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giovedì 26 ottobre 2017
Ho toccato il cielo con un dito
Laggiù, guardando attraverso l'occhio di Yubi, si intravvede il mio primo laboratorio da proponente free lance al Festival della Scienza di Genova.
In verità la primissima volta in cui partecipai come animatrice ero anche tra gli organizzatori, ma è passato tanto tempo e non correvo (ancora) da sola. L'argomento era anni luce, giusto per restare in tema con l'attività di questi giorni, lontano da quello di Il cielo con le dita, cellula più o meno impazzita della mostra Il cielo con un dito organizzata da Konica Minolta Laboratory Europe.
L'anno scorso mi ero ripromessa che avrei smesso con l'asterisco rosso e devo dire che ne avevo tutte le ragioni: la stanchezza, la voglia di cambiare, la nostalgia che questo periodo porta sempre con sé e che durante il Festival, per mille motivi, si fa troppo pesante, il senso di inadeguatezza, il carpiato di mamma sulle scale della metro a due giorni dalla fine.
Poi, però, in Primavera è suonato il telefono e quello che è successo ve l'ho già raccontato.
Il risultato è che mi sono fatta nuovamente risucchiare da questo vortice di turni, classi, conferenze, corse, risate, sorprese, una spirale caotica che trova da anni posto qui sul blog, in davvero tantissimi articoli, più di quanti pensassi.
Quindi, ricapitolando, sono animatrice e ideatrice di un laboratorio, che si intitola Il cielo con le dita, che fa parte della mostra Il cielo con un dito, che è sponsorizzato da Fila (gentilissimo fornitore di mezza tonnellata di Didò) e da Remida Genova (altrettanto gentile dispensatore perpetuo di materiali di recupero, preziosi quanto l'oro).
Se mi aveste chiesto fino a ieri, ma anche fino a stamattina alle nove, quale fosse il target del lab vi avrei risposto 6-12 anni, meglio se 8-10.
Beh, mi sbagliavo di grosso e sono stati i bambini (anche se dovrei scrivere ragazzi) stessi a sbattermi in faccia, senza farsi troppi problemi, la realtà.
La mostra è facilmente modulabile, sicuramente più indirizzata a un pubblico semi adulto (dalla scuola media inferiore in su), ma fruibile anche dai bimbi più piccoli, grazie alla bravura di tutti: di chi l'ha pensata, di chi l'ha disegnata e allestita, di chi la sta animando.
Il laboratorio, invece, prevede l'uso del Didò come elemento conduttivo al fine di costruire un circuito elettrico e parlare di materiali isolanti e conduttori. In realtà è tutto un pretesto per fare tinkering e agganciarmi alla meravigliosa storia della sonda Cassini (chi mi conosce sa che ho sviluppato una sorta di ossessione piuttosto ingiustificata verso questa missione spaziale) e raccontare quanto sia stato lungo e ricco di scoperte questo nostro viaggio nell'Universo.
Io ero fermamente convinta che i destinatari del laboratorio fossero i bambini della scuola primaria e quelli della secondaria inferiore, diciamo fino ai dodici/tredici anni, ma quando stamani la prima (e poi la seconda, la terza...) classe di liceali è corsa a sedersi sul tappeto arancione, dopo aver seguito quasi un'ora di spiegazione in mostra, mi è salito il panico.
Vuoi dire che sta roba che ho pensato va bene per tutti?
La risposta, semplicemente, è sì.
Non avrebbe senso tenere dei quindicenni mezz'ora attorno a un tavolo in compagnia di Didò, pile e cavi coccodrillo, ma accoglierli per un quarto d'ora, farli ragionare sui componenti di un circuito, ascoltare le loro domande sulla sonda Cassini e vedere nei loro occhi la stessa meraviglia che c'è in quelli dei piccoli al momento dell'accensione del led, non solo mi sembra bello, mi pare pure buono e giusto.
Perché? Per tante ragioni. Ne citerò però soltanto una, che racchiude tutto il senso del mio vagare: chi sono io per decidere che un gruppo di ragazzi non debba sedersi a giocare con un panetto di plastilina? Chi ha detto che alle superiori tutti sappiano come funziona un circuito elettrico? Dove sta scritto che le cose semplici, colorate e un po' caotiche siano solo per bambini?
Alla fine uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che mi diverte, soprattutto nelle sue parti di progettazione e di esecuzione (c'è forse qualcuno che lo fa per amore dei preventivi e dell'archiviazione ordinata delle fatture?): perché, dunque, non dovrebbero divertirsi anche gli altri?
Io vi aspetto, voi venite. Anche solo per accendere un led, farvi un selfie con Yubi, appuntarvi una spilla da astronauta, firmare il razzo della missione, costruire una sonda e dirmi ciao.
mercoledì 20 settembre 2017
Coincidenze universali
Cominciamo con questo, poi vi spiego.
Come mi sia innamorata della Missione Cassini-Huygens io proprio non lo so. Non ricordo la prima volta in cui ne ho sentito parlare, né che cosa mi abbia affascinato così tanto. Sicuramente il fatto che la sonda sia partita nel 1997, anno in cui la mia adolescenza aveva iniziato a farsi sentire prepotentemente accompagnandomi nel mondo dell'amore totalizzate (e un tantino poco sano), ha avuto il suo peso nell'interesse che ho sviluppato fin da subito per Cassini, seguendone quasi giornalmente il Grand Finale.
Ad ogni modo, non vi tedierò con notizie e informazioni in merito, innanzi tutto perché non sono un'astrofisica e quindi non ho le competenze necessarie per spiegarvi la missione, poi perché non è quello di cui voglio scrivere qui oggi.
Ho deciso di buttare giù un post sulla mia passione per Cassini perché tra le cose che rappresenta c'è una collaborazione lavorativa tanto inaspettata quanto bella ed eccitante.
Ecco come è andata e perché per il titolo quassù ho scelto Coincidenze universali:
Qualche mese fa, in un pomeriggio di primavera, mentre aspettavo il bus carica di materiale per i laboratori, ho ricevuto un messaggio privato sulla pagina facebook del mio blog. La responsabile della comunicazione di Konica Minolta Laboratory Europe mi contattava per propormi di lavorare con loro e chiedeva di potermi parlare.
Ovviamente le ho detto sì e ci siamo date un appuntamento telefonico per la sera, una volta uscita da scuola. Verso le sei ci siamo sentite, ricordo che stavo camminando nei vicoli, sempre carica di zaini e borse, diretta dal mio editore per ritirare valigette e libri da portare in classe il giorno seguente.
La richiesta era "semplice": proporre e seguire per loro un laboratorio al termine della mostra organizzata da Konica Minolta al Festival della Scienza di Genova.
Ho detto subito sì, anche perché sentivo di avere già idee in proposito. A conti fatti era proprio così: quel pomeriggio a scuola avevo provato un'attività nuova con i bambini, riscontrando subito partecipazione e interesse e accorgendomi che avrei potuto far crescere quel laboratorio con davvero pochi accorgimenti in più. Konica Minolta mi stava offrendo la possibilità che cercavo, una manciata di minuti dopo aver salutato i bambini della Missione Spaziale del giovedì. Sì, perché, giusto per rimanere in tema coincidenze, l'anno scorso ho basato tutte le attività a scuola sull'esplorazione dell'universo, senza minimamente immaginare come sarebbe andata finire, Grand Finale di Cassini compreso.
Cosa faremo di preciso al Festival ancora non lo scrivo, ma questa foto (bellissima!) dice già molto.
Dalla storia che vi ho appena raccontato ho imparato tanto, soprattutto ho avuto l'ennesima conferma che le coincidenze esistono eccome, che occorre a volte buttarsi a occhi chiusi (e chi mi conosce sa che non è un'operazione semplice per me!), che i Social Network, quando usati bene, hanno un potere incredibile e che anche la più piccola idea, se coltivata con amore, può diventare davvero grande.
Le piccole cose vincono sempre, non c'è niente da fare.
P.S.
La missione Cassini-Huygens è terminata pochi giorni fa, così.
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lunedì 27 febbraio 2017
Foglia, ingranaggio, lampadina
Foglia, ingranaggio, lampadina
Ambiente, meccanica, scienza
Riciclo, robotica, elettricità
Natura, ragionamento, idea
Potrei continuare ancora a lungo, forse potrei pure inventare una filastrocca.
Perché una foglia, un ingranaggio e una lampadina sono quello che sono ma sono anche cura per la terra in cui viviamo (magari attraverso il recupero dei materiali, l'attenzione a evitare gli sprechi), sono la parte indispensabile di un sistema meccanico, sono il simbolo dell'elettricità e un richiamo luminoso alla scienza, in tutte le sue sfaccettature.
Per me rappresentano, in senso forse più lato e più intimo, la passione grande per la natura, le riflessioni che faccio sempre prima di prendere qualunque decisione e il ragionamento in cui mi immergo mentre progetto un laboratorio o scrivo un post divulgativo, l'idea che cerco continuamente, che alimento ogni volta che posso e che spesso incontro nelle cose e nei momenti più impensati.
Quindi, come probabilmente avrete ormai capito, questo è il post in cui presento il pezzo di strada che ho appena imboccato. Ho aperto partita IVA, l'ho già scritto, mi sto costruendo un'identità più o meno strutturata, provo a tracciare un percorso certo, anche se, i divulgatori scientifici lo sanno bene, bisogna conoscere un po' di tutto ed essere in grado di adattarsi il più possibile ai cambi di direzione.
Almeno a me succede così, per adesso.
Continuo a lavorare con Scuola di Robotica ma come libera professionista, allaccio nuovi contatti, intraprendo percorsi paralleli che mi piacciono, mi stimolano e
Forse questa cosa l'ho presa persino troppo alla lettera visto che lavoro senza sosta, a casa e fuori, a scuola e sul divano, con i piccoli, con i medio piccoli e con i grandi. Sicuramente la scrittura e la pubblicazione del libro mi hanno aiutata molto ad acquisire fiducia: usare le parole è quello che sento di saper fare meglio (o, per lo meno, è ciò che amo di più), impiegare questa passione nel lavoro era il mio sogno da sempre.
Quindi, a conti fatti, il 2017 è iniziato con grandi responsabilità e altrettanto grandi soddisfazioni, profonde fatiche e alte conquiste. Il logo che ho scelto, che ho fotografato quassù e che mi accompagnerà nel mio (spero lungo) percorso racchiude tutto. Devo ringraziare, per aver compreso e accolto il messaggio che desideravo contenesse, Giorgia, già bravissima e paziente grafica del mio libro: dal mio schizzo ha tirato fuori il mondo che volevo, foglie comprese.
giovedì 15 dicembre 2016
Ad alta voce
Il titolo del post mi è capitato in bocca l'altra sera.
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.
Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.
Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.
Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.
Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):
"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."
Sì, in bocca perché me lo sono ritrovato arrotolato attorno alla lingua e l'ho pronunciato, seduta sul letto, ad alta voce.
Ascolto questa e mi preparo a tre ore di laboratori nel pomeriggio (non che vorrei avere una pistola eh, giusto per tranquillizzare genitori e insegnanti); le tre ore di oggi, sommate alle tre ore dei giorni scorsi e alle sette di domenica prossima fanno tredici ore di bambini, colla a caldo, video, cavi, mani alzate, chiavette usb, domande, mattoncini, cartone, mandarini, forbici, pennarelli, plastilina, scotch e ansia. Tantissima ansia. Perché senza ansia non vado da nessuna parte, a quanto pare.
Ho scritto il Leggermente di Dicembre su un libro molto discusso quest'anno, Eccomi di Safran Foer, credo che chiuderò questo post con una citazione degna di nota, quello che penso del romanzo, invece, lo leggerete presto su A casa di Cindy.
Ho iniziato Le Otto Montagne di Paolo Cognetti e, per ora (ho fatto fuori solo il primo capitolo) mi parla al cuore. Ciò, solitamente, è un bene.
Sono giorni pienissimi di impegni, arriverò a Natale stremata. A parte i laboratori ci sono le valanghe di libri da studiare per l'esame di Gennaio, l'incontro con la commercialista per l'apertura di questa benedetta partita IVA, le lezioni di francese che ho dovuto interrompere per due settimane e che spero di riprendere la prossima, la fiera dell'elettronica tra un paio di giorni, alla quale porterò il mio libro.
E questa cosa merita un capitolo a parte.
Chi mi conosce da tanto tempo sa che a casa mia "il Marc" era la fiera dove papà andava a ravattare per poi tornare sempre con un acquisto assurdo per sé e qualcosa di ancora più assurdo per me. In ordine sparso mi furono regalati: l'indimenticabile sveglia che proiettava l'ora sul soffitto, un fantasma a batterie che emetteva un verso orribile (non ricordo se ciò succedesse continuamente o solo dopo determinati stimoli), una pallina di plastica con una luce al suo interno, un divanetto porta cellulare a forma di gatto (???), un walkman, il mio primo stereo. Mi sembra incredibile, adesso, andarci io, mi sembra ancora più incredibile non poterglielo dire. Sicuramente voglio cercare un oggetto ingiustificabile da comprare in suo onore. Dentro di me si fa strada un sogno talmente assurdo da vergognarmene: vorrei essere lì seduta e vorrei vederlo arrivare tra la gente, con la giacca di renna e i pantaloni con le tasche, con la barba lunga e gli occhi verdi, con il sorriso sornione e la sua voce, il suo timbro indimenticabile che non ho saputo ricordare per anni e che ora è qui nelle mie orecchie come se l'avessi ascoltato ieri per l'ultima volta.
Chiudo, come scrivevo prima, con un passaggio tratto da Eccomi (di Jonathan Safran Foer) che mi ha colpito moltissimo (riportare tutte le frasi che ho sottolineato nel libro significherebbe scrivere un post a parte):
"...le enantiosemie: parole che sono il contrario di se stesse. Un film pauroso è un film che fa paura, mentre un uomo pauroso è un uomo che ha paura. Si spolvera una torta con lo zucchero, ma quando si spolvera un mobile la polvere viene tolta. Tirare un sasso vuol dire lanciarlo, ma tirare una corda vol dire portarla a sé..."
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giovedì 24 novembre 2016
Sono gotica, ma non lo sapevo.
Sto preparando un esame, da qualche parte forse lo avevo già scritto, ma non è questo il punto. Il punto è che più sfoglio e leggo più scopro cose (che non sapevo) di me. L'argomento, il restauro dell'architettura, non mi è del tutto nuovo, il resto invece sì. Sto imparando a studiare senza avere il tempo per farlo, dovendomi dedicare a mille altre cose prima: in questo modo aprire i libri diventa un piacere, quasi un momento di riposo. Se le voci della bibliografia non fossero così tante sarebbe meglio, ma non mi lamento perché, dopotutto, senza questa opportunità forse non avrei mai saputo di essere gotica.
Disclaimer: con "essere gotica" non intendo un'amante dello stile darkettone, capello nero/blu, borchie, panta in pelle e reti sparse. Sia chiaro, moda rispettabilissima che sta bene a molte, ma non a me. Chi mi conosce sa che faccio più parte della grande famiglia degli elfi (colori della terra, capello rossiccio, occhio verde nocciola e passione per prati, boschi, fiumi e affini); quando scrivo che sono gotica intendo dire che mi appartengono molte delle caratteristiche che Ruskin, l'autore del libro che sto studiando, attribuisce ai costruttori di questo periodo stilistico. Non lo dubitavo minimamente ma, dopo averle lette, anche alla luce delle mie indiscutibili passioni (foglie, forme naturali, decorazioni), non posso che arrendermi all'evidenza e ritrovarmici completamente.
Ecco quello che ho sottolineato e riscritto stamattina:
"tali caratteri (dello Stile Gotico ndr) si riferiscono alla costruzione; riferiti al costruttore potrebbero chiamarsi così: 1) Selvatichezza o Rozzezza; 2) Amore per la varietà; 3) Amore per la natura; 4) Immaginazione agitata; 5) Ostinazione; 6) Generosità"
Immaginazione agitata: non è meraviglioso?
Solo poche ore fa ero qui, in uno dei miei posti del cuore, per seguire un corso di monotipia intitolato Herbarium Fantastico. Il primo soggetto che ho impresso è la foglia di felce che vedete in foto. Quella lassù, sulla destra, la raccolsi invece un paio d'anni fa durante una gita nei boschi della riviera e la pressai dentro Tessa La Pressa per qualche mese. Il risultato è perfetto, è così bella che alla fine non sono mai riuscita a lasciarla andare e a infilarla in qualche busta d'auguri. Il disegno da stampare, invece, l'ho scelto tra le tante possibilità che Alex ci ha offerto e, mi pare evidente, ho seguito il mio gusto senza dubbi, cercando il complesso, l'arzigogolato, il minuto, il selvaggio.
Quindi, mi viene subito in mente l'ultimo Leggermente che ho scritto (a proposito, questo mese cause di forza maggiore mi stanno impedendo di tenere fede ai miei impegni e probabilmente l'edizione di Novembre purtroppo salterà), dedicando tutto il post al concetto di wild, di natura incontaminata, di luogo sacro in cui (ri)trovarsi e (ri)sentirsi a casa.
Ecco che nel giro di un mese mi sono identificata in due libri molto distanti fra loro, sia cronologicamente sia a livello di contenuti e di pubblico a cui sono rivolti. Ma quando l'argomento, in entrambi i casi, nasconde l'essenza più intima di una persona il gioco si fa subito più facile.
Sempre.
Non è vero?
P.S. Nella foto, sulla sinistra, l'ultima tavola contenuta nel libro "La natura del Gotico" di John Ruskin.
Disclaimer: con "essere gotica" non intendo un'amante dello stile darkettone, capello nero/blu, borchie, panta in pelle e reti sparse. Sia chiaro, moda rispettabilissima che sta bene a molte, ma non a me. Chi mi conosce sa che faccio più parte della grande famiglia degli elfi (colori della terra, capello rossiccio, occhio verde nocciola e passione per prati, boschi, fiumi e affini); quando scrivo che sono gotica intendo dire che mi appartengono molte delle caratteristiche che Ruskin, l'autore del libro che sto studiando, attribuisce ai costruttori di questo periodo stilistico. Non lo dubitavo minimamente ma, dopo averle lette, anche alla luce delle mie indiscutibili passioni (foglie, forme naturali, decorazioni), non posso che arrendermi all'evidenza e ritrovarmici completamente.
Ecco quello che ho sottolineato e riscritto stamattina:
"tali caratteri (dello Stile Gotico ndr) si riferiscono alla costruzione; riferiti al costruttore potrebbero chiamarsi così: 1) Selvatichezza o Rozzezza; 2) Amore per la varietà; 3) Amore per la natura; 4) Immaginazione agitata; 5) Ostinazione; 6) Generosità"
Immaginazione agitata: non è meraviglioso?
Solo poche ore fa ero qui, in uno dei miei posti del cuore, per seguire un corso di monotipia intitolato Herbarium Fantastico. Il primo soggetto che ho impresso è la foglia di felce che vedete in foto. Quella lassù, sulla destra, la raccolsi invece un paio d'anni fa durante una gita nei boschi della riviera e la pressai dentro Tessa La Pressa per qualche mese. Il risultato è perfetto, è così bella che alla fine non sono mai riuscita a lasciarla andare e a infilarla in qualche busta d'auguri. Il disegno da stampare, invece, l'ho scelto tra le tante possibilità che Alex ci ha offerto e, mi pare evidente, ho seguito il mio gusto senza dubbi, cercando il complesso, l'arzigogolato, il minuto, il selvaggio.
Quindi, mi viene subito in mente l'ultimo Leggermente che ho scritto (a proposito, questo mese cause di forza maggiore mi stanno impedendo di tenere fede ai miei impegni e probabilmente l'edizione di Novembre purtroppo salterà), dedicando tutto il post al concetto di wild, di natura incontaminata, di luogo sacro in cui (ri)trovarsi e (ri)sentirsi a casa.
Ecco che nel giro di un mese mi sono identificata in due libri molto distanti fra loro, sia cronologicamente sia a livello di contenuti e di pubblico a cui sono rivolti. Ma quando l'argomento, in entrambi i casi, nasconde l'essenza più intima di una persona il gioco si fa subito più facile.
Sempre.
Non è vero?
P.S. Nella foto, sulla sinistra, l'ultima tavola contenuta nel libro "La natura del Gotico" di John Ruskin.
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giovedì 15 settembre 2016
Luci calde, aria fredda
Ha piovuto tutta la notte e pure tutta la mattina. Finalmente, vista la terribile siccità di questa estate e i tanti (troppi) incendi degli ultimi giorni. Sono rimasta sveglia un sacco a causa dei tuoni: non ci andavo d'accordo da piccola e non ci ho fatto pace nel frattempo, con questi rumori forti e improvvisi nel bel mezzo del sonno.
L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).
Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.
Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:
1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.
2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.
3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.
4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.
5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.
6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.
7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.
8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.
L'aria sembra essersi un poco rinfrescata, non che questa estate abbia fatto caldo, ma a Settembre le temperature erano veramente più alte del dovuto (e della media di sempre, a quanto pare).
Queste premesse un po' anziane e generiche, da sala d'aspetto di studio medico, per dire che non ho molto da condividere oggi. Perché, allora, scrivere un post? Perché mi andava, perché è tutto il giorno che digito digito digito, così tanto da non riuscire a smettere, così tanto da aver persino avuto l'impulso (subito sopito) di comprare una Lettera 35 trovata on line ad un prezzo davvero conveniente.
Stasera mi aspetta una bella cena al Messicano, per festeggiare un'amica che negli ultimi due anni, di pioggia, ne ha vista decisamente troppa: brocche di margarita, fagioli piccanti, tacos, birra, tortillas e cheesecake per mandare sonoramente affanculo una bestia che si merita assai di andarci.
Per il resto, succedono cose. Molte dipendono da tutti fuorché da me, alcune potrebbero dipendere, invece, dalle mie scelte. Probabilmente, come spesso succede, il modo migliore per dipanare nebbia, dubbi, bandolo della matassa e per vederci più chiaro è scrivere qui sotto un bell'elenco completo. Eccovi serviti:
1. Mi iscriverò all'università per dare un esame mancante. Mancante per cosa? Per poter insegnare storia dell'arte, nonostante dei 24 crediti in storia dell'arte necessari per accedere alle graduatorie io ne abbia 75. Non è così semplice, serve FORSE un esame aggiuntivo, ma nessuno, dico nessuno proprio, dal 2011 ad oggi ha saputo assicurarmi che sia davvero così. Né l'università, né il provveditorato, né l'URP del Miur, né i sindacati di categoria, né un avvocato. Nessuno. Il risultato è che sto per pagare quasi cinquecento euro per dare un esame che non mi farà rientrare in graduatoria (perché le graduatorie di terza fascia non verranno più aperte), ma FORSE mi darà l'accesso ad EVENTUALI concorsi e abilitazioni che PROBABILMENTE ci saranno l'anno prossimo. Quando? Chi può dirlo.
2. Continuerò a lavorare per la borsa di studio, finché ci saranno tempi e risorse per farlo e continuerò a progettare, organizzare, tenere laboratori di robotica per bambini. Parallelamente mi occuperò di scrittura web per l'associazione con cui collaboro e cercherò una via nuova, forse più sicura, forse più azzardata, forse più costosa, forse più conveniente, per proseguire il mio bizzarro cammino nel mondo del lavoro.
3. Mi getterò a capofitto, come ogni anno, nel Festival della Scienza di cui sento già l'odore, a sto giro per forza di cose più intenso di sempre.
4. Organizzerò tutto nei minimi dettagli, o quasi, per quanto riguarda gli orari di lavoro. Con sta storia che scrivo tanto, spesso e per ragioni diverse (lavoro, necessità, divertimento...) ho deciso di procurarmi un bel planner professionale (cartaceo, ovviamente, non esageriamo con la modernità) e suddividere con attenzione le mie giornate al pc. Parallelamente ho definitivamente rispolverato gli occhiali da vista: mai più senza.
5. Mi iscriverò a un corso creativo, almeno uno, prima che arrivi il Natale. In cantiere c'è già qualcosa, aspetto la conferma dal mio lab del cuore e via. Nel frattempo, però, mi delizierò guardando (e comprando, naturalmente) le creazioni altrui al Garden Market.
6. Mi impegnerò per fare gite e camminate, magari con qualche corsetta tra un'escursione e l'altra. So che non dovrò sforzarmi più di tanto, infilare gli scarponi e uscire di solito mi riesce benissimo, senza fatica.
7. Continuerò a studiare francese, con un obiettivo più alto del previsto: vorrei conseguire la certificazione Delf. Ce la farò? Presto per dirlo ma sicuramente ci proverò. Una buona insegnante e un buon gruppo di studio certamente non mi mancano.
8. Mi prenderò cura. Principalmente dei miei spazi e del mio tempo, cose che spesso trascuro (pagandone poi le conseguenze, in termini di malumore e incriccamenti vari). Sono già sull'ottima strada, il planner di cui sopra aiuta molto, l'aria fresca d'autunno pure, così come la luce meravigliosa di queste sere di fine estate: la vedete lassù, nella foto scattata al Festival della Comunicazione di Camogli, dopo un acquazzone e prima di uno spritz.
sabato 23 gennaio 2016
Giorni, gocce e foglie gentili
Questi, per me, sono giorni gentili.
È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.
Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).
Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.
I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.
Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!
Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.
Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!
È un periodo di impegni nuovi che devo ancora imparare a gestire e su cui ho deciso di provare a investire comunque, nonostante le incertezze, gli ostacoli inevitabili e non dipendenti da me, le difficoltà.
Ho iniziato il ciclo di laboratori in una primaria: quattordici bambini curiosi, vivaci quanto basta per tenere la mia attenzione costantemente vigile, educati anche nei momenti di maggiore entusiasmo. Per ora, preparare i materiali per andare da loro e trascorrere un pomeriggio di scienza e creatività è solamente un piacere.
Oggi, invece, mi sono dedicata al mio nuovo lavoro: ho passato la giornata al Cimitero Monumentale di Staglieno, il posto dove in futuro starò probabilmente più a lungo (e non solo da morta :-/). Siamo andati lì per l'ora di pranzo, con l'intento di scattare le prime foto per realizzare le schede diagnostiche, ma alla fine ci siamo lasciati inghiottire da viali, cipressi, gallerie, scalette e ne siamo usciti giusto in tempo per evitare di rimanere chiusi dentro. Che, detto tra noi, non deve essere propriamente una cosa divertente.
Stare tutto il giorno lì ha sortito il solito effetto: ogni oretta mi prendeva lo sconforto, mi veniva tristezza, mi facevo buia buia e poi, così come era arrivato, il malumore se ne andava. Chissà se a forza di trascorrere ore tra le tombe questa cosa prima o poi finirà (ecco il progetto a cui parteciperò).
Ad ogni modo sono felice, perché quello che per anni è stato un lavoro, la materia dei miei studi, l'argomento di due tesi e di tanti pomeriggi sui libri, potrebbe di nuovo essere la mia occupazione principale, almeno per un po'.
I giorni gentili sono gentili perché sono anche giorni ragionati. Passo ore su ore a lavorare, a scrivere, a inviare e-mail, a organizzare riunioni e a volte mi accorgo di aver pranzato davanti al pc. So che così non si fa e, nell'attesa di trovare un ritmo buono e giusto ho provato a dedicare un giorno ogni tanto al relax. Che magari ha significato pulire casa, ma che a volte, invece, è stato passeggiare con Cindy negli angoli preferiti della città, trascorrere qualche ora con mamma e Agata, dormicchiare leggendo un libro sul divano.
E poi c'è il corso di stampa 3D il lunedì sera, lo spettacolo di Celestini proprio ieri e domani si va niente popò di meno che all'East Market di Milano, con mostre di Basilico e Maier annesse.
Sono queste le ragioni per cui scrivo meno quaggiù, ma non solo: come forse ho già detto, il fatto che scrivere sia diventato un mezzo lavoro, rende meno spontaneo l'aggiornamento del blog. Non so che farci ma è così, magari sarà una cosa passeggera, magari no. Chissà.
Nel frattempo ho avuto l'immenso piacere di vedere la prima bozza grafica del mio libro e chissà che questo anno bisestile non porti con sé anche la pubblicazione; io tengo le dita incrociate!
Le ultime due cose che voglio condividere sono i soliti progetti strambi in cui mi imbatto, mi lascio coinvolgere e mi fisso finché non ho raggiunto l'obiettivo prefissato: il primo è questa meravigliosa iniziativa di Tulimami, ispirata a sua volta da Dear Stranger, a tea for a day! e ripresa da moltissime altre blogger e crafter come La casa degli Antouche e la cara Effe. Io, naturalmente, ho abbracciato l'idea con tutto l'entusiasmo possibile e, un po' per gioco, un po' per mettere alla prova la mia novella passione per i timbri hand made, ho fatto nascere le #fogliegentili. Cosa sono? Queste (e queste o queste). Sono biglietti di carta morbida su cui stampo a mano una foglia, inseriti in una piccola busta con l'albero, il primo stampo che ho costruito utilizzando un vecchio kit da intaglio di mio papà. Ogni biglietto viene casualmente abbandonato dove capita, per ora i posti prescelti sono stati i bagni pubblici di una stazione e lo scompartimento di un treno. Chissà chi avrà trovato la foglia gentile, e chissà se sarà finita dritta dritta nella spazzatura oppure no.
Il secondo progetto che proverò a portare a termine quest'anno è ritrovare la mia penfriend, una ragazza inglese dal nome più comune d'Inghilterra con la quale mi scrivevo a dodici anni. Sarà un'impresa, ma ho la speranza che con una buona dose di fortuna, l'aiuto dei social network e la perseveranza che in questi casi mi contraddistingue... ce la farò!
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giovedì 14 gennaio 2016
Absolute Beginners
Ciao.
Ho iniziato ad ascoltarlo da ragazzina.
Prima di riflesso come fan dei Queen, poi consapevole sulla Peugeot.
Non ho mai, proprio mai, smesso.
Ho consumato il cd, ho imparato quasi tutti i testi a memoria, li ho cantati da sola e insieme agli amici ai concerti di Edu, li ho letti, riletti, scritti su foglietti, a volte capiti e a volte no.
Quando ho conosciuto gli Arcade Fire, pochi anni fa, ho pensato che mi ricordavano il suo modo particolare di stare al mondo e di fare musica. Il loro attuale status su Facebook è questo:
David Bowie was one of the band's earliest supporters and champions. He not only created the world that made it possible for our band to exist, he welcomed us into it with grace and warmth. We will take to the grave the moments we shared; talking, playing music and collaborating as some of the most profound and memorable moments of our lives. A true artist even in his passing, the world is more bright and mysterious because of him, and we will continue to shout prayers into the atmosphere he created.
Non voglio scrivere un post su David Bowie, anche se ho trascorso una mattina intera a leggere e parlare di lui non più tardi di una settimana fa, per il suo compleanno. Non ne scriverò perché sono proprio addolorata e perché credo che la mia opinione su questa cosa sia più inutile della birra analcolica.
Però la sua musica mi accompagnerà mentre racconto come è iniziato questo anno, con progetti vecchi e nuovi, con presenze vecchie e nuove.
Il lavoro di prima c'è ancora, ma c'è pure un (grosso, grasso) lavoro nuovo. Non ho firmato nulla, ma mi sto già muovendo con le cose da fare, con le riunioni, le scadenze, i compiti. Sono felice perché si tratta di tornare a parlare con le pietre, con i muschi e i licheni che le abitano, con le intemperie che le sfiancano, con l'inquinamento che le ammala. Significherà dedicarmi a loro e alla loro conservazione, facendo conoscere agli altri quali problemi le affliggono e come risolverli, aiutando i restauratori negli interventi di recupero, scrivendo e facendo milioni di foto. Non vado oltre perché oltre ancora non so, ma sono contenta davvero.
Nel frattempo ieri ho ripreso i laboratori con i bambini, un bel gruppo rumoroso ma simpatico, che resterà con me per dieci settimane. Esploreremo il mondo, sotto l'acqua e sotto la terra, lo faremo usando un libro e ci divertiremo, lo sento!
Per quanto riguarda il mio, di libro, le cose procedono: tutti i capitoli sono consegnati, la grafica è al lavoro, io sono agitata (strano) e spero che tutto vada per il meglio. Dodici laboratori, disegni, approfondimenti curiosi, scienza e creatività, materiali di recupero...insomma, una marea di parole chiave che mi descrivono perfettamente. Sembra che questa cosa si potrebbe portare dietro anche altre scritture, ma per ora è prematuro parlarne (pensarci però si può!).
Sono anche andata dalla fioraia vicino a casa che cerca un collaboratore. Non potrò aiutarla nel modo che serve a lei, perché finalmente sembra che pure io quest'anno sarò molto occupata, ma potrò darle una mano durante gli allestimenti. Mi ha chiamata esperta. Mi ha resa felice.
Naturalmente, di fronte a tutte queste meraviglie, a queste opportunità davanti alle quali mi sento sempre una absolute beginner, potevo non farmi venire un attacco di fibromialgia coi fiocchi? Ovviamente no. Che poi, forse, c'è di mezzo pure un ascesso, non so, sta di fatto che mezza faccia e tutto il collo hanno deciso di farmi un male boia e scioperare dalle loro più comuni funzioni (tipo permettermi di guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada).
Ad ogni modo, bolle un sacco di roba in pentola e il profumo è buonissimo.
Concludo con la mia preferita (credo).
[disclaimer: entrambi i video sono orribili, lo so, ma sono live in cui lui è davvero alieno. Come sempre del resto]
Ho iniziato ad ascoltarlo da ragazzina.
Prima di riflesso come fan dei Queen, poi consapevole sulla Peugeot.
Non ho mai, proprio mai, smesso.
Ho consumato il cd, ho imparato quasi tutti i testi a memoria, li ho cantati da sola e insieme agli amici ai concerti di Edu, li ho letti, riletti, scritti su foglietti, a volte capiti e a volte no.
Quando ho conosciuto gli Arcade Fire, pochi anni fa, ho pensato che mi ricordavano il suo modo particolare di stare al mondo e di fare musica. Il loro attuale status su Facebook è questo:
David Bowie was one of the band's earliest supporters and champions. He not only created the world that made it possible for our band to exist, he welcomed us into it with grace and warmth. We will take to the grave the moments we shared; talking, playing music and collaborating as some of the most profound and memorable moments of our lives. A true artist even in his passing, the world is more bright and mysterious because of him, and we will continue to shout prayers into the atmosphere he created.
Non voglio scrivere un post su David Bowie, anche se ho trascorso una mattina intera a leggere e parlare di lui non più tardi di una settimana fa, per il suo compleanno. Non ne scriverò perché sono proprio addolorata e perché credo che la mia opinione su questa cosa sia più inutile della birra analcolica.
Però la sua musica mi accompagnerà mentre racconto come è iniziato questo anno, con progetti vecchi e nuovi, con presenze vecchie e nuove.
Il lavoro di prima c'è ancora, ma c'è pure un (grosso, grasso) lavoro nuovo. Non ho firmato nulla, ma mi sto già muovendo con le cose da fare, con le riunioni, le scadenze, i compiti. Sono felice perché si tratta di tornare a parlare con le pietre, con i muschi e i licheni che le abitano, con le intemperie che le sfiancano, con l'inquinamento che le ammala. Significherà dedicarmi a loro e alla loro conservazione, facendo conoscere agli altri quali problemi le affliggono e come risolverli, aiutando i restauratori negli interventi di recupero, scrivendo e facendo milioni di foto. Non vado oltre perché oltre ancora non so, ma sono contenta davvero.
Nel frattempo ieri ho ripreso i laboratori con i bambini, un bel gruppo rumoroso ma simpatico, che resterà con me per dieci settimane. Esploreremo il mondo, sotto l'acqua e sotto la terra, lo faremo usando un libro e ci divertiremo, lo sento!
Per quanto riguarda il mio, di libro, le cose procedono: tutti i capitoli sono consegnati, la grafica è al lavoro, io sono agitata (strano) e spero che tutto vada per il meglio. Dodici laboratori, disegni, approfondimenti curiosi, scienza e creatività, materiali di recupero...insomma, una marea di parole chiave che mi descrivono perfettamente. Sembra che questa cosa si potrebbe portare dietro anche altre scritture, ma per ora è prematuro parlarne (pensarci però si può!).
Sono anche andata dalla fioraia vicino a casa che cerca un collaboratore. Non potrò aiutarla nel modo che serve a lei, perché finalmente sembra che pure io quest'anno sarò molto occupata, ma potrò darle una mano durante gli allestimenti. Mi ha chiamata esperta. Mi ha resa felice.
Naturalmente, di fronte a tutte queste meraviglie, a queste opportunità davanti alle quali mi sento sempre una absolute beginner, potevo non farmi venire un attacco di fibromialgia coi fiocchi? Ovviamente no. Che poi, forse, c'è di mezzo pure un ascesso, non so, sta di fatto che mezza faccia e tutto il collo hanno deciso di farmi un male boia e scioperare dalle loro più comuni funzioni (tipo permettermi di guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada).
Ad ogni modo, bolle un sacco di roba in pentola e il profumo è buonissimo.
Concludo con la mia preferita (credo).
[disclaimer: entrambi i video sono orribili, lo so, ma sono live in cui lui è davvero alieno. Come sempre del resto]
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lunedì 26 ottobre 2015
Controluce
E' questo il momento che amo di più in assoluto. Quello che arriva un attimo dopo lo spiegone e un attimo prima dell'attività pratica vera e propria.
Quei minuti preziosi in cui i bambini cominciano a cercare i materiali da usare, a prendere confidenza con essi e a immaginarli come parte dell'oggetto che costruiranno. Lì in piedi, controluce, visualizzano il loro personalissimo progetto e scelgono ciò che meglio rappresenterà l'idea che hanno avuto.
Osservo sempre in silenzio questo tempo prezioso, li guardo interagire, scambiarsi opinioni, arrabbiarsi se qualche compagno prende un materiale al posto loro o essere generosi con chi è rimasto senza.
Ci sono giorni che mi pare di non farcela, giorni come questi, in cui corro da un laboratorio ad un altro, in cui mi sembra di non riuscire a dare il meglio di me, di non essere in grado di lasciare qualcosa ai ragazzi con cui trascorro quelle ore.
Passo minuti interi in piedi su una gamba sola, cercando di spiegare al meglio il concetto di equilibrio e tutto quello che si porta con sé. Dov'è il baricentro? Cosa è il bilanciamento? Quanto conta la forza di gravità?
Dai sei ai quindici anni, per ora, chissà nei giorni che verranno.
Mi piace avere i loro occhi addosso, mi piace dare la parola a tutte le mani alzate, una dopo l'altra, perché nessuna domanda, nessuna storia, nessuna questione, è meno importante di un'altra.
Ma non è quello il momento che amo di più.
L'istante migliore è, come scrivevo all'inizio, quello in cui io non ci sono più.
Quello in cui a malapena ci sono loro.
Quello in cui sicuramente hanno spazio le idee. Sembra di vederli, i pensieri, che prendono forma piano piano, ognuno dalla testa del singolo, ma tutti pronti ad aggrovigliarsi e diventare un'unica, grande, idea.
E' in questo momento che anche i più timidi riescono a dire la loro, magari con un aiuto, magari semplicemente sfruttando la titubanza dei compagni che di solito si mostrano sicuri e infallibili.
E' così che i gruppi più fragili costruiscono l'oggetto migliore. Che i bambini più piccoli finiscono per primi la loro creazione. Che le femmine stupiscono tutti con i risultati più soddisfacenti. Che i bulli della classe aiutano le vittime di sempre, non solo perché sono finite per sbaglio in squadra con loro, ma anche perché davanti a un obiettivo comune non c'è differenza che tenga.
Ed ecco, alla fine, ciò che mi massacra ogni volta.
Accorgermi che è questa la cosa che mi manca di più, tutti i giorni, in tutte le circostanze, con tutte le persone: non avere (quasi) mai un obiettivo comune, ma ritrovarmi sempre maledettamente sola lungo la mia strada. Non per forza giusta, non per forza sbagliata, ma molto spesso vuota.
Quei minuti preziosi in cui i bambini cominciano a cercare i materiali da usare, a prendere confidenza con essi e a immaginarli come parte dell'oggetto che costruiranno. Lì in piedi, controluce, visualizzano il loro personalissimo progetto e scelgono ciò che meglio rappresenterà l'idea che hanno avuto.
Osservo sempre in silenzio questo tempo prezioso, li guardo interagire, scambiarsi opinioni, arrabbiarsi se qualche compagno prende un materiale al posto loro o essere generosi con chi è rimasto senza.
Ci sono giorni che mi pare di non farcela, giorni come questi, in cui corro da un laboratorio ad un altro, in cui mi sembra di non riuscire a dare il meglio di me, di non essere in grado di lasciare qualcosa ai ragazzi con cui trascorro quelle ore.
Passo minuti interi in piedi su una gamba sola, cercando di spiegare al meglio il concetto di equilibrio e tutto quello che si porta con sé. Dov'è il baricentro? Cosa è il bilanciamento? Quanto conta la forza di gravità?
Dai sei ai quindici anni, per ora, chissà nei giorni che verranno.
Mi piace avere i loro occhi addosso, mi piace dare la parola a tutte le mani alzate, una dopo l'altra, perché nessuna domanda, nessuna storia, nessuna questione, è meno importante di un'altra.
Ma non è quello il momento che amo di più.
L'istante migliore è, come scrivevo all'inizio, quello in cui io non ci sono più.
Quello in cui a malapena ci sono loro.
Quello in cui sicuramente hanno spazio le idee. Sembra di vederli, i pensieri, che prendono forma piano piano, ognuno dalla testa del singolo, ma tutti pronti ad aggrovigliarsi e diventare un'unica, grande, idea.
E' in questo momento che anche i più timidi riescono a dire la loro, magari con un aiuto, magari semplicemente sfruttando la titubanza dei compagni che di solito si mostrano sicuri e infallibili.
E' così che i gruppi più fragili costruiscono l'oggetto migliore. Che i bambini più piccoli finiscono per primi la loro creazione. Che le femmine stupiscono tutti con i risultati più soddisfacenti. Che i bulli della classe aiutano le vittime di sempre, non solo perché sono finite per sbaglio in squadra con loro, ma anche perché davanti a un obiettivo comune non c'è differenza che tenga.
Ed ecco, alla fine, ciò che mi massacra ogni volta.
Accorgermi che è questa la cosa che mi manca di più, tutti i giorni, in tutte le circostanze, con tutte le persone: non avere (quasi) mai un obiettivo comune, ma ritrovarmi sempre maledettamente sola lungo la mia strada. Non per forza giusta, non per forza sbagliata, ma molto spesso vuota.
mercoledì 30 settembre 2015
Caprioli e Capriole
Ho una lista dei desideri (dicesi wishlist) lunga tre chilometri, che parte dalle creazioni di Tulimami e arriva alla collezione di Lazzari (imperdibile come sempre), passando per l'adorato Flamingo e per gli scaffali di Maisons Du Monde e delle sue maledettissime Tendenze Vintage.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.
Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.
Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.
Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.
Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.
Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.
Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.
Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.
Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.
Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.
Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.
giovedì 24 settembre 2015
Una settimana da Io
Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.
1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.
2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.
3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.
4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.
5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).
6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.
7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.
8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!
9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.
P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.
1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.
2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.
3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.
4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.
5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).
6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.
7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.
8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!
9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.
P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).
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lunedì 25 maggio 2015
Una stanza tutta per me
Questa mattina, appena uscita dal bar della seconda colazione, una signora diceva ad un amico che di fronte all'asilo i vigili stavano cercando di allontanare un capriolo, ma lui non ne voleva sapere di andare via dal giardino.
In quel momento ho capito che alzarmi presto per andare a camminare era stata la scelta giusta.
Avevo bisogno di una stanza tutta per me in cui trovare spazi adatti a riordinare i pensieri pesanti degli ultimi giorni, dove cercare silenzio, concentrazione e, perché no, pace. Ora, sul silenzio magari poteva andarmi meglio, la combriccola a cui mi sono unita (la classe "di arte" di mamma) non si può dire brillasse per mutismo, ma in fondo è andata benissimo così: la compagnia nei giorni no alla fine fa bene, perché ci costringe a relativizzare e a spostare l'attenzione su altro. Ci sarà sempre qualcuno con una disgrazia più grande della tua che ti farà pensare "vabbé dai, che sarà mai".
Oggi l'obiettivo era percorrere parte dell'acquedotto storico di Genova e sicuramente il fatto che ci fossi stata questo inverno in una giornata tanto speciale da rimettermi al mondo, mi ha aiutata parecchio a puntare la sveglia alle sette (e, soprattutto, a scendere da letto).
Quindi, con estrema tranquillità, abbiamo camminato, ci siamo fatti raccontare la storia di quello che incontravamo, abbiamo attraversato ponti, boschi e prati e abbiamo visto un asino, due capre e tre pecore (di cui due agnellini così piccoli da avere ancora il cordone ombelicale appeso alla pancia).
Qualcuno ha raccolto sambuco per i decotti, succhiato il nettare dei gelsomini, mangiato asparagi selvatici e fotografato i fiori di kiwi, io, nel frattempo, ho ripensato ai giochi che facevo da bambina quando mi avventuravo nei boschi. Me ne sono venuti in mente un sacco: il riso al pesto con gli ombelichi di venere, i fischietti con le cime nuove delle canne, le ballerine con i fiori di papaveri, i palloncini con una pianta che non ho mai saputo che nome abbia. Anche allora, come oggi, cercavo una stanza tutta per me.
La stessa forse la cercavano i tre bimbi che ieri hanno partecipato al mio laboratorio: costruendo animali fantastici con materiali di recupero (io mi ero persino portata un vecchissimo libro sulla fauna ligure così mal ridotto che Gabriele, stupito, mi ha detto: "ti consiglio di aggiustare un poco questo tuo libro!") e regalando alle loro creazioni delle piccole luci che le rendessero ancora più speciali. Hanno lavorato quasi due ore con calma, concentrandosi sulle loro idee e lasciando il giusto spazio alla fantasia, rispettandone ogni aspetto, anche se bizzarro.
Dovremmo farlo tutti, ogni tanto, perché ogni volta che rispettiamo qualcosa ci rendiamo felici.
In quel momento ho capito che alzarmi presto per andare a camminare era stata la scelta giusta.
Avevo bisogno di una stanza tutta per me in cui trovare spazi adatti a riordinare i pensieri pesanti degli ultimi giorni, dove cercare silenzio, concentrazione e, perché no, pace. Ora, sul silenzio magari poteva andarmi meglio, la combriccola a cui mi sono unita (la classe "di arte" di mamma) non si può dire brillasse per mutismo, ma in fondo è andata benissimo così: la compagnia nei giorni no alla fine fa bene, perché ci costringe a relativizzare e a spostare l'attenzione su altro. Ci sarà sempre qualcuno con una disgrazia più grande della tua che ti farà pensare "vabbé dai, che sarà mai".
Oggi l'obiettivo era percorrere parte dell'acquedotto storico di Genova e sicuramente il fatto che ci fossi stata questo inverno in una giornata tanto speciale da rimettermi al mondo, mi ha aiutata parecchio a puntare la sveglia alle sette (e, soprattutto, a scendere da letto).
Quindi, con estrema tranquillità, abbiamo camminato, ci siamo fatti raccontare la storia di quello che incontravamo, abbiamo attraversato ponti, boschi e prati e abbiamo visto un asino, due capre e tre pecore (di cui due agnellini così piccoli da avere ancora il cordone ombelicale appeso alla pancia).
Qualcuno ha raccolto sambuco per i decotti, succhiato il nettare dei gelsomini, mangiato asparagi selvatici e fotografato i fiori di kiwi, io, nel frattempo, ho ripensato ai giochi che facevo da bambina quando mi avventuravo nei boschi. Me ne sono venuti in mente un sacco: il riso al pesto con gli ombelichi di venere, i fischietti con le cime nuove delle canne, le ballerine con i fiori di papaveri, i palloncini con una pianta che non ho mai saputo che nome abbia. Anche allora, come oggi, cercavo una stanza tutta per me.
La stessa forse la cercavano i tre bimbi che ieri hanno partecipato al mio laboratorio: costruendo animali fantastici con materiali di recupero (io mi ero persino portata un vecchissimo libro sulla fauna ligure così mal ridotto che Gabriele, stupito, mi ha detto: "ti consiglio di aggiustare un poco questo tuo libro!") e regalando alle loro creazioni delle piccole luci che le rendessero ancora più speciali. Hanno lavorato quasi due ore con calma, concentrandosi sulle loro idee e lasciando il giusto spazio alla fantasia, rispettandone ogni aspetto, anche se bizzarro.
Dovremmo farlo tutti, ogni tanto, perché ogni volta che rispettiamo qualcosa ci rendiamo felici.
venerdì 15 maggio 2015
Cose capitate
Ormai si sa, che mi piacciono le "cose capitate".
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.
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sabato 21 febbraio 2015
Papê
Questo post ha un prima e un dopo.
Ecco il prima
Da quando ho aperto la pagina Facebook del mio piccolo blog, ho cominciato a condividere vecchi post che quasi nessuno aveva mai letto (per lo meno a giudicare dagli accessi).
Quanto dolore, quanta sofferenza.
Non ricordo nemmeno di aver patito tanto in passato, e probabilmente la stessa cosa la dirò tra qualche anno rileggendo i post di questi giorni.
Da un paio di settimane, forse anche qualcosa di più, non sto bene. Fisicamente intendo.
Accertamenti in corso. Autodiagnosi senza speranza, come da copione.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che mentre anni fa, davanti a vere o presunte malattie, mi sentivo persa e convinta di aver sprecato tempo prezioso, questa volta non va così.
Questa volta so che per lo meno ci ho provato. Ho vissuto quello che ho vissuto fino in fondo, senza limiti, senza barriere, per il solo gusto di farlo.
Mi hanno limitata gli altri, quello sì, tantissimo. Ma si sa, ognuno fa come può, sta a noi scegliere se fermarsi o andare oltre e io mi fermo spesso. Forse troppo, forse il giusto, ma sempre per aspettare qualcuno o qualcosa che resta indietro. Un amore, un'amicizia, un lavoro.
Non sono una persona particolarmente istintiva ma adoro vedere il mondo attorno a me con occhi curiosi, amo godere di quello che la vita mi offre, che si tratti di un giorno di sole, di un libro, di un tuffo in mare, di una notte a ballare, di un pomeriggio di chiacchiere, di una serata di sesso.
E quindi mi iscrivo a un corso di legatoria, mi imbarco in un nuovo ciclo di laboratori di robotica, dico sì a tutte le proposte di lavoro che mi passano a tiro, senza quasi considerare inconciliabilità di orari, argomenti e luoghi.
E sono davvero grata di aver così tanta voglia di fare e vedere.
Ecco il dopo
Oggi ho trascorso una giornata intera qui. Papê è un piccolo negozio delle meraviglie, dove trovano casa cose di carta, stoffe stampate, libri serigrafati, gioielli di cartone, maschere, poster, shopper dai disegni e dai colori meravigliosi. Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze che da bambine si incantavano davanti alle cartolerie, che non usavano il quaderno nuovo per non sciuparlo, che tenevano la gomma pulita come una reliquia e che avrebbero ucciso per una scatola di Caran d'Ache acquarellabili. Quindi Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze. Punto.
Nel negozio di Nora, però, nato da poco nel centro storico della mia città, non ci sono solo piccoli spettacoli da comprare. A proposito, a Natale è stato bellissimo contare, durante il mega scambio di regali con i Vicini avvenuto direttamente sul mio parquet, la quantità di sacchettini di carta beige che arrivavano dritti dritti da Papê, con il sottile logo geometrico stampato e i fili di rafia come chiudipacco. Dicevo, in questo spazio dalle pareti verde acqua non c'è solo un'intenzione di vendita, ma c'è anche una riflessione profonda e approfondita sulle realtà artigiane che vengono ospitate, sui prodotti proposti in estremo accordo con i produttori e con la linea di pensiero dei gestori, senza dimenticare mai la passione che ha spinto l'idea fino in fondo, fino alla realizzazione, addirittura fino a organizzare una serie di corsi handmade talmente bella che quando leggi l'elenco non sai davvero cosa scegliere.
Oggi io ho seguito il laboratorio di Legatoria semplice, e mi è piaciuto da matti. Nelle sette ore di concentrazione, cucitura, rifilatura, accostamento dei colori, ho quasi dimenticato Il prima del post e in questo periodo è davvero importante riuscire a scordarmi un attimo di me. Anche se solo per sette ore.
Ecco la ragione per cui mi sono iscritta anche al prossimo corso di Bella Scrittura, nel frattempo mi limiterò a contemplare i sette quadernini che ho costruito oggi, punti storti, nodi molli e pagine unte compresi.
Ecco il prima
Da quando ho aperto la pagina Facebook del mio piccolo blog, ho cominciato a condividere vecchi post che quasi nessuno aveva mai letto (per lo meno a giudicare dagli accessi).
Quanto dolore, quanta sofferenza.
Non ricordo nemmeno di aver patito tanto in passato, e probabilmente la stessa cosa la dirò tra qualche anno rileggendo i post di questi giorni.
Da un paio di settimane, forse anche qualcosa di più, non sto bene. Fisicamente intendo.
Accertamenti in corso. Autodiagnosi senza speranza, come da copione.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che mentre anni fa, davanti a vere o presunte malattie, mi sentivo persa e convinta di aver sprecato tempo prezioso, questa volta non va così.
Questa volta so che per lo meno ci ho provato. Ho vissuto quello che ho vissuto fino in fondo, senza limiti, senza barriere, per il solo gusto di farlo.
Mi hanno limitata gli altri, quello sì, tantissimo. Ma si sa, ognuno fa come può, sta a noi scegliere se fermarsi o andare oltre e io mi fermo spesso. Forse troppo, forse il giusto, ma sempre per aspettare qualcuno o qualcosa che resta indietro. Un amore, un'amicizia, un lavoro.
Non sono una persona particolarmente istintiva ma adoro vedere il mondo attorno a me con occhi curiosi, amo godere di quello che la vita mi offre, che si tratti di un giorno di sole, di un libro, di un tuffo in mare, di una notte a ballare, di un pomeriggio di chiacchiere, di una serata di sesso.
E quindi mi iscrivo a un corso di legatoria, mi imbarco in un nuovo ciclo di laboratori di robotica, dico sì a tutte le proposte di lavoro che mi passano a tiro, senza quasi considerare inconciliabilità di orari, argomenti e luoghi.
E sono davvero grata di aver così tanta voglia di fare e vedere.
Ecco il dopo
Oggi ho trascorso una giornata intera qui. Papê è un piccolo negozio delle meraviglie, dove trovano casa cose di carta, stoffe stampate, libri serigrafati, gioielli di cartone, maschere, poster, shopper dai disegni e dai colori meravigliosi. Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze che da bambine si incantavano davanti alle cartolerie, che non usavano il quaderno nuovo per non sciuparlo, che tenevano la gomma pulita come una reliquia e che avrebbero ucciso per una scatola di Caran d'Ache acquarellabili. Quindi Papê è il classico mondo fatato per tutte le ragazze. Punto.
Nel negozio di Nora, però, nato da poco nel centro storico della mia città, non ci sono solo piccoli spettacoli da comprare. A proposito, a Natale è stato bellissimo contare, durante il mega scambio di regali con i Vicini avvenuto direttamente sul mio parquet, la quantità di sacchettini di carta beige che arrivavano dritti dritti da Papê, con il sottile logo geometrico stampato e i fili di rafia come chiudipacco. Dicevo, in questo spazio dalle pareti verde acqua non c'è solo un'intenzione di vendita, ma c'è anche una riflessione profonda e approfondita sulle realtà artigiane che vengono ospitate, sui prodotti proposti in estremo accordo con i produttori e con la linea di pensiero dei gestori, senza dimenticare mai la passione che ha spinto l'idea fino in fondo, fino alla realizzazione, addirittura fino a organizzare una serie di corsi handmade talmente bella che quando leggi l'elenco non sai davvero cosa scegliere.
Oggi io ho seguito il laboratorio di Legatoria semplice, e mi è piaciuto da matti. Nelle sette ore di concentrazione, cucitura, rifilatura, accostamento dei colori, ho quasi dimenticato Il prima del post e in questo periodo è davvero importante riuscire a scordarmi un attimo di me. Anche se solo per sette ore.
Ecco la ragione per cui mi sono iscritta anche al prossimo corso di Bella Scrittura, nel frattempo mi limiterò a contemplare i sette quadernini che ho costruito oggi, punti storti, nodi molli e pagine unte compresi.
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