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venerdì 3 giugno 2022

10 cose che il Covid mi ha detto




Non ho (quasi) mai scritto nulla su questa pandemia. 
Né sui social né qui.

Non ho raccontato di quando mi sono vaccinata e delle peripezie, ogni volta, per capire cosa fosse meglio fare tra i mille pareri discordanti che mi vorticavano intorno (dei miei medici eh, non del besagnino).

Non ho fatto commenti a favore o contro le mascherine, il distanziamento, il green pass, perché, semplicemente, non ne so nulla e sono (fin troppo) abituata a seguire le regole.
Anche se non mi piacciono.
Anche se le trovo ingiuste e/o sbagliate.
Anche se sono palesemente eccessive.

Figuriamoci se cominciavo adesso, con una pandemia mondiale in corso, a dire la mia su un argomento che non conosco.
In questi giorni, però, ho deciso di scrivere anche io qualcosa sul Covid 19.
Perché, vi chiederete?
Perché sono in mutua, a casa, con il Covid 19.

In questo periodo sospeso, ad oggi otto giorni ma, a giudicare dalle due righe spesse spesse sul tampone di stamani, temo che la questione non sarà di veloce risoluzione, ho riflettuto parecchio e ho raccolto ben dieci cose che mi ha insegnato o ha confermato questa esperienza.

Eccole, tra rivelazioni e banalità.

(31-05-2022)

1) Viva il vaccino
Non so come sarebbe andata se non avessi fatto due dosi più il booster.
Ma il fiato sta tornando oggi, gusto e olfatto sono ancora un miraggio e mio marito, che è partito con 93/94 di saturazione attualmente sfiora il 97.
Ci sono voluti Brufen, aerosol con il cortisone, Fluimucil e per me ci è voluta pure l'eparina.
A mio modestissimo e ignorante parere, ci è voluto, soprattutto, il vaccino.

2) Lo yoga è magico
Ho praticato solo due volte in questi otto giorni, solo con i miei tempi e, certamente, non durante i sintomi più forti.
Ho provato una lezione sull'apertura, che mi aiutasse a espandere il più possibile la cassa toracica e una sulla movimentazione di anche e bacino, per tentare di sgranchirmi un po'. 
Ho fatto bene? Non lo so.
Mi ha fatto bene? Secondo me sì.

3) Se un libro non mi piace, non mi piace
2022 anno terribile per la (mia) lettura.
Ho finito un libro e ne ho iniziato un altro che non mi sta piacendo. Da mesi.
Ma, per carattere, non sono capace di lasciare, persone, situazioni, cose, fiori, colori, città e, pure, libri.
Il Covid mi ha insegnato che, nonostante abbia più tempo a disposizione e poche alternative sottomano, se un libro non mi piace non mi piace. 
Non mi arrendo, ma che fatica.
Il ragionamento in più che vorrei fare è: ne vale la pena? Ha senso?
Vedremo.

4) La natura e in particolare il mio giardino salveranno il mondo

Se ci fossimo ammalati in centro sarebbe stato ben diverso.
Un po' come all'epoca del primo lockdown, tombati in casa con il sole fuori.
Qui è tutto verde, i fiori sbocciano, le verdure del nostro micro-orto crescono, Agata saltella tra i vasi, noi mangiamo all'aperto e, quando il caldo non è ancora troppo forte ci sediamo lì, davanti al mare.
Tra una cianotipia e un'annaffiata alle piante.

5) Il tempo è prezioso
Avere tempo mi sta permettendo di perderne un po', cosa che guai, non si fa, è sbagliata, è il male più assoluto.
Così sono cresciuta, così temo tornerò a gestire le mie giornate non appena il tampone mi dirà che è finita.
Ora, però, il pisolino, le due pagine di libro, lo smalto alle unghie, il giardinaggio estemporaneo, la ricetta un poco più elaborata, la serie TV, non me li leva nessuno.
Nonostante diverse ore della mia giornata siano comunque dedicate a portare avanti progetti lavorativi, tra call, mail e post sui social, il tempo per me c'è e sono così disabituata a godermelo che, il più delle volte, non so come usarlo.

6) Il potere del pisolino
Chi ha avuto il Covid probabilmente concorderà: che sonno.
Non solo stanchezza infinita, per me il primo sintomo in assoluto, ma proprio sonno, bisogno di spegnere il cervello totalmente.
Quindi lunghe notti, non sempre soddisfacenti e, sicuramente, mai quanto i brevi pisolini pomeridiani, diventati ormai così indispensabili che sto meditando di mettere un branda in lab, come all'asilo.

(03/06/2022)

7) Dormire insieme è sopravvalutato
Questo punto si collega bene a diversi di quelli precedenti.
Se ci fossimo ammalati in centro, l'alternativa al dormire insieme sarebbe stato uno scomodo divano.
Qui abbiamo tanti letti a disposizione e, dopo i primi due giorni inconsapevoli della mia positività, nei quali abbiamo dormito insieme favorendo la corsa di Andrea tra le braccia del Covid, le restanti notti le abbiamo passate separati.
Alternandoci tra il letto matrimoniale che usiamo abitualmente e quello più piccolo ma decisamente più smart collocato nella mia vecchia cameretta.
Il risultato? Che benessere.
Del resto, se a Versailles i reali avevano addirittura due aree del parco divise, ci sarà stato un motivo.

8) La delusione è sempre dietro l'angolo
Abbiamo fatto la spesa on line: una gran comodità, devo dire.
Abbiamo comprato forse più del dovuto, senz'altro cibi diversi dal solito.
Abbiamo anche acquistato due buone bottiglie di gin, scegliendo l'acqua tonica più adeguata con cui berlo e chiedendo le opportune consulenze all'amico espertissimo.
Oggi, mezz'ora prima della consegna, riceviamo il solito messaggio con gli articoli mancanti: zero acqua tonica.
Al gin liscio non siamo ancora arrivati, quindi: delusione.
Ma ci rifaremo, questo è sicuro.

9) Devo fidarmi di me
Tutti i sintomi che ho avuto negli ultimi dieci giorni erano quello che temevo, pare.
Li ho presi sul serio subito? Ni.
Quando però mi sono fatta coraggio e ho teso per bene l'orecchio le mie paure sono state confermate.
Cosa ho imparato? Che devo fidarmi di me. Non ascoltarmi, quello lo faggio già, da sempre. Devo imparare ad accogliere davvero quello che sento.
Sembra facile, ma, diamine, non lo è.

10) Mio marito è un artista
Non che non lo sapessi già eh, è una delle ragioni che popolano il mio amore per lui.
Ma le cianotipie che ha sfornato in questi giorni lenti, servendosi di poche cose e senza mai uscire dal cancello di casa, sono una meraviglia.
Uno dei ricordi indelebili di questo maledetto Covid primaverile, sarà, senza dubbio, l'immagine dei suoi fogli blu, pieni di fiori, rametti e mini articoli di cancelleria trovati nei cassetti polverosi di casa, appesi agli ombrelloni con le mollette di legno, per asciugare liberi nel sole. Come noi.

Bene, il post è finito e io, finalmente, sono negativa.
Andrea, invece, sperimenterà con il blu di Prussia ancora qualche giorno ;-)


domenica 29 maggio 2016

Everything but the colors

Qualche giorno fa, per la seconda volta nella mia vita (della prima ne avevo scritto qui ) sono andata al cinema da sola.
"Embé, che ci vuole?" vi chiederete voi, "Molto", vi rispondo io, che amo tanto fare cose in totale solitudine, ma che vivo ancora malissimo l'idea della sala buia con le poltrone vuote attorno a me.
Per provare a non soccombere alla tristezza ho scelto lo spettacolo pomeridiano, sostituendo l'ora di pilates con ottantacinque minuti di film.

Ma cosa sono andata a vedere?
Questo.
Da Monet a Matisse, l'arte di dipingere il giardino moderno è, in realtà, una mostra a tutti gli effetti, un documentario davvero ben girato sull'attrazione di alcuni artisti per il giardinaggio e sull'enorme peso che questa passione ha avuto nella loro produzione.
Realizzato da David Bickerstaff per Nexo Digital ci offre un tour all'interno di Painting the Modern Garden: Monet to Matisse, splendida esposizione della Royal Academy of Arts, presentandoci opere e pittori, raccontandoci nei minimi dettagli gli spazi verdi che Monet, Nolde, Pissarro, ma anche Matisse e un insospettabile Kandinsky hanno rappresentato nella loro arte o addirittura curato in prima persona.

Del meraviglioso giardino di Giverny è suferfluo scrivere qualsiasi cosa. Conosciamo tutti le ninfee o il piccolo ponte verde, ricordiamo l'ossessione di Monet per gli accostamenti cromatici e per la luce, la ricerca quasi maniacale di essenze sempre nuove e stupefacenti, il dolore di fronte alla guerra e alla cecità incalzanti, colpevoli di tenerlo lontano da questa sua profonda passione.
Quello che credo sia assolutamente interessante nel film è il punto di vista dei vari studiosi intervenuti durante le riprese: dalla storica dell'arte al curatore, dal giardiniere all'artista, dal paesaggista all'esperto, tutti hanno contribuito a mostrare quanto la forma mentis di un pittore possa trovare un'inattesa corrispondenza con quella di un appassionato di giardinaggio. Sono due mondi paralleli che si incontrano tanto nell'arte en plen air quanto nella sistemazione di uno spazio verde immaginandolo come una tela vuota, pronta per essere dipinta.

Everything but the colors, il titolo che ho scelto e che è tratto da una delle interviste presenti nel film (che, non l'ho ancora scritto, ha anche il grande pregio di essere in lingua originale con i sottotitoli), sottolinea proprio l'importanza dei colori per questi artisti di giardino. Potevano fare a meno di tutto, sia nelle azioni pratiche all'aperto, sia nei loro studi davanti al cavalletto, tranne che dei colori.

E io, che sotto il segno della parola giardino ho fatto nascere questo blog, non posso che essere d'accordo.

P.S. Il documentario era nelle sale unicamente il 24 e 25 maggio 2016, ma immagino che presto si potrà trovare on-line o in dvd.
La foto quassù è stata scattata all'Orto Botanico di Bergamo, uno dei miei nuovi luoghi del cuore.

venerdì 15 maggio 2015

Cose capitate

Ormai si sa, che mi piacciono le "cose capitate".
Il mio profilo instagram è tutto un #cosepiccole, #cosebelle, #chebellezza e via dicendo.
In questo periodo ci sarebbero mille aspetti che non vanno, soprattutto dubbi giganti la cui soluzione dipende solo in parte da me, però ogni giorno qualcosa di buono spunta sempre e io non me lo lascio sfuggire.
Non so che piega prenderà il post, mi piacerebbe soltanto scrivere del bello che in questa settimana ho incontrato sulla mia strada, con semplicità, perché si sa che sono i momenti semplici ad essere i migliori.
La prima cosa che mi viene in mente riguarda il laboratorio che ho fatto martedì, con sette bambini intorno a un tavolo, in un posto bellissimo che alle pareti ha appesi quadri come questo. Mentre Jack, il mio collega mago della plastilina, aiutava un partecipante a plasmare il suo piccolo robot, ho captato una frase: alla domanda "ma come posso farlo il corpo?", Giacomo ha risposto "ricordati che è la tua fantasia, non la mia". Mi è sembrato un suggerimento bellissimo, pieno di poesia e di importanza, lasciato con delicatezza come un bagaglio leggero da portare sempre con sé. Io, certamente, non lo dimenticherò.
Un'altra scena preziosa è accaduta ieri sera, mentre ero con un paio di amici pronta a tuffarmi nel mondo di Slowfish. Un marito tornato in anticipo da una trasferta lontana ha fatto la classica sorpresa delle mani che coprono gli occhi alla moglie, completamente ignara di tutto. Io, il vicino matematico e i suoi genitori eravamo informati e ci siamo goduti il momento, chi sorridendo, chi (ovviamente) piangendo. Per pudore non rivelerò di più, ma immaginare è semplice.
Per il mio progetto fotografico #onehandadayproject mi sto concentrando sulle mani delle persone accanto a me, incontrate per caso sui mezzi pubblici, nei vicoli attorno a casa, al bar alla mattina. Nei giorni scorsi ho scattato questa ad un signore in preghiera, che noncurante dei sobbalzi del bus, della gente che spingeva, del caos assordante, non ha mai alzato gli occhi dal suo libro. Con grande rispetto bisbigliato.
Ieri mattina sono andata a correre e quando sono arrivata in Darsena, parecchio stanca perché sto riprendendo a sgambettare pian piano e devo riacquistare il ritmo di un tempo, ho assistito alla delicata operazione di sbroglio delle reti: un gruppo di pescatori attempati e dai visi stropicciati dalla vita di mare si faceva aiutare da un ragazzone di colore, forse un venditore di occhiali da sole in pausa, forse anch'egli pescatore, non lo so, ma avrei tanto voluto scattare un'istantanea a quei sorrisi avvolti dalla luce e dal riflesso dell'acqua.
Le ultime due cose che scriverò sono capitate oggi e mi riguardano molto da vicino.
Le piante della mia casa stanno sbocciando coraggiose: la tillandsia ha fatto un fiore bellissimo e sta producendo nuovi getti che mi fanno ben sperare, mentre l'edera del bagno, quella ospitata dal vaso più grande...beh, non la tiene più nessuno. Scivola lenta giù dal balcone e si arrampica forte sul muro giallo, non sarò certo io a fermarla.
Oggi pomeriggio sono uscita un pochino, finito il temporale ho fatto un giro nel sole e nel vento. Mi sono comprata un anello. Non porto quasi mai gioielli, ogni tanto una collana, raramente un paio di orecchini, ma non tolgo mai un bracciale e i miei cinque anelli. Quattro alla mano destra, uno alla sinistra. Oggi ho sostituito quello che porto al pollice da qualche anno con una piccola vera piena di zirconi o, più probabilmente, di zaffiri bianchi. Il perché abbia sentito la necessità di cambiare il mio vecchio ferma fede d'oro non lo so precisamente, potrei dire che voglio indossare solo anelli d'epoca, in fondo è così, ma mi conosco e so che c'è dell'altro. Ci sto pensando.

domenica 6 luglio 2014

Il diario verde

Ho perso la carta prepagata e così, prima di andare dai carabinieri per la denuncia ho messo sottosopra la mia vecchia stanza a casa di mamma...niente da fare. E' sparita.
In compenso però, dopo due giorni di sole, mare, amici, uncinetto, frutta e persino una vittoria al Palio del Gallinaccio 2014, mettendo in ordine (o in disordine) scatole, cassetti e scaffali ho trovato il mio diario.
Il blog di quando ero piccola insomma. Ed è il più recente di quelli che ho scritto. Aprirlo e rileggerlo tutto è stato così doloroso, commovente e a tratti pure divertente che ho deciso di fermarmi e non cercare anche gli altri miei scritti.
Terrò il piccolo libro rosa per la prossima volta, stasera mi basterà andare a dormire con in mente qualche brano del diario verde.
Ricordo benissimo dove andavo a comprare le agende per scrivere i miei pensieri, in Piazzetta del Ferro, dove ancora oggi credo ci sia la bottega che rilega e confeziona oggetti con la carta. Costavano cari e la scelta era difficilissima. Non volevo righe né quadretti, preferivo gli spazi bianchi da gestire sul momento, anche incollando frasi, biglietti o foglie secche, come sempre.
Rileggendo indietro nel tempo (il primo "post" è del 2002) ho trovato la solita me in difficoltà, spaventata dagli abbandoni, piena di forza e tenacia nelle relazioni, stanca di studiare e dare esami per poi non andare in vacanza, non concedersi due giorni di svago, sfiancata dal carattere impossibile di papà e dalle fatiche di mamma. Ho trovato una Elena in fuga, che non faceva altro che scrivere quanto desiderasse scappare, ora però, tutto questo bisogno, non lo ricordo per nulla.
Credo di aver rimosso moltissime cose, nel mio cervello si confondono le date e si accavallano gli avvenimenti, tra analisi, macchie nei polmoni di tre persone diverse, ospedali, prelievi, funerali, candele, treni, gatti e auto in fiamme non saprei ricostruire a memoria tutto quello che ho visto in quegli anni. Ma l'ho scritto. E oggi l'ho ritrovato.
Mi sono seduta sul pavimento, schiena contro il muro, e ho letto tutto d'un fiato i miei pensieri di dodici anni fa.
Stasera ne riporto un pezzo, perché mi ha lasciata sorpresa, forse pure un po' ammirata, di sicuro mi ha inumidito gli occhi.

05-03-2003
La mia vita sta cambiando un'altra volta. Col trapano di mio padre e Wild Horses come sottofondo mi accorgo di questo. Non posso fermarla forse perché non voglio o perché non si può bloccare il vento sugli anni.
Gli anni giovani sono i più sottili, dondolano più degli altri, fanno venire la nausea al cuore e pensare che io soffro persino l'automobile. La mia vita sta cambiando perché il vento è sempre più forte e non riesco più a rimettere gli anni al loro posto, rimangono scompigliati. Ciò che mi resta è spezzare quelli che appesantiscono la pianta più grande che esista, la vita più grande che esista.
La mia vita è la più grande che esista, certe sue parti sono marce e da tagliare via certe sono solo da potare ma devo lasciare che le rondini vi riposino, creino altra vita alla mia vita. Sono vuota, infetta nella pancia di una malattia vegetale. Sono bella di poesia e di cuore e di miele e di sangue.
Sono muta di parole di accidenti di malumori.
Sono calda di cielo di mare e di sale.
Sono vitale di speranze e di rese.

Quello che mi viene da pensare è che già scrivevo di piante, di mondo vegetale, di natura che vive e cresce. Nel giorno in cui ho terminato Una barca nel bosco di Paola Mastrocola sentendomi parte totale del delirio verde del protagonista e della sua inadeguatezza verso il resto del mondo, ho trovato parole che a ventun anni non riuscivo a trattenere. Avevo ventuno anni accidenti, e doveva ancora iniziare l'inferno.
Ho grandi ragioni, ma enormi davvero, per essere indulgente con me stessa, per volere più bene a quel mio primo amore così affaticato, per guardare indietro e capire da dove trascino il senso di incapacità che non riesco mai ad appoggiare. Quanto sentimento ho sottovalutato! Quante difficoltà ho superato! E meno male che ho scritto tutto, come al solito, meno male che ho le prove per ricordare al mio peggior giudice che sono stata proprio brava.

martedì 22 ottobre 2013

Un viaggio con lei

Raro post della pausa pranzo, giusto un attimo prima di riprendere la lettura dei soliti articoli in inglese.
Questa mattina sono salita in ufficio più tardi, alle nove avevo terapia e quindi prima delle dieci e mezza non sono riuscita ad arrivare. A colazione mi sono concessa una brioche che con la birra di ieri sera fanno un po' troppi lieviti in meno di ventiquattro ore, ma pazienza.
Per andare nello studio devo prendere il solito bus, il 44 e scendere dalla piazza. Il tragitto è breve se non fosse che alla mattina la zona che attraversa è terribilmente trafficata, quindi ci vogliono almeno una decina di minuti per arrivare a destinazione. Sono riuscita a sedermi nell'ultimo posto disponibile, uno di quelli in coda, che basta una frenata per ritrovarsi a correre in mezzo all'autobus. Chissà a cosa ho pensato, so solo che a un certo punto mi sono alzata per avvicinarmi alla discesa, ed è lì che l'ho vista. Non so da quanto mi stesse osservando, stava ferma, un po' pallida, e mi guardava con quegli occhi grandi, giovani e chiari. Vicino alle porte centrali, seduta composta con la borsetta in grembo, c'era mia nonna, materna. In verità quella donna di mia nonna aveva solo lo sguardo, l"intonazione" dello sguardo, profonda, dura, tenace, un po' giudice forse, ma con un velo sottile di benevolenza. Mia nonna Rosetta è morta che avevo 8 anni e me lo ricordo. Ricordo che i miei mi lasciarono da Elisa, un'amichetta delle elementari, per qualche giorno, il tempo di permetterle di morire in pace e di organizzare i funerali. Ricordo che mi dissero che era caduta e che si era rotta il naso, per anni ho pensato che rompersi il naso fosse una cosa molto grave, per cui si potesse anche morire, a volte.
Il giorno del funerale andai in giro con Maura, la mia babysitter, c'erano i manifesti funebri attaccati per il paese e io cercavo di leggerci il mio nome, ora non so più dire se lo avessi trovato. Ricordo di non aver visto mia mamma piangere, ma ricordo che da Elisa venne a riprendermi anche papà, con la giacca di renna, e capii subito che la nonna non l'avrei più rivista. Quella sera mangiammo bresaola.
Con il senno di poi capisco la scelta di un pasto già pronto, probabilmente comprato al super all'ultimo minuto, dopo giorni di flebo, ricambi, camici e scelte.
Negli anni le cose mi sono state raccontate meglio, mi è stato spiegato il forte dimagrimento della nonna negli ultimi mesi, il suo pudore nel chiedere aiuto e lasciarsi curare, i suoi silenzi, la sua caduta, il suo naso rotto.
Qui ho sempre scritto poco di lei, una delle tante donne di quel ramo della famiglia, forse ho raccontato del suo affanno quando mi portava con sé al mercato, dei suoi capelli lunghissimi e grigi raccolti in un muccio perfetto ogni mattina. Non l'ho mai vista con i capelli sciolti, è un'altra cosa che mi hanno raccontato dopo, ho sempre creduto che li avesse così da quando era nata. Mia nonna vestiva sempre di scuro, senza essere a lutto, ma forse se si perde un fratello ragazzo, partigiano ucciso in un'imboscata a guerra praticamente conclusa, si resta in lutto tutta la vita. Mia nonna, a modo suo, ha sopportato mio nonno, e questo fa di lei, ai miei occhi, una martire...comunque siano andate le cose e nonostante la sua presenza nella mia crescita probabilmente abbia fatto molti danni. Mia nonna era alta, grande, con delle spalle larghissime e un sorriso dolce, a labbra chiuse, per non mostrare i pochi denti rimasti. Ricordo che da piccola la chiamai una volta Gargamella e la mamma mi rimproverò, dicendomi che non dovevo offenderla. Le davo i baci sulle guance morbidissime, ma molto raramente, la mano invece me la stringeva spesso e la sua era robusta, ossuta e forte. Di mia nonna ricordo perfettamente la voce, cosa che per anni, di mio padre, non ho ricordato, nonostante fosse una sua caratteristica distintiva. L'insistenza con cui la signora sul bus mi guardava mi ha messo a disagio, sembrava volermi rimproverare, sembrava volermi ricordare qualcosa di importante su cui riflettere. Forse per questo, nell'ora di terapia, abbiamo parlato a lungo di cose della mia infanzia e anche di mia nonna. Da mia nonna ho ereditato qualcosa, ma non so cosa, forse il suo stare in silenzio davanti alle cose sbagliate, sicuramente non la tenacia, né l'aspetto. Di mia nonna ho ereditato anche il mio problema di coagulazione, nella foto quassù, sulla sinistra, c'è anche lei con la gamba fasciata proprio come la mia. Lì, mentre riempivo l'annaffiatoio per dare l'acqua ai suoi fiori, lei mi sorvegliava in disparte, in silenzio, probabilmente osservandomi con quello sguardo strano.

lunedì 30 maggio 2011

Impegni e lamponi


I lamponi sono quelli del mio terrazzo e oggi è una buona giornata.
E' lunga e stancante: lezione da sola ai ragazzi del primo anno, peripezie lavorative, frittata di senape ingoiata al volo, iscrizione al corso di primo soccorso (!) fatta in extremis, salto veloce sul terrazzo giusto per dare un pò d'acqua ai semi, fotografare il primo nasturzio e raccogliere i suddetti lamponi e ora casa di mamma, pronta a studiare per l'animazione di domattina, quando i bimbi dovranno imparare cos'è una falda acquifera.
Ma è una buona giornata, perchè tanti tasselli al lavoro sono andati a posto, perchè ho attraversato Genova a piedi con un bel sole e senza zoppicare troppo, perchè a Milano e a Napoli c'è stata una vittoria importante!
E in questo post non mi resta che organizzarmi per le prossime settimane, usando la pagina come fosse un'agenda, in cui riassestare appuntamenti di lavoro, feste, cene e tutto il resto...cominciando da domani...

- Domani: animazione lunga, mattina e pomeriggio con i nani delle elementari, cercando di non guardarli innamorata non appena arrivano con i loro cappellini colorati...
- Il giorno dopo domani: Workshop all day long al Politecnico di Milano, dove ancora spero si festeggi la libertà!
- Giovedì: una festa per dormire e prendere un sacco di sole
- Venerdì: lavoro!
- Sabato e Domenica: week end sul Lago Maggiore per festeggiare il Prof
- Lunedì: giornata di lavoro iper stressante
- Martedì: Maxi Apericena sul mio terrazzo con i ragazzi di Terra!, per organizzare
la Festa degli Orti...occorrerà iniziare a cucinare nel primo pomeriggio!
- Mercoledì: Lavoro e pilates!
- Giovedì: un meritatissimo salto dall'estetista e poi pranzo di lavoro super
professional
- Venerdì: attesissimo addio al nubilato!
- Sabato: Festa della Sardina!!!

E potrei continuare all'infinito...
Quanto sarebbe più facile con un lavoro fisso e non tremila cose traballanti...ma guardiamo il lato positivo della cosa: impossibile fermarsi a pensare!

domenica 26 settembre 2010

Verdura vera nei giardini di plastica


Sabato Terra! Onlus è stata a Gaia2.
Cos'è Gaia2?
In realtà non lo so, nel senso che so che si tratta di una manifestazione sull'ambiente, sulla sostenibilità, sull'importanza delle buone pratiche, della salvaguardia del territorio, dei prodotti locali e del mondo in senso generale.
L'iniziativa alla quale abbiamo partecipato noi si chiamava "Orti d'oltremare" e prevedeva alcuni dibattiti sul verde cittadino, sulla possibilità di recuperare e valorizzare spazi abbandonati, aree urbane in disuso, zone potenzialmente ricche di biodiversità vegetale e umana, ma lasciate prive di visibilità.
Il mio ruolo è consistito nella vendita delle verdure coltivate nella valle di Vesima dagli amici produttori locali con la tecnica del BRF e dalla Fra negli Orti Sinergici. Non sto qui a spiegare come funzionano queste due pratiche agricole, ma voglio raccontare la giornata di sabato.
Arrivati ai Giardini di Plastica abbiamo scaricato decine di cassette di verdure, frutta, materiale informativo e abbiamo allestito un vero e proprio banchetto sui bordi dei vecchi lavatoi aperti per l'occasione. Nelle nostre cassette offrivamo patate, melanzane, insalata, pomodori, friggitelli, aromi, cetrioli, zucche, basilico, uva fragola, ma anche miele, tisane, limoncello e sciroppo di rosa. Il problema è sorto quando dovevamo cominciare a vendere e preparare l'aperitivo a base di bruschette con i pomodori locali: dove ci posizioniamo noi?
Soluzione: dentro le vasche! E così è stato, per tutto il pomeriggio abbiamo accolto lì curiosi, persone alla ricerca di informazioni e notizie sulla nostra produzione o venuti per comprare verdura fresca.
Intanto nel cortile davanti ai lavatoi sono stati organizzati dibattiti in tema, tra cui un'emozionante e romantica intervista a Libereso Guglielmi, il giardiniere di Italo Calvino.
Col buio abbiamo raccolto tutto e siamo tornati a casa, con le cassette quasi vuote e tanti contatti in più. Una nuove esperienza, divertente e produttiva, che ho vissuto a due passi da casa, circondata dagli amici che sono venuti a trovarmi per un saluto, due chiacchiere e qualche foto.
A tal proposito il consueto grazie ad Andrea, l'immagine del post è sua e avrei potuto fare anche di peggio, mettendo il mio primo piano con un enorme cetriolo in mano...
Presto un post sulla domenica altrettanto bella, di questo strano week end di fine settembre.

sabato 20 febbraio 2010

libera il giardiniere che è in te...


Ho conosciuto il Guerrilla Gardening qualche anno fa, per caso. Mi affascinava l'idea della spontaneità e della condivisione, del buio e del colore dei fiori. Quindi ho cominciato a fare ricerche: prima il web, poi le librerie e ora eccomi qua, reduce da un incontro con i fondatori italiani del movimento e da due chiacchiere con loro davanti al buon vino biologico di Valli Unite.
In verità i tempi dilatati del mio percorso di guerrigliera mi hanno permesso di affrontare l'argomento con molte persone e in diverse situazioni, di confrontarmi con punti di vista differenti, di leggere il libro sotto al sole salentino e prendere una mia precisa posizione sulla cosa.
Per chi non lo sapesse Guerrilla Gardening è un movimento internazionale (mondiale veramente), che riunisce cittadini qualunque, di città qualunque, età qualunque, religione qualunque, credo politico qualunque: unico punto in comune l'amore per la natura, l'esigenza di sperimentare e sperimentarsi, la voglia di verde tra il grigio cemento.
In Italia ci sono diversi gruppi, più o meno organizzati e vari, che hanno condotto "attacchi verdi" notturni con l'intento di riqualificare spazi vuoti tra le case, aiuole abbandonate, lembi di terra ricoperti di rifiuti.
Io stessa, e mamma ancor di più, abbiamo preso in custodia una fascetta scoscesa quasi in spiaggia e ogni estate, alla sera, i passanti che alzano il naso possono vedere una guerrigliera con stivali e annaffiatoio che si prende cura di edera, oleandri, agavi...
Ieri, con Terra! che ormai mi dà tante opportunità e soddisfazioni, abbiamo organizzato un incontro presso la Facoltà di Architettura della mi città, con Michele e Fabio (i guerriglieri di Milano). Nonostante un doppio sciopero dei mezzi pubblici che ha paralizzato il traffico e un clima terribile (pioggia incessante, freddo, vento e neve a bassa quota), l’affluenza è stata molto buona. Ad una partenza lenta è infatti seguito un corposo arrivo di persone: ragazzi giovani e meno giovani, cittadini impegnati in azioni di recupero urbano, giardinieri della domenica, mamme con bambini piccoli, semplici curiosi.
L’incontro è stato moderato da Giorgio Boratto, amico giornalista dallo spirito verde, la nostra Giorgia ha brevemente raccontato l’attività di Terra!, ma la parola è stata presto lasciata ai due ospiti che hanno illustrato le caratteristiche del movimento Guerrilla Gardening, le sue problematiche, le difficoltà e le soddisfazioni raggiunte.
Le fotografie proiettate hanno aiutato a comprendere l’entità degli “attacchi verdi” e la loro ricaduta sul territorio, non solo estetica ma anche fortemente simbolica. Il pubblico ha potuto interagire con gli ospiti facendo interventi, raccontando le proprie esperienze, ponendo domande e quesiti sulla legalità e sull’opportunità di confrontarsi o meno con le Istituzioni.
Il dopo conferenza è stato al Centro Culturale Belleville, dove abbiamo chiacchierato ancora e ancora, dove ho fatto bei discorsi con la mia amica Francesca e bevuto (troppo!) vino. Ora si che mi sento guerrigliera dentro e mi riconosco in un movimento "che in realtà non esiste", perchè chiunque può prendere una zappa, scendere in strada e piantare un fiore.

domenica 24 gennaio 2010

Smalto, rossetto e pollice verde: un libro per sognare


Questo post sarà un tentativo di recensione di un libro che mi ha conquistata subito, appena l'ho visto sugli scaffali della libreria. E' ormai con me da qualche mese e ogni volta che ho bisogno di conforto dal grigiore quotidiano lo prendo e lo sfoglio.
Ha lo stesso effetto di una giornata all'aperto in un parco, di un giro nel web alla ricerca di blog come quelli che trovate in fondo alla mia pagina, di un film come Il giardino segreto o Il pranzo di Babette.
Il libro in questione, che vedete in fotografia nel suo habitat naturale (la carriola porta vasi che c'è qui fuori in terrazzo), si intitola Smalto, rossetto e pollice verde ed è di Laetitia Maklouf.
Mi rendo conto che le premesse non siano delle migliori, ma vi dirò che l'indice è composto da parole come decorare, gustare, sorseggiare, coltivare, lussureggiare e verdi voglie...in pratica il riassunto di tutto ciò che mi rilassa e mi interessa. L'autrice racconta di essere stata folgorata dal giardinaggio mentre lavorava in ufficio e di aver mollato tutto per iscriversi ad un corso di orticoltura e seguire il suo sogno: ehm, dovrei forse pormi qualche fondamentale domanda?
Sicuramente in questa pagine lucide coloratissime e piene di foto affascinanti non ci sono le risposte che cerco e forse le notizie e i suggerimenti scritti nel libro non sono scientificamente impeccabili, ma ci sono frasi come "...Non è mai esistita una sola pianta nella storia del mondo che non sia cresciuta per paura di morire; sono gli uomini e le donne che si comportano così: evitano di fare cose per il rischio che non vadano per il verso giusto..." che io trovo semplicemente perfetta. Perfetta per me, si intende.
Troverete capitoli dedicati alla scelta della terra e degli utensili adatti a lavorarla, si trovano definizioni base e consigli sui tipi di piante in commercio.
Leggendo alla sera sotto le coperte ho imparato a decorare una tavola con ciclamini in tazzina, a mangiare i nasturzi, ad abbellire vecchi barattoli di marmellata e a regalare bulbi primaverili ai nuovi nati. Ci sono un'infinità di strane ricette e di principi base del giardinaggio.
Credo che non sia un libro per tutti, perchè è davvero insolito e ha un taglio forse incomprensibile ai più, questo può sembrare un discorso presuntuoso ma voglio dire tutt'altro: mi sono trovata davanti a qualcosa che mi ha saputo attrarre subito e continua a farlo, nonostante con tutta probabilità non abbia nulla di particolare o di irresistibile.
Per chi di voi sia comunque curioso e voglia dargli un'occhiata è un libro del 2008, edizioni TEA e costa sui 25 euro. Su You Tube si trovano anche alcuni video dell'autrice, in inglese.
Buona lettura