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martedì 8 agosto 2017

Voglio andare a vivere nel Verdon

Tipo che partirei anche la prossima settimana, giusto il tempo di qualche giorno per fare le valigie e dare in adozione le mie piante.

Mi sono innamorata del Verdon, sapevo che sarebbe successo e non sono stata smentita.


Il motivo? Ce ne sono svariati, in verità, primo tra tutti probabilmente la mia indole in fondo in fondo (ma nemmeno troppo in fondo) sociopatica.
Volevo visitare questo posto da anni, come da anni volevo andare in vacanza, sì perché se escludiamo la scappata in Sardegna a inizio estate non parto dal 2009. Probabilmente sarei stata felice anche di fare le ferie a Vergate sul Membro, ma decidere per il Verdon è stata senza ombra di dubbio la miglior scelta che potessimo fare.

I prossimi due post saranno un diario di viaggio
, il primo (cioè questo) sui quattro giorni in alta Provenza, il secondo (che spero di riuscire a scrivere la prossima settimana) sui tre giorni e mezzo trascorsi a Marsiglia.
Non so ancora, lo deciderò scrivendo, se aggiungere anche sensazioni ed emozioni molto personali all'interno dei post-diario o se dedicare a loro un'uscita a parte... vedremo.

Giorno 1 - Da Casa a Castellane, passando da Grasse.
Dunque, siamo partiti il 24 luglio mattina, con Scatoletta, l'auto di Santa Maria da Vesima (mia madre) che ce l'ha prestata di nuovo. Non paga di aver girato le brulle vie sarde, la nostra mini macchinetta rossa ha dato il meglio di sé sulle creste francesi: con poco più di un pieno ci ha portati fino a Marsiglia e ritorno, compresi un sacco di viaggi interni nelle valli provenzali (a Marsiglia, invece, si è riposata in un parcheggio coperto, su consiglio di TUTTI).
Abbiamo attraversato la Liguria e siamo arrivati in Francia all'ora di pranzo, per la precisione a Grasse, che tutte le mappe di Google chiamano Grassa (in occitano), probabilmente dopo aver assaggiato il Croque monsieur au saumon che ho mangiato io. Che dire di questo paesino super provenzale e super fiorito dove ero già stata anni fa? Vi basti sapere che in tutte le viuzze sono presenti bocchette di acqua nebulizzata profumata che sparano nuvole sui turisti e che dietro alla chiesa c'è uno spazio alberato dove potete degustare ghiaccioli al caffè ripieni di caramello salato (Grassa, dicevamo...), comodamente spaparanzati su una sedia a sdraio colorata.

Dopo pranzo siamo partiti subito alla volta di Castellane, il paese vicino a La Baume, ovvero il gruppetto di case dove si trova il rifugio che ci ha ospitati. Castellane è sede di tutti i negozi specializzati in sport estremi della valle, nonché momentanea abitazione di orde di scoppiati muscolosi, arruffati e prontissimi a lanciarsi in un vuoto qualsiasi.
Arrivati a destinazione ci siamo diretti subito alla Gîte (dove abbiamo trascorso tutte le notti in Verdon) per farci conoscere, lasciare i bagagli, prenotare la cena e perlustrare un poco la zona.
Qualche chilometro di curve su per la montagna e si arriva a casa di Alice, Matthieu e il piccolo Lou (più cane e gatto dello stesso colore). Li amerò tutti per sempre, perché a colazione ho mangiato ogni mattina pain au chocolat, burro, miele di lavanda e rosmarino, baguette calda, composte di frutta, latte fresco e yogurt della valle. Li amerò tutti per sempre perché hanno avuto la pazienza di parlarmi con lentezza e ascoltare il mio francese un po' zoppicante, perché sono stati sempre super gentili e altrettanto discreti, perché le due cene che abbiamo consumato lì erano uno spettacolo e perché hanno avuto la voglia, la forza, l'idea di prendere in gestione un posto così bello come quello.

A proposito di cena, la prima sera siamo rimasti in rifugio e abbiamo mangiato agnello e polenta buonissimi, preso un aperitivo con birra tapenade di olive e salamini e gustato una mousse al cioccolato senza precedenti. Attorno a noi altre due coppie e un amico dei gestori. Fuori mille animali, compresi il ragno più grande del mondo e una presunta (perché non l'abbiamo vista) famiglia di cinghiali che ci ha svegliati all'una di notte sgrufolando sotto le nostre finestre.




Giorno 2 - La Route de Cretês

Siamo partiti da Genova con l'idea di seguire il più possibile questo itinerario, scovato per caso cercando informazioni nei mesi scorsi. In realtà la Route de Cretês (la strada delle creste) l'abbiamo fatta in un giorno solo, metà alla mattina metà al pomeriggio, con una pausa pranzo meritatissima a Moustiers Sainte Marie. Se non conoscete la storia di questo paesino vi consiglio di andarla a leggere, è davvero una poesia.
Il giro delle gole è pieno di gente, meno di quanto ci aspettassimo in verità, ma i belvedere distribuiti lungo tutta la strada sono presi d'assalto (giustamente!) da tanti turisti. Cosa c'è da vedere? Beh, le creste, le gole profondissime con il Verdon che scorre lento sul fondo (vedi foto di apertura), le persone che arrampicano appese qua e là e, soprattutto, i grifoni. Sono ovunque, non si fa fatica a individuarli, né a fotografarli, come potete vedere qui sotto.
Rientrando al rifugio abbiamo costeggiato anche il Lago di Saint Croix, un luogo assurdo pieno di pedalò colorati e tuffatori senza senno che sembra uscire da un parco giochi di Wes Anderson.
Bollettino animali della giornata: oltre ai grifoni anche un coniglietto piccolissimo sulla strada per Castellane e uno scoiattolo nero sull'albero davanti a "casa". Sono quasi morta di gioia.




Giorno 3- Il Sentiero Martel

Abbiamo dedicato, come previsto dalla nostra tabella di marcia, l'intera giornata al Sentiero Martel. Questa lunga camminata (circa 13 Km) costeggia una consistente parte del fiume a volte seguendolo quasi allo stesso livello, a volte salendo in quota. Il verso da cui abbiamo imboccato noi il sentiero è il più duro ma anche il più semplice se si soffre di vertigini (lui) e di claustrofobia (io). I tunnel (quasi un chilometro diviso in due gallerie) iniziano subito, quindi si è ancora ampiamente in tempo per desistere e tornare in dietro in caso di panico, mentre i tratti esposti se percorsi in salita come nel nostro caso risultano più agevoli. Non sapevamo se saremmo riusciti ad arrivare in fondo e, soprattutto, non sapevamo se lo avremmo fatto in tempo per prendere la navetta con cui tornare da Scatoletta. Il Martel, infatti, non è un anello ed essendo piuttosto lungo non è semplice percorrerlo andata e ritorno per rientrare da dove si è partiti. Ad ogni modo, con qualche pausetta per recuperare fiato e bagnarsi la testa, con una sosta per il pranzo e alcuni stop obbligati per scattare foto siamo arrivati alla fine non solo con un buon anticipo sull'autobus ma anche con il tempo per un gelato.

La sera a cena siamo (OVVIAMENTE) rimasti in rifugio: cous cous alla provenzale e gelato homemade nel menu, un carico gigante di stanchezza, gioia e soddisfazione nelle ossa.
Per quanto riguarda l'avvistamento bestie abbiamo fatto il pieno di grifoni e rondini e abbiamo incontrato, sulla via del ritorno, una grossa lepre e un rospo ciccione (evviva!).




Giorno 4 - Il Lago di Castillon
Vista la sfacchinata del giorno prima abbiamo deciso di dedicare l'ultimo giorno nel Verdon all'esplorazione dei paesini vicini a Castellane e alla visita della diga del Lago di Castillon. Se volete sapere un po' di informazioni su questo posto potete leggere qui (non perdetevi il particolare dell'orologio perché è bellissimo). Costeggiata la diga con l'idea di arrivare a Saint André Les Alpes ci siamo invece fermati a Saint Julien du Verdon.
Lì ho trovato il mio paradiso, dove ho nuotato, letto, desiderato con tutta me stessa un gonfiabile a forma di aragosta, mangiato un panino ai peperoni e, soprattutto, dormito fortissimo sotto un salice piangente. Non credevo di essere capace di rilassarmi così tanto, e invece... anche un'irriducibile isterica come me è in grado di staccare la spina.
Prima di rientrare a Castellane abbiamo raggiunto questo posto: pochissima vita (almeno in apparenza), ma tanta bellezza!
A cena ci siamo fermati qui, un piccolo gioiellino provenzale con le lucine sull'albero nel cortile e i gamberi al Pastis più buoni di sempre (e, notare bene, a me il Pastis non piace).




Ecco, abbiamo finito.
Il quinto giorno è stato di saluti al rifugio (mi sarei attaccata alle gambe dei gestori per rimanere) e di passaggio tra il Verdon e Marsiglia, ma preferisco raccontarvi la nostra (quasi vana) ricerca delle lavande in fiore nel prossimo post.




lunedì 1 maggio 2017

Who made my clothes?

Che avrei scritto questo post lo avevo mezzo annunciato la settimana scorsa.
Ci ho riflettuto su ancora un poco e mi sono decisa: ho pensato che, nonostante la grande quantità di condivisioni più o meno autorevoli sul tema, valeva la pena di dire pure la mia e non perché abbia un punto di vista originale, tanto meno indispensabile, ma perché scrivere della Fashion Revolution serve innanzi tutto a me, per mettere in ordine le cose che ho in mente.

Quindi ecco il post sulla settimana della moda sostenibile, finita giusto ieri, mentre mangiavo prodotti a km zero in un agririfugio super green, raggiunto prendendo prima il treno e poi camminando a piedi. Cosa c'entra? C'entra eccome e ora ve lo dimostro.

Inizio con i link utili per capire un pochino di più che cosa si intenda per Fashion Revolution Week:
- Sito ufficiale del progetto (o forse dovrei scrivere del movimento, perché di questo in fondo si tratta).
- Video di Carotilla (se non sapete chi sia fatevi un giro sul suo canale, è piacevole, spesso regala buoni consigli se si ha intenzione di fare un viaggio a New York e in tante occasioni ha parlato del tema moda sostenibile).
- Video di The Bluebird Kitchen (blogger che si occupa principalmente di cibo, ma non solo: questo e altri video lo dimostrano bene. Date un'occhiata anche al suo bellissimo sito).
- Pagina di Marina Spadafora, una delle più grandi esponenti italiane (forse la più grande?) del mondo della moda etica, tanto da essere art director di Auteurs du Monde.
- Sito del documentario che mi ha aperto (ulteriormente) gli occhi su questo tema. In effetti, a onor del vero, ho visto The True Cost quando già camminavo sul sentiero della sostenibilità nel campo dell'abbigliamento: stavo cercando di informarmi meglio e questo film mi ha dato una sberla a cento chilometri all'ora (lo trovate anche su Netflix).

Ci sarebbero altri mille link utili che si occupano attivamente di moda etica, di negozi in cui comprare, di realtà piccole e medie che vale la pena sostenere. Non credo però di essere abbastanza preparata per dare consigli, appena l'anno scorso condividevo questo mio post, di strada nuova ne ho fatta tanta, ma credo di poterne e doverne fare ancora moltissima.

A proposito, quali sono le mie azioni quotidiane (o quasi) per sostenere la causa della Fashion Revolution? Concludo con una sorta di tavola dei comandamenti che non ha davvero nulla di straordinario e che leggerete quasi uguale in qualsiasi altro posto cercherete informazioni su come intraprendere la via della consapevolezza nell'ambito della moda sostenibile. Io, quello che posso dirvi dal profondo del cuore è che mi sento infinitamente meglio da quando ho iniziato questo percorso e davvero non credo tornerò indietro facilmente.

Mangio sano e faccio attenzione a quello che metto nel piatto (per salvaguardare la mia salute e quella del mondo in cui vivo), cammino nella natura ogni volta che posso, perché mai dovrei finanziare, comprando una semplice maglietta estiva, chi non presta ascolto ai diritti delle persone e dell'ambiente?
Ecco il mio decalogo:

1. Compro meno (e per meno intendo MOLTO meno)
2. Compro solo dopo aver controllato in tutti i posti a me accessibili (mail al customer care compresa) la provenienza dei capi e le informazioni sulla loro produzione. Se un brand è sostenibile state pur certi che lo scriverà ovunque potrà. Per contro può succedere che certe marche si dichiarino etiche e poi non lo siano granché: in questi casi fatevi aiutare dal prezzo. Se qualcosa costa poco, molto probabilmente ci sta rimettendo qualcuno (leggi l'operaio che produce il vestito e l'ambiente che paga costi altissimi).
3. Scelgo il più possibile prodotti Altromercato, perché sono certificati in maniera chiara e sicura, anche per quanto riguarda, per esempio, la lavorazione, le stoffe e le materie prime. Quando i capi di che trovo nelle Botteghe Solidali non incontrano il mio gusto cerco negozi di cui mi fido, dove so di poter chiedere informazioni su quello che sto acquistando, oppure mi rivolgo direttamente al magico mondo del vintage, che mi regala sempre grandissime soddisfazioni.
4. Non entro più nei mega store di fast fashion. Non è stato difficile come pensavo, anzi, nemmeno all'inizio.
5. Organizzo scambi di vestiti con le amiche e, ogni tanto, mercatini dove posso contemporaneamente vendere ciò che non indosso e trovare quello che cerco sul banchetto di qualcun altro.
6. Se un vestito che ho nell'armadio non mi piace più ma è ancora in buono stato provo a modificarlo, di solito con l'aiuto di mamma, per renderlo di nuovo di mio gusto.
7. Quando compro cerco di acquistare con la testa e non con la pancia, per due ragioni: perché molto probabilmente sto spendendo più di quanto di solito investivo in un unico capo di abbigliamento e perché quello che compro voglio che mi duri parecchio. Per questa ragione, di solito, evito lo shopping compulsivo e scelgo colori e/o fantasie facilmente abbinabili.
8. Stabilisco dei punti fermi: i jeans di Par.co, per esempio, perché so che mi stanno bene e, nell'attesa di trovare qualche altro brand di denim con prezzi così buoni, sono il mio porto sicuro.
9. Mi affido all'handmade ogni volta che posso. Ho la fortuna di avere moltissime maglie di lana filate da mia mamma, non porto camicie, la questione jeans è risolta (vedi punto 8), abitini e cappotti li scelgo rigorosamente vintage, perciò per quanto riguarda magliette e t-shirt mi butto sul fatto a mano. Anche in questo caso so dove rivolgermi.
10. Sono indulgente con me stessa. Non mi riesce facile, tutt'altro, chi mi conosce sa che ogni occasione è buona per autogiudicarmi. Però ci sono ancora capi che non riesco a comprare in maniera completamente sostenibile: abbigliamento tecnico, scarpe e intimo sopra a tutti. Per quanto riguarda il primo caso quando posso scelgo Patagonia, ma le magliette usa e getta per camminare e/o correre non posso proprio permettermele. Idem per le scarpe: cerco il fatto a mano o il prodotto etico ma non sempre lo acquisto, a volte perché è troppo costoso, a volte perché semplicemente non c'è. L'intimo è, infine, l'ultimo tasto dolente: non trovo nulla che non sia o Amish o costosissimo e, per ora, non sono disposta né a farmi suora né a rubare per comprarmi le mutande.

Ecco, questo post è chilometrico, immagino che nessuno sia riuscito ad arrivare fino a qui, in caso affermativo grazie infinite perché è un argomento a cui tengo molto e a cui mi dedico altrettanto. Prossimo obiettivo: fare acquisti in previsione, ovvero non trovarmi improvvisamente senza giaccone pesante in pieno inverno e senza soldi per comprare il piumino tre in uno di Patagonia.

venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





giovedì 24 novembre 2016

Sono gotica, ma non lo sapevo.

Sto preparando un esame, da qualche parte forse lo avevo già scritto, ma non è questo il punto. Il punto è che più sfoglio e leggo più scopro cose (che non sapevo) di me. L'argomento, il restauro dell'architettura, non mi è del tutto nuovo, il resto invece sì. Sto imparando a studiare senza avere il tempo per farlo, dovendomi dedicare a mille altre cose prima: in questo modo aprire i libri diventa un piacere, quasi un momento di riposo. Se le voci della bibliografia non fossero così tante sarebbe meglio, ma non mi lamento perché, dopotutto, senza questa opportunità forse non avrei mai saputo di essere gotica.


Disclaimer: con "essere gotica" non intendo un'amante dello stile darkettone, capello nero/blu, borchie, panta in pelle e reti sparse. Sia chiaro, moda rispettabilissima che sta bene a molte, ma non a me. Chi mi conosce sa che faccio più parte della grande famiglia degli elfi (colori della terra, capello rossiccio, occhio verde nocciola e passione per prati, boschi, fiumi e affini); quando scrivo che sono gotica intendo dire che mi appartengono molte delle caratteristiche che Ruskin, l'autore del libro che sto studiando, attribuisce ai costruttori di questo periodo stilistico. Non lo dubitavo minimamente ma, dopo averle lette, anche alla luce delle mie indiscutibili passioni (foglie, forme naturali, decorazioni), non posso che arrendermi all'evidenza e ritrovarmici completamente.

Ecco quello che ho sottolineato e riscritto stamattina:

"tali caratteri (dello Stile Gotico ndr) si riferiscono alla costruzione; riferiti al costruttore potrebbero chiamarsi così: 1) Selvatichezza o Rozzezza; 2) Amore per la varietà; 3) Amore per la natura; 4) Immaginazione agitata; 5) Ostinazione; 6) Generosità"

Immaginazione agitata: non è meraviglioso?

Solo poche ore fa ero qui, in uno dei miei posti del cuore, per seguire un corso di monotipia intitolato Herbarium Fantastico. Il primo soggetto che ho impresso è la foglia di felce che vedete in foto. Quella lassù, sulla destra, la raccolsi invece un paio d'anni fa durante una gita nei boschi della riviera e la pressai dentro Tessa La Pressa per qualche mese. Il risultato è perfetto, è così bella che alla fine non sono mai riuscita a lasciarla andare e a infilarla in qualche busta d'auguri. Il disegno da stampare, invece, l'ho scelto tra le tante possibilità che Alex ci ha offerto e, mi pare evidente, ho seguito il mio gusto senza dubbi, cercando il complesso, l'arzigogolato, il minuto, il selvaggio.
Quindi, mi viene subito in mente l'ultimo Leggermente che ho scritto (a proposito, questo mese cause di forza maggiore mi stanno impedendo di tenere fede ai miei impegni e probabilmente l'edizione di Novembre purtroppo salterà), dedicando tutto il post al concetto di wild, di natura incontaminata, di luogo sacro in cui (ri)trovarsi e (ri)sentirsi a casa.

Ecco che nel giro di un mese mi sono identificata in due libri molto distanti fra loro, sia cronologicamente sia a livello di contenuti e di pubblico a cui sono rivolti. Ma quando l'argomento, in entrambi i casi, nasconde l'essenza più intima di una persona il gioco si fa subito più facile.
Sempre.
Non è vero?

P.S. Nella foto, sulla sinistra, l'ultima tavola contenuta nel libro "La natura del Gotico" di John Ruskin.

giovedì 18 agosto 2016

You cannot tame something so happily wild...


[Avviso: post lunghissimo, con i tempi verbali un tantino fantasiosi. Vogliatemi bene comunque]

Ho ricevuto in regalo questo libro qualche giorno fa, poche ora prima di partire per una gita meravigliosa. Me lo hanno regalato due amici che mi conoscono piuttosto bene e che, soprattutto, conoscono bene il mio lato selvaggio, decisamente dominante sugli altri aspetti del mio carattere. Negli anni forse sto migliorando, ammesso che addomesticamento sia sinonimo di miglioramento: la storia del libro (mi) confermerebbe tutto il contrario. Il titolo del post è l'ultima frase di "Wild".

Ad ogni modo, dicevo, ho ricevuto questo regalo pochi giorni prima di partire per una camminata, organizzata all'improvviso nel prato delle Piscine di Casella, guardando il meteo, studiando la cartina e facendo una telefonata.
Siamo partiti la mattina di Ferragosto da Genova, in motorino abbiamo raggiunto Torriglia (fare tutto il percorso con il bus, in orario festivo, sarebbe stata un'impresa impraticabile anche per me che difendo sempre con i denti il trasporto pubblico) e, dopo una sosta obbligata per chiedere informazioni, prendere un caffè e farci preparare il panino al salame dall'alimentari del paese abbiamo proseguito fino a Bavastrelli. Lì ci siamo liberati del motorino e siamo partiti a piedi.

Inizia così il nostro viaggio a tappe, tante, visto l'orario criminale in cui abbiamo cominciato a camminare. Suddividerò questo post in quindici punti, proprio rispettando le soste che abbiamo fatto e raccontando, una pausa dopo l'altra, cosa abbiamo visto, cosa mi ha colpita di più, cosa vi consiglio di fare nel caso voleste avventurarvi nella stessa impresa seguendo le nostre orme. Parto subito con le indicazioni, premettendo che per raggiungere il Rifugio dell'Antola ci sono diverse possibilità. Potete partire dalla Casa del Romano passeggiando praticamente sempre in piano e con poca fatica, da località Donetta facendovi il mazzo (almeno così mi hanno detto i signori del paese incontrati al bar) o da Bavastrelli come abbiamo scelto noi, consapevoli che avremmo incontrato solo salite per almeno due ore (ce la siamo presa moooolto più comoda).

[Tutti i link che ho segnalato vi fanno raggiungere la vetta del Monte Antola, il Rifugio da lì dista dieci minuti].

Ecco le tappe:

1. Prima sosta alla fonte per mangiare il panino al salame. Non siamo nemmeno partiti che già ci sediamo per pranzare, a nostra discolpa possiamo dire che mentre salivamo abbiamo incrociato decine di famiglie in assetto da grigliata in giardino: una fra tutte quella che cuoceva cento chili di asado su una rete del letto. Che meraviglia.

2. Seconda sosta alla fonte per ricaricare le pile e la borraccia. Siamo in pieno bosco e non soffriamo il caldo... per adesso.

3. Terza sosta sotto al faggio più bello del mondo, seduti al tavolo, tra disegni botanici e consapevolezza di essere a metà strada, col sole a picco, di fronte alla pietraia.
[n.b. Nel parcheggio di Bavastrelli abbiamo incrociato alcune signore del luogo che chiacchieravano tra loro trasportando lasagne e bottiglie di vino: "Per andare sull'Antola occorre partire la mattina presto, se si va ora si muore di sete sulla pietraia"]

4. Quarta sosta sul sentiero grazie all'ennesimo tavolo all'ombra. Da qui in poi abbiamo deciso di non fermarci più e di goderci il bosco fino al rifugio.

5. Arrivo al rifugio, dove abbiamo trovato torta di mele e birra ad accoglierci, un panorama mozzafiato, le ciabatte all'ingresso e un'accoglienza discreta e gentile.

6. Posato uno zaino su due siamo saliti in vetta, dove non ci sono parole da dire, solo silenzio e gratitudine. Perché quello è un posto in cui guardando sinistra si vedono le montagne, di fronte si vede il Lago del Brugneto, a destra si vedono il mio mare e il mio paese d'origine, dietro si vede la pianura. E poi i fiori di montagna, i sassi, gli insetti, i gruppi di daini veloci, gli escursionisti con le gambe storte, il sole e la gioia vera.

7. Dopo un po' di riposo, una doccia veloce per non sprecare l'acqua, una sosta con i binocoli di una compagna di rifugio per osservare un daino gigante mangiare su una sella lontana, abbiamo cenato e chiacchierato, guardato video di volpi incontrate al tramonto, parlato di viaggi e cibi insoliti, raccontato di sentieri, nebbia, topi e solitudine.

8. Prima di coricarci abbiamo guardato il cielo, illuminato da una grande luna. Nonostante la luce ci siamo portati a casa una bellissima stella cadente.

9. La notte in condivisione, come temevo, non è andata granché bene. Essere svegliati dieci volte da un cellulare lasciato inspiegabilmente accesso non è tollerabile mai, figuriamoci in un rifugio di montagna.

10. Per fortuna le sei sono arrivate presto e con ancora il pigiama addosso e gli occhi semi chiusi siamo corsi in vetta per guardare l'alba. Non eravamo soli, con noi un ragazzo giunto in rifugio la sera prima, un gruppo di mucche, una volpe e una lepre lontane (almeno così sostiene Andrea!).

11. La colazione ci attendeva al rientro dalla fuga notturna e insieme a noi, nel prato, mangiavano un piccolo daino e la sua mamma.

12. Dopo aver dormicchiato qua e là, un po' sulle travi di legno all'aperto, un po' avvolta nel sacco a pelo, siamo ripartiti. Questa volta le soste sono state poche, abbiamo incontrato qualche daino nella foresta e raggiunto Bavastrelli velocemente. Da lì siamo ripartiti con il motorino e poi a piedi in direzione Lago del Brugneto. Sulla via ho anche trovato il tempo di lasciare una foglia gentile, vicino a una fonte, la prima "abbandonata" fuori città.

13. La strada nel bosco, una mezz'ora di cammino, ci ha portati sulle sponde di questo grande lago artificiale. La stagione estiva rende il paesaggio lunare: spiaggette di limo secco e rifiuti di epoche passate, alberi ricoperti da vecchio fango indurito, rovi e radici ovunque sono ciò che l'abbassamento del livello dell'acqua ha lasciato dietro di sé. Ci siamo un po' impressionati per questa desolazione, avvertendo chiaramente la differenza tra un luogo artificiale e uno naturale. Siamo rientrati passando dal bosco e incontrando qualche capriolo arancione.

14. L'idea era quella raggiungere la diga in motorino per mangiare lì il nostro ennesimo panino al salame, ma avevamo decisamente calcolato male le distanze: troppa strada, troppe curve, troppa benzina ci separavano dalla meta e così, affamati e finalmente un po' stanchi chi siamo fermati a Santa Maria al Porto, per pranzare davanti alla chiesa. Ci ha fatto compagnia una bambina, intenta a giocare da sola sul sagrato, così concentrata da rifiutare persino il gelato offerto dalla nonna con un urlo sull'uscio di casa.

15. Il nostro viaggio è terminato così, con un caffè sulla via del ritorno, un sonno incredibile che mi ha fatto addormentare in motorino (!) e tanti ricordi da fissare per bene nella memoria.

Come scrivevo poco tempo fa proprio qui sul blog ci sono momenti in cui sembra che il tempo, in realtà, non abbia tempo. Giorni di dodici ore come tutti gli altri che paiono durare molto di più, week end lunghi quanto una settimana, decine di emozioni diverse (stupore, paura, gioia, malinconia...) che dilatano tutto e confondono i piani.
Questa gita è stata proprio così, dilatata, confusa, improvvisata e perfetta, perché "Non puoi domare qualcosa di così felicemente selvaggio".








domenica 3 aprile 2016

La straniera


Erano anni che il cambio di stagione non ci andava giù così pesante.
Pure il passaggio dall'ora solare a quella legale non credo abbia aiutato.
Se poi ci aggiungiamo una settimana di antibiotici per scongiurare ipotetici morbi da puntura di zecca completiamo il disastroso quadro di stanchezza tremenda, sonno boia, stato confusionale semi costante.
Un esempio?
Ieri ho perso gli occhiali da vista. Stavo passeggiando in pieni Rolli Days e sono tornata alla polleria dove avevo pranzato, per controllare se magari li avessi dimenticati lì. Il locale era pienissimo, ho chiesto al ragazzo dietro al bancone se li avessero visti e lui, sorridendo, mi ha risposto:
"No cara, ma sai, noi non siamo mai usciti da qui, prova a vedere dove eri seduta. Però, non è che per caso sono quelli che hai appesi al collo, vero?".

Capito?
Non ce la posso fare.


In tutto questo lavorare, alzarsi, comunicare, spedire, scrivere, inviare, rispondere, accontentare, parlare, dire, fare, (baciare, lettera, testamento) io mi sento una straniera.
Come se non sapessi bene dove sono, né come esprimermi affinché gli altri mi capiscano. Il più delle volte, tra l'altro, mi pare di non comprendere io stessa quello che gli altri cercano di dirmi.
E non parlo solo di sconosciuti, persone appena incontrate sul mio cammino, nuove opportunità che si palesano all'improvviso: intendo anche gente che frequento da tipo dieci, dodici anni e che, di colpo, sembra parlare swahili.

Come sto cercando di ovviare al problema?
Facendo paragoni.

Il primo mi sta aiutando moltissimo ed è legato al corso di francese che seguo ormai da settembre. Ora che mi dedico alla conversation (da pronunciare rigorosamente alla francese) e che trascorro mattinate intere a mettere insieme frasi apparentemente insensate ma a volte incredibilmente corrette, ho capito perfettamente cosa significhi essere straniera, e tentare di integrarsi. Provo grande gioia quando, per esempio, riesco a tradurre mentalmente ciò che due turisti francesi si stanno dicendo in un negozio... la stessa felicità la sento quando capisco chi si rivolge a me in italiano ma sembra parlare un'altra lingua. Non solo, spesso mi sento più compresa balbettando in francese a lezione che dialogando in italiano nella vita di tutti i giorni.

Da cosa dipende tutto questo? Da me, ovviamente. Anche perché tutto (o quasi tutto) ciò che affrontiamo ci colpisce in modo diverso a seconda da come lo vediamo. Io non voglio arrabbiarmi, non voglio farmi mangiare dal nervoso, non voglio che mi capiti una volta a settimana nella stanza gialla, tanto meno voglio che succeda nella vita quotidiana. Quando mi accorgo che non c'è via d'uscita, che proprio non capisco un comportamento, una frase, una mail, un'azione e che non so assolutamente come comportarmi di conseguenza... divento francese. Oplà.

Il secondo paragone che uso (questo lo faccio da sempre e dopo ieri ancora di più) è legato alle piante che vivono in città, nate nella fessura di un muro, in una crepa sull'asfalto, tra i mattoni di un molo. Ieri ho partecipato a una passeggiata alla scoperta della biodiversità urbana e ho finalmente imparato alcuni nomi di coraggiosissime piantine resilienti, incontrandole qua e là tra automobili, turisti, barche e ringhiere. Le ho fotografate, catalogate sul mio taccuino e ammirate infinitamente per la loro pazienza. Ce ne sono alcune che si fingono morte nei periodi duri e ripartono più forti che mai appena il clima lo consente. Sono così avanti, in un ambiente in cui probabilmente nessuno le capisce, dove non ci sono alberi a proteggerle, uccelli e insetti a visitarle, acqua fresca a dissetarle, che non hanno nemmeno bisogno di diventare francesi per farcela.

Quale migliore esempio?
Io non voglio arrabbiarmi, voglio fiorire timida ad aprile trasformandomi in un sedum (francese).

mercoledì 2 dicembre 2015

Gli alberi lo sanno

Gli alberi sanno come ci si sente, perché lo fanno tutto il giorno.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.

Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.

Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.

Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.

Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.

Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.

venerdì 26 giugno 2015

Sentieri uniti contro il disagio

In questi giorni mi sento profondamente a disagio.

Al lavoro, con il mio corpo, con il resto del mondo. Sono poche, pochissime, le persone con cui riesco a stare volentieri e altrettanto poche le situazioni in cui mi sento di dire: "Ok, eccomi." L'ultima ieri in un campo di zucchine, tra impianti d'irrigazione anarchici e cestini rossi.
Come spesso mi capita non trovo il mio posto nel mondo, ma nemmeno nella città in cui abito o in quelle vicine. E' ormai chiaro che si tratti di un problema legato a me, a questo carattere che non si arrende a diventare stronzo e a desensibilizzarsi, nonostante rispetto al passato lo so solo io quanto abbia imparato a non sentire le cose. Sempre di più. Sempre peggio.

Eppure spesso non basta e questo è un periodo in cui non basta.

Perciò mi aggrappo con le unghie e con i denti alle cose che mi salvano, a quei momenti piccoli ma per me enormi che funzionano come una perfetta zattera, pronta a traghettarmi da una sponda all'altra del Fiume Sconforto.
Come sempre, il regno dei ragni è quello che mi tratta con i guanti, che mi avvolge e mi protegge tenendomi fuori da tutto, che mi permette di camminare e scivolare senza (quasi) farmi male, che mi regala attimi di meraviglia inaspettata e silenzi dal valore inestimabile.
Io di tutto questo non sono mai capace di scrivere e mi affido, come al solito, agli elenchi:

- un giglio di San Giovanni appena sbocciato che ospita una piccola farfalla a pois
- una foresta di foglie verdi che diventano psichedeliche appena ti azzardi ad alzare il naso verso il cielo
- un'adunanza di scarabei che non abbiamo saputo spiegarci
- una merenda nella radura delle merende
- un paguro di montagna protetto dal legno e uno appeso per un filo di bava
- una ginestra che ha finito i suoi fiori
- una piuma a righe azzurre e blu che spunta tra le foglie secche e mi lascia a bocca aperta
- una "famiglia di volpi" che nasce da una pineta malata
- un panorama che chiamarlo Paradiso era inevitabile
- una storia di aerei che sanno dove andare che ancora non conoscevo
- un piede che scivola, una schiena che si sbilancia e un culo che atterra
- un picchio che batte in lontananza
- un giardino botanico bizzarro che conserva davvero quello che promette
- un cane che quando beve fa un rumore conosciuto
- un'aquilegia viola sulla sponda che scende
- un panino col prosciutto che pare il più buono di sempre
- una dose sufficiente di serenità per affrontare la settimana di difficoltà che sarebbe cominciata di lì a poco

Questo è successo lo scorso weekend, quando i sentieri si sono uniti contro il disagio, in una lotta lunga, bella, impari e non ancora conclusa.


lunedì 25 maggio 2015

Una stanza tutta per me

Questa mattina, appena uscita dal bar della seconda colazione, una signora diceva ad un amico che di fronte all'asilo i vigili stavano cercando di allontanare un capriolo, ma lui non ne voleva sapere di andare via dal giardino.
In quel momento ho capito che alzarmi presto per andare a camminare era stata la scelta giusta.
Avevo bisogno di una stanza tutta per me in cui trovare spazi adatti a riordinare i pensieri pesanti degli ultimi giorni, dove cercare silenzio, concentrazione e, perché no, pace. Ora, sul silenzio magari poteva andarmi meglio, la combriccola a cui mi sono unita (la classe "di arte" di mamma) non si può dire brillasse per mutismo, ma in fondo è andata benissimo così: la compagnia nei giorni no alla fine fa bene, perché ci costringe a relativizzare e a spostare l'attenzione su altro. Ci sarà sempre qualcuno con una disgrazia più grande della tua che ti farà pensare "vabbé dai, che sarà mai".
Oggi l'obiettivo era percorrere parte dell'acquedotto storico di Genova e sicuramente il fatto che ci fossi stata questo inverno in una giornata tanto speciale da rimettermi al mondo, mi ha aiutata parecchio a puntare la sveglia alle sette (e, soprattutto, a scendere da letto).
Quindi, con estrema tranquillità, abbiamo camminato, ci siamo fatti raccontare la storia di quello che incontravamo, abbiamo attraversato ponti, boschi e prati e abbiamo visto un asino, due capre e tre pecore (di cui due agnellini così piccoli da avere ancora il cordone ombelicale appeso alla pancia).
Qualcuno ha raccolto sambuco per i decotti, succhiato il nettare dei gelsomini, mangiato asparagi selvatici e fotografato i fiori di kiwi, io, nel frattempo, ho ripensato ai giochi che facevo da bambina quando mi avventuravo nei boschi. Me ne sono venuti in mente un sacco: il riso al pesto con gli ombelichi di venere, i fischietti con le cime nuove delle canne, le ballerine con i fiori di papaveri, i palloncini con una pianta che non ho mai saputo che nome abbia. Anche allora, come oggi, cercavo una stanza tutta per me.
La stessa forse la cercavano i tre bimbi che ieri hanno partecipato al mio laboratorio: costruendo animali fantastici con materiali di recupero (io mi ero persino portata un vecchissimo libro sulla fauna ligure così mal ridotto che Gabriele, stupito, mi ha detto: "ti consiglio di aggiustare un poco questo tuo libro!") e regalando alle loro creazioni delle piccole luci che le rendessero ancora più speciali. Hanno lavorato quasi due ore con calma, concentrandosi sulle loro idee e lasciando il giusto spazio alla fantasia, rispettandone ogni aspetto, anche se bizzarro.
Dovremmo farlo tutti, ogni tanto, perché ogni volta che rispettiamo qualcosa ci rendiamo felici.

domenica 10 maggio 2015

Easy like sunday morning

Si capisce già dal titolo: oggi è domenica.
Ed è ormai da un po' di tempo che mi ritrovo a scrivere qui sul blog in questo giorno della settimana. Vuoi perché nelle ore feriali sono sempre incasinata e presa dai post che devo curare per lavoro, vuoi perché i momenti migliori, quelli più tranquilli e intimi, li conservo per i week end...alla fine va sempre così.
A proposito di settimane complicate, ne sta finendo una mica male, per lasciare spazio alla prossima che sarà anche peggio. Ma, tutto sommato, sembra facile.
Inaspettatamente è stato facile andare a Ferrara in giornata, svegliarsi all'alba, ritornare nella notte, con quattro cambi di treno (di cui uno saltato magicamente come solo Trenitalia sa fare) e una presentazione importante, andata liscia come l'olio tra applausi, sorrisi e tortelli alla zucca. E' stato facile svegliarsi presto ieri mattina per costruire un mazzo di fiori dei miei, questi qui, che volevo regalare ad un'amica di mamma in piena inaugurazione di una nuova avventura. E' stato facile, anzi facilissimo, alzarsi questa mattina, infilare tuta e scarpe da ginnastica e perdersi tra le felci e il cielo azzurro. Per la Festa della Mamma, siamo andate a pranzo al Forte Geremia, un posto che io non ero ancora riuscita a vedere e di cui mamma mi aveva parlato un sacco, e benissimo. Effettivamente è un incanto, un lungo lumacone addormentato sui prati, ora adibito ad agriturismo e, volendo, a dormitorio, dove si può mangiare nei week end e avvertendo con un po' di anticipo rimanere anche per la notte. Ci siamo sdraiate sull'erba rivolte verso il mare, mentre la città paralizzata aspettava il Giro d'Italia, abbiamo mangiato una grigliata buonissima con le patate al forno e ci siamo fatte raccontare, con mini giretto incorporato, la storia del forte. Poi ci siamo di nuovo allungate sotto al sole e io, come al solito, ho avuto la peggio ustionandomi una gamba e assicurandomi un'abbronzatura a strisce a dir poco imbarazzante. Però è stato tutto facile, scottatura compresa.
Questo fine settimana è stato così facile che è volato in un baleno e io spero tanto che anche i prossimi giorni non siano da meno: ho laboratori sparsi nel raggio di trenta chilometri, da raggiungere con i mezzi nel minor tempo possible, ho week end di lavoro da organizzare, aperitivi cene e compleanni da incastrare, animazioni da studiare, ma tutto sommato mi sembra facile. Non lo so perché, ma è così.
Nel frattempo, per semplificare ancora di più e rendere tranquillo ogni pensiero difficile, condisco le mie giornate con piccoli momenti di felicità, come esaudire ben cinque dei desideri della mia wishlist di qualche tempo fa, in un colpo solo!
- Voglio andare dal parrucchiere e ravvivare il rosso dei capelli [per questo avevo barato e l'avevo esaudito prima ancora di scrivere l'elenco]
- Voglio andare dall'estetista e concedermi qualcosa di più che la solita ceretta
- Voglio ricominciare a correre e fare sport, visto che sono immobile da almeno due settimane
- Voglio comprarmi un costume bello. Ma bello davvero, di quelli che durano due, tre, quattro estati senza diventare molli, scoloriti e tristi (l'avrei pure già individuato, non costasse 90 euro)
- Voglio tornare a cena qui
- Voglio vedere almeno tre mostre: questa, questa e questa
- Voglio riuscire a iscrivermi qui
- Voglio sfruttare l'occasione offerta dall'ultimo desiderio per trascorrere minimo due ore qui dentro (sto già immaginando tutto quello che comprerò)
- Voglio informarmi sul corso di ceramica della parrocchia vicino casa (almeno informarmi, dai)
- Voglio cavalcare l'onda della convalescenza per rallentare e leggere e dedicarmi all'handmade come ho fatto negli ultimi giorni
- Voglio tornare a Bergamo Alta e andare qui, perché l'unica volta che ci sono stata questo splendido negozio era chiuso e soltanto mesi dopo, seguendo per caso su instagram il profilo di MysticFlaminga7, ho scoperto che mi stavo perdendo proprio tra gli stessi vestiti e accessori che avevo intravisto in quella vetrina spenta
- Voglio riuscire a partecipare a un Bookeater Club di Zelda
- Voglio andare al mare e stare con la mia gatta per interi pomeriggi (questa, me ne rendo conto, è un'utopia. Perché devo, seppur poco ahimè, lavorare e perché la mia gatta non passerebbe mai interi pomeriggi con qualcuno)
- Voglio attivare una carta prepagata, pur sapendo che questo mi condurrà brevemente alla morte per stenti
- Voglio programmare un piccolo viaggio
- Voglio andare a un concerto figo
- Voglio ridere assai

Bene, alla Scuola Holden mi sono appena iscritta, all'handmade mi sono dedicata per mezzo weekend, l'estetista mi aspetta martedì mattina, il dopocena lo trascorrerò a sfogliare il (bellissimo) catalogo di Melissa Erboristeria che mi ha mandato Valeria qualche giorno fa, e adesso chiudo il post perché vado a correre. Per ridere assai troverò il modo. Facile. Easy like sunday morning.

sabato 18 aprile 2015

Levante

Non ho mai scritto un post fotografico.
Un po' perché mi piace l'idea che a ogni mia sbrodolata di parole corrisponda un'unica immagine, un po' perché non sono una fotografa e quindi che ci azzeccherebbe con me un post fotografico?
Oggi però va così, ho una cartella troppo bella salvata sul desktop e non vedevo l'ora di avere la forza per stare seduta e raccontarvi di questa sorpresa. Perché di sorpresa, in tutti i sensi, si tratta.
Qualche tempo fa, al mercatino di beneficenza della parrocchia sotto casa (dove vado sempre e da cui, quasi sempre, esco con un nuovo acquisto pieno di romanticismo), ho comprato una macchina fotografica. Un'analogica di plastica gialla, ancora chiusa nella sua confezione originale, che, presumibilmente negli anni novanta, veniva regalata con una raccolta punti della benzina. Insieme alla macchina, oltre a uno spassosissimo libretto delle istruzioni, c'era un rullino agfacolor con 15 scatti disponibili. Naturalmente il pacco completo è stato regalato come sempre al vicino-vicino, con un'unica importantissima regola: scattare le foto durante uno dei nostri giri a piedi. Lo abbiamo fatto andando da Rio Maggiore a Porto Venere, consapevoli (e felicissimi) che la pellicola fosse più che scaduta e che la macchina fosse bella ma, come dire, un tantino sempliciotta. Dopo aver finito di scattare tutte le foto (comprese quelle fatte per errore, perché è meglio non ricaricare subito dopo aver fatto click, altrimenti il click successivo partirà con tutta probabilità direttamente nella custodia, voi lo sentirete e giù di wtf a picco sul mare), lo abbiamo portato a sviluppare. Dove? Ovviamente non in posto qualsiasi, ma qui. Perché siamo amici, perché sia io sia il vicino-vicino abbiamo seguito un po' di corsi da loro, perché TotemCollectiveStudio è un posto bello dove si fanno cose belle (e no, non mi pagano per scriverlo, se non in spiedini e birra). Quindi, bando alle ciance, ecco le foto. Lo so, sono bellissime.








[l'ultima l'ho fatta io!]

Ecco qui, il post è finito, le foto non sono tutte quelle che abbiamo portato a sviluppare perché non tutte sono venute, e di quelle riuscite ne ho pubblicate solo un po'. A me piacciono un sacco, ma probabilmente sono di parte.

sabato 7 marzo 2015

Si vede

Nota bene: questo post andrà riletto periodicamente, in saecula saeculorum.

Qualche giorno fa ho incontrato un mio ex professore dell'università. Mi ha chiesto:
"Come va?"
"Bene grazie, lei?"
"Non c'è male...è un po' che non la vedo"
"Ho finito la borsa e vengo qui più raramente"
"Capisco, e come se la sta cavando ora?"
"Eh, ce la metto tutta, non mi arrendo"
"Si vede!"
Si vede.
SI VEDE.
Ha detto proprio così e non sa, probabilmente non ne ha davvero la minima idea, del bene che mi ha fatto.
Perché è un periodo delicato, s'è capito. Perché sto cercando di uscire dalle sabbie mobili, perché per provarci ho dovuto abbassare di nuovo un poco la testa (o per lo meno io me la vivo così), perché tornare a fare cinque o sei lavori contemporaneamente per portare a casa la metà dello stipendio che ho preso negli ultimi due anni mi pesa un po', e gli aiuti di mamma mi suonano inevitabilmente come un grande scivolone in fondo alla scala. Ma non mi arrendo. E i motivi per cui non mi arrendo sono tanti, alcuni per esempio stanno nascosti nelle gite degli ultimi due week end; di quella terminata poco fa ho cominciato a scriverne questa mattina nella mia mente e devo ancora smettere.
Quindi, per raccontare quali sono alcuni dei motivi per i quali non mi arrendo, ho deciso di usare il mio mezzo preferito: l'elenco.
Potrebbe essere una buona cosa mettere su questa prima di cominciare a leggere, perché mentre stasera tornavo in bus, suonava nelle cuffie e io compilavo la mia lista, parola dopo parola, sensazione dopo sensazione, punto dopo punto...sorridendo.
Non mi arrendo per i sori arancioni sulle felci verdi, per i cespugli di euforbia che sembrano giungla, per i cancelli azzurri in un mare di trifoglio giallo, per i muscari che cominciano a uscire piccoli e indecisi, per i gatti bianchi che aspettano pazienti le coccole, per le mimose fiorite a picco sul mare. Non mi arrendo per il bambino che pota un ulivo insieme al nonno e al papà, per la signora con la stampella che cammina tra i filari di vite, per l'ombelico di venere piccolo e lungo che spunta dal muretto, per i tronchi d'albero tagliati in modo buffo. Non mi arrendo per gli spaghetti con le vongole, per i signori che corrono appresso al treno, per i fili della ferrovia che separano il cielo grigio in tante strisce tutte uguali. Non mi arrendo per il treno delle 7.41 che sta sempre fermo a Quarto ma poi arriva puntuale, per la bava sulla giacca, per il berretto azzurro del bambino rimasto appeso al ramo. Non mi arrendo per il mare d'argento, per la sagoma della Corsica sull'orizzonte, per il bosco di pini caduti, per le scie dei motoscafi, per i falchi che volano sulla costa. Non mi arrendo per i tronchi neri sull'acqua blu, per i cespugli che sembrano bianchi, per la signora che legge Repubblica seduta sul Mediterraneo, per la foto scattata da dentro il maglione. Non mi arrendo per l'erba lunga che dondola nel vento, per l'alloro che alloro non è, per le querce da sughero, per le rocce che cambiano colore e il nostro sentiero diventa rosso, per i panorami improvvisi, per l'erica bianca, per le lucertole veloci. Non mi arrendo per il gestore del ristorante che sa davvero cosa è il mare, per la ricotta con lo zafferano, per il pesce palla che è un pesce istrice, per il cane che mi ha spaventata, per il sentiero che si apre sul paradiso. Non mi arrendo per la strada che scende e scende e scende ancora, per la pipì, per la barca a vela gialla, per la macchina fotografica a pellicola, per le gambe lunghe, per le candele accese. Non mi arrendo per la chiesa a strisce, per gli zoccoli colorati, per il gatto sul cruscotto, per il viaggio in bus che mai più ci aspettavamo e per il tramonto che ha tinto le sagome di nero, proprio come piace a me.
Per tutte queste cose non mi arrendo.
E quando ognuna di esse sarà sparita, quando non sarò più capace di vederla e amarla, soltanto allora, forse, mi arrenderò.




domenica 4 gennaio 2015

Trentatrètrentini

Niente foto con i calzini a righe sull'uscio di casa quest'anno. Un po' perché ho scordato i calzini a righe, un po' perché ho scatti ben più belli tra cui scegliere, un po' perché basta, è l'anno del cambiamento (volente o nolente) e magari cominciare a scegliere io qualcosa può essere un piccolo passo avanti. Quindi oggi quattro gennaio duemilaquindici ecco un'immagine di questa mattina al rifugio Prato Rotondo, dove ho festeggiato il mio compleanno con mamma e due vicini di Vesima e da dove sono poi rientrata a casa, a piedi.
Trentatré anni, come Gesù, e i miei amici ieri sera ci hanno tenuto a ricordarmelo!
Non ricordo di aver trascorso delle vacanze natalizie così belle. Davvero.
Sarà che dopo tutta la pioggia che abbiamo patito questo autunno, svegliarsi quasi ogni mattina con il cielo blu, il sole (troppo) caldo, e intere giornate da poter passare fuori, camminando, correndo, guardandosi intorno, è stato meraviglioso.
Cosa ho fatto in due settimane a casa dal lavoro?
Cucinato
Mangiato
Camminato
Di solito proprio in quest'ordine.
E ho festeggiato con tutte le persone che avevo voglia di vedere, ho preparato piatti nuovi come la zucca marinata e piatti vecchi come la pasta e fagioli, ho corso attorno alla casa dove sono cresciuta e attorno a quella in cui sto crescendo, ho camminato a Ponente e ho camminato a Levante, in compagnia e da sola, con la luce e con il buio, senza trascurare un momento.
Così, un'euforbia a picco sul mare incontrata a Punta Manara diventa il mio attimo felice del due gennaio, mentre in mezzo alla sera che arrivava (troppo) svelta tra i pini ho trovato un secondo tutto mio solo poche ore fa. E mi sono sentita felice.
Quanto ieri che ho festeggiato il mio compleanno semplicemente non dandomi tempi, dilatando tutto, facendo colazione all'ora di pranzo, chiacchierando con le amiche, passando a salutare nel mio negozio vintage del cuore, perdendomi in drogheria alla ricerca di qualche fetta di zenzero candito che mi togliesse la nausea. Ma anche cucinando per gli ospiti della sera, stanchi e reduci da un trasloco, pronti ad appendermi un paio di quadri da troppo tempo posati lì, a riempirmi di regali e a mangiare tutto quello che avevo preparato con calma, e affetto. Tantissimo affetto.
Ora non resta che:
- prendere in mano la situazione cibo e la mia totale incapacità di digerirlo, aspetto che ben conosco (perché mi capita assai spesso) e che immagino possa risolversi smettendola di sfondarmi di latticini e lieviti e ricominciando a riflettere sugli acquisti utili davanti al banco ortofrutta.
- rimettermi nell'ottica di sedermi al pc per lavorare, che altrimenti il sette mi prende una sincope.
- passare un sei gennaio di sole degno di tutte le feste appena trascorse. E perciò bellissimo.

sabato 29 novembre 2014

I magnifici 5: vedere

Nel titolo c'è un errore, perché più che del "vedere" intendo scrivere del "guardare".
Qui da mamma è molto più facile, sono nel mio e tutto ciò che vedo in realtà lo guardo, con attenzione.
E' una mia caratteristica in generale, in verità: difficilmente lascio che le cose mi passino accanto senza badarci troppo, di solito poso gli occhi su quello che incontro e lo osservo, finché non lo capisco.
E' un pregio? Ni. Come sono attenta alla bellezza, anche piccola, che ci circonda, sono attenta (troppo) alle difficoltà, alle fatiche, alle cattiverie. Vedo, guardo, osservo tutto e, nella maggior parte dei casi, mi struggo.
Oggi però scriverò delle cose che mi piace guardare, ho deciso di lasciare fuori quelle brutte.
- Le foglie. Ma va? Chi lo avrebbe mai detto? Si sa, ho una passione sconfinata per la botanica, il primo erbario l'ho costruito con mamma da bambina, usando un grosso album a carta ruvida Fabriano e una pressa comprata in Val D'Aosta. Chissà che fine ha fatto.
- I colori. Mi piace cercarli, accostarli con il pensiero, immaginare quale sfumatura potrebbe stare bene con quella che ho scelto.
- Gli spettacoli a teatro, i concerti, i film al cinema. Insomma, tutte quelle occasioni in cui si condivide una sensazione con amici ma anche (o soprattutto) con perfetti sconosciuti, che si emozionano accanto a noi e a modo loro.
- I bambini che vivono esperienze e fanno nuove scoperte per proprio conto, in disparte. Quando un piccolino trova un insetto strano o un sasso dalla forma buffa e così, senza dire nulla a nessuno, si concentra ad osservarlo, senza preconcetti e senza il bisogno di condividere con altri la novità, io mi sciolgo.
- I comportamenti assurdi della mia gatta. Agata è più simile a un coniglio obeso che a un felino, ma è davvero adorabile. Non smetterei mai di guardarla.
- Il "mio" mare. D'estate, la mattina presto (o la sera), quando non c'è ancora nessuno che urla, gonfia il canotto, si spalma la crema, si tuffa a bomba.
- I boschi in autunno. Perché sono belli sempre, sia guardando in basso tra i muschi e i cespugli sia alzando gli occhi insù, tra rami e pezzi di cielo; in autunno, però, sono ancora più belli.
- La neve. Soprattutto quando è tanta e copre ogni cosa, anche i rumori.
- La pioggia. Che vista la situazione della mia regione non lo dovrei dire, ma quando comincia a scendere regolare, con quel rumore così rassicurante e quel profumo buonissimo (il petricor, di cui ho scritto nel post dedicato all'olfatto), potrei stare a guardarla per ore.
- La persona che amo. Mentre dorme o mentre fa qualcosa che gli piace davvero, seguendo la sua passione. Perché sono una fottutissima romanticona.
- Gli allestimenti. Le tavole ben apparecchiate, le sale organizzate nei dettagli per una festa, le cucine pronte a un bel pranzo, un prato agghindato per un matrimonio...
- Le librerie. Sia intese come negozi sia come mobili porta-libri, perché le vivo come veri e propri paesi dei balocchi.
- I mercatini. Possibilmente dell'antiquariato, ma anche quelli dell'hand made vanno benissimo. Datemi una fila di banchi più o meno sgangherati e ricoperti di cianfrusaglie bellissime e mi renderete una persona felice.
- Le mostre. Mentre per concerti, spettacoli, film al cinema, preferisco essere in compagnia, a vedere una mostra vado più volentieri da sola, al massimo con una persona vicina a me.
- I posti nuovi. Che non vuol dire per forza fare un viaggio lontano, ma semplicemente godere del piacere della scoperta. Come se avessi otto anni.
- I musei. Diversi dalle mostre, i migliori sono quelli di storia naturale o quelli che profumano ancora di museo. Che odore ha un museo? Non ve lo so dire, so solo che è buonissimo.
- I negozi di cartoleria. E non aggiungo altro.
- I fiori. Tutti, nessuno (o quasi) escluso.
Basta, dopo un venerdì un po' rabbuiato da cattive notizie, cercare e parlare della bellezza mi ha fatto bene.
Nella foto una foglia di gingko biloba, in assoluto una delle mie piante preferite, trovata del tutto inaspettatamente sotto casa di mamma (non mi risulta la presenza di questi alberi qui attorno) e accostata, perché i colori ormai sapete che mi piacciono assai, ad altre due cose gialle.
Non è ancora iniziato il p'titzelda2014 né il mio onepitittoadayproject, ma siamo già attivi nella ricerca di piccole cose belle. Evviva.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

martedì 7 ottobre 2014

"E' pur vero che, una volta in piedi, l'uomo non sa star fermo..."

Anche questa volta recensione doppia, ma sarà l'ultima per un po', i prossimi libri hanno un sapore unico, caratteristiche completamente diverse tra loro, e avranno bisogno di un posticino privato.
Questi di cui scrivo stasera li ho letti d'estate, portandomeli in giro, infilandoli in borsa all'ultimo minuto, spulciandoli in spiaggia, treno, parco, panchina. In realtà Camminare di Thoreau l'ho divorato in poche ore, è brevissimo. E sono un po' imbarazzata nel dire che "mi ha annoiata a morte". Avevo grandi aspettative, so che la regola del non farsi illusioni vale per tutto, anche per i libri, ma quando si parla di boschi, passeggiate, natura e vita all'aria aperta tendo a dimenticarlo. Quindi, a parte qualche sparuta frase qua e là (tipo credo nella foresta, e nel campo, e nella notte in cui cresce il grano), posso dire con franchezza che questo libro non mi è piaciuto. Tante ovvietà, tante affermazioni che mi rendevano nervosa, tipo quelle sull'impossibilità di capire la gente che passa le sue giornate in ufficio e non nei boschi a camminare, o quelle sulla terribile condizione delle donne che proprio ci stanno tutto il giorno in casa affacendate. Caro il mio Thoreau, mi veniva da urlare, non è che mi piaccia granché stare in un laboratorio sottoterra al posto che in mezzo ai prati, ma in qualche modo dovrò campare no? Poi certo, le famose parole dell'autore mi saranno utili quando mi farò vincere dalla pigrizia e tenderò a non uscire anche nei momenti liberi, ma di norma la forza di volontà per camminare non mi manca. E tra l'altro mi ritengo assai fortunata ad avere (per pochissimo ancora) un lavoro che mi permette flessibilità, tempo per me, scelte personali. Quindi lo liquido così Camminare, un saggetto veloce (per fortuna), che se non lo leggevo era proprio lo stesso.
Situazione diversa, invece, per Andare a piedi di Frédéric Gros, un libretto dal design adorabile e con tanti spunti interessanti. Purtroppo anche in questo caso la noia ogni tanto mi ha colta, in particolare dalla metà in poi. Le prime pagine sono sottolineate fitte fitte e a molti, presa dall'entusiasmo, l'ho consigliato con gioia. Ora forse non penso più possa andare bene per ogni lettore, però è un buon libro, questo sì.
Ci sono frasi come quella del titolo, ma anche come:

- Camminando, io sono soltanto un semplice sguardo
- Camminare. Ci colpisce, dapprima, come un immenso respiro di orecchi: si accoglie il silenzio come un gran vento fresco che scaccia le nuvole
- Non appena cammino, mi accompagno, divento due
- Perché anche la solitudine si condivide, come il pane e la luce
- Probabilmente altrove non è meglio, ma se non altro è lontano da qui
- Fuori è il nostro elemento: la sensazione precisa di abitarlo


E potrei continuare per ore, ma non lo farò.
Credo che chi ama camminare, chi si sente a casa guardando un panorama dall'alto, chi insomma non riesce a stare fermo, vivrà benissimo anche senza leggere questi due libri; di sicuro però potranno essere utili, azzarderei illuminanti, per chi alla filosofia del camminare si sta appena affacciando.