Che avrei scritto questo post lo avevo mezzo annunciato la settimana scorsa.
Ci ho riflettuto su ancora un poco e mi sono decisa: ho pensato che, nonostante la grande quantità di condivisioni più o meno autorevoli sul tema, valeva la pena di dire pure la mia e non perché abbia un punto di vista originale, tanto meno indispensabile, ma perché scrivere della Fashion Revolution serve innanzi tutto a me, per mettere in ordine le cose che ho in mente.
Quindi ecco il post sulla settimana della moda sostenibile, finita giusto ieri, mentre mangiavo prodotti a km zero in un agririfugio super green, raggiunto prendendo prima il treno e poi camminando a piedi. Cosa c'entra? C'entra eccome e ora ve lo dimostro.
Inizio con i link utili per capire un pochino di più che cosa si intenda per Fashion Revolution Week:
- Sito ufficiale del progetto (o forse dovrei scrivere del movimento, perché di questo in fondo si tratta).
- Video di Carotilla (se non sapete chi sia fatevi un giro sul suo canale, è piacevole, spesso regala buoni consigli se si ha intenzione di fare un viaggio a New York e in tante occasioni ha parlato del tema moda sostenibile).
- Video di The Bluebird Kitchen (blogger che si occupa principalmente di cibo, ma non solo: questo e altri video lo dimostrano bene. Date un'occhiata anche al suo bellissimo sito).
- Pagina di Marina Spadafora, una delle più grandi esponenti italiane (forse la più grande?) del mondo della moda etica, tanto da essere art director di Auteurs du Monde.
- Sito del documentario che mi ha aperto (ulteriormente) gli occhi su questo tema. In effetti, a onor del vero, ho visto The True Cost quando già camminavo sul sentiero della sostenibilità nel campo dell'abbigliamento: stavo cercando di informarmi meglio e questo film mi ha dato una sberla a cento chilometri all'ora (lo trovate anche su Netflix).
Ci sarebbero altri mille link utili che si occupano attivamente di moda etica, di negozi in cui comprare, di realtà piccole e medie che vale la pena sostenere. Non credo però di essere abbastanza preparata per dare consigli, appena l'anno scorso condividevo questo mio post, di strada nuova ne ho fatta tanta, ma credo di poterne e doverne fare ancora moltissima.
A proposito, quali sono le mie azioni quotidiane (o quasi) per sostenere la causa della Fashion Revolution? Concludo con una sorta di tavola dei comandamenti che non ha davvero nulla di straordinario e che leggerete quasi uguale in qualsiasi altro posto cercherete informazioni su come intraprendere la via della consapevolezza nell'ambito della moda sostenibile. Io, quello che posso dirvi dal profondo del cuore è che mi sento infinitamente meglio da quando ho iniziato questo percorso e davvero non credo tornerò indietro facilmente.
Mangio sano e faccio attenzione a quello che metto nel piatto (per salvaguardare la mia salute e quella del mondo in cui vivo), cammino nella natura ogni volta che posso, perché mai dovrei finanziare, comprando una semplice maglietta estiva, chi non presta ascolto ai diritti delle persone e dell'ambiente?
Ecco il mio decalogo:
1. Compro meno (e per meno intendo MOLTO meno)
2. Compro solo dopo aver controllato in tutti i posti a me accessibili (mail al customer care compresa) la provenienza dei capi e le informazioni sulla loro produzione. Se un brand è sostenibile state pur certi che lo scriverà ovunque potrà. Per contro può succedere che certe marche si dichiarino etiche e poi non lo siano granché: in questi casi fatevi aiutare dal prezzo. Se qualcosa costa poco, molto probabilmente ci sta rimettendo qualcuno (leggi l'operaio che produce il vestito e l'ambiente che paga costi altissimi).
3. Scelgo il più possibile prodotti Altromercato, perché sono certificati in maniera chiara e sicura, anche per quanto riguarda, per esempio, la lavorazione, le stoffe e le materie prime. Quando i capi di che trovo nelle Botteghe Solidali non incontrano il mio gusto cerco negozi di cui mi fido, dove so di poter chiedere informazioni su quello che sto acquistando, oppure mi rivolgo direttamente al magico mondo del vintage, che mi regala sempre grandissime soddisfazioni.
4. Non entro più nei mega store di fast fashion. Non è stato difficile come pensavo, anzi, nemmeno all'inizio.
5. Organizzo scambi di vestiti con le amiche e, ogni tanto, mercatini dove posso contemporaneamente vendere ciò che non indosso e trovare quello che cerco sul banchetto di qualcun altro.
6. Se un vestito che ho nell'armadio non mi piace più ma è ancora in buono stato provo a modificarlo, di solito con l'aiuto di mamma, per renderlo di nuovo di mio gusto.
7. Quando compro cerco di acquistare con la testa e non con la pancia, per due ragioni: perché molto probabilmente sto spendendo più di quanto di solito investivo in un unico capo di abbigliamento e perché quello che compro voglio che mi duri parecchio. Per questa ragione, di solito, evito lo shopping compulsivo e scelgo colori e/o fantasie facilmente abbinabili.
8. Stabilisco dei punti fermi: i jeans di Par.co, per esempio, perché so che mi stanno bene e, nell'attesa di trovare qualche altro brand di denim con prezzi così buoni, sono il mio porto sicuro.
9. Mi affido all'handmade ogni volta che posso. Ho la fortuna di avere moltissime maglie di lana filate da mia mamma, non porto camicie, la questione jeans è risolta (vedi punto 8), abitini e cappotti li scelgo rigorosamente vintage, perciò per quanto riguarda magliette e t-shirt mi butto sul fatto a mano. Anche in questo caso so dove rivolgermi.
10. Sono indulgente con me stessa. Non mi riesce facile, tutt'altro, chi mi conosce sa che ogni occasione è buona per autogiudicarmi. Però ci sono ancora capi che non riesco a comprare in maniera completamente sostenibile: abbigliamento tecnico, scarpe e intimo sopra a tutti. Per quanto riguarda il primo caso quando posso scelgo Patagonia, ma le magliette usa e getta per camminare e/o correre non posso proprio permettermele. Idem per le scarpe: cerco il fatto a mano o il prodotto etico ma non sempre lo acquisto, a volte perché è troppo costoso, a volte perché semplicemente non c'è. L'intimo è, infine, l'ultimo tasto dolente: non trovo nulla che non sia o Amish o costosissimo e, per ora, non sono disposta né a farmi suora né a rubare per comprarmi le mutande.
Ecco, questo post è chilometrico, immagino che nessuno sia riuscito ad arrivare fino a qui, in caso affermativo grazie infinite perché è un argomento a cui tengo molto e a cui mi dedico altrettanto. Prossimo obiettivo: fare acquisti in previsione, ovvero non trovarmi improvvisamente senza giaccone pesante in pieno inverno e senza soldi per comprare il piumino tre in uno di Patagonia.
lunedì 1 maggio 2017
martedì 25 aprile 2017
"Amava la campagna, i monti, i fiori"
L'anno scorso, in questo periodo, scrivevo del mio viaggio a Bergamo, dove ero riuscita a comprare molti vestiti prodotti in maniera etica ed ecosostenibile.
Quest'anno volevo riprendere l'argomento Fashion Revolution, magari segnalando anche qualche marca attenta alle tematiche e spiegando un pochino come faccio io a portare avanti ogni giorno questa piccola grande impresa.
Poi sono successe un po' di cose, tipo che mi sarebbe anche piaciuto scrivere della gita fatta nel ponte appena trascorso, ma poi la gita (già prenotata e un sacco sognata!) è saltata a causa del meteo.
Quindi i piani si sono un po' ribaltati, della questione "Who made my clothes" ho deciso di parlare alla fine della Fashion Revolution Week segnalando anche qualche link utile e oggi, 25 Aprile, sono andata a fare un giro nella mia città alla ricerca di luoghi della memoria.
Prima tappa Villa Migone, che, lo ammetto, non sapevo esistesse. In questo luogo meraviglioso, attualmente un B&B così bello che mi piacerebbe abitare fuori Genova per andarci a dormire, è stata firmata la resa dell'esercito tedesco il 25 Aprile del 1945. Ieri avevano già organizzato delle celebrazioni, mentre oggi il palazzo era visitabile in tutto il suo splendore. Sul tavolo della sala il documento che dichiara la Liberazione e nel cuore di tutti, ne sono sicura, parecchia commozione.
Il secondo luogo dove siamo andati è stato La Casa dello Studente di Corso Gastaldi, il posto in cui partigiani e antifascisti venivano chiusi per essere torturati e poi variamente uccisi, deportati nei campi di sterminio o messi in carcere.
Se a Villa Migone mi ero sentita bene e piena di emozioni positive, qui ho fatto fatica a non piangere (e, infatti, non ci sono riuscita). Da quelle celle minuscole, sui muri delle quali si leggono ancora scritte incise con le unghie dai detenuti e dediche di addio, sono passati almeno due membri della mia famiglia. Lo zio Giacomo, partigiano prima ferito in un agguato, poi torturato e ucciso e sua sorella Teresa, staffetta coraggiosa che non parlò nonostante le cose abominevoli che le fecero.
I racconti di quello che accadde negli anni della guerra li ascolto da quando sono bambina: dalla parte di mamma conto un nonno prigioniero a Mauthausen e una nonna staffetta come la sorella Teresa, pronte ad aiutare i ragazzi dei monti e a piangerli con dignità, come successe per il povero Giacomo; dalla parte di papà, invece, c'erano nonna Licia e nonno Luigi, lei staffetta incinta di mio padre (nato nel 1943) e lui partigiano che vide suo figlio soltanto a guerra terminata, un anno e mezzo dopo.
Quando oggi davanti agli elenchi delle persone che passarono dalla casa dello Studente ho letto il nome di mio zio non ho trattenuto le lacrime, perché ho pensato a quanto sono distante, io, da comportamenti così incredibilmente eroici. Nonostante il mio impegno quotidiano (e la questione acquisti sostenibili è solo uno dei timidi tentativi che faccio per essere una persona attenta a chi vive su questa Terra come me), non riesco neppure a immaginare cosa possa significare morire per un ideale. Tra le lettere che ho letto oggi pomeriggio c'era quella di Rudolf Fischer alla figlia, che a un certo punto dice così: « Noi » è di piú che non « io ».
Mi sento piccola di fronte a tutto questo coraggio e non posso fare altro che continuare per la mia strada lastricata di scelte intransigenti, spesso così cocciuta da apparire ingenua.
Del resto Augusto Miroglio di mio zio Giacomo scriveva "Amava la campagna, i monti, i fiori".
Da qualcuno credo (spero) di aver preso.
Quest'anno volevo riprendere l'argomento Fashion Revolution, magari segnalando anche qualche marca attenta alle tematiche e spiegando un pochino come faccio io a portare avanti ogni giorno questa piccola grande impresa.
Poi sono successe un po' di cose, tipo che mi sarebbe anche piaciuto scrivere della gita fatta nel ponte appena trascorso, ma poi la gita (già prenotata e un sacco sognata!) è saltata a causa del meteo.
Quindi i piani si sono un po' ribaltati, della questione "Who made my clothes" ho deciso di parlare alla fine della Fashion Revolution Week segnalando anche qualche link utile e oggi, 25 Aprile, sono andata a fare un giro nella mia città alla ricerca di luoghi della memoria.
Prima tappa Villa Migone, che, lo ammetto, non sapevo esistesse. In questo luogo meraviglioso, attualmente un B&B così bello che mi piacerebbe abitare fuori Genova per andarci a dormire, è stata firmata la resa dell'esercito tedesco il 25 Aprile del 1945. Ieri avevano già organizzato delle celebrazioni, mentre oggi il palazzo era visitabile in tutto il suo splendore. Sul tavolo della sala il documento che dichiara la Liberazione e nel cuore di tutti, ne sono sicura, parecchia commozione.
Il secondo luogo dove siamo andati è stato La Casa dello Studente di Corso Gastaldi, il posto in cui partigiani e antifascisti venivano chiusi per essere torturati e poi variamente uccisi, deportati nei campi di sterminio o messi in carcere.
Se a Villa Migone mi ero sentita bene e piena di emozioni positive, qui ho fatto fatica a non piangere (e, infatti, non ci sono riuscita). Da quelle celle minuscole, sui muri delle quali si leggono ancora scritte incise con le unghie dai detenuti e dediche di addio, sono passati almeno due membri della mia famiglia. Lo zio Giacomo, partigiano prima ferito in un agguato, poi torturato e ucciso e sua sorella Teresa, staffetta coraggiosa che non parlò nonostante le cose abominevoli che le fecero.
I racconti di quello che accadde negli anni della guerra li ascolto da quando sono bambina: dalla parte di mamma conto un nonno prigioniero a Mauthausen e una nonna staffetta come la sorella Teresa, pronte ad aiutare i ragazzi dei monti e a piangerli con dignità, come successe per il povero Giacomo; dalla parte di papà, invece, c'erano nonna Licia e nonno Luigi, lei staffetta incinta di mio padre (nato nel 1943) e lui partigiano che vide suo figlio soltanto a guerra terminata, un anno e mezzo dopo.
Quando oggi davanti agli elenchi delle persone che passarono dalla casa dello Studente ho letto il nome di mio zio non ho trattenuto le lacrime, perché ho pensato a quanto sono distante, io, da comportamenti così incredibilmente eroici. Nonostante il mio impegno quotidiano (e la questione acquisti sostenibili è solo uno dei timidi tentativi che faccio per essere una persona attenta a chi vive su questa Terra come me), non riesco neppure a immaginare cosa possa significare morire per un ideale. Tra le lettere che ho letto oggi pomeriggio c'era quella di Rudolf Fischer alla figlia, che a un certo punto dice così: « Noi » è di piú che non « io ».
Mi sento piccola di fronte a tutto questo coraggio e non posso fare altro che continuare per la mia strada lastricata di scelte intransigenti, spesso così cocciuta da apparire ingenua.
Del resto Augusto Miroglio di mio zio Giacomo scriveva "Amava la campagna, i monti, i fiori".
Da qualcuno credo (spero) di aver preso.
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domenica 16 aprile 2017
Un giorno a Milano
Io ci provo, eh, a raccontare della gita a Milano, ma mica lo so se riesco a rendere bene l'idea di quanto sia stata bella.
Organizzata all'ultimo minuto come reazione alle pessime previsioni meteo su Genova aveva, di base, tre obiettivi:
1. Visitare il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia
2. Vedere i fenicotteri rosa di Villa Invernizzi
3. Fare un giro nel quartiere giardino di Via Lincoln
Siamo riusciti in tutte e tre le imprese, in più:
- abbiamo sbirciato dentro il Mercatino Penelope (un luogo meraviglioso dove desideravo entrare da tanto, incontrato per caso)
- abbiamo pranzato qui (per la cronaca: buonissimo, andateci!)
- siamo entrati dalla Rinascente per fare pipì, perché in un posto così grande che non ha nemmeno un angolo esclusivamente dedicato all'abbigliamento fair trade non ho potuto fare altro (a parte incazzarmi)
- abbiamo toccato al volo la tappa tradizionale da Muji dove ho comprato la solita penna e una nuova candela profumata. Questo acquisto merita due righe in più perché l'essenza che ho scelto è zenzero e timo limoncino: una delle piante che incontriamo spesso durante le gite e in cui affondiamo le mani ogni volta, sfregando per bene i polpastrelli sulle foglie profumatissime.
Il vero pretesto per vedere il Museo della Scienza, in realtà, ce lo hanno regalato i laboratori della Tinkering Zone aperti al pubblico: abbiamo pensato potessero essere fonte di ispirazione per qualcuna delle nostre attività e, devo ammetterlo, costruire un flipper è stato davvero divertente. In questo spazio allestito benissimo ho trovato un sacco di idee interessanti, soprattutto su possibili materiali da utilizzare durante i miei laboratori e su come conservarli al meglio.
A casa avrei decisamente bisogno di una stanza aggiuntiva, ormai un ripiano della dispensa, un tavolino e un carrello in camera da letto non bastano più e osservare soluzionisemplici geniali per riporre in ordine le cose mi è stato di grande aiuto. Anche vedere che le attività didattiche proposte dal museo sono spesso simili alle mie mi ha fatto molto bene: un po' di autostima in più è sempre ben accetta.
Per quanto riguarda l'esposizione nei vari padiglioni, beh, è splendida. Unica grande delusione il bookshop chiuso in pausa pranzo: per carità, un sacrosanto diritto, ma avevo già in programma di fare incetta di libri interessanti e sono rimasta a bocca asciutta.
Il tempo è stato bello e super caldo, tutto ciò che ho visto mi ha riempito gli occhi e sono tornata a casa con quella sensazione di aver solo sognato.
E invece no, è successo davvero.
P.S. I fenicotteri di Villa Invernizzi valgono comunque un viaggio a Milano, così come il quartiere arcobaleno: ci sono piante di palma e banana, casette color lavanda, cancelli, giardini, rose, viuzze interne e cortili. Vorrete abitarci subito e, se le vostre risorse economiche ve lo permetteranno, io farò il tifo per voi.
Organizzata all'ultimo minuto come reazione alle pessime previsioni meteo su Genova aveva, di base, tre obiettivi:
1. Visitare il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia
2. Vedere i fenicotteri rosa di Villa Invernizzi
3. Fare un giro nel quartiere giardino di Via Lincoln
Siamo riusciti in tutte e tre le imprese, in più:
- abbiamo sbirciato dentro il Mercatino Penelope (un luogo meraviglioso dove desideravo entrare da tanto, incontrato per caso)
- abbiamo pranzato qui (per la cronaca: buonissimo, andateci!)
- siamo entrati dalla Rinascente per fare pipì, perché in un posto così grande che non ha nemmeno un angolo esclusivamente dedicato all'abbigliamento fair trade non ho potuto fare altro (a parte incazzarmi)
- abbiamo toccato al volo la tappa tradizionale da Muji dove ho comprato la solita penna e una nuova candela profumata. Questo acquisto merita due righe in più perché l'essenza che ho scelto è zenzero e timo limoncino: una delle piante che incontriamo spesso durante le gite e in cui affondiamo le mani ogni volta, sfregando per bene i polpastrelli sulle foglie profumatissime.
Il vero pretesto per vedere il Museo della Scienza, in realtà, ce lo hanno regalato i laboratori della Tinkering Zone aperti al pubblico: abbiamo pensato potessero essere fonte di ispirazione per qualcuna delle nostre attività e, devo ammetterlo, costruire un flipper è stato davvero divertente. In questo spazio allestito benissimo ho trovato un sacco di idee interessanti, soprattutto su possibili materiali da utilizzare durante i miei laboratori e su come conservarli al meglio.
A casa avrei decisamente bisogno di una stanza aggiuntiva, ormai un ripiano della dispensa, un tavolino e un carrello in camera da letto non bastano più e osservare soluzioni
Per quanto riguarda l'esposizione nei vari padiglioni, beh, è splendida. Unica grande delusione il bookshop chiuso in pausa pranzo: per carità, un sacrosanto diritto, ma avevo già in programma di fare incetta di libri interessanti e sono rimasta a bocca asciutta.
Il tempo è stato bello e super caldo, tutto ciò che ho visto mi ha riempito gli occhi e sono tornata a casa con quella sensazione di aver solo sognato.
E invece no, è successo davvero.
P.S. I fenicotteri di Villa Invernizzi valgono comunque un viaggio a Milano, così come il quartiere arcobaleno: ci sono piante di palma e banana, casette color lavanda, cancelli, giardini, rose, viuzze interne e cortili. Vorrete abitarci subito e, se le vostre risorse economiche ve lo permetteranno, io farò il tifo per voi.
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lunedì 10 aprile 2017
Sì, me lo ricordo, grazie.
Il titolo che ho scelto, in realtà, me lo avete suggerito voi. Come? Trovando il mio blog con questa chiave di ricerca: "Ricordati di essere felice".
Probabilmente il post che vi sarà uscito fuori sarà questo. L'ho scritto ormai cinque anni fa (!), quando ancora mettevo una frase dopo l'altra, senza stacchi, grassetti, corsivi, come un flusso di pensieri alla Joyce, incurante di quanto potesse essere difficile leggere una roba così.
Ora il mio stile è un poco più snello, ma i ricordi belli, quelli che mi fanno le coccole, sono sempre gli stessi. Ed è buffo, perché proprio ieri, mentre riflettevo sul post che avrei scritto oggi, pensavo anche al passato e a quei piccoli grandi momenti che sorreggono il presente, basta correre lì un attimo, il tempo di risentire l'odore dell'erba o la morbidezza di una stoffa.
Dopo qualche settimana di assenza, per colpa del lavoro, della pioggia, della vita che non sempre gira bene, sono tornata a camminare su un sentiero, ricordandomi, quindi, di essere felice.
La gita che abbiamo fatto, tutta nuova dall'inizio alla fine, è cominciata con il Trenino di Casella e si è conclusa con il bus numero 13. Abbiamo viaggiato fino a Pino e da lì, a piedi, abbiamo raggiunto il Monte Alpe. Pochi fiori rispetto a quanti me ne aspettassi, decisamente più sole del previsto: il risultato è facilmente intuibile guardandomi in faccia, come sia la situazione spalle/braccia ve lo lascio solo immaginare. L'ultima salita verso la cima l'abbiamo forse presa un po' troppo diretta, ma ne è valsa la pena e il prato verdissimo su cui abbiamo mangiato e sonnecchiato ci ha ripagati della fatica. Ci sarebbe pure un aneddoto abbastanza assurdo su uno scarabeo stercorario, ma me lo tengo in serbo per il prossimo Leggermente, a tempo debito capirete il perché.
Il ritorno, via bosco, è stato ugualmente bello anche se un po' inquietante: una villetta custodita da cinque o sei levrieri, enormi e puntuti (e arrabbiati), una casa apparentemente abbandonata ma in realtà piena di antenne, parabole, pannelli solari e doppi vetri alle finestre, una riva fitta di vegetazione in cui tra gli alberi vicini erano incastrate decine di auto arrugginite, evidentemente lanciate nel vuoto per far perdere le loro tracce, i fiori velenosi dei maggiociondoli, un muro di pietra ricoperto di muschio verdissimo, i muscari viola sparsi qua e là, ma, soprattutto, nessun'anima viva ad esclusione di un gruppetto di ragazzi in stile Goonies (o Stranger Things, scegliete voi) intenti a risalire il sentiero con le bici.
Arrivati in un centro abitato abbiamo aspettato il primo bus e con il secondo siamo rientrati a casa, alla ricerca di un gelato per la merenda e per nulla stanchi nonostante la dozzina abbondante di chilometri percorsi.
Questa mattina, quando mi sono svegliata, ho riguardato la foto che ho messo quassù e l'ho sentita forte e chiara, la felicità.
Probabilmente il post che vi sarà uscito fuori sarà questo. L'ho scritto ormai cinque anni fa (!), quando ancora mettevo una frase dopo l'altra, senza stacchi, grassetti, corsivi, come un flusso di pensieri alla Joyce, incurante di quanto potesse essere difficile leggere una roba così.
Ora il mio stile è un poco più snello, ma i ricordi belli, quelli che mi fanno le coccole, sono sempre gli stessi. Ed è buffo, perché proprio ieri, mentre riflettevo sul post che avrei scritto oggi, pensavo anche al passato e a quei piccoli grandi momenti che sorreggono il presente, basta correre lì un attimo, il tempo di risentire l'odore dell'erba o la morbidezza di una stoffa.
Dopo qualche settimana di assenza, per colpa del lavoro, della pioggia, della vita che non sempre gira bene, sono tornata a camminare su un sentiero, ricordandomi, quindi, di essere felice.
La gita che abbiamo fatto, tutta nuova dall'inizio alla fine, è cominciata con il Trenino di Casella e si è conclusa con il bus numero 13. Abbiamo viaggiato fino a Pino e da lì, a piedi, abbiamo raggiunto il Monte Alpe. Pochi fiori rispetto a quanti me ne aspettassi, decisamente più sole del previsto: il risultato è facilmente intuibile guardandomi in faccia, come sia la situazione spalle/braccia ve lo lascio solo immaginare. L'ultima salita verso la cima l'abbiamo forse presa un po' troppo diretta, ma ne è valsa la pena e il prato verdissimo su cui abbiamo mangiato e sonnecchiato ci ha ripagati della fatica. Ci sarebbe pure un aneddoto abbastanza assurdo su uno scarabeo stercorario, ma me lo tengo in serbo per il prossimo Leggermente, a tempo debito capirete il perché.
Il ritorno, via bosco, è stato ugualmente bello anche se un po' inquietante: una villetta custodita da cinque o sei levrieri, enormi e puntuti (e arrabbiati), una casa apparentemente abbandonata ma in realtà piena di antenne, parabole, pannelli solari e doppi vetri alle finestre, una riva fitta di vegetazione in cui tra gli alberi vicini erano incastrate decine di auto arrugginite, evidentemente lanciate nel vuoto per far perdere le loro tracce, i fiori velenosi dei maggiociondoli, un muro di pietra ricoperto di muschio verdissimo, i muscari viola sparsi qua e là, ma, soprattutto, nessun'anima viva ad esclusione di un gruppetto di ragazzi in stile Goonies (o Stranger Things, scegliete voi) intenti a risalire il sentiero con le bici.
Arrivati in un centro abitato abbiamo aspettato il primo bus e con il secondo siamo rientrati a casa, alla ricerca di un gelato per la merenda e per nulla stanchi nonostante la dozzina abbondante di chilometri percorsi.
Questa mattina, quando mi sono svegliata, ho riguardato la foto che ho messo quassù e l'ho sentita forte e chiara, la felicità.
lunedì 3 aprile 2017
Turisti per caso
A volte, dopo settimane intense e faticose, capita che arrivi il week end e che sia il week end dei Rolli Days.
Quindi, sia con il bel tempo del sabato sia con la pioggia della domenica, sono andata a fare un giro per la mia città, felice di partecipare al contest Rolli Ambassador: un ottimo pretesto per scattare foto e provare a guardare i vicoli in cui cammino ogni giorno da un diverso punto di vista.
Dei Palazzi aperti per la prima volta in questa edizione non ne conoscevo quasi nessuno:
1. Palazzo Nicola Cicala
2. Palazzo Pinelli
3. Palazzo Franco Lercari
4. Palazzo De Franchi
5. Palazzo Brancaleone Grillo
6. Palazzo Doria Carcassi
Sono tutti i Rolli che ho visitato e, a parte l'enorme affluenza di persone davanti a ogni ingresso, le cose che mi hanno colpita maggiormente sono tante e riguardano per lo più piccoli particolari inaspettati e, soprattutto, il contesto. Voglio provare a raccontare quello che mi è rimasto impresso di ogni palazzo andando con ordine e usando come faccio spesso il sistema dell'elenco:
1. Le fusioni tra palazzi, con i solai ad altezze diverse, le scale incastrate tra una parete portante e un arco ricavato chissà come, le colonnine di risulta che compaiono all'improvviso e i sedili per guardare fuori dalla finestra e pensare: tutto questo è mio.
2. Banalmente, ma inevitabilmente, i laggioni. Perché sarò burina ma un bagno così chi non lo vorrebbe? :-)
3. La storia di Megollo, che si incavola e taglia naso e orecchie ai suoi avversari per poi conservare il bottino in salamoia. Certamente è una vicenda degna di nota, ma a ricordarcela ci sono già i telamoni del Carlone, tanto forzuti quanto mutilati, pronti a reggere il portale in facciata. Qui, ciò che mi ha colpito di più è il cortile interno, con le bici appoggiate alla colonna e quel senso di tempo immobile, di sogno del dormiveglia, che ogni tanto capita e che è bello accogliere.
4. Anche se c'ero già stata anni fa, in occasione di un ricevimento dove servivo ai tavoli, le piante selvatiche che penzolano dai terrazzi e lasciano cadere le foglie nel cortile interno, la serie di finestre bianche che si incontra salendo le scale e le enormi sale così in contrasto con la strettezza dei vicoli che circondano il palazzo sono le cose che mi hanno colpita di più.
5. Il parquet che scricchiola mostruosamente a ogni passo e che non ha mai smesso di farsi sentire durante tutta la visita, il rosso delle lunette, i piccoli giardini che si intravvedono dalle finestre, l'ascensore moderno, così raro nel centro storico e le mele, ovunque.
6. Il presepe con le pelli di pecora vere per vestire i Re Magi, i soffitti pastello e il tavolo del transatlantico REX, affondato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Cos'altro ho amato di questi due giorni da turista per caso nella mia città? Il pranzo di ieri in Piazza Lavagna, tra lasagne al pesto, acciughe marinate con bruschette di pomodori e burrata, alberi in fiore e tranquillità.
Quindi, sia con il bel tempo del sabato sia con la pioggia della domenica, sono andata a fare un giro per la mia città, felice di partecipare al contest Rolli Ambassador: un ottimo pretesto per scattare foto e provare a guardare i vicoli in cui cammino ogni giorno da un diverso punto di vista.
Dei Palazzi aperti per la prima volta in questa edizione non ne conoscevo quasi nessuno:
1. Palazzo Nicola Cicala
2. Palazzo Pinelli
3. Palazzo Franco Lercari
4. Palazzo De Franchi
5. Palazzo Brancaleone Grillo
6. Palazzo Doria Carcassi
Sono tutti i Rolli che ho visitato e, a parte l'enorme affluenza di persone davanti a ogni ingresso, le cose che mi hanno colpita maggiormente sono tante e riguardano per lo più piccoli particolari inaspettati e, soprattutto, il contesto. Voglio provare a raccontare quello che mi è rimasto impresso di ogni palazzo andando con ordine e usando come faccio spesso il sistema dell'elenco:
1. Le fusioni tra palazzi, con i solai ad altezze diverse, le scale incastrate tra una parete portante e un arco ricavato chissà come, le colonnine di risulta che compaiono all'improvviso e i sedili per guardare fuori dalla finestra e pensare: tutto questo è mio.
2. Banalmente, ma inevitabilmente, i laggioni. Perché sarò burina ma un bagno così chi non lo vorrebbe? :-)
3. La storia di Megollo, che si incavola e taglia naso e orecchie ai suoi avversari per poi conservare il bottino in salamoia. Certamente è una vicenda degna di nota, ma a ricordarcela ci sono già i telamoni del Carlone, tanto forzuti quanto mutilati, pronti a reggere il portale in facciata. Qui, ciò che mi ha colpito di più è il cortile interno, con le bici appoggiate alla colonna e quel senso di tempo immobile, di sogno del dormiveglia, che ogni tanto capita e che è bello accogliere.
4. Anche se c'ero già stata anni fa, in occasione di un ricevimento dove servivo ai tavoli, le piante selvatiche che penzolano dai terrazzi e lasciano cadere le foglie nel cortile interno, la serie di finestre bianche che si incontra salendo le scale e le enormi sale così in contrasto con la strettezza dei vicoli che circondano il palazzo sono le cose che mi hanno colpita di più.
5. Il parquet che scricchiola mostruosamente a ogni passo e che non ha mai smesso di farsi sentire durante tutta la visita, il rosso delle lunette, i piccoli giardini che si intravvedono dalle finestre, l'ascensore moderno, così raro nel centro storico e le mele, ovunque.
6. Il presepe con le pelli di pecora vere per vestire i Re Magi, i soffitti pastello e il tavolo del transatlantico REX, affondato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Cos'altro ho amato di questi due giorni da turista per caso nella mia città? Il pranzo di ieri in Piazza Lavagna, tra lasagne al pesto, acciughe marinate con bruschette di pomodori e burrata, alberi in fiore e tranquillità.
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domenica 26 marzo 2017
Un passo dopo l'altro
Niente gite in questo periodo.
Il sole è ormai tiepido, a volte persino caldo, ma il lavoro mi tiene lontana dai sentieri.
Potrei disperarmi, ma non servirebbe. Ho deciso quindi di farli qui, in città, i passi. Uno dopo l'altro.
Ieri, per esempio, ho camminato davvero e ho camminato in senso figurato, il tutto senza quasi muovermi dal mio quartiere.
Alla mattina giretto in Villa Croce, faceva così caldo che dopo i primi cinque minuti sulla panchina ho tolto maglia e calzini e mi sono goduta un'oretta di luce piena, con un libro da leggere e due cani meravigliosi che giocavano sul prato accanto a noi.
Pranzo all'aperto, crema di ceci con calamari scottati, un salto all'orto di quartiere (perché l'idea di curare un pezzettino di terra ancora non mi ha abbandonata) e una lunga passeggiata fino alla nuova gelateria dove - sorpresa! - c'era anche un mercatino delle pulci di quelli che piacciono a me: sedie vintage, macchine fotografiche, specchi sbilenchi, collane improbabili, tazze colorate e mille altre cose tra cui perdersi.
Il pomeriggio, invece, ho smesso di camminare davvero e ho cominciato a farlo in senso figurato: alle 16.30 ho presentato Robotica creativa per giovani tecnologici alla Libreria l'Albero delle Lettere, un posto bellissimo dove ho comprato libri per anni e mai avrei immaginato di diventare, un giorno, uno degli autori in vendita.
Dopo una breve introduzione dell'editore ho allestito un piccolo laboratorio per i bimbi presenti: insieme abbiamo costruito le ormai mitiche scribbling machines usando i washi tape colorati e scarabocchiando in libertà per un'oretta abbondante. Il risultato? Un grosso Bristol bianco pieno di segni, punti, strisce, e trattini di tutti i colori che sto meditando di incorniciare e appendere in corridoio, in onore di questa giornata importante e speciale.
La settimana appena trascorsa è stata anche nuovi laboratori a scuola, dove ho finalmente dato sfogo a tutta la creatività scientifica che spesso mi tengo dentro e nuovi percorsi di didattica e aiuto, che porto nel cuore e custodisco con cura.
Nei giorni che verranno non so cosa succederà, so solo che il prossimo week end non si lavora e quindi, meteo permettendo, GITAAAAAAAAA!
domenica 19 marzo 2017
Una manciata di cose
Doveva essere un post pieno di sentieri, sole, alberi e mare... e invece ho la febbre. Niente gita, solo coperta e arretrati di lavoro da smaltire semi sdraiata a letto, ma non importa: tutto sommato avevo bisogno di riposo e il tempo fa schifo (lo dimostra la lavatrice piena che sta girando imperterrita nel mio bagno, ci fosse una volta che azzecco il giorno giusto per il bucato).
Il titolo che ho scelto dovrebbe lasciar intendere come ho intenzione di gestire il post di oggi: una manciata di cose scritte senza rifletterci troppo su, un elenco risolutore che mi permetterà contemporaneamente di fare poca fatica e di riordinare pensieri, obiettivi, scadenze e traguardi.
Direi quindi di iniziare subito:
1. Mi sono concessa dello shopping un paio di giorni fa, dopo mesi che non entravo in un negozio di abbigliamento e mi limitavo a rappezzare strappi e buchi nei vestiti. Ho acquistato tre maglie scontatissime (e bellissime) da Lo Spaventapasseri sfruttando l'ultima coda dei saldi invernali e un paio di jeans Par.co denim alla Bottega Solidale, convenienti pure quelli visti i millemila punti accumulati sulla tesserina.
2. Ho fatto rifornimento on line di materiali per i laboratori, in vista delle prime attività totalmente da free lance che mi hanno proposto. Ho trascorso una serata a spulciare siti, comparare offerte, calcolare tempi di spedizione... ora non resta che attendere la consegna!
3. I bambini e i ragazzi con cui sto facendo attività mi stanno regalando tanta soddisfazione: c'è chi ha terminato di costruire e programmare uno spirografo di Lego in metà del tempo che avevo previsto e chi ha mosso i primi passi nel campo della robotica educativa, senza scoraggiarsi e accettando di buon grado il lavoro di gruppo.
4. Mi sono cimentata nell'utilizzo dell'eyeliner e, devo dire, non ho fatto i danni che temevo. Due codine uguali uguali e tanto orgoglio! (Ah, ho usato uno di questi).
5. Ho ricevuto tutte le cartoline del giro dedicato a me di A year in a postcard, la foto quassù lo dimostra. Sono bellissime, ognuna a modo suo, perché portano con sé un pezzetto di chi l'ha spedita con un occhio di riguardo verso chi la deve ricevere. Sarebbe meraviglioso se ci comportassimo sempre così: attenti e protettivi verso il prossimo quanto verso noi stessi.
6. Ho ripreso a leggere, finalmente, e non ho altro da aggiungere!
7. Continuo a camminare nella mia città cercando e trovando la Primavera un po' ovunque. Quando succede, la fotografo.
8. Sto organizzando la prima presentazione in libreria di Robotica creativa per giovani tecnologici: sono felice,
9. Io, mai più l'avrei detto, mi sono innamorata della canzone di Carmen Consoli e Tiziano Ferro. Perché una frase così vale tutto: "Per non farti scappare chiusi la porta e consegnai la chiave a te".
10. Sono andata al cinema e ho visto Manchester by the sea, in questo caso nessuna citazione, sono le facce che contano (e che fanno un male boia, sappiatelo).
Che sono stanca e febbricitante l'ho già detto, quindi mi auto assolvo e la chiudo qui, sperando, nel prossimo post, di poter scrivere di gite meravigliose e nuove cose imparate.
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