata a fondare un blog seguitissimo e, prendetelo pure come un giudizio di parte, pure bellissimo.
Poi ho trovato il video di Federica (Sweet as a candy), che in realtà per me è una recentissima scoperta e, come Clio sta facendo da anni, rappresenta uno dei pochi canali Youtube in grado di farmi rilassare: lei parla, io nel frattempo riordino, piego i calzini, metto lo smalto, edito foto e, inspiegabilmente, mi rilasso. Nel video Federica sottolinea diverse volte di sentirsi maggiormente una blogger che una vlogger (scrittura vs video) e io, ascoltandola, mi rilasso continuo a fare la stessa domanda: ma cosa è, dunque, una blogger?
Sempre negli ultimi quattro giorni ho letto il post di Vagina , in cui il tema "significato vero della parola blogger" attraversa tutto, dalla prima all'ultima riga. Ci sono anche ben due articoli di Chiara (Ma che davvero?): questo e quest'altro, che in maniera se vogliamo diametralmente opposta ci danno due dritte per aprire un blog e ci fanno riflettere su come "il regno bianco, impomatato e super ordinato" che si respira nei blog sia in realtà la cosa più falsa del mondo.
Anche la bellissima Justine di Le Funky Mamas ha scritto sull'argomento, con tanta onestà mi pare, facendo un poco di chiarezza sulla questione compensi, blog=lavoro, soddisfazione personale, difficoltà nel far capire agli altri cosa davvero tu, blogger per professione, faccia per vivere (e raccontando in maniera divertente come scattare delle belle foto di famiglia "facendo sparire" il caos super normale che regna in una casa abitata da quattro persone, di cui due con i denti da latte o addirittura senza, più un cane).
C'è poi questa uscita di Cucina Precaria, che a me piace sempre tantissimo, divisa tra la voglia di scrivere di cucina, i bisogni del piccolo Martinotino, la sua spontaneità: anche lei, come tante altre blogger, ha scritto della necessità di cambiare registro, di sentire di nuovo (o di più?) suo lo spazio on line che aveva aperto per sé e che non percepisce più in linea con la sua vita.
Per ultimo ho deciso di citare il post di Patamaga, forse perché, in assoluto, l'ho trovato più vicino a ciò che intendo io per blogger.
E dunque, cosa significa questa parola così assurda e, a mio avviso, limitativa?
Già Wikipedia sta in difficoltà e se digiti blogger su Google ti rimanda alla "pagina di disambiguazione". Perché blogger può essere la piattaforma da cui scrivi (Ilmareingiardino, per esempio, sta su blogger) ma anche la persona che segue e si occupa delle pubblicazioni su un blog. E cosa è un blog? Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "diario in rete". (Wikipedia).
Ecco che ci si avvicina a quello che intendo io per blogger. Dall'età di quattordici (forse pure prima) anni, ho scritto su un diario cartaceo tutto quello che mi capitava. O meglio, ho scritto quello che sentivo il bisogno di buttare fuori. Questa (bella? utile? comune?) abitudine è venuta meno crescendo e, soprattutto, andando in analisi: le cose profonde, i malesseri radicati, le difficoltà più urgenti, venivano dette durante le sedute. Naturalmente, in un'ora, il tempo per condividere anche i momenti collaterali, belli o brutti che fossero, non c'era (e continua a non esserci), dunque il mio blog è nato così, per scrivere delle piccole (grandi) conquiste (difficoltà) di ogni giorno in un periodo in cui, per questioni economiche, stavo rinunciando all'appuntamento settimanale sulla poltrona arancione. Dovevo ricominciare a gestire da sola le cose grandi e pensavo che condividere con altri, che magari non mi conoscevano neppure, esperimenti handmade, gusti musicali, ricette di cucina, piccoli pensieri faticosi, risultati raggiunti con sacrifici e gioia, potesse essere una buona idea. Non è nemmeno un anno che i post di questo blog finiscono anche sul mio profilo Facebook e non è nemmeno un mese che esiste la pagina dedicata a Ilmareingiardino.
Sono dunque una blogger anche io?
Boh, sì, se si vuole intendere una persona che ha la voglia di mostrare ad altri quello che succede nella propria vita, tenendo presente però che, almeno nel mio caso, quaggiù ci finisce ben poco di quello che mi capita tutti i giorni. Non sono una blogger di professione se si pensa che da questa passione io stia guadagnando qualcosa a livello economico, non ho nulla in contrario a ricevere denaro lavorando in rete, semplicemente io non lavoro in rete con il mio blog (mentre prendo compensi per gestire blog e immagine web di altre realtà con cui collaboro). Se per guadagno si intendono anche conoscenze e contatti, beh, allora sì, in questo ultimo anno soprattutto, permettendo alla mia immagine web di crescere e navigando molto di più nel mondo blogger, ho conosciuto tantissime persone che sono felice siano, ognuna a modo suo, entrate nella mia vita.
Per finire (so di essere stata lunghissima, ma è molto che penso a questo post) volevo esprimere la mia noia assoluta verso le polemiche inutili su "essere un blogger non è un lavoro vero". Può darsi, se pensiamo a cosa significhi timbrare un cartellino, curare un paziente, fare l'operaio, insegnare in una classe, gestire un negozio, costruire una casa. Io (quasi) non lavoro in rete e quindi non so cosa voglia dire passare la propria giornata connessi e sempre sul pezzo, anche quando di stare on line e a bomba magari proprio non ne abbiamo voglia, però posso immaginare che non sia semplice. Mettere in piedi un'attività fondata (anche) sul web, sull'immagine che si offre di sé al resto del mondo (e che, gioco forza, ormai il mondo si aspetta di vedere), in un periodo storico come questo così legato all'apparenza perfetta sempre e comunque, credo sia a tutti gli effetti un lavoro, che ci piaccia o no. Si può decidere di non seguire nessun blog, di snobbare tutti i siti del mondo, di boicottare con coerenza estrema questo sistema, di non comprare nulla su internet (io, per esempio, non l'ho mai fatto!), ma penso che si debba sempre evitare di giudicare il lavoro degli altri, se è un lavoro onesto e, soprattutto, se non lo si è mai provato.

P.S. A proposito di condivisione, ho scattato questa foto un mese fa, pensando di caricarla su Instagram, poi non l'ho fatto. Stavo pranzando in rifugio per festeggiare il mio compleanno e stavo bene.