sabato 22 ottobre 2016

L'Estate al collo

Scrivo da casa di mamma e non più tardi di ventiquattro ore fa passavo di qui con uno zaino pesantissimo sulla schiena e il cuore altrettanto pesante nel petto.

Mi spetta qualche giorno da cat sitter di questa signorina e, sicuramente, un po' di distanza da tutti gli impegni mi farà bene. Esiste il lavoro da casa ed è pur sempre il week end, lunedì sarò operativa e sul pezzo, come se nulla fosse successo.

Dopo l'ultimo post sul mio primo libro in uscita (in realtà è già disponibile da ieri a questo link, con un po' di sconto e le spese di spedizione gratuite), oggi vorrei scrivere di qualcosa che nasce dalle mani creative di un'altra persona.
Si tratta del ciondolo nella foto (forse si vede meglio sul mio profilo Instagram) che, qualche giorno fa, è arrivato via posta riempiendomi di gioia. La collana è opera di Aspettaevedrai, una bravissima artigiana: se non la conoscete ancora, potete trovarla qui, qui e qui. Il suo shop invece è qui.

Come vedete dalle immagini di Sara, i ciondoli in ceramica sono solitamente tondi, ovali, a goccia, rettangolari, ma sempre e comunque dalle forme lineari. Il mio, invece, è irregolare e pure un po' concavo, perché il pezzo che ho scelto me lo ha portato un'onda. Stavo camminando sulla battigia, durante una giornata nuvolosa, a tratti pure piovosa, decisa a non arrendermi e a godermi una delle ultime domeniche al mare di questa estate ormai lontana. L'ho visto lì, tra i sassi scuri e l'ho raccolto. C'era una casa, c'era un ponte, c'era qualche albero: quanto bastava per farmene innamorare.

Ho pensato immediatamente di conservarlo, poi ho pensato a Sara e alla sua bravura e, ancora seduta sulla sabbia, le ho scritto. Lei ha accettato subito di costruire una collana attorno alla mia piccola casetta color mattone, quindi, qualche settimana dopo che le avevo spedito il coccio, il gioiello è arrivato. Più bello che mai.
Sono contenta di questo nuovo abitante del mio portagioie, sta lì appeso (quando non lo tengo al collo) insieme a tutte le altre collane, in particolare alla collana di Demodé Jewels comprata all'East Market e alla Myselfie di Rita.

Sono riuscita nel mio intento: avere a portata di mano l'Estate fino a quando lo desidero, per poter ripensare ogni volta che voglio a quella giornata bellissima, alle ali di pollo fritte sotto l'ombrellone, al bambino chiuso nel suo mondo che gioca da solo sulla riva, ai taralli di mille sapori, al cane sdraiato sull'asciugamano della vicina, a madre e figlia che si fanno fare le trecce di stoffa ai capelli.

Grazie a Sara che mi ha aiutata nell'impresa, grazie al mare che mi ha donato un ricordo.

lunedì 10 ottobre 2016

Il mio primo libro!

Sono passati quasi due anni dalla prima mail che ho ricevuto a proposito di questo libro. Stavo seduta su una panchetta al Salone del Restauro di Ferrara (e questo la dice lunga sulla schizofrenia della mia vita) aspettando che si liberasse il bagno.

Una casa editrice che, lo confesso, all'epoca conoscevo appena, stava cercando una collaborazione per la pubblicazione di alcuni testi di tecnologia e robotica dedicati ai bambini e ai ragazzi, con un occhio anche al mondo degli adulti che con i bambini e i ragazzi hanno a che fare ogni giorno. Mentre leggevo le richieste mi sentivo già enormemente fortunata ad essere in copia nella mail: significava che l'Associazione con cui collaboro ormai da anni stava pensando a me, mi riteneva all'altezza di questa impresa, credeva nelle mie possibilità

Mi stavano chiedendo di scrivere.

Come sempre, per tutto il tempo, la persona che meno ha avuto fiducia in me è stata la sottoscritta.
Questo non vuol dire che ci abbia rinunciato, anzi, credo di aver iniziato a buttare giù idee e appunti già sull'Intercity del ritorno da Ferrara, di aver cominciato a scrivere seriamente subito dopo la prima riunione con l'editore e di aver continuato un po' ovunque. Un posto su tutti ancora una volta il treno, a sto giro mentre rientravo da Trento dopo una giornata di laboratori, stanca morta, in uno scompartimento buio e freddo.
È risaputo, mettere nero su bianco qualsiasi cosa non mi ha mai spaventata, tanto meno quando si tratta di argomenti che amo.
In questo caso, però, non era così semplice: scrivere un libro di attività creative e tecnologiche rendendole comprensibili a tutti, senza cadere nel didascalico, ma anche senza essere troppo coinvolta è stato a tratti complicato. Io, che durante i laboratori porto sempre esempi personali e privati, dovevo riuscire a distaccarmi un pochino, mantenendo però una giusta dose di quotidianità: era importante facilitare l'immedesimazione e la comprensione, affinché tutti potessero provare le attività proposte, senza fatica.

Non entrerò qui nel merito di ogni capitolo, perché non è la sede giusta, ma si tratta di un piccolo manuale di ricette robotiche fai da te, realizzabili a basso costo, usando componenti elettrici semplici (acquistabili, tra l'altro, insieme al libro, in una piccola valigia piena di materiali tecnologici). I personaggi principali, però, non sono soltanto cavi, motorini, batterie e led, ma anche oggetti destinati ai rifiuti a cui possiamo regalare una seconda (e, perché no, una terza, una quarta...) possibilità.
Da quando ho iniziato a occuparmi di divulgazione scientifica ho riservato uno spazio sempre molto ampio al riciclo, incentrando intere attività sul recupero dei rifiuti e sulla sostenibilità, che si trattasse di laboratori di robotica non è mai stato un problema: non ci sono limiti di argomento per parlare di ecologia e imparare a riutilizzare un oggetto apparentemente perduto.
Alcuni concetti chiave mi permettono ogni volta di affrontare contemporaneamente materie diverse e distanti tra loro: creatività, ingegno, collaborazione e fantasia aiutano a spiegare argomenti difficili come le leve con una semplice molletta per il bucato o di portare un po' di biologia in un laboratorio di robotica, mescolando animali marini e organi fotofori con led, batterie e nastro adesivo.

È il mio primo libro, ho sempre pensato che presto o tardi lo avrei scritto, così come ho sempre pensato che non ci sarei mai riuscita.

Di certo non immaginavo che avrebbe trattato un argomento come la robotica, indirizzandosi ai bambini e portando quindi con sé grandi responsabilità.
Però è andata e io sono felice, da qualche parte si doveva pur cominciare!

Concludo così, esattamente come inizio nel libro:

"A tutti i bambini che partecipano ai miei laboratori insegnandomi sempre qualcosa e a mio papà: sarebbe stato sorpreso e fiero di avermi trasmesso, almeno un po', i geni dell'elettronica".

lunedì 3 ottobre 2016

Stelle marine nel bosco

Sono di ritorno da Roma e chi un poco di mi conosce sa che i viaggi rappresentano un luogo fecondo per la scrittura, specie se in treno come oggi.

Ho trascorso meno di ventiquattro ore nella Capitale per partecipare ad un incontro di lavoro: la presentazione di un progetto a cui ho collaborato nell'ultimo anno e che, piano piano, si sta avviando alla conclusione. C'era forse un modo migliore di festeggiare che bersi un aperitivo quassù, sperando in un futuro per la nostra idea? Naaaaa.

In realtà in questo posto meraviglioso ero già stata, qualche anno fa, di nuovo in occasione di una fine. Evidentemente i Fori Imperiali sono il mio luogo dei saluti, la casa della resa dei conti. Diciamocelo: potrebbe anche andarmi peggio!

Sono stati due giorni compatti, trascorsi per la maggior parte seduti, tra vagoni, stazioni, saloni, ristoranti, letti e divani. Come sempre ho onorato la partenza con il ciclo, che, a sto giro, ha cercato di uccidermi, costringendomi a prendere una quantità di antidolorifici mai sperimentata, con mix che temevo letali e tempistiche assolutamente casuali.
Il risultato è che ho un sonno, come dire, importante e che prevedo di boicottare senza troppi sensi di colpa il pilates di questa stasera, anche perché, a proposito di notti, ultimamente le cose non stanno filando troppo lisce. La sera prima della partenza per Roma, ad esempio, ho inanellato una serie di sogni che tenevo (finalmente) lontani da mesi.

Innanzi tutto un bel cadavere, che alla fine si scopriva essere "solo" un quasi cadavere. Tornando a casa per preparare gli ultimi bagagli (sono bravissima a rendere estremamente realistici gli incubi, per esempio sognando un viaggio il giorno prima di un viaggio) per partire verso la Cina (e qui ci sarebbe un lungo capitolo da aprire), vedevo un cappuccio bianco galleggiare nel laghetto condominiale. Riconoscevo subito la giacca di mamma e mi lanciavo nell'acqua ghiacciata per salvarla. Una volta tirata fuori almeno la testa e urlato "Aiuto!!!" con tutto il fiato possibile, l'unica persona arrivata in mio soccorso era un ex fidanzato medico, attualmente non proprio veloce nei movimenti, che mi consigliava qualche medicina, mi guidava nella rianimazione e si muoveva lentissimamente verso di noi. La scena successiva si svolgeva a casa dei miei, un litigio tra me e mamma che voleva vendere tutto, nonostante la già bellissima vista dal terrazzo fosse ulteriormente migliorata: una seconda spiaggia era infatti nata in mezzo al mare, all'improvviso, favorendo la formazione di una vera e propria barriera corallina, con tanto di squali, coralli e acqua cristallina. Non ero la sola ad essere in disaccordo con la vendita: anche mio padre, seduto sul divano, decantava le bellezze della natura e mi sorrideva benevolo, apparentemente in ottima salute. Ultimamente, le rarissime volte che lo sogno (a differenza del passato, quando lo incontravo ogni notte), non appena compare mi rendo subito conto di essere in un incubo e tendo a svegliarmi. Questa volta, invece, mi sono difesa cambiando ambientazione e ritrovandomi in un bosco buio, su di un sentiero in salita, circondata da stranissimi animali: un serpente peloso (e, francamente, parecchio orribile) mi ha tagliato la strada all'improvviso, mentre una stella marina gialla, dal corpo pulsante adagiato su un muschio, mi ha svegliata definitivamente.

Non so cosa mi riserveranno le prossime notti, certamente posso dire di aver iniziato nel modo migliore la mia stagione preferita. Si vedrà!

P.S. A questo proposito, nella foto l'Autunno che arriva sui gelsi del Porto.



domenica 25 settembre 2016

Quella sensazione lì

C'è un'immagine a cui penso spessissimo.
Sta nascosta nella mia testa da un numero imprecisato di anni. La ricordo così bene perché l'ho rivissuta decine di volte e, come me, credo tutti quanti almeno in un'occasione.

Dall'inizio delle elementari alla fine delle medie ho portato l'apparecchio ai denti. Sempre mobile, per fortuna, niente ganci fissi che facevano sanguinare le gengive, niente baffo (ve lo ricordate?) che ti incollava gli occhi altrui addosso, senza possibilità di scampo. L'unica pecca dell'apparecchio mobile? Ogni venerdì pomeriggio toccava andarlo a regolare. Che fosse caldo, che facesse freddo, che piovesse, nevicasse, avessimo tanti compiti da fare, o la partita di pallavolo nel week end, bisognava andare dal dentista.
Un incubo lungo ore, perché a far regolare l'apparecchio eravamo centomila, tutti il venerdì pomeriggio, dalle quattro in poi. Questo si traduceva in una fila interminabile, che riempiva sale d'attesa, corridoi, scale e androni del palazzo e finiva, semplicemente, quando tutti gli apparecchi, di tutti i bambini, erano stati regolati (solitamente non prima delle sette di sera). Vi risparmio i momenti splatter di piccoli denti ciondolanti scoperti pubblicamente dal dottore ed estratti seduta stante, anzi, in piedi stante, con l'unico ausilio di una bomboletta spray ghiacciata, una pinza, un'assistente gentile e l'eterna silente comprensione del serpente di coetanei terrorizzati alle proprie spalle.

Dopo l'appuntamento dal dentista si tornava a casa e, spesso, era già buio. Seduta in macchina sul sedile posteriore, insieme all'amichetta apparecchiata pure lei, guardavo fuori dal finestrino. Sempre la stessa strada, sempre il medesimo sapore metallico e medicinale in bocca, sempre l'agitazione post controllo dondolii. C'era una scena, però, che mi riempiva gli occhi di meraviglia e mi faceva subito sentire bene, lasciandomi sognare e pensare al Natale, vicino o lontano che fosse, spingendomi a fantasticare su come sarebbe stata la mia vita adulta in una grande città (!).
Assurdo, a nove anni mi immaginavo affermata e in carriera, piena di impegni e di corse veloci sotto la pioggia, sempre intenta a comprare regali per la famiglia, con un mazzo di fiori sotto il braccio e un ombrello colorato sopra la testa. L'immagine capace di scatenare tutto questo folle pensiero futuro era pressapoco così. Che non si trattasse di NewYork ma fossimo semplicemente fermi in coda a Voltri poco importa, che di taxi gialli in doppia fila non se ne vedesse nemmeno uno è un dettaglio, che gli addobbi natalizi a bordo strada fossero i soliti fiocchi fulminati per metà non fa niente: io mi emozionavo e, in tutta sincerità, mi emoziono ancora adesso, come se fosse la prima volta. Mi bastano un po' di traffico, l'aria fredda dell'autunno inoltrato, la pioggia e il silenzio.

Tutto questo pippotto per arrivare a dire una cosa ovvia a cui però credo fermamente: ogni corso che seguo, ogni luogo in cui decido di andare quando ho un po' di tempo per me, ogni post che scrivo e foto che scatto nascono dalla volontà di ritrovare quell'emozione, dal bisogno di riagganciare una sensazione già provata.

Sono tanti gli istanti così, solitamente veloci e difficili da catturare, da vedere davvero e da riconoscere, ma sono bellissimi e non mi stancherò mai di cercarli. Per questo motivo ieri mi sono iscritta a un laboratorio splendido dove sapevo avrei rivissuto almeno un poco la meraviglia di quando si impara qualcosa di nuovo, di quando ci si sente capaci di produrre bellezza. Che si tratti di un collage fatto strappando le riviste all'asilo, di un quadro creato con mille pastelli a cera e un ago per incidere le figure, di una borsa cucita a mano usando i vecchi jeans di papà, di un timbro in gomma nato per stampare la propria foglia del cuore, non cambia nulla.

Sempre alla ricerca di un momento perfetto oggi me ne vado al Garden Market e con me ci sarà pure mamma, in questo modo sarà ancora più semplice sentirmi bene come tanto tempo fa, quando l'otto Dicembre vagavamo semi assiderate tra le bancarelle di prodotti naturali, montate nel gelo del mattino di fronte a lo Spedale degli Innocenti di Firenze. Lo abbiamo fatto per anni di scendere giù, dormire nello stesso albergo e perderci tra le lane grezze, i saponi, le maglie pelose e pungenti, i guanti peruviani e le fasce per capelli. Oggi lo facciamo di nuovo, nel sole e nel caldo, circondate da stampe, disegni, quaderni, spille, borse di stoffa e ricordi.


giovedì 15 settembre 2016

Luci calde, aria fredda

Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.

L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).

Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.

Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:

1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.

2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.

3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.

4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.

5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.

6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.

7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.

8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.

lunedì 5 settembre 2016

In love with Flow

Avrebbe dovuto essere un post su una gita, una delle ultime della stagione, forse l'ultima.

Cause di forza maggiore (leggi: peste intestinale che solo il cielo sa quando ne uscirò, se ne uscirò e come ne uscirò) mi hanno inchiodata a casa nel week end, quindi niente gita, prati, boschi, castelli, trenini, alberghi e nemmeno un più semplice e sempre efficace sentiero, pranzo, mare, mulino, vongole e sole. Solo casa, letto, bagno, acqua, grissini, bagno, letto, tisana, casa, fette biscottate, letto, bagno e libri.
Questi ultimi solo quando il mal di testa lo ha consentito, così come i post di lavoro e le serie tv.
Volendo cercare il buono in ogni cosa, tra gli aspetti belli di questa situazione c'è, appunto, la lettura. Ho finito (finalmente!!!) un romanzo di cui scriverò prestissimo qui, ho mandato mamma in spedizione di acquisto del tanto atteso Eccomi di Safran Foer e ho letto un po' dell'ormai mitico e super fotografato Flow Magazine: a lui è dedicato, in realtà, questo post già parecchio confusionario, come vuole la tradizione.

Di Flow ho sentito parlare per la prima volta l'anno scorso, non ricordo dove o da chi, ma ricordo che rimasi incantata e molto curiosa. Lo vidi esposto da Flamingo Bergamo e poi in un negozietto di Pistoia che non credo saprei ritrovare. Fino a che, parlando con Cinzia, mi decisi a recuperarne un paio di copie. Del suo arrivo ho già raccontato qui, oggi però vi dico com'è una volta aperto, annusato e sfogliato con cura. Per saperne di più sui contenuti, invece, occorrerà aspettare ancora un po', l'inglese e il francese mica sono la mia prima lingua!

10 cose di Flow che conquistano appena lo si sfoglia:

1. Innanzi tutto Flow è spesso, è spessa la carta, è spessa la rivista (più di 130 pagine)
2. Flow profuma di cartoleria, non di giornalaio - attenzione! - ma di cartoleria. Tutta colpa degli INSERTI
3. All'interno di Flow ci sono, per l'appunto, degli inserti meravigliosi e per meravigliosi intendo: poster double face e busta piena di stickers nel numero francese, vetrofanie e quaderno "tine pleasures art journal" (!!!) in quello inglese
4. Flow è pastello con una punta di fluo, è lucido e opaco, è liscio e ruvido, è dolce e sfacciato
5. Flow è pieno di proverbi, modi di dire, poesie e filastrocche bellissime
6. Flow è un garage di illustrazioni e immagini che varrebbe la pena ritagliare e conservare, se non fosse un peccato mortale avvicinare un paio di forbici a questo giornale
7. Flow, all'inizio, ha un piccolo tag in cui scrivere il nome del proprietario (eh vabbè)
8. Flow racconta storie, passate e presenti, spalancando finestre su mondi piccoli e grandi, vicini e lontani. Ve ne parlerò
9. Flow non ha pubblicità
10. Flow ti parla dentro, sussurrando al cervello, ascoltando il cuore, nutrendo lo stomaco con le ricette scritte alla fine

Ci sarebbero altre mille cose da dire e segnalare ma per ora mi fermo qui e aspetto di averlo letto tutto per bene.
Di sicuro, nel frattempo, comprerò l'agenda del prossimo anno: non è bellissima?








lunedì 29 agosto 2016

Pane secco e mutande


Siamo alla fine di Agosto e raramente come quest'anno l'estate è passata veloce per me.
Mi dispiace essere già a Settembre, mi dispiace non aver fatto molte cose che avrei voluto fare, ma sono contenta di aver vissuto appieno ogni (meravigliosa) gita, ogni (lunga) nuotata, ogni (difficile) lettura, ogni (rara) ora di lavoro, ogni cena cucinata con cura.

Sono stata, più del solito, attenta ai dettagli.
Ho fatto molta attenzione agli acquisti per esempio: ho comprato da Flamingo Bergamo e da Celestina Vintage con l'intento di continuare imperterrita lungo la strada dello shopping consapevole, fatto di cose strettamente necessarie (o quasi), tessuti buoni e giusti, marchi dichiaratamente sensibili alle questioni etiche e ambientali che più mi stanno a cuore. Per "dichiaratamente sensibili" intendo che sui loro siti sia ben visibile e possibilmente verificabile la politica fair trade con cui producono, esportano, commissionano i capi e non il semplice e generico blablabla dietro cui spesso si nascondono i customer care di brand tanto importanti (e onnipresenti) quanto famosi. E non parlo di fast fashion.

Dicevo, sono stata attenta ai dettagli. L'ho fatto anche camminando sui sentieri, l'ho fatto guardando sott'acqua nei pomeriggi infiniti di mare, l'ho fatto scrutando orizzonti di montagna, fiori e insetti in giardino, l'ho fatto in posti dove ero già stata mille volte scoprendo punti di vista nuovi, l'ho fatto infornando e mescolando, disegnando e scrivendo, valutando proposte e facendo valere quello che penso.

Pure l'altro pomeriggio ho messo attenzione nei dettagli e in un nano secondo sono stata catapultata in dietro nel tempo, su per giù a trenta anni fa. Mentre ciabattavamo verso la spiaggia abbiamo notato una porta di legno aperta, una di quelle cabine sul mare usate dai pescatori per ricoverare canne da pesca, reti, costumi, secchi, remi e mille altre cose che profumano maledettamente di infanzia. Appesi alle tavole bianche c'erano un paio di mutande stese ad asciugare e un grosso sacco di pane secco per i pesci. Non ho potuto (ci ho provato eh, ma niente!) fare a meno di pensare a quando, da bambina, scendevo le scalette sotto al Capolinea dell'Uno, a Voltri, per raggiungere la casetta di papà. I miei ricordi sono molto sfumati, fatti per lo più di odori e sensazioni: la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, il rumore degli zoccoli di legno sui ciottoli, la puzza dei lavatoi umidi e bui, i tentacoli freddi dei polpi posati (vivi) sulla mia testa, il secchiello dei Puffi, la luce che filtrava tra le travi bianche della cabina, la borsa di paglia di mamma, le formine rosse, le polpette di sabbia, i vetri colorati e arrotondati dal mare, l'ombrellone a righe, il costume a quadretti, le barche rovesciate, le assi nella sabbia per far risalire i gozzi dal mare, l'insalata di riso, i bicchieri di plastica dura, il cocomero a bagno... potrei continuare all'infinito ma concluderò con un ultimo ricordo, che mi si è materializzato davanti ieri mentre leggevo sdraiata su uno scoglio: il granchio ficcanaso :-)

Io, per adesso, a questa estate non rinuncio.

P.S. La foto quassù l'ho scattata a Luglio, qualche ora prima di ascoltare un concerto.