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domenica 2 settembre 2018

Il regno delle trappole di tulle


Negli stati di crisi il mio cervello ha sempre lavorato più del solito, soprattutto di notte.
Con l'insonnia, con i sogni.


In questi giorni, nei pochi momenti in cui mi addormento (comunque più frequenti di quanto sperassi), sogno moltissimo. Sogno situazioni vivide, potenzialmente tanto reali quanto assurde. Sogno moti di rabbia, sogno litigate, sogno case abbandonate aggredite dalle piante infestanti, sogno torte di compleanno ripiene di marmellata alla colomba, sogno di ricevere buste color avana indirizzate a una ragazza francese, sogno pacchetti regalo blu cobalto lanciati da una moto in corsa, sogno metropolitane che non partono, sogno metropolitane che partono lasciandomi a terra, sogno olimpiadi di corsa nel greto di un fiume, sogno laboratori rimandati, sogno gatti siamesi, sogno amiche d'infanzia, sogno ascensori lenti, sogno autobus sbagliati.

La notte scorsa ho sognato che dovevamo terminare un videogioco analogico, una scatoletta con tante scene intercambiabili in cui i personaggi, minuscole bambole di legno, venivano mossi a mano, liberati da corde, salvati da pericoli.
Si chiamava "Il regno delle trappole di tulle" ed era davvero difficile.

Due notti fa, invece, alla fine del giorno più lungo ho sognato il futuro e mi tengo stretto ogni passo.

Iniziavamo a camminare mano nella mano, faceva caldo e gli alberi erano pochi. Dietro una roccia enorme onde alte di schiuma bianca, come quella che c'è sulle spiagge bretoni durante la marea, ricoprivano tutto: "potete farcela, diceva il bagnino". E ce la facevamo, saltando su isolotti di sabbia, camminando radenti alla parete polverosa, aiutandoci a vicenda.
Dall'altra parte cominciava il bosco freddo, c'era neve ovunque. Soffice, profonda, dura, ghiacciata, scivolosa, bianca, sporca e freschissima. Tante cadute, qualche passo lungo, le gambe congelate, gli angoli bui, i rumori sinistri. Fino alla casa di sassi grigi, dove abitava una signora con i capelli grigi come le pareti, vestita con un abito grigio come i capelli. Ci ha fatto un caffè, ci ha dato una coperta, ci ha mostrato il suo canguro e la sua lepre arancioni. Aveva deciso di abbatterli, erano troppo impegnativi. Abbiamo deciso di comprarglieli, per ventitré euro, come in una canzone di De André. Ci ha spiegato che le sue due sorelle gemelle, saputelle e alla moda, abitavano nel centro storico, ci ha detto che lei aveva preferito restare lì. Siamo ripartite con un canguro e una lepre arancioni, due animali che saltano lontano e fanno danni in tutta la casa, perché non sanno stare rinchiusi.

Come è andata a finire non lo so, mi sono svegliata, ma sono certa che in ogni caso scapperemo dalle trappole di tulle in groppa a lepri e canguri arancioni.
Provate a prenderci.

sabato 7 marzo 2015

Si vede

Nota bene: questo post andrà riletto periodicamente, in saecula saeculorum.

Qualche giorno fa ho incontrato un mio ex professore dell'università. Mi ha chiesto:
"Come va?"
"Bene grazie, lei?"
"Non c'è male...è un po' che non la vedo"
"Ho finito la borsa e vengo qui più raramente"
"Capisco, e come se la sta cavando ora?"
"Eh, ce la metto tutta, non mi arrendo"
"Si vede!"
Si vede.
SI VEDE.
Ha detto proprio così e non sa, probabilmente non ne ha davvero la minima idea, del bene che mi ha fatto.
Perché è un periodo delicato, s'è capito. Perché sto cercando di uscire dalle sabbie mobili, perché per provarci ho dovuto abbassare di nuovo un poco la testa (o per lo meno io me la vivo così), perché tornare a fare cinque o sei lavori contemporaneamente per portare a casa la metà dello stipendio che ho preso negli ultimi due anni mi pesa un po', e gli aiuti di mamma mi suonano inevitabilmente come un grande scivolone in fondo alla scala. Ma non mi arrendo. E i motivi per cui non mi arrendo sono tanti, alcuni per esempio stanno nascosti nelle gite degli ultimi due week end; di quella terminata poco fa ho cominciato a scriverne questa mattina nella mia mente e devo ancora smettere.
Quindi, per raccontare quali sono alcuni dei motivi per i quali non mi arrendo, ho deciso di usare il mio mezzo preferito: l'elenco.
Potrebbe essere una buona cosa mettere su questa prima di cominciare a leggere, perché mentre stasera tornavo in bus, suonava nelle cuffie e io compilavo la mia lista, parola dopo parola, sensazione dopo sensazione, punto dopo punto...sorridendo.
Non mi arrendo per i sori arancioni sulle felci verdi, per i cespugli di euforbia che sembrano giungla, per i cancelli azzurri in un mare di trifoglio giallo, per i muscari che cominciano a uscire piccoli e indecisi, per i gatti bianchi che aspettano pazienti le coccole, per le mimose fiorite a picco sul mare. Non mi arrendo per il bambino che pota un ulivo insieme al nonno e al papà, per la signora con la stampella che cammina tra i filari di vite, per l'ombelico di venere piccolo e lungo che spunta dal muretto, per i tronchi d'albero tagliati in modo buffo. Non mi arrendo per gli spaghetti con le vongole, per i signori che corrono appresso al treno, per i fili della ferrovia che separano il cielo grigio in tante strisce tutte uguali. Non mi arrendo per il treno delle 7.41 che sta sempre fermo a Quarto ma poi arriva puntuale, per la bava sulla giacca, per il berretto azzurro del bambino rimasto appeso al ramo. Non mi arrendo per il mare d'argento, per la sagoma della Corsica sull'orizzonte, per il bosco di pini caduti, per le scie dei motoscafi, per i falchi che volano sulla costa. Non mi arrendo per i tronchi neri sull'acqua blu, per i cespugli che sembrano bianchi, per la signora che legge Repubblica seduta sul Mediterraneo, per la foto scattata da dentro il maglione. Non mi arrendo per l'erba lunga che dondola nel vento, per l'alloro che alloro non è, per le querce da sughero, per le rocce che cambiano colore e il nostro sentiero diventa rosso, per i panorami improvvisi, per l'erica bianca, per le lucertole veloci. Non mi arrendo per il gestore del ristorante che sa davvero cosa è il mare, per la ricotta con lo zafferano, per il pesce palla che è un pesce istrice, per il cane che mi ha spaventata, per il sentiero che si apre sul paradiso. Non mi arrendo per la strada che scende e scende e scende ancora, per la pipì, per la barca a vela gialla, per la macchina fotografica a pellicola, per le gambe lunghe, per le candele accese. Non mi arrendo per la chiesa a strisce, per gli zoccoli colorati, per il gatto sul cruscotto, per il viaggio in bus che mai più ci aspettavamo e per il tramonto che ha tinto le sagome di nero, proprio come piace a me.
Per tutte queste cose non mi arrendo.
E quando ognuna di esse sarà sparita, quando non sarò più capace di vederla e amarla, soltanto allora, forse, mi arrenderò.




venerdì 14 novembre 2014

Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto

Ieri sono andata a vedere la mostra di Frida Kahlo, qui a Genova.
L'ultima volta che ho visitato un'esposizione delle sue opere ero ragazzina, con mamma, e non mi ricordo dove fossimo. Di quel giorno mi sono rimasti una cartolina di La niña Virginia, il dipinto con Frida bambina seduta, in abito verde, su sfondo viola e un amore incondizionato per questa donna.
Di ieri sera mi sono rimasti un pacchetto di semi da piantare (i fiori di Frida, dice la bustina, chissà cosa ne uscirà, se ne uscirà qualcosa) e, di nuovo, un amore incondizionato per questa donna.
Troppo facile dire "Perché Frida sono io", poiché in realtà Frida siamo tutti. Tutti noi quando lottiamo e non ci arrendiamo, tutti noi quando ci aggrappiamo al sole che splende pur di non vedere il dolore, tutti noi quando indossiamo una maschera per continuare a vivere in mezzo alla gente, tutti noi quando ci abbandoniamo alla passione, perché è l'unica cosa che conta davvero. Una testimonianza della nipote, ascoltata ieri sera nell'audioguida in una sala silenziosa e quasi vuota, parla di Frida come di una donna coraggiosa, come di un esempio. Beh, impossibile dire il contrario.
La deformità, la malattia, la paura, il dolore fisico, la solitudine, combattute con la bellezza, l'intelligenza, l'ironia, la continua e incessante ricerca di sé. I dipinti allo specchio, in questo periodo in cui al giovedì parlo praticamente solo di riflessi e corrispondenze, sono per me il simbolo della struttura di se stessi, dell'analisi del proprio cuore, delle proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie cadute, ma (accidenti!) anche della propria forza, della propria luce, delle proprie possibilità, delle proprie conquiste.
Sui pannelli, bellissimi, della mostra, si intervallano citazioni di Frida e di Diego, lei dice: "Cosa farei io senza l'assurdo?" e lo dico anche io. Cosa farei? Cosa faremmo tutti? Senza quelle situazioni inspiegabili, senza quei momenti che non si possono capire, che accadono così, e si ingarbugliano, si confondono e ci rendono la vita un casino?
La mostra di Frida per me si vede con la pancia, non con gli occhi (anche se, a dirla tutta, le opere su metallo proprio ciao, sono una meraviglia indescrivibile), si vede con quel pezzo di sé che è entrato sperando di trovare risposte, trovandole eccome.
Si riesce a vivere, malissimo e benissimo allo stesso tempo. Si può essere bellissimi nascosti sotto a gonne enormi che proteggono le nostre deformità, si può amare in maniera profondissima anche di fronte a distanze interminabili, fisiche e mentali.
La mostra di Frida è la mostra del "si può fare tutto", ne sono un esempio i cadaveri squisiti, quei disegni iniziati da Diego e terminati da Frida (o viceversa) senza poter sbirciare la prima parte. Si può amare l'altro, la vita e se stessi anche se di motivi non ne troviamo, anche se di cose belle per cui lottare non sembrano essercene.
La mostra di Frida è la mostra dei superlativi, perché io non amo granché usarli ma in questo post mi sono appena resa conto che ne ho messi tantissimi (eccone un altro!).
La mostra di Frida è, in realtà, di Diego e Frida, ma a me non riesce proprio di dividerla a metà (anzi, a dirla tutta, forse di Diego c'è pure più materiale in esposizione). Non mi va di dividerla a metà perché, ad ogni modo la si guardi, nelle opere di Frida c'è Diego, più di quanto ci sia nelle opere di Diego stesso.
Perché lei lo amava così:
"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto
e neppure così sapresti
quanto è meraviglioso poterti amare"


Che altro?