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martedì 26 dicembre 2023

A Christmas Carol

Musica

Alle 6.30 in piazzetta c'è qualche finestra illuminata. Dietro forse ci sono persone che si vestono, che versano il caffè nella tazzina, che dimenticano il latte sul fornello lasciando che la schiuma trabocchi e spenga il fuoco.

Alle 6.31 il calzolaio ha la serranda sollevata a metà, sta già lavorando? Sta sistemando il laboratorio? Non si sentono rumori ma la luce è accesa. Il barista di fronte ha messo uno sgabello davanti alla porta, come a dire "Ci sono, tra poco apro, sto solo finendo di pulire, scaldare le brioches e scaricare l'ultima lavastoviglie". Intanto, marito e moglie sulla settantina, percorrono la via trasportando borse, lei cammina sempre qualche passo dinanzi a lui.

Alle 6.33 la signora con i capelli bianchi e corti aspetta, alla fine della mattonata sotto alle torri. Starà attendendo una collega, magari la figlia, chissà. 

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, un uomo con la giacca e lo zaino da ufficio entra nel cafè per fare colazione, prima saluta tutti, li fa ridere con qualche battuta, poi varca la soglia e sparisce.

Alle 6.43 il ragazzo delle consegne scende dal furgone con un grande contenitori pieno di dolci, apre la porta della pasticceria e li lascia sul bacone. Nel frattempo, un uomo anziano e ben vestito, risale lento sotto i portici, chissà dove sta andando.

Alle 6.46 una donna di mezza età, in ciabatte, è in piedi sulla scaletta e lava le enormi vetrine dell'agenzia immobiliare con un piccolo panno. Intanto un ragazzo corre veloce, indossando calzoncini e scarpe da running, probabilmente farà la doccia direttamente al lavoro.

Alle 6.50 le persone che dormono in piazza stanno sistemando coperte e cartoni, mentre un topo scappa sui mattoni e si infila tra gli arbusti dell'aiuola. I pullman sono parcheggiati, aspettano i passeggeri, i riders stanno già arrivando e il bar serve le colazioni sui tavolini sotto i portici.

Alle 6.51 una ragazza troppo vestita, con le cuffiette alle orecchie, zaino e borsa neri suona un campanello e aspetta.

Alle 6.50 quella ragazza sta camminando in mezzo alla piazza, un topo velocissimo le taglia la strada e si arrampica dentro a un'aiuola.

Alle 6.46 la ragazza pensa a come sarebbe bello cantare in un gruppo musicale, mentre, alla sua destra una signora in ciabatte pulisce una grossa vetrina e, alla sua sinistra, un ragazzo in calzoncini corti le corre incontro.

Alle 6.43 la ragazza sta facendo una foto del suo percorso, che più tardi posterà sul profilo Instagram, con l'hashtag #mymorningyogawalk. Intanto, lascia passare un ragazzo con un grande vassoio pieno di dolci e cerca invano di immaginare dove stia andando un vecchio con il cappotto doppiopetto.

Alle 6.36, 6.38 se il semaforo era rosso, la ragazza incrocia un signore con giacca e zaino da ufficio che, appena girato l'angolo, comincia subito a salutare camerieri e avventori del bar.

Alle 6.33 la ragazza toglie le cuffie dalla custodia, le mette alle orecchie e fa partire la musica (sì, quella che avete trovato quassù). Mentre cammina circondata dagli ulivi scorge una signora con i capelli bianchi ferma in fondo alla mattonata, starà aspettando una collega, magari la figlia.

Alle 6.31 la ragazza sbircia sotto alla serranda aperta a metà del calzolaio, nota uno sgabello davanti alla porta chiusa del bar, e osserva una coppia sulla settantina risalire la via, lei davanti e lui qualche passo indietro. Dove saranno diretti?

Alle 6.30 la ragazza sente il portone chiudersi alle sue spalle, mentre attraversa spedita la piazzetta, notando che non è l'unica ad essere già sveglia a quell'ora. Probabilmente, dietro alle finestre illuminate, qualcuno avrà dimenticato il latte sul fuoco, o magari si starà vestendo bevendo un caffè al volo.

Alle 6.00 suona una sveglia, la ragazza la spegne, accarezza la gatta acciambellata tra le sue gambe e si alza. Inizia un nuovo giorno, che comincerà con una passeggiata di circa 20 minuti.
Chissà chi incontrerà lungo il suo percorso...


lunedì 5 settembre 2016

In love with Flow

Avrebbe dovuto essere un post su una gita, una delle ultime della stagione, forse l'ultima.

Cause di forza maggiore (leggi: peste intestinale che solo il cielo sa quando ne uscirò, se ne uscirò e come ne uscirò) mi hanno inchiodata a casa nel week end, quindi niente gita, prati, boschi, castelli, trenini, alberghi e nemmeno un più semplice e sempre efficace sentiero, pranzo, mare, mulino, vongole e sole. Solo casa, letto, bagno, acqua, grissini, bagno, letto, tisana, casa, fette biscottate, letto, bagno e libri.
Questi ultimi solo quando il mal di testa lo ha consentito, così come i post di lavoro e le serie tv.
Volendo cercare il buono in ogni cosa, tra gli aspetti belli di questa situazione c'è, appunto, la lettura. Ho finito (finalmente!!!) un romanzo di cui scriverò prestissimo qui, ho mandato mamma in spedizione di acquisto del tanto atteso Eccomi di Safran Foer e ho letto un po' dell'ormai mitico e super fotografato Flow Magazine: a lui è dedicato, in realtà, questo post già parecchio confusionario, come vuole la tradizione.

Di Flow ho sentito parlare per la prima volta l'anno scorso, non ricordo dove o da chi, ma ricordo che rimasi incantata e molto curiosa. Lo vidi esposto da Flamingo Bergamo e poi in un negozietto di Pistoia che non credo saprei ritrovare. Fino a che, parlando con Cinzia, mi decisi a recuperarne un paio di copie. Del suo arrivo ho già raccontato qui, oggi però vi dico com'è una volta aperto, annusato e sfogliato con cura. Per saperne di più sui contenuti, invece, occorrerà aspettare ancora un po', l'inglese e il francese mica sono la mia prima lingua!

10 cose di Flow che conquistano appena lo si sfoglia:

1. Innanzi tutto Flow è spesso, è spessa la carta, è spessa la rivista (più di 130 pagine)
2. Flow profuma di cartoleria, non di giornalaio - attenzione! - ma di cartoleria. Tutta colpa degli INSERTI
3. All'interno di Flow ci sono, per l'appunto, degli inserti meravigliosi e per meravigliosi intendo: poster double face e busta piena di stickers nel numero francese, vetrofanie e quaderno "tine pleasures art journal" (!!!) in quello inglese
4. Flow è pastello con una punta di fluo, è lucido e opaco, è liscio e ruvido, è dolce e sfacciato
5. Flow è pieno di proverbi, modi di dire, poesie e filastrocche bellissime
6. Flow è un garage di illustrazioni e immagini che varrebbe la pena ritagliare e conservare, se non fosse un peccato mortale avvicinare un paio di forbici a questo giornale
7. Flow, all'inizio, ha un piccolo tag in cui scrivere il nome del proprietario (eh vabbè)
8. Flow racconta storie, passate e presenti, spalancando finestre su mondi piccoli e grandi, vicini e lontani. Ve ne parlerò
9. Flow non ha pubblicità
10. Flow ti parla dentro, sussurrando al cervello, ascoltando il cuore, nutrendo lo stomaco con le ricette scritte alla fine

Ci sarebbero altre mille cose da dire e segnalare ma per ora mi fermo qui e aspetto di averlo letto tutto per bene.
Di sicuro, nel frattempo, comprerò l'agenda del prossimo anno: non è bellissima?








domenica 13 marzo 2016

Lo zio Davide

Mia mamma è una matematica e ha sempre sostenuto di non saper scrivere bene.
Tutte balle.
Per dimostrarlo oggi ospito un suo racconto, storia vera verissima che mi hanno sempre raccontato e che ora serve come esercizio di lettura per un gruppo di ragazzi stranieri a cui mamma insegna gratuitamente la nostra lingua due volte a settimana.
Se questo post non vi avesse convinto a sufficienza circa la stranezza della mia famiglia, ecco chi era lo zio Davide, o meglio U Davìdde.

"Il mio bisnonno materno Giacomo, già vedovo con due bambini piccoli, sposò la mia bisnonna Benedetta (Bedìn) nel 1880 (circa) ed ebbe undici figli. Erano due mezzadri poverissimi, coltivavano una terra arida e magra, posta a 300 metri dal livello del mare, e allevavano un paio di mucche, qualche ovino e alcune galline.
L'erba per gli animali veniva falciata in alto, sui monti dell'Appennino, distanti chilometri dalla loro casa, e trasportata a spalle nel fienile, ogni sera.
Nelle fasce strette e scoscese, tipiche di questa valle ligure, tanto bella quanto faticosa, i buoi e l'aratro erano inutilizzabili, solo vanghe, zappe e fatica disumana.
La bisnonna lavorava nei campi dall'alba al tramonto, tornava a casa solo per pranzare e allattare l'ultimo nato. Sempre. Ovviamente neppure le gravidanze le regalavano un po' di riposo: quando lei spariva per qualche giorno, i contadini dei poderi vicini capivano che aveva partorito.
Le bambine dovevano badare ai fratellini più piccoli e cucinare per tutta la famiglia. I maschietti seguivano ben presto i genitori nei campi.
Per inciso dico che la maggior parte di loro restò quasi analfabeta e che le fabbriche metalmeccaniche e tessili della zona assumevano chiunque avesse compiuto nove anni.
Uno degli ultimi nati si chiamava Davide (U Davìdde), era bello, sano, robusto, però...
Quando la sua mamma arrivava di corsa ad allattarlo non lo trovava affamato e impaziente, come era sempre accaduto con i figli precedenti. Lei lo attaccava al seno e lui mangiava con calma e lentezza, le risparmiava quella avidità disperata che aveva conosciuto negli altri suoi neonati e che tanto l'aveva addolorata. La stanchezza e la fame della bisnonna erano enormi e costanti, il suo latte era magro e scarso, eppure Davide cresceva tranquillo e forte. Inutile dunque farsi troppe domande, Benedetta rompeva terra e schiena col cuore più leggero, la figlia Caterina (Cateinìn) curava il piccolo senza paura e anche lei cresceva bellissima, contagiata da tanta serenità.
Quando Davide era ormai un adolescente alto due metri e dotato di una forza leggendaria, Caterina confessò alla mamma di aver avuto un aiutino segreto. Appena nato, ogni giorno Davide, poco dopo che la mamma, credendolo sazio, aveva raggiunto i campi, cominciava a urlare e Caterina tentava inutilmente di calmarlo. Non c'erano ninne nanne né abbracci che regalassero a entrambi una tregua.
Una mattina, disperata, lei decise di attaccarlo alle mammelle di una capretta che pascolava lì vicino. Nei giorni successivi, dapprima scrutò il fratellino preoccupata, temendo malattie e punizioni che non arrivarono mai, poi si fece coraggio e, più volte al giorno, col fagottino in braccio, girò l'angolo della casa e andò nel prato. Ben presto la faccenda si semplificò ulteriormente: appena la capretta sentiva Davide piangere, lasciava la sua erba, correva davanti alla porta di casa e belava finché non poteva entrare, spinta da un commovente, irrefrenabile istinto materno verso quel cucciolo d'uomo di cui fu, per mesi, la balia segreta."

Nella foto quassù la casa dove mia madre e suo fratello gemello sono cresciuti per un (bel) po'. Le altre immagini che mamma mi ha spedito ritraggono lei, una prozia e mia nonna Rosetta, china e sorridente in un campo, mentre raccoglie margherite bellissime. Ecco evidentemente da chi ho preso quando sogno fiori, prati e boschi senza fine.

mercoledì 30 settembre 2015

Caprioli e Capriole

Ho una lista dei desideri (dicesi wishlist) lunga tre chilometri, che parte dalle creazioni di Tulimami e arriva alla collezione di Lazzari (imperdibile come sempre), passando per l'adorato Flamingo e per gli scaffali di Maisons Du Monde e delle sue maledettissime Tendenze Vintage.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.

Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.

Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.

Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.

Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.


Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).



giovedì 17 settembre 2015

Cinque funerali e un matrimonio

L'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe.

In un certo senso questo post potrebbe pure finire così, un incipit del genere sarebbe più che sufficiente pure per aprire e chiudere un romanzo.
In realtà credo andrò avanti, anche se è giovedì e sono molto in anticipo rispetto al solito. Domani però parto per Trento in "missione laboratori" e la domenica la vorrei dedicare a scrivere per lavoro e a riposarmi: sono giorni pieni di cose e di pensieri, è necessario trovare tempo per me, per una camminata, per un libro, per un'ora di coccole al mio corpo sempre più stanco e sempre più diverso da come lo ricordavo.

Quindi, dicevo, l'autista del matrimonio dei miei genitori era senza gambe. Se avete messo su la stessa faccia inebetita che ho fatto io quando mia madre mi ha raccontato questa cosa non sentitevi soli: è normale. Naturalmente la prima domanda (anzi, la seconda, subito dopo a "Ma mi pigli per il culo?") è stata: "ma come faceva a guidare?". Semplice, con i comandi manuali.
Appurato questo dato importante, ci sono un sacco di altre notizie interessanti sul matrimonio che mi ha dato i natali. Vediamo di analizzarle, anche perché probabilmente si spiegano tante cose.

Oltre all'autista dimezzato, meritano una menzione speciale gli invitati. 11 (undici). Sposi compresi.
Mamma, papà, rispettivi genitori, zio, zia, zio acquisito, autista e fotografo. Sì, perché al momento di andare al pranzo che fai, lasci a casa l'autista che ha perso le gambe nel greto del fiume, saltando su una mina inesplosa, in pieno dopoguerra, mentre giocava con papà? No, non puoi. Per quanto riguarda il fotografo, invece, la sua presenza al banchetto nuziale pare sia stata una sorpresa: finita la cerimonia, alla domanda "dove andate a mangiare?" mia madre interdetta cercò un suggerimento nello sguardo di mio padre, che, preso dall'entusiasmo, non seppe rifiutare la richiesta del fotografo, avanzata unicamente per poter fotografare il consueto taglio della torta. Che non c'era.
Nell'album di nozze, infatti, alla fine delle pagine, dopo il classico scatto di rito ai calici incrociati, si vedono i miei che tagliano una specie di mini torta gelato recuperata all'ultimo minuto.

In verità, le stranezze (se vogliamo eufemisticamente chiamarle così) iniziarono ben prima, quando mia madre comunicò al prete della sua parrocchia che aveva finalmente deciso di sposarsi, ma non in chiesa.
"E perché mai, cara Maria?"
"Perché Giancarlo non è credente, è battezzato perché nato in piena guerra, ma non ha né Cresima né Comunione"
"Non c'è problema"
"Sì, ma con l'Eucarestia come facciamo?"
"Semplice, non gliela do"
"Ma Don, come fa a darla a me e non a lui?"
"E non la do nemmeno a te"
Dunque i miei si sono sposati in chiesa e non hanno preso l'ostia. Nada. Non so se gli altri invitati lo abbiano fatto, magari l'autista e il fotografo sì.

Questione vestito della sposa, complicatissima nei matrimoni normali, mostruosamente semplice per mamma e papà.
Uscirono insieme alla ricerca dell'abito adatto, lei ne provò uno, lui le disse "ti sta bene, prendilo". E lo presero.
Bon. Fine.
Così i miei si sposarono in beige.
Padre con completo a zampa d'elefante e cravatta. Marrone.
Madre con camicia e gonna a fiori anni settanta, capello corto, scarpe con il tacco basso. Marroni.
Bouquet bellissimo, pendulo, promesso in dono dalla nonna (paterna) e mai effettivamente regalato.
Se vogliamo dirla tutta, la prima scelta per l'abito della sposa furono un paio di pantaloni neri, ma mia nonna (materna) fece gentilmente sapere che in quel caso non avrebbe presenziato. Mio padre, invece, fermo davanti alla chiesa di un paesino in cui non lo conosceva nessuno, sotto il sole cocente del 10 di agosto, si allentò la cravatta nell'attesa della sposa e per tutto il tempo diede indicazioni ai passanti che, curiosi, gli chiedevano chi fosse il fortunato marito.

Dunque, ricapitolando, autista senza gambe, fotografo pronto a fotografare la torta che non c'era, abito a zampa per lo sposo, a fiori per la sposa. Meno invitati che a una festa delle medie, ma comunque più invitati del previsto.

Per chiudere con una chicca, la sera, dopo aver pranzato nel ristorante e salutato tutti i parenti, i miei tornarono a casa. Lì li aspettava l'operaio che stava mettendo su le porte e che con fare simpaticissimo li invitò a ritirarsi tranquillamente in camera da letto, senza curarsi della sua presenza, ma anzi offrendo loro un romantico barattolo di vaselina.
Mio padre, già allora pozzo senza fondo e ottima forchetta, prese dunque la solenne decisione di andare a cena fuori. Dove? Semplice, dove avevano pranzato (e dove, vedendoli arrivare, chiesero subito se avessero scordato qualcosa).

The End

P.S. Scrivere questo post ad alto tasso di ironia mi ha, in realtà, e più volte, riempito gli occhi di lacrime. Il titolo, va da sé, si riferisce alle persone della mia famiglia che non ci sono più. Cinque invitati su undici. Sposo compreso. Del fotografo, dell'autista e di due zii su tre, non ho più notizie.

sabato 5 settembre 2015

Fuochi d'artificio

Ieri sono stata adottata per mezz'ora, ma di questo parliamo dopo.

Prima viene l'oggi: è il turno della luce meravigliosa che ha riempito questo sabato, tocca al temporale che ha ricoperto la città e spazzato via un po' di calore, è il momento della lasagna al pesto e della passeggiata in solitaria, prima di cena, per scoprire posti sconosciuti a un passo da casa.
Mentre fuori pioveva ho pensato a una cosa, ho pensato a quanto i tuoni degli acquazzoni di fine estate mi ricordino gli ultimi tre fuochi d'artificio, quelli che di solito concludono gli spettacoli pirotecnici, quelli che avvisano il pubblico e il pubblico comincia a disperdersi.
La pioggia di oggi ha spinto l'estate un po' più in là, ha regalato vantaggio all'autunno e il risultato è stata una bellissima serata lenta, con un sole fresco che ha abbracciato tutta la città prima di calare, con le belle di notte fuxia tutte aperte verso il cielo, con tante persone per strada, tanta gente che chiacchierava seduta sui muretti, tanti bambini che continuavano a giocare a nascondino tra i vicoli stretti.

Così è andato oggi, chissà come andrà domani.

Ieri, invece, ho passato il pomeriggio con Cindy.
Che pare di conoscerci da molto tempo ormai si sa, perciò le ore spese a parlare, raccontare, fare shopping, pranzare in un posto bellissimo , scattare foto stupide per lanciare progetti Instagram alquanto bizzarri, sono volate in un lampo. Con la promessa di riabbracciarci dopo il suo viaggio ci siamo salutate, io ho fatto due passi per testare l'autonomia del mio piede ribelle e ho deciso che no, che senza cambiare le scarpe non avrei potuto prendere un bus e spostarmi qualche chilometro più in là.

Allora, ho cambiato le scarpe.

Con i Pescura corallo che ho comprato non mi ferma più nessuno, pesano un quintale, fanno molto "ragazza nata in campagna e cresciuta al mare", ma del resto sono zoccoli di legno (faggio) e io sono una ragazza di campagna cresciuta al mare, quindi inutile farsi altre domande.
Poco prima di cena, al momento di rientrare a casa, mi sono accorta di non avere il biglietto del treno.
Da quel momento in poi...l'assurdo.
No problem, ho pensato, lo compro in stazione.
Biglietteria chiusa.
Ok, non fa niente, lo faccio dal distributore.
Nessuno dei due stampa biglietti urbani.
Va bene, dai, vado dal tabacchino.
Chiuso per ferie.
Fa niente, insomma, prendo l'autobus mandando l'sms all'AMT.
Il cellulare è spento, scarico.
Umpf, vado in stazione e chiedo pietà al controllore. Anzi no, vado in stazione e chiedo di poter fare il biglietto non maggiorato, dopo tutto io la buona volontà ce l'ho messa e questo sistema "è una vergogna!" (cit.).
Alla fine sono andata in stazione e mi sono fatta adottare da due signori con un carnet di biglietti: me ne hanno venduto uno e mi hanno ospitata accanto a loro fino a destinazione, sorridendo, senza fare domande e continuando a chiacchierare in italiano e in inglese, con tranquillità, eleganza e una gentilezza davvero fuori dal comune.
Una volta scesa dal treno, penso, vado a prendere la metro comprando il biglietto dalla macchinetta.
La fermata della metro interna alla stazione ferroviaria non ha la macchinetta.
Ok, prendo l'autobus, figurati se a Brignole non si trova un modo per acquistare un biglietto AMT.
Alla sera no, non si trova.
D'accordo, aspetto il 17 e poi chiedo all'autista.
Arriva il 17.
Salgo.
"Ehm, salve, senta, non ho il biglietto. Ho provato a farlo con il telefono ma è scarico. In stazione non c'è nulla per comprarlo, né tabaccherie, né distributori, né edicole. Ho qui con me i soldi contanti, cosa faccio?"
"Stai qui."

Tre fermate dopo saltellavo verso casa con i miei zoccoli, pensando che questa è la città che non vorrei, ma anche che questa è la gente che vorrei.

domenica 30 agosto 2015

Valigie

Una delle cose che amo di più è svegliarmi al fresco, con la gatta sui piedi e il rumore delle motoseghe che puliscono i giardini attorno a casa.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.

Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.

Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.

C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte

C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.

L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.

venerdì 24 luglio 2015

Thismustbetheblog #3 e #4: due piccioni con una fava!

Ho scelto questa foto perché oggi vi racconto un doppio incontro che si è svolto quasi interamente in acqua, o meglio, sull'acqua.
L'immagine è uno scatto di questa mattina presto, mentre correvo intorno al paesello e incontravo cormorani, insetti, fiori aperti e dai profumi dolciastri, frutti di fichi d'india marci e gente in piedi su una tavola da surf che remava verso il nulla. Mi dicono si chiami SUP e io me ne sto, quasi come se avessi visto un germano reale.
Quindi nelle prossime righe ci saranno mare, tanto mare e amicizia, tanta amicizia: un'amicizia particolare. Anzi due.
Un'amicizia che, per carattere, non definirei amicizia, perché non ci si vede spesso, non ci si sente spesso, si conosce poco l'una dell'altra, ma si condivide molto, moltissimo, nel senso più moderno del termine condividere.

Un bel po' di tempo fa a Genova c'è stato un Instawalk. Cosa è? E' un pomeriggio organizzato dal gruppo locale di Instagram, dedicato ad un tema preciso su cui si sta svolgendo un concorso. Il tema era il porto della mia città, gli scatti erano (sono) liberi ed è ancora possibile partecipare. Qui trovate un articolo di giornale che ne parla, ma in rete ci sono tante informazioni in più.
Io ho deciso di partecipare a questa cosa, nonostante il mio proverbiale mal di mare, per un sacco di motivi: uno su tutti gli organizzatori. Luca e Andrea, insieme a Stefano, che è il fondatore della sezione genovese di Instagram, sono i gestori dell'account e l'idea di questo contest è stata loro, in collaborazione con @assagenti_genova. Luca e Andrea, però, sono rispettivamente anche il vicino matematico (marito della vicina matematica pasticcera) e il vicino-vicino, per chi mi segue quaggiù.

Quindi il primo motivo della mia partecipazione all'Instawalk sono loro, Luca e Andrea.

Il secondo motivo, però, è lei. Cindy. Cinzia. Che quando ha scoperto che sarei andata sul battello ha deciso di unirsi all'allegra comitiva. Gioia, immensa gioia, di conoscerla, dopo mesi (più di un anno, vero?) in cui ci scrivevamo, seguivamo, mandavamo link, messaggi e pensieri musicali. Da gennaio ho iniziato a collaborare con lei lasciando mini recensioni strampalate sul suo blog (le trovate nella rubrica Leggermente) e ormai mi sembra di conoscerla da tantissimo tempo. Perciò la sua visita non poteva che entrare immediatamente di diritto nel #Thismustbetheblogproject...dopotutto se la Montagna non viene a Maometto, Maometto va alla Montagna, no?

Quindi il secondo motivo della mia partecipazione all'Instawalk è lei, Cinzia.

Una mattina, chiacchierando con il vicino-vicino che conosce perfettamente tutti i miei legami più o meno assurdi con le compagne di blog, mi dice che ha informato la sua collega Paola della presenza mia e di Cinzia al giro in battello. Ecco, Paola non è solo la collega Paola, ma è anche Paola di Comeicavoliamerenda e, udite udite, è venuta pure lei! Con Polpetta ovviamente.
Finalmente avrei conosciuto anche una blogger genovese, che per assurdo lavora nel posto in cui pure io lavoro in un certo periodo dell'anno e che, sempre per assurdo, mi conosce (e io la conosco) grazie alle cose che scriviamo sui nostri rispettivi blog.

Quindi il terzo motivo della mia partecipazione all'Instawalk è lei, Paola.

Il quarto motivo non potevo saperlo finché non mi sono trovata sulla banchina del porto, in attesa del battello. Il quarto motivo ha tanti nomi e sono quelli degli amici con cui condivido parte della mia vita vera, che a volte scrivo qui e a volte no, che si consuma ogni giorno nel mercato di fronte a casa, nel bar sulla piazza, nei nostri giardini, nei nostri terrazzi, nelle nostre sale da pranzo, nelle nostre esistenze incasinate e belle. Quasi tutti questi amici sono venuti all'Instawalk e hanno scattato foto insieme.

Quindi il quarto motivo della mia partecipazione all'Instawalk sono loro, gli amici.

Ora potrei raccontarvi mille cose, potrei dirvi che sono arrivata in ritardo in stazione a prendere Cindy, potrei dirvi che con lei ho percorso tutta la città per accompagnarla da Tiger dove l'ho costretta a comprare due mantidi religiose di plastica reggi piante, potrei dirvi che prima di andare al porto abbiamo mangiato un gelato buonissimo da Profumo, potrei dirvi che abbiamo parlato di lavoro, Elvis Presley e sandali di gomma, potrei dirvi che mi ha regalato una nuvola amigurumi di Ohioja che è una favola, potrei dirvi che abbiamo pianificato insieme un giro nei vicoli con Daria, potrei dirvi che mi ha parlato della sua cagnolona gialla, potrei dirvi che Paola era vestita da principessa, potrei dirvi che Polpetta ha gli occhi più belli del mondo, potrei dirvi che ci siamo abbracciate come vecchie amiche, potrei dirvi che mi faceva impressione vederle lì con le birkestock di vernice blu e il rossetto rosso a guardare la città da lontano, potrei dirvi che mi sono divertita e non ho vomitato, potrei dirvi che ho scattato mille foto, potrei dirvi che i sandali di gomma non mi hanno fatto le ciocche, potrei dirvi che sono stata tanto fiera dei miei amici organizzatori e tanto felice che gli altri siano stati attorno a me.
Potrei dirvi tutte queste cose. E ve le ho dette.

P.S. Qui trovate il post di Paola sulla bella giornata.



venerdì 3 luglio 2015

Thismustbetheblog #2: L'inventore di Mostri

Scrivo questo post sotto una cascata di foglie di roverella e davanti a un cortile di pini battuti da un sole fortissimo.

Sono nel Parco dove ho trascorso più tempo: qui ho imparato a scattare fotografie e ho scoperto che mi piaceva. Qui ho fumato sigarette nell'ora di educazione fisica nascosta dietro ad un albero. Qui mi sono immersa nel fango del lago con galosce e taccuino per gli appunti. Qui ho camminato nel bosco con il naso all'insù cercando di riconoscere alcune delle essenze elencate in un plico di documenti ottocenteschi che portavo sempre con me. Qui ho scoperto il significato di piante ruderali e accarezzato le foglie lisce e scure del lauroceraso.

Qui ho deciso di scrivere la seconda puntata (ecco la prima) di #Thismustbetheblog, quella dedicata ad una persona che le storie le sa raccontare bene davvero: Valeria, L'inventore di Mostri.

Ho conosciuto Valeria per caso, che più per caso di così non si può. Nella vita virtuale non ricordo ormai nemmeno come, credo attraverso Instagram: probabilmente mi sono imbattuta in una foto che mi è piaciuta, ho cercato blog e siti annessi e mi sono ritrovata catapultata nella valigia di storie che è L'inventore di Mostri. Nella vita reale, invece, Valeria ed io ci siamo conosciute a Torino, in una città che non è né la mia né la sua, ma che ci ha ospitate per motivi diversi negli stessi giorni. Sempre grazie ad Instagram Valeria ha scoperto che ero lì a due passi da lei e mi ha scritto in posta privata su Facebook (questo per sottolineare quanto i social network possano essere preziosi, se usati in maniera sensata), tempo di un pranzo al volo e ci siamo viste all'incrocio tra due vie.
Come lo racconto? Sembravamo innamorate. Io camminavo agitata e non sapevo cosa aspettarmi, ero appena uscita da Melissa Erboristeria dove avevo conosciuto l'altra meravigliosa Valeria e vivevo ancora mezza immersa tra tisane e creme per il corpo, lei arrivava trascinandosi dietro un trolley gigante e portava con sé un paio di occhi verdi bellissimi e il rossetto rosso. Ci siamo abbracciate, anzi, a dir la verità è Valeria ad avermi chiesto un abbraccio, io come al solito ho dimostrato la stessa affettività fisica di un gatto incazzato. Comunque, subito dopo l'incontro al crocevia, abbiamo cercato un bar per un caffè.

Una volta sedute è stato tutto un susseguirsi di parole, risate, vita privata, lavoro, blog, speranze, passioni. Valeria è come la immaginavo: piccoletta (siamo in due!), sorridente e con lo sguardo vispo di chi vuole vedere il mondo da tutti i punti di vista. Nel tempo di un caffé abbiamo dovuto riassumere il passato il presente e il futuro...ma sapete che c'è? Ci siamo riuscite. Dopotutto cosa è quello che ci riesce meglio? Raccontare storie, no?

Ci "vediamo" alla prossima puntata di #Thismustbetheblog (che sarà di nuovo una figata pazzesca...vi basti pensare che tra un'oretta vado a prendere Cindy in stazione!)

domenica 7 giugno 2015

"Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?"

Allora,
è successo questo: è successo che da una settimana non faccio altro che imbattermi in coincidenze.
Non è la prima volta che capita, figuriamoci, ma me ne sto accorgendo di più, più profondamente, più dolorosamente.
Ma dolorosamente è un avverbio bello, positivo intendo, è un dolore buono che rimonta pezzi smontati.
Martedì ho visto un polletto, un figlio di merlo che provava a volare sotto lo sguardo benevolo di merlo padre e merla madre. Mercoledì sono tornata a casa mia e un polletto identico stava sullo zerbino, occhi piccoli e bocca spalancata. Ho provato a prenderlo e si è buttato dalla finestra, hanno provato ad acchiapparlo le vicine di sopra ma secondo me polletto è riuscito a fuggire.
Due giorni e due polletti diversi. E' la stagione direte voi, e io questo lo so, ma non riesco a non trovarci la coincidenza inaspettata. Venti chilometri tra un polletto e l'altro sono una coincidenza inaspettata. Punto.
Poi è successo che a Genova, come sempre, sono scoppiate le cose da fare. C'è l'Andersen Festival a Sestri Levante, c'è la Biennale della Prossimità, c'è la Repubblica delle Idee. E poi c'è Gipi.
Gipi al Museo Luzzati, dove è allestita la sua mega mostra, è venuto due giorni fa. Io sono andata ad ascoltare Smargiassi al Ducale e poi sono andata a Porta Siberia, con "Una Storia" nella borsa e cinquanta euro per comprarmi tutto quello che potevo. Ho preso il catalogo, ho preso una borsa di tela con l'albero bianco (io compro borse di tela e compro alberi, figuriamoci se non compro una borsa di tela con un albero stampato sopra. Qualcuno potrebbe dire che "E' la modernità che lo domanda", bene, lo dice anche l'albero quindi state sereni). Mi hanno pure regalato una calamita.
La scorsa settimana ho pubblicato questo post, dove ho scritto così: "Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano".
Ecco, stavo ascoltando Gipi e lui ha parlato di cosa che scoppia, di cuore che non regge ed esplode, ha parlato di bisogno di raccontare, ha parlato della sua capacità di "farsi arrapare" anche dalla panchina dove ha passato l'adolescenza.
Polletto per due.
E' capitato di nuovo così, a distanza di pochissimi giorni ho trovato lo stesso mio pensiero nelle parole di qualcun altro e mi è persino venuto da vomitare, perché avrei voluto alzarmi e dirgli "Cazzo sì! E' quello! E' quella cosa lì!".
Poi ha parlato di Fiducia nell'acqua, o meglio, ha raccontato della tecnica che usa per dipingere qualcosa senza farsi guidare dalla parte di cervello (la sinistra) che quella cosa l'ha registrata e tende quindi a prendere il sopravvento e a dirigere il tratto, portandosi dietro preconcetti e sovrastrutture, penalizzando l'istinto e la forma primaria. Non credo di essermi spiegata ma di sicuro una cosa io l'ho capita: è possibile spegnere la parte sinistra e dare respiro a quella destra anche quando si scrive. Io a volte lo faccio ma non lo faccio di proposito, anche se mi piacerebbe molto esserne capace; di sicuro non scrivo come Gipi disegna, ma quello che ha detto io davvero l'ho capito.
Per curiosità sono poi andata a casa e ho guardato un video che era stato citato come valida spiegazione della tecnica divisoria di Gipi (destra/sinistra). Non so se si comprenda davvero guardando una mezz'ora di acquerello, di sicuro si vede chiaramente quanto il lavoro di questo artista (il corsivo è d'obbligo, sennò poi s'arrabbia!) sia una roba di testa, corpo, pancia, jeans, barba, phon, bestemmie e pomodori ripieni. Una meraviglia senza senso, esattamente come vorrei che fosse per me la scrittura e quest'anno che me lo stanno chiedendo, di scrivere intendo, mi allenerò tutti i giorni a farlo così, con un emisfero, con due, in piedi, seduta, da sola, in compagnia, con qualche punto luminoso di terra chiara coprente. Oppure senza.

"Anche se io non vorrei una pianura, vorrei dei boschi di montagna, per favore, se è possibile averli" (Gipi)

lunedì 25 maggio 2015

Una stanza tutta per me

Questa mattina, appena uscita dal bar della seconda colazione, una signora diceva ad un amico che di fronte all'asilo i vigili stavano cercando di allontanare un capriolo, ma lui non ne voleva sapere di andare via dal giardino.
In quel momento ho capito che alzarmi presto per andare a camminare era stata la scelta giusta.
Avevo bisogno di una stanza tutta per me in cui trovare spazi adatti a riordinare i pensieri pesanti degli ultimi giorni, dove cercare silenzio, concentrazione e, perché no, pace. Ora, sul silenzio magari poteva andarmi meglio, la combriccola a cui mi sono unita (la classe "di arte" di mamma) non si può dire brillasse per mutismo, ma in fondo è andata benissimo così: la compagnia nei giorni no alla fine fa bene, perché ci costringe a relativizzare e a spostare l'attenzione su altro. Ci sarà sempre qualcuno con una disgrazia più grande della tua che ti farà pensare "vabbé dai, che sarà mai".
Oggi l'obiettivo era percorrere parte dell'acquedotto storico di Genova e sicuramente il fatto che ci fossi stata questo inverno in una giornata tanto speciale da rimettermi al mondo, mi ha aiutata parecchio a puntare la sveglia alle sette (e, soprattutto, a scendere da letto).
Quindi, con estrema tranquillità, abbiamo camminato, ci siamo fatti raccontare la storia di quello che incontravamo, abbiamo attraversato ponti, boschi e prati e abbiamo visto un asino, due capre e tre pecore (di cui due agnellini così piccoli da avere ancora il cordone ombelicale appeso alla pancia).
Qualcuno ha raccolto sambuco per i decotti, succhiato il nettare dei gelsomini, mangiato asparagi selvatici e fotografato i fiori di kiwi, io, nel frattempo, ho ripensato ai giochi che facevo da bambina quando mi avventuravo nei boschi. Me ne sono venuti in mente un sacco: il riso al pesto con gli ombelichi di venere, i fischietti con le cime nuove delle canne, le ballerine con i fiori di papaveri, i palloncini con una pianta che non ho mai saputo che nome abbia. Anche allora, come oggi, cercavo una stanza tutta per me.
La stessa forse la cercavano i tre bimbi che ieri hanno partecipato al mio laboratorio: costruendo animali fantastici con materiali di recupero (io mi ero persino portata un vecchissimo libro sulla fauna ligure così mal ridotto che Gabriele, stupito, mi ha detto: "ti consiglio di aggiustare un poco questo tuo libro!") e regalando alle loro creazioni delle piccole luci che le rendessero ancora più speciali. Hanno lavorato quasi due ore con calma, concentrandosi sulle loro idee e lasciando il giusto spazio alla fantasia, rispettandone ogni aspetto, anche se bizzarro.
Dovremmo farlo tutti, ogni tanto, perché ogni volta che rispettiamo qualcosa ci rendiamo felici.

giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...

mercoledì 8 ottobre 2014

Vicenza l'elegante

Sono stata a Vicenza nel weekend.
Avevo un convegno di lavoro e sono rimasta tre giorni in questa città.
Vicenza è piccolina, per lo meno lo è il centro storico, si gira in poco tempo ed è bella. Ci sono motivi precisi per cui è bella:
è pulita
è piena di chiese
è ricchissima di spazi verdi (quanti alberi tutti insieme! Che meraviglia!)
è un concentrato di negozi di alta qualità
è portatrice sana di locali dove bere e mangiare a prezzi più che ragionevoli (o almeno per quanto riguarda i posti dove sono stata io)
è una città giovane, nel senso che tanti ragazzi tutti insieme io non credo di averli mai visti
è elegante
E qui casca l'asino. Perché, direte voi, l'eleganza non è un pregio? Certo che sì. Ma a volte mi è parso che il tentativo di essere eleganti a tutti i costi rendesse le cose e le persone un poco finte. Intendiamoci, lungi da me fare di tutta l'erba un fascio, ho visto donne e uomini eleganti con sobrietà, vestiti casual ma estremamente piacevoli, con i capelli freschi di parrucchiere e assolutamente raffinati. Poi però ho visto anche tantissime persone, soprattutto la sera, agghindate in maniera esagerata, molto truccate, sempre con i tacchi, le pochette, i telefonini all'ultima moda e i bambini vestiti come principi. Tutti. Non ho visto nemmeno una tuta a Vicenza. Anzi, l'ultimo giorno, la mattina, mentre camminavo tra gli stand del mercatino dell'artigianato organizzato in piazza, una signora si è chinata su un passeggino e ha esclamato alla bimba semiaddormentata: "Mi hanno detto che oggi sei proprio la bambina più elegante di tutta Vicenza!".
Mi ha fatto impressione. Perché non ci sono abituata probabilmente, vivendo nei vicoli è più facile che alla mattina mi capiti di incontrare Giulia, la bimba cinese del ristorante sotto casa, o qualche spazzino che finisce il turno, o il giornalaio che apre l'edicola, o la mitica Mercedes che si trascina sul suo bel sedile di pietra. Di bimbe elegantissime in carrozzina nemmeno l'ombra.
Questi sono i pensieri che ho fatto lì per lì.
Poi però ho riflettuto.
E mi è venuta in mente la terrazza bellissima dove abbiamo preso un aperitivo (grazie Eli del consiglio!) e da dove ho visto volare via uno dei mille palloncini di Vicenza, intercettato con malcelata emozione il giorno dopo sui cieli sopra all'albergo. Mi è venuto in mente il ginkgo biloba che ho incontrato venerdì, maestoso e ancora verde, mi è venuto in mente il negozio che volevo tanto andare a visitare e dal quale sono uscita con questa, mi è venuto in mente il servizio bus notturno che a Genova te lo scordi, mi sono venuti in mente il vino buono ovunque e il ristorante meraviglioso dove abbiamo cenato entrambe le sere. E allora ho capito che Vicenza in realtà è elegante in queste cose. E' elegante perché sa coccolarti. Sa regalarti angoli bellissimi come quelli attorno al fiume, sa parlare a bassa voce, sa stupirti con botteghe antichissime e ancora molto frequentate, sa valorizzare quello che ha anche se è piccola.
In questo Vicenza è elegante. Poco importano i tacchi 14 indossati con goffaggine, i mocassini con il pantalone risvoltato, le auto di lusso sotto il portico, gli occhiali da sole anche di notte.
Ho pensato che se fossi stata vicentina e fossi venuta tre giorni a Genova l'avrei giudicata sporca, piena di gente trasandata (soprattutto la sera!), di ragazzi chiassosi, di topi, di muri scrostati, di pozze di piscio, di ubriachi che urlano nel cuore della notte. Mentre la mia città non è così, è anche questo certo, ma non solo. Come Genova è malinconia, Vicenza è eleganza. Come Genova è malinconia anche in piena movida, Vicenza è eleganza anche da vuota, alla mattina come all'ora del tramonto, mentre i palloncini volano via e l'aperol scioglie il ghiaccio dello spritz.

martedì 19 agosto 2014

In fuga

L'ho finito.
E non so assolutamente come scrivere una recensione decente di questo capolavoro.
Occorre premettere che non amo i racconti, proprio no. Ho bisogno di essere coinvolta, di innamorarmi dei personaggi, di attendere con ansia i colpi di scena, le liti, gli abbandoni, le soluzioni, le svolte.
Con un racconto, che sai finirà, che per quanto complesso e articolato sia non ti accompagnerà fino all'ultima pagina, che magari è noioso e ti fa perdere la voglia di leggere quelli che lo seguiranno, è difficile affezionarsi.
Ecco. Scordatevi tutto quello che ho appena scritto quando prenderete in mano il libro della Munro.
Ha vinto il Nobel, è vero, ma non potrebbe proprio essere altrimenti. Dov'è che avevo letto qualcosa sul suo conto che mi aveva fatto affiorare la curiosità di andarla a cercare? Ah ecco sì, in un botto di pensieri di Paolo Cognetti (I love you), in qualche scaffale degli amici di Giulia e poi forse in libreria, scontrando una copertina che mi piaceva, facendomi rapire da un cartello seminascosto.
Comunque, ho comprato In fuga, che è del 2004 ed è edito da Einaudi.
Ci sono tre racconti con la protagonista in comune mentre gli altri sono tutti solitari, isole galleggianti in un mare immobile.
L'inesorabilità della scrittura di questa autrice mi ha stregata. Non succede nulla e nello stesso tempo succede di tutto. Sliding doors come se non ci fosse un domani, promontori solitari e noiosi dove all'improvviso si bruciano persone su una pira in spiaggia, abiti verdi le cui sfumature di colore fanno differenze enormi, segreti inconfessabili e a volte inconfessati, vite che si sgretolano in un attimo o che continuano a procedere lente, inesorabili appunto, come se nulla fosse.
Di solito scrivo brani tratti direttamente dal libro che ho letto ma stavolta non lo farò. Non ne vale la pena, probabilmente i pezzi che sceglierei perderebbero significato e sarebbero avvilenti per lo stile, la prosa secca e femminile, il lessico ricercato e appagante scelti da Alice Munro. Perché davvero nelle sue pagine si leggono frasi di un tempo, con costruzioni perfette, parole perfette, utilizzo dei tempi verbali perfetto.
Non c'è un'esclamazione di troppo (proprio come piace a me), nulla è dato per scontato, niente è scritto male o con scarsa attenzione per la bellezza.
Insomma leggetelo e quando sarete alla fine del racconto intitolato Passione immaginate di essere al tramonto, in spiaggia e che dallo stereo del piccolo bar a picco sugli scogli parta questa canzone, esattamente come è successo a me.

P.S. Per dovere di cronaca, il mio racconto preferito è Scherzi del destino.

venerdì 18 luglio 2014

La zona cieca

Quando mamma, dopo averlo letto, mi ha passato questo libro le ho chiesto un parere. Lei, sorridendo, mi ha risposto: "E' una sega mentale infinita, quindi ti piacerà".
Beh, si sa, le mamme hanno sempre ragione e "La zona cieca" ora sta in buona compagnia nella nicchia della camera da letto. Si è guadagnata, cioè, una postazione d'onore, quella riservata ai libri che in un modo o nell'altro porto nel cuore e quindi sempre con me. E' il secondo romanzo della Gamberale che leggo e in qualche modo ha qualcosa in comune con il primo, innanzi tutto i personaggi che qui sono i protagonisti e che ne "Le luci nelle case degli altri" facevano parte dei vicini di casa di Mandorla.
In un certo senso, dunque, ero già un po' affezionata a Lorenzo e Lidia, ritrovarli con le loro (enormi) difficoltà di coppia è stato un po' come avere notizie di due vecchi amici che non sentiamo da tempo.
Le seghe mentali ci sono, eccome, ma proprio per questo più che un romanzo definirei "La zona cieca" una sorta di saggio. Nulla di pretenzioso eh, né probabilmente da parte di chi lo ha scritto né da parte mia che ne porto un parere qui, sul mio blog.
Comunque, difficoltà ad amare e prima ancora ad amarsi. Perché senza amarsi non si ama, questo ormai lo so persino io. Il problema grosso sta nel fatto che spesso, troppo spesso, senza amarsi e soprattutto senza sentirsi amati non si ama. E non dovrebbe andare così. Dico dovrebbe perché sono campionessa mondiale, anzi regina, di questa incapacità, ma tanto (tanto) lavoro su di me e tante (tante) seghe mentali, come le chiama mia madre, sembrano fare effetto, sembrano funzionare.
Lo dimostra il pic nic che sto facendo stasera sul tappeto della sala: spezzatino, luce soffusa, birra, buonamusica, e finestra socchiusa quel tanto che basta per sentire i bimbi che giocano in piazzetta, le signore che chiacchierano, i cani che abbaiano.
Nel libro tutto questo manca, manca la quotidianità serena e tranquilla, da vivere soli oppure in coppia, perché sia Lidia sia Lorenzo sono troppo impegnati a capire e capirsi, a odiare e odiarsi, a soffrire e far soffrire. Gesti eclatanti, routine, dichiarazioni, lettere, scoperte, solitudini, tutte componenti inutili se prima non si impara a conoscersi e a volersi bene così come si è, guardando le proprie caratteristiche per quello che sono, ovvero "semplici" caratteristiche, né pregi né difetti.
E questo mio essere salita in cattedra, come se avessi capito e compreso tutto, mi dà così noia che la pianto qui, consigliando "La zona cieca" a chi ha la sensazione che gli altri ci vedano molto di più e molto meglio di come ci vediamo noi, guardando anche in quelle zone, cieche per l'appunto, che non dubitiamo neppure di avere.
Buona serata con Ray, stranamente spensierato come me.

giovedì 3 luglio 2014

Le luci nelle case degli altri

Quando ho pubblicato questo post non avevo idea dell'esistenza del libro di cui scriverò oggi. Non avevo mai letto nulla di Chiara Gamberale e ho iniziato un po' per caso e un po' per curiosità. Qui tra la pila di libri da leggere ne ho un altro suo e chissà se mi piacerà come questo.
In verità non credo sia un romanzo particolarmente bello, ma io ne ho tirato fuori un sacco di spunti interessanti. Mi sono lasciata trascinare dalle parole e ambientata subito nel condominio di Via Grotta Perfetta, dove in ogni abitante ho trovato qualche amico, un parente, il capo...insomma un microcosmo composto da persone che vivono nella vita di tutti noi, ogni giorno.
Non è una storia triste, nonostante i motivi di dolore ci siano eccome e siano pure i più classici: dal lutto all'abbandono, dalla solitudine al tradimento, dalla paura alla frustrazione. Le luci nelle case degli altri è una storia particolare in cui sono i ragionamenti familiari che rapiscono chi legge, certi sensi di inadeguatezza così riconoscibili e riconosciuti, certe gioie inaspettate e irraccontabili, certi segreti tutto sommato comuni a molte, troppe persone.
"Dunque conoscere una persona significa permetterle di darci o toglierci qualcosa. Significa farla entrare nella nostra esistenza: fargliela sporcare, il giorno che quella persona avrà le scarpe piene di fango. Fargliela illuminare, se a quella persona verrà in mente di portare con sé una lampadina. Fargliela modificare, insomma. Mentre noi modifichiamo la sua. Senza che magari nessuno - né noi né quella persona, - mentre succede, se ne renda conto"
Ed è vero, è così che funziona, o che per lo meno secondo me dovrebbe funzionare. Forse che i miei fallimenti in amore stiano nella mia passione per le galosce e per il fango? Forse è perché mi sono messa a dipingere lampadine? Io sono fatta così, ormai è chiaro a me e a molte delle persone che mi stanno vicino: mi lascio andare, mi lascio conoscere, senza fidarmi mai questo è vero, ma prendendo e togliendo, modificando e facendomi cambiare. E penso sia profondamente giusto così.
Perché "il resto è adesso".
Io fossi in voi lo leggerei, perché regala anche delle sorprese, perché racconta l'incanto di chi s'innamora per la prima volta, perché affronta con tenerezza le piccolezze di un'anziana donna sola e perché parla di omosessualità finalmente senza buonismo.
Io fossi in voi lo leggerei perché, come Palomo, questo libro non biasima nessuno.

martedì 1 luglio 2014

I portatori di conforto

Nel mio quartiere ci sono persone che fanno un mestiere strano, un lavoro che non avevo mai sentito e che sinceramente non pensavo neppure esistesse. Sono i portatori di conforto. Questi uomini (perché per lo più di maschi si tratta) hanno il compito di aiutare chi si sente in difficoltà. Sì, avete capito bene, non chi è in difficoltà, ma chi si sente in difficoltà. Che differenza fa direte voi? Beh, una differenza enorme. Chi è davvero in pericolo, malato, ferito può chiamare il medico, nei casi più estremi anche l'ambulanza, ma chi "ha solo" paura, si sente perso, si ritrova solo in una casa troppo buia e vuota per arrivare a sera, può ricevere un conforto da questi portatori. Ma chi decide quando è il momento di chiamarli? Come si fa a contattarli?
Non c'è una sede, non esiste un numero di telefono, eppure loro sono sempre disponibili e non conosco nessuno che abbia avuto bisogno e non sia riuscito a rintracciarli. Semplicemente perché i portatori di conforto camminano, notte e giorno, con gli occhi e le orecchie aperte, per assicurarsi che tutti stiano bene. La loro attività, come facilmente capirete, è prevalentemente notturna: quando i vicini dormono, quando nel vicolo si sente a malapena passare uno spazzino con la sua scopa dal rumore familiare, può capitare che i cattivi pensieri prendano il sopravvento. Un battito troppo accelerato, una vita che cambia all'improvviso, una vita che non cambia affatto, un conto in banca sempre più fragile, un lavoro sempre più precario, un parente ammalato, un amore lontano, un amore che non c'è, un affetto che non tornerà, un dolore che sembrava passato...di quante cose possono prendersi cura i portatori di conforto. Per essere aiutati però non basta aver paura, rintanarsi sotto alle lenzuola, piangere in silenzio e sperare che arrivi presto l'alba. Per ricevere una mano occorre farsi vedere, accendere una luce che filtri oltre le persiane, camminare un poco sul parquet tiepido, chiudere gli occhi e pensare fortissimo a loro, a quel passo lento e rassicurante, quei vestiti semplici e simili uno all'altro, quelle voci calme e quegli sguardi solidi di chi sa cosa fare, di chi conosce il rimedio al male di vivere. E allora sarà sufficiente un incontro per creare un legame, i portatori di conforto sapranno per sempre che oltre quella porta potrebbe esserci un cuore da ascoltare, che dietro a quella finestra fiorita una volta ci sono stati una paura da sconfiggere, un groviglio di pensieri da dipanare, una notte da salvare.

mercoledì 9 aprile 2014

(A)sociali

A me piace circondarmi di persone considerate asociali. Mio padre era asociale. Mia madre spesso si definisce asociale, anzi, lei preferisce usare una parola dialettale intraducibile che significa qualcosa tipo "che tende a stare per conto suo" e che è stundaia. Io stessa spesso sono considerata asociale.
Ma cosa vuol dire questa parola?
Nel mio caso non vuole certo dire stare lontano dalla gente, ci mancherebbe, ho lasciato il paesello proprio per avere il mondo e la vita a portata di mano. Forse però, rispetto a tanti coetanei e a qualche amico, tendo a cercare più momenti di solitudine e isolamento, più spazi lontani dove pensare e fare cose solo per me. O magari fare cose pure per gli altri ma comunque in un angolino tutto mio.
Quando mi perdo in questi ragionamenti mi viene in mente il mondo dei social network. Io sono iscritta a Facebook e, se vogliamo considerarli social network anche a Pinterest e Spotify. Devo dire che per adesso non mi sono mai pentita di aver deciso di sbattere buona parte della mia vita on line, magari un giorno accadrà, chi può dirlo, ma sino ad oggi ho solo guadagnato da questa scelta.
Ci sono contatti tra i miei amici di Facebook che probabilmente non rivedrò mai più, altri con cui sento di aver stretto un legame a distanza, legame che altrimenti non avrei potuto creare e coltivare, ad esempio per questioni geografiche.
Ricercatori conosciuti a convegni del passato come quello di Strasburgo, professori incontrati a scuole estive come quella di Latina, colleghi di sventura simpaticissimi e appassionati con cui ho trascorso una bella settimana questa estate a Pollenzo.
Grazie a Facebook ho conosciuto molte realtà interessanti e le ho fatte conoscere alle persone a cui voglio bene (le ho "condivise", no?), su Pinterest ho visto foto bellissime e trovato idee originali per la mia tana, con Spotify passo le mie ore musicali al lavoro, quando cucino e anche adesso mentre scrivo. Non ho voglia di affrontare qui il discorso trito e ritrito quanto noioso del "la gente vive on line", "le persone così si fanno i fatti degli altri", "il mondo è fuori", "la rete è un filtro". Tutto vero, verissimo, per carità, ma ognuno sceglie liberamente cosa diffondere di sé, quanto tempo trascorrere al pc invece che uscire a camminare, con chi stringere un'amicizia virtuale, se pubblicare le foto dei propri figli, nipoti, vicini di casa che non sanno di finire on line oppure evitare come faccio io. Personalmente passo parecchio tempo sui Social Network, ma non possiedo la TV, faccio pilates tre volte a settimana e vado a correre quando non sono in palestra, vivo da sola con tutto quello che comporta (compreso trovare il tempo per fare la spesa, cucinare, lavare, stendere...), mi sparo un paio di turni al mese in quel posto fighissimo che è l'Altrove, cerco di trascorrere all'aria aperta i week end di bel tempo e se ce la faccio scrivo o leggo quando piove. Quindi perdonatemi, starò anche spesso su Facebook, e allora?
Giusto di recente, con l'ultimo post che ho pubblicato qui sul blog, è capitato che si creasse un piccolo tam tam tra persone che si leggono e non si vedono mai o che addirittura non si sono mai viste. Un'opportunità di scambio semplice, emotiva, rispettosa dei dolori e dei sentimenti di tutti. Avevo scritto in questo post che mi ero innamorata di un'iniziativa (trovata, guarda caso, grazie a Facebook) e che avevo provato a farla mia. Sia tra i commenti sia direttamente sul social network su cui avevo pubblicato il mio scritto alcune persone hanno portato il loro contributo, lasciando un'impressione, scrivendo una riflessione o buttando giù a loro volta un post nel proprio blog personale. Fabiana (ennesimo esempio di come Facebook possa essere una sorpresa e portare con sé piccole amicizie) lo ha fatto ed è con lei che vi lascio.

P.S. Nella prossima puntata mi giustificherò per l'assenza, dovuta a una grande (anzi due) soddisfazione lavorativa, a una commisurata stanchezza, ad un laboratorio divertente, a qualche pensiero pesante e alla Primavera che mi chiama al sole ogni volta che posso!
Ah, ho pure iniziato il nuovo corso di fotografia...si vede???

venerdì 17 gennaio 2014

La finestra di fronte

Quando ero piccola facevo un gioco: seduta sul sedile posteriore dell'auto, di ritorno da una serata al cinema o da qualche cena da amici di mamma, guardavo passare i palazzi accanto a me e immaginavo la vita dietro alle finestre illuminate. Penso fosse un'abitudine comune a molti, ma ricordo che per me era un vero e proprio rito, da novembre in poi, quando le giornate ormai inesorabilmente corte lasciavano molto presto spazio al buio, io mi incantavo a osservare quei quadratini di luce. Se ero fortunata poteva capitare che qualcuno passasse davanti alla finestra proprio mentre guardavo io, piccole sagome nere indaffarate a vivere vite che non conoscevo, lontane dalla mia, forse brutte, forse meravigliose, forse normali.
Mi pare di ricordare che in certi casi fossi persino arrivata a dare un nome agli abitanti di quelle case, seduti al tavolo di una cucina, con la tovaglia chiara illuminata dalla luce fredda di un neon tondo, anni ottanta, con una bottiglia di birra aperta e una TV che va, ignorata da tutti.
Crescendo non ho mai perso questa abitudine, anche adesso che sono grande (!) e vivo da sola continuo a guardare verso le luci accese e Genova mi offre sempre un'opportunità perfetta per coltivare questa strana mania: la Sopraelevata. Da quel serpente più alto di tutto posso scorrere centinaia di metri di case accese, di appartamenti grandi, uffici, piccole stanze, tende rosse, tende rotte, persiane un poco accostate, vetrate immense. Ancora stasera, come sempre passeggera, le ho guardate tutte, soffermandomi su quelle che ormai conosco e che aspetto ogni volta con (im)pazienza: quella dove ho abitato due anni, incastrata tra le pareti gialle e i tetti dritti, quella del vicino-vicino, quella dei vicini matematici-fotografi-pasticceri e quella della famiglia nuova nuova che per arrivare sale mille scalini. C'è la sala piena di quadri e mobili scuri, come se fosse una galleria d'arte, con una grande televisione a schermo piatto sempre accesa, oggi guardavano un gioco a premi mi pare e la luce era come al solito troppo forte. La linea di uffici tutti uguali mi porta alla mia preferita, quella con il balcone pieno di strane piante mezze secche, pendule e bellissime, quella che ha un lampadario enorme, un insieme di bicchieri di vetro colorati che colano dal soffitto e scendono su un grande tavolo; questa casa è a due piani secondo me, perché pure l'ammezzato sopra, con le travi a vista e tutti i libri, non può che appartenere alle stesse persone. Poco dopo c'è un appartamento pieno di piante da interno, tutte accostate alle finestre e una appesa ad un vaso di corda, la luce non è mai troppa...forse leggono, forse sono riservati, gli abitanti di quella casa.
Pian piano che ci si avvicina alla parte più affaticata, ai vicoli più difficili, le piante non si vedono più e le stanze sono spesso attraversate da corde per il bucato e mobili rotti. A volte le finestre hanno un vetro solo e a volte la luce arriva da lampadine appese a un filo, e basta. Le case di Genova hanno spesso i soffitti alti e questo significa soppalchi, dalla Sopraelevata se ne vedono tanti, con le lenzuola che penzolano, i poster dei cantanti attaccati alle pareti e le librerie piene di volumi da studenti universitari. Quando cammino per strada e non ho la visione così privilegiata che mi regala la Sopraelevata alzo il naso e provo comunque a immaginare cosa ci sarà, una delle scene che preferisco è la ragazza che rientra con un sacchetto di carta marrone, all'americana per intenderci, pieno di cose da mangiare e un mazzo di anemoni mosci da mettere subito in acqua. Immagino un gatto che miagola, una luce che si accende, immagino un papà che rientra stanco e due bimbi che gli si appendono ai pantaloni, immagino una zuppa che bolle, una doccia che va, un neonato che piange, un vecchio che toglie la dentiera, una coppia che fa l'amore, una casa vuota e buia. Anche quando sono a casa mia, accoccolata sul divano con un libro e una coperta penso a cosa vedrà la gente sotto casa, penserà che la luce è troppo fredda? E' vero, avete ragione, ma le lampadine più gialle erano finite. Penserà a quanto sono alte le finestre? Eh sì, per questo non lavo mai i vetri e il solo pensiero di mettermi a smontare le tende mi inorridisce. Penserà alle mie piante d'edera che scendono coraggiose? Ci penso anche io, tutte le volte che infilo la chiave nel portone, controllo la posta e accendo la luce.