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lunedì 3 aprile 2017

Turisti per caso

A volte, dopo settimane intense e faticose, capita che arrivi il week end e che sia il week end dei Rolli Days.

Quindi, sia con il bel tempo del sabato sia con la pioggia della domenica, sono andata a fare un giro per la mia città, felice di partecipare al contest Rolli Ambassador: un ottimo pretesto per scattare foto e provare a guardare i vicoli in cui cammino ogni giorno da un diverso punto di vista.

Dei Palazzi aperti per la prima volta in questa edizione non ne conoscevo quasi nessuno:
1. Palazzo Nicola Cicala
2. Palazzo Pinelli
3. Palazzo Franco Lercari
4. Palazzo De Franchi
5. Palazzo Brancaleone Grillo
6. Palazzo Doria Carcassi

Sono tutti i Rolli che ho visitato e, a parte l'enorme affluenza di persone davanti a ogni ingresso, le cose che mi hanno colpita maggiormente sono tante e riguardano per lo più piccoli particolari inaspettati e, soprattutto, il contesto. Voglio provare a raccontare quello che mi è rimasto impresso di ogni palazzo andando con ordine e usando come faccio spesso il sistema dell'elenco:

1. Le fusioni tra palazzi, con i solai ad altezze diverse, le scale incastrate tra una parete portante e un arco ricavato chissà come, le colonnine di risulta che compaiono all'improvviso e i sedili per guardare fuori dalla finestra e pensare: tutto questo è mio.

2. Banalmente, ma inevitabilmente, i laggioni. Perché sarò burina ma un bagno così chi non lo vorrebbe? :-)

3. La storia di Megollo, che si incavola e taglia naso e orecchie ai suoi avversari per poi conservare il bottino in salamoia. Certamente è una vicenda degna di nota, ma a ricordarcela ci sono già i telamoni del Carlone, tanto forzuti quanto mutilati, pronti a reggere il portale in facciata. Qui, ciò che mi ha colpito di più è il cortile interno, con le bici appoggiate alla colonna e quel senso di tempo immobile, di sogno del dormiveglia, che ogni tanto capita e che è bello accogliere.

4. Anche se c'ero già stata anni fa, in occasione di un ricevimento dove servivo ai tavoli, le piante selvatiche che penzolano dai terrazzi e lasciano cadere le foglie nel cortile interno, la serie di finestre bianche che si incontra salendo le scale e le enormi sale così in contrasto con la strettezza dei vicoli che circondano il palazzo sono le cose che mi hanno colpita di più.

5. Il parquet che scricchiola mostruosamente a ogni passo e che non ha mai smesso di farsi sentire durante tutta la visita, il rosso delle lunette, i piccoli giardini che si intravvedono dalle finestre, l'ascensore moderno, così raro nel centro storico e le mele, ovunque.

6. Il presepe con le pelli di pecora vere per vestire i Re Magi, i soffitti pastello e il tavolo del transatlantico REX, affondato durante la Seconda Guerra Mondiale.

Cos'altro ho amato di questi due giorni da turista per caso nella mia città? Il pranzo di ieri in Piazza Lavagna, tra lasagne al pesto, acciughe marinate con bruschette di pomodori e burrata, alberi in fiore e tranquillità.





domenica 29 maggio 2016

Everything but the colors

Qualche giorno fa, per la seconda volta nella mia vita (della prima ne avevo scritto qui ) sono andata al cinema da sola.
"Embé, che ci vuole?" vi chiederete voi, "Molto", vi rispondo io, che amo tanto fare cose in totale solitudine, ma che vivo ancora malissimo l'idea della sala buia con le poltrone vuote attorno a me.
Per provare a non soccombere alla tristezza ho scelto lo spettacolo pomeridiano, sostituendo l'ora di pilates con ottantacinque minuti di film.

Ma cosa sono andata a vedere?
Questo.
Da Monet a Matisse, l'arte di dipingere il giardino moderno è, in realtà, una mostra a tutti gli effetti, un documentario davvero ben girato sull'attrazione di alcuni artisti per il giardinaggio e sull'enorme peso che questa passione ha avuto nella loro produzione.
Realizzato da David Bickerstaff per Nexo Digital ci offre un tour all'interno di Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, splendida esposizione della Royal Academy of Arts, presentandoci opere e pittori, raccontandoci nei minimi dettagli gli spazi verdi che Monet, Nolde, Pissarro, ma anche Matisse e un insospettabile Kandinsky hanno rappresentato nella loro arte o addirittura curato in prima persona.

Del meraviglioso giardino di Giverny è suferfluo scrivere qualsiasi cosa. Conosciamo tutti le ninfee o il piccolo ponte verde, ricordiamo l'ossessione di Monet per gli accostamenti cromatici e per la luce, la ricerca quasi maniacale di essenze sempre nuove e stupefacenti, il dolore di fronte alla guerra e alla cecità incalzanti, colpevoli di tenerlo lontano da questa sua profonda passione.
Quello che credo sia assolutamente interessante nel film è il punto di vista dei vari studiosi intervenuti durante le riprese: dalla storica dell'arte al curatore, dal giardiniere all'artista, dal paesaggista all'esperto, tutti hanno contribuito a mostrare quanto la forma mentis di un pittore possa trovare un'inattesa corrispondenza con quella di un appassionato di giardinaggio. Sono due mondi paralleli che si incontrano tanto nell'arte en plen air quanto nella sistemazione di uno spazio verde immaginandolo come una tela vuota, pronta per essere dipinta.

Everything but the colors, il titolo che ho scelto e che è tratto da una delle interviste presenti nel film (che, non l'ho ancora scritto, ha anche il grande pregio di essere in lingua originale con i sottotitoli), sottolinea proprio l'importanza dei colori per questi artisti di giardino. Potevano fare a meno di tutto, sia nelle azioni pratiche all'aperto, sia nei loro studi davanti al cavalletto, tranne che dei colori.

E io, che sotto il segno della parola giardino ho fatto nascere questo blog, non posso che essere d'accordo.

P.S. Il documentario era nelle sale unicamente il 24 e 25 maggio 2016, ma immagino che presto si potrà trovare on-line o in dvd.
La foto quassù è stata scattata all'Orto Botanico di Bergamo, uno dei miei nuovi luoghi del cuore.

venerdì 14 novembre 2014

Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto

Ieri sono andata a vedere la mostra di Frida Kahlo, qui a Genova.
L'ultima volta che ho visitato un'esposizione delle sue opere ero ragazzina, con mamma, e non mi ricordo dove fossimo. Di quel giorno mi sono rimasti una cartolina di La niña Virginia, il dipinto con Frida bambina seduta, in abito verde, su sfondo viola e un amore incondizionato per questa donna.
Di ieri sera mi sono rimasti un pacchetto di semi da piantare (i fiori di Frida, dice la bustina, chissà cosa ne uscirà, se ne uscirà qualcosa) e, di nuovo, un amore incondizionato per questa donna.
Troppo facile dire "Perché Frida sono io", poiché in realtà Frida siamo tutti. Tutti noi quando lottiamo e non ci arrendiamo, tutti noi quando ci aggrappiamo al sole che splende pur di non vedere il dolore, tutti noi quando indossiamo una maschera per continuare a vivere in mezzo alla gente, tutti noi quando ci abbandoniamo alla passione, perché è l'unica cosa che conta davvero. Una testimonianza della nipote, ascoltata ieri sera nell'audioguida in una sala silenziosa e quasi vuota, parla di Frida come di una donna coraggiosa, come di un esempio. Beh, impossibile dire il contrario.
La deformità, la malattia, la paura, il dolore fisico, la solitudine, combattute con la bellezza, l'intelligenza, l'ironia, la continua e incessante ricerca di sé. I dipinti allo specchio, in questo periodo in cui al giovedì parlo praticamente solo di riflessi e corrispondenze, sono per me il simbolo della struttura di se stessi, dell'analisi del proprio cuore, delle proprie difficoltà, dei propri limiti, delle proprie cadute, ma (accidenti!) anche della propria forza, della propria luce, delle proprie possibilità, delle proprie conquiste.
Sui pannelli, bellissimi, della mostra, si intervallano citazioni di Frida e di Diego, lei dice: "Cosa farei io senza l'assurdo?" e lo dico anche io. Cosa farei? Cosa faremmo tutti? Senza quelle situazioni inspiegabili, senza quei momenti che non si possono capire, che accadono così, e si ingarbugliano, si confondono e ci rendono la vita un casino?
La mostra di Frida per me si vede con la pancia, non con gli occhi (anche se, a dirla tutta, le opere su metallo proprio ciao, sono una meraviglia indescrivibile), si vede con quel pezzo di sé che è entrato sperando di trovare risposte, trovandole eccome.
Si riesce a vivere, malissimo e benissimo allo stesso tempo. Si può essere bellissimi nascosti sotto a gonne enormi che proteggono le nostre deformità, si può amare in maniera profondissima anche di fronte a distanze interminabili, fisiche e mentali.
La mostra di Frida è la mostra del "si può fare tutto", ne sono un esempio i cadaveri squisiti, quei disegni iniziati da Diego e terminati da Frida (o viceversa) senza poter sbirciare la prima parte. Si può amare l'altro, la vita e se stessi anche se di motivi non ne troviamo, anche se di cose belle per cui lottare non sembrano essercene.
La mostra di Frida è la mostra dei superlativi, perché io non amo granché usarli ma in questo post mi sono appena resa conto che ne ho messi tantissimi (eccone un altro!).
La mostra di Frida è, in realtà, di Diego e Frida, ma a me non riesce proprio di dividerla a metà (anzi, a dirla tutta, forse di Diego c'è pure più materiale in esposizione). Non mi va di dividerla a metà perché, ad ogni modo la si guardi, nelle opere di Frida c'è Diego, più di quanto ci sia nelle opere di Diego stesso.
Perché lei lo amava così:
"Vorrei darti tutto ciò che non hai mai avuto
e neppure così sapresti
quanto è meraviglioso poterti amare"


Che altro?

venerdì 1 novembre 2013

Quei portoni chiusi a metà

Quando mi sono iscritta all'università, ormai un sacco di anni fa, non conoscevo le tante, anche bizzarre, usanze e tradizioni ormai consolidate che circolavano nei vari corridoi ed edifici di Via Balbi. I cani nel cortile che vagavano indisturbati a tutte le ore, il signore davanti al Bar Cavo che cantilenava ogni giorno "me lo paghi un panino?" in faccia alle migliaia di pendolari che si riversavano fuori dalla stazione, le foto post laurea (inspiegabilmente orrende quanto obbligatorie) scattate accanto al pozzo o sulla terrazza di Balbi 2, il portone di Lettere chiuso (o aperto, questa è come quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto) a metà in segno di lutto.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.

domenica 16 ottobre 2011

Siena, Pisa e il freddo.


Mattina presto, vento gelido, poco tempo per scrivere perchè a pranzo "Festa della Zucca" nel mio meraviglioso paese e devo cucinare.
La settimana scorsa sono andata a Siena con Vale e Serena, per un corso. Non ero mai stata a Siena perciò siamo scese un giorno prima e abbiamo visitato la città: bellissima! Piccola, molto più piccola di quanto pensassi, piccole le strade (ma per chi abita nei vicoli di Genova è semplicemente come essere a casa), piccola la piazza del palio, tanto da chiedersi: ma dove corrono i cavalli?
Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il freddo. Un freddo inaspettato, ok che è una città continentale, ma dover chiedere una seconda coperta nel bed and breakfast o uscire con tutti i vestiti della valigia addosso uno sopra all'altro non me lo aspettavo proprio.
Di Siena mi hanno colpito i colori, tre giorni di tempo splendido e di azzurro da fare male agli occhi, uno sfondo turchese per una città arancione. Mattoni, mattoni ovunque e marmo bianco, un duomo lasciato incompiuto, delle mura che diventano vigne e ulivi, pasticcerie ad ogni angolo. Gli archi sono portafoto che incorniciano paesaggi, nelle pizzerie ci sono frasi scritte sui muri: "anche l'orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno" e ogni contrada ha il suo simbolo che ti aspetta in piazzetta. Finito il corso e finita Siena, una serie di coincidenze fortunate ci hanno portate a Pisa, dove ho potuto finalmente coronare il mio sogno nerd: fare la foto mentre fingo di reggere la torre. Pensavo, magari cerco di capire in quale angolazione mettermi, chissà se ci sarà qualcuno che lo fa e che posso copiare...appena arrivate sui prati, davanti a noi decine di persone immobili, come tanti allievi di tai chi, che si appoggiavano virtualmente alla torre chi con le mani, chi con la schiena, chi con un dito. Io, che devo sempre fare le cose sceme, ho scelto il sedere per tenere su il campanile storto e mi sono guadagnata il soprannome di J.Lo. Finito anche il tempo per questa sosta inaspettata siamo risalite nella nostra Liguria, pronte per preparare la presentazione del convegno sulla maiolica e mangiare cinese a domicilio.
E il freddo è arrivato anche qui.

venerdì 28 maggio 2010

Come semi trasportati dal vento, cadiamo in un punto preciso sulla Terra.


Ieri sera cena in Campopisano.
Mamma, Giacomo, Marina, Claudio e Baldovino…il “mio” pittore. In realtà avrebbe dovuto essere un aperitivo lungo, ma la quantità di cibo che gli ospiti hanno portato ha fatto sì che si trasformasse in una mega cena buonissima: salumi, formaggi, focaccia, torte di verdura, carciofi sott’olio, vino…una meraviglia!
Il tour della casa ha destato ammirazione, curiosità e complimenti, in particolare il terrazzo che ieri sera al tramonto era davvero molto suggestivo, leggermente battuto dal vento e con un buon profumo di pesce grigliato che stuzzicava le nostre narici.
Prima di metterci a tavola però mi hanno chiamata in camera e lì…sorpresa!!!
Chi mi legge da un po’ e chi mi conosce sa che io odio le sorprese, ma questa è stata davvero bella, dolce e discreta. Sulla mia scrivania lilla due pacchi da scartare e un fagotto bianco che mi ricordava qualcosa: la borsa a secchiello di Stradone S. Agostino a cui faccio la corte da quando abito qui…grazie mamma!
All’apertura dei pacchi mi sono ammutolita, come sempre mi succede quando una gioia improvvisa mi sorprende non sono riuscita a dire molto, se non qualche grazie e qualche sorriso.
Nel pacco più grande un quadro, un Baldovino ovviamente, l’ultimo che avevo visto esposto in S. Lorenzo e che sembra una Piazza Campopisano stretta stretta e lunga lunga…mentre scrivo questo nuovo quadro è di fronte a me, colorato e misterioso. Il secondo pacco, quello più piccolino, racchiudeva un tesoro…in barba alla ripetizione e alla fantasia c’era un altro quadro! Essendo Baldovino il donatore, non poteva che esserne anche l’autore, ma oltre al dipinto in sé, che è una meraviglia intitolata Elena’s House e fatta di scale, rami, alberi e casette, è il retro che conta davvero nel mio cuore: una lettera, commovente e vera, con le parole perfette per me e per la mia vita. Una ventata di positività e di speranza, un obbligo a ragionare e cercare la felicità, a pensare ad un percorso che mi porti verso la meta che cerco.
Dopo tutto questo, dopo emozioni e brividi, dopo aver toccato l’affetto come poche volte mi è capitato, è cominciata la cena. Chiacchiere, risate, le immancabili fotografie di Claudio, le scommesse sui germogli di Marina, i panini di Baldovino.
Reclamati dall’ultimo treno per il Piemonte, indispensabile per il “mio” pittore, gli ospiti mi hanno salutata e lasciata con il regalo di Claudio: un piccolo album di foto, in cui mi si vede alla costante ricerca di arte e di sole.
Chiuso il mio portoncino rosso, con l’ultimo bicchiere di dolcetto bio, mi sono seduta sul divano a contemplare i regali, con Moby in sottofondo e una montagna di piatti da lavare ad attendermi nel lavello.
Girato il piccolo quadro Elena’s House, ecco la prima frase della lettera di Baldovino: “…Come semi trasportati dal vento, cadiamo in un punto preciso sulla Terra…”

mercoledì 24 febbraio 2010

Gift


Mi sono fatta un regalo.
Qualche settimana fa, un quadro, conosciuto per caso camminando in Via San Lorenzo.
Ho conosciuto anche l'autore, con occhi famigliari (nel senso proprio di famiglia), barba famigliare e silenzio famigliare.
E nel quadro ci sono io, con i miei laboratori di chimica e le zappe sinergiche nello stanzino. Il mio paesino colorato in cui posso chiudere persiane e porte per starmene in giardino. Scale per salire sui tetti come nei miei sogni e un bosco sullo sfondo.
Lì la questione si fa un pò più difficile, niente fronde, nè ripari. Il cielo è scuro, gli alberi nodosi, ritorti e complicati come il novanta per cento dei miei pensieri. Tanti uccellini osservano e pesano sui fili, ma non aiutano granchè, pesano e basta.
Forse è nevicato e forse fa freddo, anche se l'aria sembra non esserci. Non c'è luce, non c'è vento ed è tutto molto silenzioso.
I contorni della case sono lucidi e un pò in rilievo, saltano all'occhio quasi prima dei colori, che, pur essendo tanti, non aggrediscono, rimangono discreti.
L'Arte, è ovvio, è prima di tutto sensazione. Quello che piace a me per te è orribile, quello che ti esalta per me non ha alcun significato.
In questo caso io la Sensazione, con la S maiuscola, l'ho sentita come uno schiaffo in faccia (e chi mi conosce bene sa quanto odio gli schiaffi, soprattutto a sorpresa). L'incontro con il mio quadro è avvenuto di domenica, giornata intollerabile per me, ma ero in ottima compagnia, avevo accanto due amici, presenti da quando ero bambina piccolissima. Nella loro casa ho sognato più che in qualunque altro posto al mondo: l'arazzo di stoffa mi ha portata in Egitto, molte sere ho osservato affascinata una Genova di zucchero e guardato con sospetto maschere di cuoio appese alle pareti. Ho desiderato e ottenuto pietre dipinte, sono scappata da agguati ripetuti e ho concesso sorrisi e sguardi alla macchina fotografica (foto che, ricordo all'autore, scadranno al mio trentesimo compleanno).
Questa domenica d'inverno, tornata un pò bambina, ho conosciuto anche il mio quadro, me lo sono portata a casa e ogni giorno lo guardo, entro nel paesino e faccio un giro. Oggi ci scrivo anche su.

L'opera non ha titolo, che io sappia.
L'autore è l'artista Amedeo Baldovino