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giovedì 15 dicembre 2016

Ad alta voce

Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.

Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.

Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.

Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.

Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):

"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."






venerdì 4 novembre 2016

F come Flamingo

Scrivo questo post a due settimane di distanza dall'ultimo. Mi capita di rado, ma a volte succede.
Motivi? Tanti. Motivi principali che userò per spazzare via gli altri: il lavoro e la promozione del mio libro.
Se non sono al Festival della Scienza o alla Fabbrica di Staglieno sono a casa che scrivo post su Facebook, rispondo a mail, leggo messaggi di persone interessate all'acquisto o semplicemente curiose di saperne di più.

Sia chiaro, tutto questo mi lusinga, mi stupisce e mi fa sentire molto fortunata!

Nel frattempo, però, ho pensato anche di accogliere l'autunno (ormai quasi inverno) con un ordine che si rispetti: un ordine da Flamingo Bergamo.
Ecco di cosa voglio scrivere oggi, per rimanere leggera e per consigliare ancora una volta a tutti di comprare da Daniela, perché i suoi articoli sono belli, originali e made in Italy o comunque attenti alle tematiche (a me tanto care!) della sostenibilità ambientale e umana. Perché le consegne sono veloci. Perché la gentilezza di chi sta dall'altra parte del bancone è super.

Quindi, bando alle ciance, vi presento i miei acquisti:

- 1 paio di leggings - pantalone a righe che sono la fine del mondo. Morbidissimi, comodissimi e caldissimi (non che qui a Genova, in questi giorni, ce ne fosse bisogno: 25 gradi fissi).

- 1 maglia, a righe pure quella (regalo di mamma, a onor del vero). Il mix di colori sta bene con tutto: c'è il verde che, lo sapete, è il mio, ci sono il blu e il nero accoppiati che a me piacciono sempre tanto.

- 1 bracciale che mi sono regalata per l'uscita del libro (e fatica annessa). Ho scelto la scritta "STAY WILD" perché è quella che, in assoluto, sento più mia. Se avessi saputo l'entità delle settimane che mi aspettavano, però, di bracciali me ne sarei comprata anche più di uno, probabilmente avrei preso "AVRÓ CURA DI TE", sicuramente avrei ordinato "VAFFANCULO".

- 1 serie di scatolette per il cibo, perché le lascio sempre ovunque, perché tutte le persone che conosco credo abbiano una mia scatoletta per il cibo.

- due regalini per un'amica che ha compiuto gli anni da poco. Visto che devo ancora consegnarli e che non sono sicura non legga questo post, preferisco non scrivere nulla di più :-)

Non sono solita raccontare tutto ciò che compro, anche perché, ultimamente, sto acquistando poche cose e sempre dopo averci riflettuto su parecchio. Vestiti solo se servono e se rispettano le condizioni di cui ho ormai parlato molte volte. Oggetti solo se indispensabili (tipo pentole, piatti, cose così). Libri senza ritegno (nessuno è perfetto).
Il motivo per cui di Flamingo scrivo sempre (qui, qui e qui i precedenti) l'ho già detto: ne vale la pena per un sacco di ragioni. Se poi riuscite a fare un salto in negozio... tanto meglio!

P.S. La foto non c'entra niente con il post, lo so. Ma avevo bisogno, tanto bisogno, di sentieri.


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lunedì 10 ottobre 2016

Il mio primo libro!

Sono passati quasi due anni dalla prima mail che ho ricevuto a proposito di questo libro. Stavo seduta su una panchetta al Salone del Restauro di Ferrara (e questo la dice lunga sulla schizofrenia della mia vita) aspettando che si liberasse il bagno.

Una casa editrice che, lo confesso, all'epoca conoscevo appena, stava cercando una collaborazione per la pubblicazione di alcuni testi di tecnologia e robotica dedicati ai bambini e ai ragazzi, con un occhio anche al mondo degli adulti che con i bambini e i ragazzi hanno a che fare ogni giorno. Mentre leggevo le richieste mi sentivo già enormemente fortunata ad essere in copia nella mail: significava che l'Associazione con cui collaboro ormai da anni stava pensando a me, mi riteneva all'altezza di questa impresa, credeva nelle mie possibilità

Mi stavano chiedendo di scrivere.

Come sempre, per tutto il tempo, la persona che meno ha avuto fiducia in me è stata la sottoscritta.
Questo non vuol dire che ci abbia rinunciato, anzi, credo di aver iniziato a buttare giù idee e appunti già sull'Intercity del ritorno da Ferrara, di aver cominciato a scrivere seriamente subito dopo la prima riunione con l'editore e di aver continuato un po' ovunque. Un posto su tutti ancora una volta il treno, a sto giro mentre rientravo da Trento dopo una giornata di laboratori, stanca morta, in uno scompartimento buio e freddo.
È risaputo, mettere nero su bianco qualsiasi cosa non mi ha mai spaventata, tanto meno quando si tratta di argomenti che amo.
In questo caso, però, non era così semplice: scrivere un libro di attività creative e tecnologiche rendendole comprensibili a tutti, senza cadere nel didascalico, ma anche senza essere troppo coinvolta è stato a tratti complicato. Io, che durante i laboratori porto sempre esempi personali e privati, dovevo riuscire a distaccarmi un pochino, mantenendo però una giusta dose di quotidianità: era importante facilitare l'immedesimazione e la comprensione, affinché tutti potessero provare le attività proposte, senza fatica.

Non entrerò qui nel merito di ogni capitolo, perché non è la sede giusta, ma si tratta di un piccolo manuale di ricette robotiche fai da te, realizzabili a basso costo, usando componenti elettrici semplici (acquistabili, tra l'altro, insieme al libro, in una piccola valigia piena di materiali tecnologici). I personaggi principali, però, non sono soltanto cavi, motorini, batterie e led, ma anche oggetti destinati ai rifiuti a cui possiamo regalare una seconda (e, perché no, una terza, una quarta...) possibilità.
Da quando ho iniziato a occuparmi di divulgazione scientifica ho riservato uno spazio sempre molto ampio al riciclo, incentrando intere attività sul recupero dei rifiuti e sulla sostenibilità, che si trattasse di laboratori di robotica non è mai stato un problema: non ci sono limiti di argomento per parlare di ecologia e imparare a riutilizzare un oggetto apparentemente perduto.
Alcuni concetti chiave mi permettono ogni volta di affrontare contemporaneamente materie diverse e distanti tra loro: creatività, ingegno, collaborazione e fantasia aiutano a spiegare argomenti difficili come le leve con una semplice molletta per il bucato o di portare un po' di biologia in un laboratorio di robotica, mescolando animali marini e organi fotofori con led, batterie e nastro adesivo.

È il mio primo libro, ho sempre pensato che presto o tardi lo avrei scritto, così come ho sempre pensato che non ci sarei mai riuscita.

Di certo non immaginavo che avrebbe trattato un argomento come la robotica, indirizzandosi ai bambini e portando quindi con sé grandi responsabilità.
Però è andata e io sono felice, da qualche parte si doveva pur cominciare!

Concludo così, esattamente come inizio nel libro:

"A tutti i bambini che partecipano ai miei laboratori insegnandomi sempre qualcosa e a mio papà: sarebbe stato sorpreso e fiero di avermi trasmesso, almeno un po', i geni dell'elettronica".

domenica 31 luglio 2016

La fabbrica dei sogni

Avete presente quando trascorrete una giornata facendo tante cose diverse, così tante e così diverse che alla sera vi sembra di essere svegli da tre giorni? Avete presente quei momenti notturni in cui non riuscite a rendervi conto se state sognando oppure no? Avete presente quelle condizioni così perfette e fuori dal tempo che potrebbero arrivare dritte dritte da un mondo onirico ovattato e lontano?

Ecco, tutte quelle situazioni io le chiamo le fabbriche dei sogni e adoro quando capitano, specie se all'improvviso, specie se in giornate speciali.

Poco fa, per esempio, mi è successo questo: ero semi sdraiata sui sedili verde bosco del Trenino di Casella e provavo a dormire, vista l'oretta di viaggio che mi attende. Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio fatto di alberi e luce, polvere e sole e io non sono riuscita a prendere sonno, coinvolta com'ero dal momento magico e sospeso.

Mi è venuta voglia di scrivere, mi ha sorpreso l'ispirazione.


Quell'ispirazione che dopo ogni post sono convinta che non tornerà mai più e invece, inesorabile, si ripresenta all'improvviso. La settimana scorsa la scintilla l'ha accesa inconsapevolmente la bimba in piscina, oggi sempre di piscina si tratta, ma stavolta siamo sulla via del ritorno.

In verità, la prima avvisaglia che oggi sarebbe stata una giornata visionaria l'ho avuta stamattina presto, quando ho impiegato un bel po' di tempo a rendermi conto che il sogno dei vicini di casa che riuscivano ad aprire il portone rotto da giorni era, appunto, soltanto un sogno. Ieri sera lo abbiamo riparato con un po' d'olio d'oliva, ma i cori di gioia di questa notte non ci sono stati davvero, non mi sono mai affacciata alla finestra, non ho visto nessuno abbracciarsi e saltellare allegro nel vicolo buio (anche perché, diciamocelo, per una serratura funzionante mi sarebbe sembrato un tantino eccessivo).

Ieri sera, dunque, abbiamo fabbricato un sogno, semplicemente facendo (tornare a) girare la chiave nella toppa; chissà se anche il finestrino semiaperto di poco fa, il dondolio e il rumore del treno, il giornale stropicciato su cui scrivo questo post (riempiendo ogni buco libero della pagina dedicata alle ultime tendenze moda), fabbricheranno di nuovo qualcosa.

P.S. Nella foto quassù una diretta delle mie comunicazioni aliene (cit.)


martedì 21 giugno 2016

"A proposito, mi compro un catamarano"


Il titolo è una storia di famiglia, ma rende l'idea di dove andrò a parare.
Il pretesto per questo post, che tardava ad arrivare, è (come al solito!) tutta colpa di Cindy.
Ogni volta che non ho avuto in mente nulla da scrivere lei è arrivata e mi ha mollato uno spunto, così, a tradimento. C'è stata la bucket list, la valigia degli oggetti da salvare in caso di incendio e ora l'elenco delle cinque cose che mi rendono felice.
Molto probabilmente l'avrò già scritto mille volte, il blog esiste dal 2010 e dubito che in sei anni di un post a settimana io non abbia mai affrontato l'argomento. Non ho però nessuna voglia di spulciare gli archivi de Ilmareingiardino e penso che in questi giorni un po' di sana relativizzazione non guasti di sicuro.

Il post di Cinzia affonda le sue radici qui (quindi anche il mio) e, dopo aver elencato cinque cose che la rendono felice, lei conclude così: "E voi ditemi, cosa vi fa essere davvero felici?".

In attesa di vederti domani ti rispondo subito, ma sappi già che ti copierò più volte.

1. Camminare nella natura. Mi bastano anche le due cose prese singolarmente, perché quando cammino vado in trance e non penso più a nulla e quando sono immersa nel verde pure, ma se riesco ad avere la fortuna di muovermi nel verde non ce n'è più per nessuno (ho liberamente deciso di comprendere il nuotare in questo primo punto, perché in un certo senso è un po' come camminare nella natura e nel mio caso non significa macinare miglia marine, quanto semplicemente sguazzare beata nell'acqua)

2. Cucinare. Un tempo solo per le persone che amavo, ora indipendentemente da tutto. Impastare, mescolare, frullare, friggere, cuocere, colare sono gesti che mi riconciliano prima con me stessa e poi con il mondo intero.

3. Spiegare. Tanto non mi piace raccontare di me (so che sembra strano, visto che scrivo su un blog, ma le cose più mie restano tali) quanto mi piace condividere quello che so. Chiamiamola divulgazione (possibilmente divulgazione scientifica!), chiamiamola didattica, ma quando mi mettete davanti un gruppo di persone, soprattutto se sotto i dodici anni, a cui spiegare qualcosa che so... mi rendete felice.

4. Leggere. Per staccare da tutto e da tutti, vivo questa passione in maniera strana, trascorrendo giorni con il naso nei libri e giorni senza sfogliare nemmeno una pagina. Ad ogni modo, non potrei mai farne a meno.

5. Scrivere. Vabbè, chevvelodicoaffare.

P.S. "A proposito, mi compro un catamarano" lo disse mio padre, a mia madre, tornando da un viaggio. Sarebbe stata la quarta barca, ma a lui, le barche lo rendevano felice.




sabato 23 gennaio 2016

Giorni, gocce e foglie gentili

Questi, per me, sono giorni gentili.

È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.

Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).

Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.

I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.

Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!

Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.

Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!

domenica 22 novembre 2015

La tempesta perfetta

Nelle ultime settimane mi sono accorta di una cosa.
Mi sono accorta che non ho (più) molto da dire su questo blog.
Anche le visualizzazioni parlano chiaro, comincio ad essere stufa e a stufare. Magari è un momento passeggero, magari non lo è.
In realtà, forse non ho (più) molto da dire in generale, anche nella camera gialla le sedute scorrono lente e silenziose, ma qui specialmente mi pare di riempire pagine giusto perché vanno riempite.

Ma vanno riempite per chi? Per cosa?

Per me, ne sono sempre stata convinta. E lo sono ancora.
A patto che non diventi un obbligo, soprattutto ora che, lo posso proprio dire, il mio lavoro è scrivere (nel senso che mi pagano per farlo). Non so quanto durerà, non so nemmeno se siano effettivamente due cose collegate, sta di fatto che per ora è così.
È buffo, perché per la verità ho pensato molto a questo post e lo sto scrivendo con urgenza, seduta per terra, sul lungomare, circondata da biciclette, pattini e skateboard che mi sfrecciano attorno. Il cielo è azzurro e fa caldo nonostante questa notte sia passata la tempesta perfetta: un vento incredibile, mostruosamente amplificato dalla bella pensata dei vicini di sopra di lasciare le persiane aperte senza fissarle ai ganci. Tre ore buone di colpi continui, ma anche di vasi volati, scarpe e vestiti sparsi in piazza, pioggia ghiacciata e pezzi di vita che rotolavano nei vicoli senza luce.

È domenica e dopo la tempesta è uscito un sole bellissimo, l'aria è più fredda (finalmente) e nelle ultime ventiquattro ore ho fatto alcune delle cose che più amo fare in assoluto, compreso scrivere. Ho cucinato, chiacchierato, camminato, raccolto foglie, riso, scattato foto. Le foto, se tutto va bene, andrò pure a vederle tra poco, a Palazzo Ducale, provando per la terza volta in due giorni a visitare la mostra di Brassaï. So già che mi piacerà, perché racchiuderà la Francia e parlerà d'amore. D'amore per il mondo e per i piccoli incontri quotidiani, quelli che capitano spesso e che dobbiamo fissare bene nella memoria, concentrandoci.

Pausa, si torna indietro verso il centro.

Riprendo a scrivere che è quasi l'ora di cena, sul divano di casa. La mostra l'ho vista ed è bellissima. Ho letto i pannelli scritti in francese, mi sono persa tra le fotografie di una città che sta nel mio cuore senza essere mai stata nei miei occhi e ho ripensato ai piccoli incontri quotidiani di oggi. Eccoli:

- I frutti lilla del ginkgo biloba (che non sapevo nemmeno esistessero), sparsi sul prato
- La cascata del parchetto di nuovo attiva, con la grotta percorribile. Quando ci entri sei diviso a strisce dalle ombre delle rocce e dalla luce che filtra attraverso l'acqua
- La mia città a strati: gli alberi in autunno, le case, le navi incastrate tra i palazzi, ancora le case e la neve sui monti lontani
- Un ragazzo disabile a braccetto con un uomo troppo vecchio per essere suo padre e troppo in forze, ancora, per essere suo nonno. Sembrava si reggessero a vicenda e sembravano stanchi, disorientati, davanti a me che invece camminavo verso il mare, spedita e maledettamente fortunata
- Il sole sul pelo dell'acqua, talmente forte da farmi male agli occhi
- I ragazzi che suonano i tamburi sotto i portici
- Questa foto di Brassaï


domenica 18 ottobre 2015

Avere Paura

Oggi ho scoperto una cosa: ho scoperto che la scrittura è davvero una passione grande, se, dopo averle dedicato otto ore, quello che vuoi fare di più è continuare a scrivere. Cose di lavoro, cose per le amiche, di nuovo cose di lavoro (un altro) e ora cose per me, che ho voglia di tirare fuori già da qualche giorno.

Nella foto quassù c'è il cartellino rosso di Camminando pe e lische, una delle marce che, acciacchi e impegni permettendo, io e mamma facciamo ogni anno. L'immagine è di domenica scorsa, avevo da poco superato il guado dove Andrea costruiva ponti di pietra sul fiume che nemmeno nell'Impero Romano, e stavo pensando sempre più intensamente alla polenta e al prato al sole dove l'avrei mangiata. Erano le undici e avevo una fame da lupi.
Oggi, a distanza di una settimana, sono stata in casa tutto il giorno, a letto per la precisione, mangiando plum cake, biscotti, mele rosse e riso al pesto. E bevendo Chianti per cena.

Ho iniziato a scrivere all'una e ora che sono quasi le dieci di sera non ho ancora smesso, né smetterei più.
Ascolto musica perfetta, tipo questa che sta passando ora, che non è particolarmente allegra come non lo è affatto il suo video, ma del resto nemmeno io lo sono, quindi mettiamoci l'animo in pace.
Se poi io non sono allegra è perché ho paura, una paura che non ho mai provato, per cose, persone e situazioni che non pensavo potessero suscitarmi questo sentimento. Invece è accaduto e io non so assolutamente come comportarmi.
Per ora tento, senza grande successo, di fingermi morta come fanno molti animali. Cerco di muovermi senza spostare l'aria, di vivere senza essere notata, di alzarmi, fare colazione, andare al lavoro, pranzare con quello che ho preparato la sera prima, seguire il corso di francese, cenare, leggere o scrivere qualcosa e dormire. Poi certo, dentro di me scoppio, di cose che vorrei fare e dire ma so che non è tempo.

Ottobre, mese di letarghi e di foglie che cadono.
Adeguiamoci.

Tra pochi giorni comincia il Festival della Scienza e io, per la prima volta, non vedo l'ora. Anni di esperienza mi hanno assicurato un orario perfetto, con turni calibrati al millimetro che mi lasceranno un sacco di tempo per dedicarmi ad altro o, se mai fosse possibile, per riposarmi.
Ci saranno concerti, serate di festa, laboratori bellissimi da seguire con le amiche, bimbe appena nate da visitare, bimbi un po' più grandi da salutare e, lo spero tanto, camminate fuori città che mi aspettano. Dopotutto basta una funicolare. O un autobus.
Basta che il mio piano di resilienza funzioni per riuscire a godere di questa stagione meravigliosa, continuando a scrivere per il progetto più grande che c'è in cantiere e alimentando ogni giorno la mia voglia di scoprire e imparare cose nuove.
A questo proposito il corso di francese sta andando alla grande: comunque finirà, il mio cervello sarà abitato da suoni e significati che prima non conosceva, credo che a quasi trentaquattro anni sia una cosa bellissima, provare a imparare una lingua diversa dalla propria.
Soprattutto quando con le parole si cerca di costruirsi il futuro.

E' chiaro dal titolo del post che immaginavo di andare a parare altrove, il fatto che non sia stato così mi riempie di gioia: significa che sta funzionando, che se voglio sono salva, che se mi proteggo (magari anche con un bicchiere di Chianti :-) ), acquisisco una visione nuova delle cose, più dipendente da me che dal resto del mondo, e mi tranquillizzo almeno un po'.
Il succo non cambia, lo so, ma cambio io che lo guardo e che cerco di mandarlo giù.

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).



venerdì 3 luglio 2015

Thismustbetheblog #2: L'inventore di Mostri

Scrivo questo post sotto una cascata di foglie di roverella e davanti a un cortile di pini battuti da un sole fortissimo.

Sono nel Parco dove ho trascorso più tempo: qui ho imparato a scattare fotografie e ho scoperto che mi piaceva. Qui ho fumato sigarette nell'ora di educazione fisica nascosta dietro ad un albero. Qui mi sono immersa nel fango del lago con galosce e taccuino per gli appunti. Qui ho camminato nel bosco con il naso all'insù cercando di riconoscere alcune delle essenze elencate in un plico di documenti ottocenteschi che portavo sempre con me. Qui ho scoperto il significato di piante ruderali e accarezzato le foglie lisce e scure del lauroceraso.

Qui ho deciso di scrivere la seconda puntata (ecco la prima) di #Thismustbetheblog, quella dedicata ad una persona che le storie le sa raccontare bene davvero: Valeria, L'inventore di Mostri.

Ho conosciuto Valeria per caso, che più per caso di così non si può. Nella vita virtuale non ricordo ormai nemmeno come, credo attraverso Instagram: probabilmente mi sono imbattuta in una foto che mi è piaciuta, ho cercato blog e siti annessi e mi sono ritrovata catapultata nella valigia di storie che è L'inventore di Mostri. Nella vita reale, invece, Valeria ed io ci siamo conosciute a Torino, in una città che non è né la mia né la sua, ma che ci ha ospitate per motivi diversi negli stessi giorni. Sempre grazie ad Instagram Valeria ha scoperto che ero lì a due passi da lei e mi ha scritto in posta privata su Facebook (questo per sottolineare quanto i social network possano essere preziosi, se usati in maniera sensata), tempo di un pranzo al volo e ci siamo viste all'incrocio tra due vie.
Come lo racconto? Sembravamo innamorate. Io camminavo agitata e non sapevo cosa aspettarmi, ero appena uscita da Melissa Erboristeria dove avevo conosciuto l'altra meravigliosa Valeria e vivevo ancora mezza immersa tra tisane e creme per il corpo, lei arrivava trascinandosi dietro un trolley gigante e portava con sé un paio di occhi verdi bellissimi e il rossetto rosso. Ci siamo abbracciate, anzi, a dir la verità è Valeria ad avermi chiesto un abbraccio, io come al solito ho dimostrato la stessa affettività fisica di un gatto incazzato. Comunque, subito dopo l'incontro al crocevia, abbiamo cercato un bar per un caffè.

Una volta sedute è stato tutto un susseguirsi di parole, risate, vita privata, lavoro, blog, speranze, passioni. Valeria è come la immaginavo: piccoletta (siamo in due!), sorridente e con lo sguardo vispo di chi vuole vedere il mondo da tutti i punti di vista. Nel tempo di un caffé abbiamo dovuto riassumere il passato il presente e il futuro...ma sapete che c'è? Ci siamo riuscite. Dopotutto cosa è quello che ci riesce meglio? Raccontare storie, no?

Ci "vediamo" alla prossima puntata di #Thismustbetheblog (che sarà di nuovo una figata pazzesca...vi basti pensare che tra un'oretta vado a prendere Cindy in stazione!)

venerdì 12 giugno 2015

This must be the blog

Per la colonna sonora di questo post affidatevi a quella di This must be the place.

Ieri, la stanza bianca non era più bianca. Era più grande, più colorata, con delle lampade bellissime.
Anche Lastanza, tutto attaccato e con la L maiuscola era diversa: soffitti altissimi, pareti color crema (ho persino contribuito nella scelta della tinta), più seggiole, poltrone, tappeti e...quella finestra. Con quegli alberi. Con quella luce.
Ho parlato per la prima volta del mio progetto davanti alle foglie di ippocastano, ho continuato davanti a un mojito e un margarita.
Il via a questa folle idea lo ha dato il film che regala anche titolo e colonna sonora al post di oggi: This must be the place di Paolo Sorrentino. Come diceva Gipi la settimana scorsa "la gente s'ammazza su Sorrentino". C'è chi lo ama, c'è chi lo odia, c'è chi perde giornate intere partecipando a infinite gogne sui social network o inneggiando allo splendido regista del secolo. Ecco, io ho visto Il Caimano, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e un pezzo di La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti tutti molto. Stop. E This must be the place mi è piaciuto più degli altri: per la fotografia innanzi tutto, per le musiche, per Sean che è bravo assai e per la sceneggiatura. Delle frasi che bam!, ti spezzano le ossa. Non le riporto qui, perché voglio scrivere di altro e perché in rete si trovano facilmente, vi basti "Io ho capito solo che a volte la gente se ne va". (bam!)
Quindi, che c'entra il film con il mio nuovo progetto? C'entra eccome, perché mentre Cheyenne va alla ricerca di un uomo e in realtà fa un lungo percorso per (ri)trovare se stesso io ho deciso che darò una voce, un volto, uno sguardo, una gestualità, alle persone con cui ho stretto relazioni sul web in questi anni, senza averle mai viste dal vivo. Mi rendo conto che possa sembrare folle ma ho deciso che i commenti, i like, gli scambi di opinione, gli incoraggiamenti, le mail e i tag non bastano più. Perciò parto e vengo a cercarvi. Potrei nominarvi tutte ma probabilmente dimenticherei qualcuna. Voi sapete chi siete e io spero che vi farà piacere prendervi un caffè con me.
Oggi sono a Torino, perché domani mi aspetta questo corso alla Holden (non vedo l'ora, lo ammetto), così, questa mattina, dopo un giretto in centro e una sosta nel bed and breakfast più bello del mondo, sono andata da Melissa con la lista della spesa e uno zaino di curiosità sulle spalle. L'ho incontrata, abbiamo parlato un po', mi ha riempita di consigli e regalini e poi non scrivo oltre perché a lei voglio dedicare il primo post del tour (che nasce on line, diventa reale e torna on line con l'hashtag #thismustbetheblog).
Appena sono uscita dal negozio di Valeria e ho cominciato a camminare sotto la pioggerella fine, mi è arrivato un messaggio di un'altra Valeria, l'inventore di mostri per intenderci, che era a Torino ancora per poche ore e...si è presa un caffè con me! Due tappe del mio viaggio in un solo giorno, un sacco di risate, parole a raffica e tanta comprensione.
Anche per lei ci sarà un post tutto speciale.
Non mi resta che andare a dormire, non senza aver prima salutato Mario e Patata, i gatti di casa, e sorriso ancora una volta a questo periodo pieno di incastri e coincidenze segni del destino.

P.S. Il nome del progetto è tutto merito del vicino-vicino, che quando finalmente svilupperà il suo sito internet potrò anche mettere il link. :-)
P.P.S.S. Prima che i "Sorrentiniani" (o i "Morettiani") mi scannino, lo so, Il Caimano è di Moretti, e Sorrentino è "solo" tra gli attori con un cameo.

domenica 7 giugno 2015

"Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?"

Allora,
è successo questo: è successo che da una settimana non faccio altro che imbattermi in coincidenze.
Non è la prima volta che capita, figuriamoci, ma me ne sto accorgendo di più, più profondamente, più dolorosamente.
Ma dolorosamente è un avverbio bello, positivo intendo, è un dolore buono che rimonta pezzi smontati.
Martedì ho visto un polletto, un figlio di merlo che provava a volare sotto lo sguardo benevolo di merlo padre e merla madre. Mercoledì sono tornata a casa mia e un polletto identico stava sullo zerbino, occhi piccoli e bocca spalancata. Ho provato a prenderlo e si è buttato dalla finestra, hanno provato ad acchiapparlo le vicine di sopra ma secondo me polletto è riuscito a fuggire.
Due giorni e due polletti diversi. E' la stagione direte voi, e io questo lo so, ma non riesco a non trovarci la coincidenza inaspettata. Venti chilometri tra un polletto e l'altro sono una coincidenza inaspettata. Punto.
Poi è successo che a Genova, come sempre, sono scoppiate le cose da fare. C'è l'Andersen Festival a Sestri Levante, c'è la Biennale della Prossimità, c'è la Repubblica delle Idee. E poi c'è Gipi.
Gipi al Museo Luzzati, dove è allestita la sua mega mostra, è venuto due giorni fa. Io sono andata ad ascoltare Smargiassi al Ducale e poi sono andata a Porta Siberia, con "Una Storia" nella borsa e cinquanta euro per comprarmi tutto quello che potevo. Ho preso il catalogo, ho preso una borsa di tela con l'albero bianco (io compro borse di tela e compro alberi, figuriamoci se non compro una borsa di tela con un albero stampato sopra. Qualcuno potrebbe dire che "E' la modernità che lo domanda", bene, lo dice anche l'albero quindi state sereni). Mi hanno pure regalato una calamita.
La scorsa settimana ho pubblicato questo post, dove ho scritto così: "Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano".
Ecco, stavo ascoltando Gipi e lui ha parlato di cosa che scoppia, di cuore che non regge ed esplode, ha parlato di bisogno di raccontare, ha parlato della sua capacità di "farsi arrapare" anche dalla panchina dove ha passato l'adolescenza.
Polletto per due.
E' capitato di nuovo così, a distanza di pochissimi giorni ho trovato lo stesso mio pensiero nelle parole di qualcun altro e mi è persino venuto da vomitare, perché avrei voluto alzarmi e dirgli "Cazzo sì! E' quello! E' quella cosa lì!".
Poi ha parlato di Fiducia nell'acqua, o meglio, ha raccontato della tecnica che usa per dipingere qualcosa senza farsi guidare dalla parte di cervello (la sinistra) che quella cosa l'ha registrata e tende quindi a prendere il sopravvento e a dirigere il tratto, portandosi dietro preconcetti e sovrastrutture, penalizzando l'istinto e la forma primaria. Non credo di essermi spiegata ma di sicuro una cosa io l'ho capita: è possibile spegnere la parte sinistra e dare respiro a quella destra anche quando si scrive. Io a volte lo faccio ma non lo faccio di proposito, anche se mi piacerebbe molto esserne capace; di sicuro non scrivo come Gipi disegna, ma quello che ha detto io davvero l'ho capito.
Per curiosità sono poi andata a casa e ho guardato un video che era stato citato come valida spiegazione della tecnica divisoria di Gipi (destra/sinistra). Non so se si comprenda davvero guardando una mezz'ora di acquerello, di sicuro si vede chiaramente quanto il lavoro di questo artista (il corsivo è d'obbligo, sennò poi s'arrabbia!) sia una roba di testa, corpo, pancia, jeans, barba, phon, bestemmie e pomodori ripieni. Una meraviglia senza senso, esattamente come vorrei che fosse per me la scrittura e quest'anno che me lo stanno chiedendo, di scrivere intendo, mi allenerò tutti i giorni a farlo così, con un emisfero, con due, in piedi, seduta, da sola, in compagnia, con qualche punto luminoso di terra chiara coprente. Oppure senza.

"Anche se io non vorrei una pianura, vorrei dei boschi di montagna, per favore, se è possibile averli" (Gipi)

venerdì 29 maggio 2015

Non lo saprà nessuno

Scrivere è un comportamento sociale, per questo pensiamo che allenare la buona scrittura sia un modo per migliorare le nostre relazioni.
Trovata questa frase sulla pagina Facebook della Palestra della Scrittura, mi sono fatta coraggio.

Colonna sonora
Ho iniziato a scrivere questo post quattro mesi fa, quando ho visto una foto e ho pensato: "mille volte ci passano davanti momenti così, piccoli o grandi che siano, ma nessuno mai lo saprà".
Con Instagram possiamo scattare e condividere con tutti e io non ci vedo nulla di male, nessuno è obbligato a farlo ogni volta e a non tenere qualcosa solo per sé.
Quella foto è uno dei motivi per cui scrivo, sempre e da sempre.
Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano.
Questo è uno dei motivi per cui scrivo, cercando di migliorarmi, provando a praticare con costanza e impegno, a volte lasciando le parole per me, altre volte dedicandole a qualcuno, altre ancora condividendole col mondo fuori.
Si può commentare un libro letto (come faccio io da Cindy nella rubrica "Leggermente"), si possono raccontare i propri viaggi, ci si può dedicare ad una passione speciale, si possono mettere nero su bianco esperienze da mamma, da manager, da donna sola o impegnata o entrambe le cose. Si può parlare di una malattia, di un paese, di un lavoro che ci piace o ci fa disperare.
Oppure, come faccio io, si può scrivere e basta.
Ho discusso tanto, tantissimo, in passato a causa di questa mia passione e l'ho fatto soprattutto con chi amavo di più, che si sentiva raccontato al mondo senza quasi parlarne prima con me. Un rischio, concreto quanto spiacevole, che ho imparato a riconoscere, ammettere ed evitare.
Così ho tagliato quasi completamente fuori dal mio blog il rapporto che mi lega ad amici e amori, scrivendo "soltanto" di momenti come quelli nella foto di Comeicavoliamerenda che avete visto all'inizio.
Scrivo col terrore che altrimenti non lo saprà nessuno, un terrore che è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni, quando andando a vivere da sola ho smesso improvvisamente di condividere la quotidianità con qualcuno. Che fosse un frigo vuoto, un tramonto mozzafiato sul terrazzo, un fiore sbocciato per sbaglio, una perdita nel tubo del bagno, una bolletta mai arrivata, un nuovo quadro da appendere in salotto.
La paura che non lo avrebbe saputo nessuno, mai, mi ha portata a scrivere di più, senza sensi di colpa e con la semi certezza che fosse quasi un reato non regalare al mondo fuori un po' delle piccole bellezze quotidiane che avevo incontrato per caso #sullamiabuonastrada.
Se questo post ho iniziato a scriverlo quattro mesi fa, l'ho finito "per colpa" di Claudiappì, che mi ha dato una sberla mostruosa pubblicando una poesia che non conoscevo, che ormai fa parte di me e che riassume perfettamente tutto quello che ho cercato di dire. Eccola:

Non lo saprà nessuno


Che abbiamo vissuto, / che abbiamo toccato le strade coi piedi, / che andavamo allegri, / non lo saprà nessuno. / Che abbiamo guardato il mare / dai finestrini dei treni, / che abbiamo respirato / l’aria che si posa / sulle sedie dei bar, / non lo saprà nessuno. / Siamo stati / sulla terrazza della vita / fintanto che sono arrivati gli altri.


Nino Pedretti, al vóusi.




domenica 3 maggio 2015

Faccio cose (vedo gente)

In questo periodo faccio cose...e vedo gente, poca per la verità. Vedo poca gente perché, appunto, faccio cose.
E dormo.
Ma dormo forte, fortissimo, tipo che vado a letto presto e mi sveglio alle sette, scendendo solo una, massimo due volte, per fare pipì. Non me ne capacito e all'inizio non lo dicevo a nessuno, neppure a me stessa, ma ora non posso nasconderlo più: mamma mi cerca e io non rispondo, perché dormo. I vicini scrivono sul gruppo whatsapp e io vedo i messaggi solo il giorno dopo, perché dormo. Nel week end il pranzo lo sostituisco con la colazione perché prima...dormo. Subito credevo che il sonno mostruoso fosse dovuto agli antibiotici da cavallo presi per la broncopolmonite, ora però, dai, li ho smessi da un un po'. Ho anche pensato che "Aprile dolce dormire" fosse la vera (e ragionevolissssima) causa dell'improvvisa narcolessia, ma oggi è il tre maggio, mi sono alzata tardi e ho pure dormito due ore dopo "pranzo" (un pasto a base di caffè e biscotti). Ieri sera ho fatto turno all'Altrove e ho cenato a mezzanotte, con un piatto di trippe. Credevo che non solo non avrei chiuso occhio, credevo che sarei morta. Nulla, ho semplicemente dormito.
Quindi, si diceva, quando non dormo faccio cose e, ogni tanto, vedo gente.
Le cose che faccio, però, non si notano, perché sono tutte in continuo divenire e sono per lo più caratterizzate da interminabili attese.
Io però sono tanto soddisfatta.
Innanzi tutto sto lavorando, senza l'ansia dello stipendio perché devo prima capire se ho diritto alla disoccupazione e nel frattempo non posso cumulare troppi utili, perciò sto lavorando per lavorare. E questo è davvero una figata. Ho meno sensi di colpa sugli orari, sulle scadenze, sugli obiettivi e il risultato è che sono puntuale e raggiungo tutto quello che mi prefiggo.
A Scuola di Robotica le cose vanno bene, io mi diverto sia con i ragazzi sia quando scrivo e il nuovo sito ha riservato un posto tutto speciale per gli articoli de L'uomodilatta che mi rende un sacco orgogliosa di questo piccolo mondo nato ormai tre anni fa, per gioco, dopo aver partecipato ad una Scuola Estiva che mai dimenticherò.
La settimana scorsa ho fatto lezione in università e davanti ad una classe di sole femmine paragonare la preparazione pittorica al fondotinta, l'imprimitura alla cipria, il blush e gli ombretti ai pigmenti è sempre molto divertente e, mi pare, lo è anche per chi mi ascolta.
Venerdì andrò al Salone del Restauro di Ferrara e porterò un lavoro che ho fatto un paio di anni fa per il Museo dove ho trascorso più tempo e imparato più cose in quel lungo percorso che sono stati il dottorato e l'assegno di ricerca: sono contenta di poter raccontare ad un bel pubblico che anche una piccola realtà comunale, con impegno e dedizione, può raggiungere un grande risultato. Il frutto delle nostre analisi e dello studio di numerosi esperti del settore finirà dritto dritto anche in un e-book che è già pronto (e bellissimo) e verrà presentato proprio al Salone.
Nel frattempo preparo il power point per questa occasione e per l'evento finale del Progetto Firewall, un'altra avventura terminata da pochissimo e dalla quale ho imparato un sacco.
Per le prossime settimane ci sono in programma molti laboratori e un grande ritorno in un Science Center dove lavorai anni fa, divertendomi tanto. Sono previste lunghe sessioni di scrittura per nuovi progetti, programmazioni difficili per percorsi didattici desiderati e ottenuti, preparazioni pratiche (e psicologiche!) per interi weekend di lavoro.
E poi c'è il mio piccolo mondo parallelo, fatto di storie verdi come il pothos che vedete nella foto, che è talmente gigante da attraversare tutta la cucina e tutta la sala per terminare appeso a uno dei miei quadri preferiti, "La Conservatrice della Flora" di Emanuele Luzzati, un regalo per la prima laurea arrivato dai vicini vesimini tanti anni fa. Un altro pothos altrettanto grande sta colonizzando il bagno ed entrambi vengono da una casa preziosa, da pochi giorni molto vuota anche se piena, che, grazie all'attitudine generosa e di estrema condivisione di una famiglia, sta lasciando un pezzo di sé nelle vite degli amici. Io sarò circondata da nuovi libri e da tanto, tantissimo, verde, proprio come piace a me.

sabato 31 gennaio 2015

b di blogger

Non so se sia un caso (ma forse no) che ultimamente mi capitino sotto gli occhi post e riflessioni sul concetto di blogger, sul significato cioè di questa parola presa in prestito da un'altra lingua per definire un ruolo che forse identifica anche me. Dico forse perché non ho ancora capito né cosa si intenda per blogger, tanto meno se io faccia parte di questa categoria.
Nell'ultima settimana mi sono imbattuta in diversi post e video che hanno tracciato, ognuno a modo suo, una sorta di via da percorrere per capire il significato di questo termine.
Il primo è questo, di Vendetta Uncinetta, in cui Gaia non scrive in senso stretto di blogger, ma racconta come è diventata quello che è diventata, o meglio, quale strada l'ha portata a fondare un blog seguitissimo e, prendetelo pure come un giudizio di parte, pure bellissimo.
Poi ho trovato il video di Federica (Sweet as a candy), che in realtà per me è una recentissima scoperta e, come Clio sta facendo da anni, rappresenta uno dei pochi canali Youtube in grado di farmi rilassare: lei parla, io nel frattempo riordino, piego i calzini, metto lo smalto, edito foto e, inspiegabilmente, mi rilasso. Nel video Federica sottolinea diverse volte di sentirsi maggiormente una blogger che una vlogger (scrittura vs video) e io, ascoltandola, mi rilasso continuo a fare la stessa domanda: ma cosa è, dunque, una blogger?
Sempre negli ultimi quattro giorni ho letto il post di Vagina , in cui il tema "significato vero della parola blogger" attraversa tutto, dalla prima all'ultima riga. Ci sono anche ben due articoli di Chiara (Ma che davvero?): questo e quest'altro, che in maniera se vogliamo diametralmente opposta ci danno due dritte per aprire un blog e ci fanno riflettere su come "il regno bianco, impomatato e super ordinato" che si respira nei blog sia in realtà la cosa più falsa del mondo.
Anche la bellissima Justine di Le Funky Mamas ha scritto sull'argomento, con tanta onestà mi pare, facendo un poco di chiarezza sulla questione compensi, blog=lavoro, soddisfazione personale, difficoltà nel far capire agli altri cosa davvero tu, blogger per professione, faccia per vivere (e raccontando in maniera divertente come scattare delle belle foto di famiglia "facendo sparire" il caos super normale che regna in una casa abitata da quattro persone, di cui due con i denti da latte o addirittura senza, più un cane).
C'è poi questa uscita di Cucina Precaria, che a me piace sempre tantissimo, divisa tra la voglia di scrivere di cucina, i bisogni del piccolo Martinotino, la sua spontaneità: anche lei, come tante altre blogger, ha scritto della necessità di cambiare registro, di sentire di nuovo (o di più?) suo lo spazio on line che aveva aperto per sé e che non percepisce più in linea con la sua vita.
Per ultimo ho deciso di citare il post di Patamaga, forse perché, in assoluto, l'ho trovato più vicino a ciò che intendo io per blogger.
E dunque, cosa significa questa parola così assurda e, a mio avviso, limitativa?
Già Wikipedia sta in difficoltà e se digiti blogger su Google ti rimanda alla "pagina di disambiguazione". Perché blogger può essere la piattaforma da cui scrivi (Ilmareingiardino, per esempio, sta su blogger) ma anche la persona che segue e si occupa delle pubblicazioni su un blog. E cosa è un blog? Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "diario in rete". (Wikipedia).
Ecco che ci si avvicina a quello che intendo io per blogger. Dall'età di quattordici (forse pure prima) anni, ho scritto su un diario cartaceo tutto quello che mi capitava. O meglio, ho scritto quello che sentivo il bisogno di buttare fuori. Questa (bella? utile? comune?) abitudine è venuta meno crescendo e, soprattutto, andando in analisi: le cose profonde, i malesseri radicati, le difficoltà più urgenti, venivano dette durante le sedute. Naturalmente, in un'ora, il tempo per condividere anche i momenti collaterali, belli o brutti che fossero, non c'era (e continua a non esserci), dunque il mio blog è nato così, per scrivere delle piccole (grandi) conquiste (difficoltà) di ogni giorno in un periodo in cui, per questioni economiche, stavo rinunciando all'appuntamento settimanale sulla poltrona arancione. Dovevo ricominciare a gestire da sola le cose grandi e pensavo che condividere con altri, che magari non mi conoscevano neppure, esperimenti handmade, gusti musicali, ricette di cucina, piccoli pensieri faticosi, risultati raggiunti con sacrifici e gioia, potesse essere una buona idea. Non è nemmeno un anno che i post di questo blog finiscono anche sul mio profilo Facebook e non è nemmeno un mese che esiste la pagina dedicata a Ilmareingiardino.
Sono dunque una blogger anche io?
Boh, sì, se si vuole intendere una persona che ha la voglia di mostrare ad altri quello che succede nella propria vita, tenendo presente però che, almeno nel mio caso, quaggiù ci finisce ben poco di quello che mi capita tutti i giorni. Non sono una blogger di professione se si pensa che da questa passione io stia guadagnando qualcosa a livello economico, non ho nulla in contrario a ricevere denaro lavorando in rete, semplicemente io non lavoro in rete con il mio blog (mentre prendo compensi per gestire blog e immagine web di altre realtà con cui collaboro). Se per guadagno si intendono anche conoscenze e contatti, beh, allora sì, in questo ultimo anno soprattutto, permettendo alla mia immagine web di crescere e navigando molto di più nel mondo blogger, ho conosciuto tantissime persone che sono felice siano, ognuna a modo suo, entrate nella mia vita.
Per finire (so di essere stata lunghissima, ma è molto che penso a questo post) volevo esprimere la mia noia assoluta verso le polemiche inutili su "essere un blogger non è un lavoro vero". Può darsi, se pensiamo a cosa significhi timbrare un cartellino, curare un paziente, fare l'operaio, insegnare in una classe, gestire un negozio, costruire una casa. Io (quasi) non lavoro in rete e quindi non so cosa voglia dire passare la propria giornata connessi e sempre sul pezzo, anche quando di stare on line e a bomba magari proprio non ne abbiamo voglia, però posso immaginare che non sia semplice. Mettere in piedi un'attività fondata (anche) sul web, sull'immagine che si offre di sé al resto del mondo (e che, gioco forza, ormai il mondo si aspetta di vedere), in un periodo storico come questo così legato all'apparenza perfetta sempre e comunque, credo sia a tutti gli effetti un lavoro, che ci piaccia o no. Si può decidere di non seguire nessun blog, di snobbare tutti i siti del mondo, di boicottare con coerenza estrema questo sistema, di non comprare nulla su internet (io, per esempio, non l'ho mai fatto!), ma penso che si debba sempre evitare di giudicare il lavoro degli altri, se è un lavoro onesto e, soprattutto, se non lo si è mai provato.

P.S. A proposito di condivisione, ho scattato questa foto un mese fa, pensando di caricarla su Instagram, poi non l'ho fatto. Stavo pranzando in rifugio per festeggiare il mio compleanno e stavo bene.