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giovedì 26 ottobre 2017

Ho toccato il cielo con un dito


Laggiù, guardando attraverso l'occhio di Yubi, si intravvede il mio primo laboratorio da proponente free lance al Festival della Scienza di Genova.


In verità la primissima volta in cui partecipai come animatrice ero anche tra gli organizzatori, ma è passato tanto tempo e non correvo (ancora) da sola. L'argomento era anni luce, giusto per restare in tema con l'attività di questi giorni, lontano da quello di Il cielo con le dita, cellula più o meno impazzita della mostra Il cielo con un dito organizzata da Konica Minolta Laboratory Europe.

L'anno scorso mi ero ripromessa che avrei smesso con l'asterisco rosso e devo dire che ne avevo tutte le ragioni: la stanchezza, la voglia di cambiare, la nostalgia che questo periodo porta sempre con sé e che durante il Festival, per mille motivi, si fa troppo pesante, il senso di inadeguatezza, il carpiato di mamma sulle scale della metro a due giorni dalla fine.
Poi, però, in Primavera è suonato il telefono e quello che è successo ve l'ho già raccontato.
Il risultato è che mi sono fatta nuovamente risucchiare da questo vortice di turni, classi, conferenze, corse, risate, sorprese, una spirale caotica che trova da anni posto qui sul blog, in davvero tantissimi articoli, più di quanti pensassi.

Quindi, ricapitolando, sono animatrice e ideatrice di un laboratorio, che si intitola Il cielo con le dita, che fa parte della mostra Il cielo con un dito, che è sponsorizzato da Fila (gentilissimo fornitore di mezza tonnellata di Didò) e da Remida Genova (altrettanto gentile dispensatore perpetuo di materiali di recupero, preziosi quanto l'oro).

Se mi aveste chiesto fino a ieri, ma anche fino a stamattina alle nove, quale fosse il target del lab vi avrei risposto 6-12 anni, meglio se 8-10.
Beh, mi sbagliavo di grosso e sono stati i bambini (anche se dovrei scrivere ragazzi) stessi a sbattermi in faccia, senza farsi troppi problemi, la realtà.

La mostra è facilmente modulabile, sicuramente più indirizzata a un pubblico semi adulto (dalla scuola media inferiore in su), ma fruibile anche dai bimbi più piccoli, grazie alla bravura di tutti: di chi l'ha pensata, di chi l'ha disegnata e allestita, di chi la sta animando.
Il laboratorio, invece, prevede l'uso del Didò come elemento conduttivo al fine di costruire un circuito elettrico e parlare di materiali isolanti e conduttori. In realtà è tutto un pretesto per fare tinkering e agganciarmi alla meravigliosa storia della sonda Cassini (chi mi conosce sa che ho sviluppato una sorta di ossessione piuttosto ingiustificata verso questa missione spaziale) e raccontare quanto sia stato lungo e ricco di scoperte questo nostro viaggio nell'Universo.
Io ero fermamente convinta che i destinatari del laboratorio fossero i bambini della scuola primaria e quelli della secondaria inferiore, diciamo fino ai dodici/tredici anni, ma quando stamani la prima (e poi la seconda, la terza...) classe di liceali è corsa a sedersi sul tappeto arancione, dopo aver seguito quasi un'ora di spiegazione in mostra, mi è salito il panico.

Vuoi dire che sta roba che ho pensato va bene per tutti?
La risposta, semplicemente, è sì.


Non avrebbe senso tenere dei quindicenni mezz'ora attorno a un tavolo in compagnia di Didò, pile e cavi coccodrillo, ma accoglierli per un quarto d'ora, farli ragionare sui componenti di un circuito, ascoltare le loro domande sulla sonda Cassini e vedere nei loro occhi la stessa meraviglia che c'è in quelli dei piccoli al momento dell'accensione del led, non solo mi sembra bello, mi pare pure buono e giusto.
Perché? Per tante ragioni. Ne citerò però soltanto una, che racchiude tutto il senso del mio vagare: chi sono io per decidere che un gruppo di ragazzi non debba sedersi a giocare con un panetto di plastilina? Chi ha detto che alle superiori tutti sappiano come funziona un circuito elettrico? Dove sta scritto che le cose semplici, colorate e un po' caotiche siano solo per bambini?

Alla fine uno dei motivi per cui faccio questo lavoro è che mi diverte, soprattutto nelle sue parti di progettazione e di esecuzione (c'è forse qualcuno che lo fa per amore dei preventivi e dell'archiviazione ordinata delle fatture?): perché, dunque, non dovrebbero divertirsi anche gli altri?
Io vi aspetto, voi venite. Anche solo per accendere un led, farvi un selfie con Yubi, appuntarvi una spilla da astronauta, firmare il razzo della missione, costruire una sonda e dirmi ciao.


mercoledì 20 settembre 2017

Coincidenze universali


Cominciamo con questo, poi vi spiego.

Come mi sia innamorata della Missione Cassini-Huygens io proprio non lo so.
Non ricordo la prima volta in cui ne ho sentito parlare, né che cosa mi abbia affascinato così tanto. Sicuramente il fatto che la sonda sia partita nel 1997, anno in cui la mia adolescenza aveva iniziato a farsi sentire prepotentemente accompagnandomi nel mondo dell'amore totalizzate (e un tantino poco sano), ha avuto il suo peso nell'interesse che ho sviluppato fin da subito per Cassini, seguendone quasi giornalmente il Grand Finale.

Ad ogni modo, non vi tedierò con notizie e informazioni in merito, innanzi tutto perché non sono un'astrofisica e quindi non ho le competenze necessarie per spiegarvi la missione, poi perché non è quello di cui voglio scrivere qui oggi.
Ho deciso di buttare giù un post sulla mia passione per Cassini perché tra le cose che rappresenta c'è una collaborazione lavorativa tanto inaspettata quanto bella ed eccitante.
Ecco come è andata e perché per il titolo quassù ho scelto Coincidenze universali:

Qualche mese fa, in un pomeriggio di primavera, mentre aspettavo il bus carica di materiale per i laboratori, ho ricevuto un messaggio privato sulla pagina facebook del mio blog. La responsabile della comunicazione di Konica Minolta Laboratory Europe mi contattava per propormi di lavorare con loro e chiedeva di potermi parlare.
Ovviamente le ho detto sì e ci siamo date un appuntamento telefonico per la sera, una volta uscita da scuola. Verso le sei ci siamo sentite, ricordo che stavo camminando nei vicoli, sempre carica di zaini e borse, diretta dal mio editore per ritirare valigette e libri da portare in classe il giorno seguente.

La richiesta era "semplice": proporre e seguire per loro un laboratorio al termine della mostra organizzata da Konica Minolta al Festival della Scienza di Genova.

Ho detto subito sì, anche perché sentivo di avere già idee in proposito. A conti fatti era proprio così: quel pomeriggio a scuola avevo provato un'attività nuova con i bambini, riscontrando subito partecipazione e interesse e accorgendomi che avrei potuto far crescere quel laboratorio con davvero pochi accorgimenti in più. Konica Minolta mi stava offrendo la possibilità che cercavo, una manciata di minuti dopo aver salutato i bambini della Missione Spaziale del giovedì. Sì, perché, giusto per rimanere in tema coincidenze, l'anno scorso ho basato tutte le attività a scuola sull'esplorazione dell'universo, senza minimamente immaginare come sarebbe andata finire, Grand Finale di Cassini compreso.

Cosa faremo di preciso al Festival ancora non lo scrivo, ma questa foto (bellissima!) dice già molto.

Dalla storia che vi ho appena raccontato ho imparato tanto, soprattutto ho avuto l'ennesima conferma che le coincidenze esistono eccome, che occorre a volte buttarsi a occhi chiusi (e chi mi conosce sa che non è un'operazione semplice per me!), che i Social Network, quando usati bene, hanno un potere incredibile e che anche la più piccola idea, se coltivata con amore, può diventare davvero grande.

Le piccole cose vincono sempre, non c'è niente da fare.



P.S.
La missione Cassini-Huygens è terminata pochi giorni fa, così.






lunedì 27 febbraio 2017

Foglia, ingranaggio, lampadina


Foglia, ingranaggio, lampadina
Ambiente, meccanica, scienza
Riciclo, robotica, elettricità
Natura, ragionamento, idea

Potrei continuare ancora a lungo, forse potrei pure inventare una filastrocca.
Perché una foglia, un ingranaggio e una lampadina sono quello che sono ma sono anche cura per la terra in cui viviamo (magari attraverso il recupero dei materiali, l'attenzione a evitare gli sprechi), sono la parte indispensabile di un sistema meccanico, sono il simbolo dell'elettricità e un richiamo luminoso alla scienza, in tutte le sue sfaccettature.

Per me rappresentano, in senso forse più lato e più intimo, la passione grande per la natura, le riflessioni che faccio sempre prima di prendere qualunque decisione e il ragionamento in cui mi immergo mentre progetto un laboratorio o scrivo un post divulgativo, l'idea che cerco continuamente, che alimento ogni volta che posso e che spesso incontro nelle cose e nei momenti più impensati.

Quindi, come probabilmente avrete ormai capito, questo è il post in cui presento il pezzo di strada che ho appena imboccato. Ho aperto partita IVA, l'ho già scritto, mi sto costruendo un'identità più o meno strutturata, provo a tracciare un percorso certo, anche se, i divulgatori scientifici lo sanno bene, bisogna conoscere un po' di tutto ed essere in grado di adattarsi il più possibile ai cambi di direzione.
Almeno a me succede così, per adesso.
Continuo a lavorare con Scuola di Robotica ma come libera professionista, allaccio nuovi contatti, intraprendo percorsi paralleli che mi piacciono, mi stimolano e a volte mi terrorizzano. Sono consulente per progettare corsi di formazione, workshop, laboratori e molto spesso in aula vado io stessa. In questa nuova (nemmeno troppo) vita ci saranno sicuramente dei pro e dei contro, ma non è ancora il momento di scriverne (anche se alcuni li ho già chiarissimi davanti agli occhi), perché ora è il momento di fare.

Forse questa cosa l'ho presa persino troppo alla lettera visto che lavoro senza sosta, a casa e fuori, a scuola e sul divano, con i piccoli, con i medio piccoli e con i grandi. Sicuramente la scrittura e la pubblicazione del libro mi hanno aiutata molto ad acquisire fiducia: usare le parole è quello che sento di saper fare meglio (o, per lo meno, è ciò che amo di più), impiegare questa passione nel lavoro era il mio sogno da sempre.

Quindi, a conti fatti, il 2017 è iniziato con grandi responsabilità e altrettanto grandi soddisfazioni, profonde fatiche e alte conquiste. Il logo che ho scelto, che ho fotografato quassù e che mi accompagnerà nel mio (spero lungo) percorso racchiude tutto. Devo ringraziare, per aver compreso e accolto il messaggio che desideravo contenesse, Giorgia, già bravissima e paziente grafica del mio libro: dal mio schizzo ha tirato fuori il mondo che volevo, foglie comprese.



lunedì 26 ottobre 2015

Controluce

E' questo il momento che amo di più in assoluto. Quello che arriva un attimo dopo lo spiegone e un attimo prima dell'attività pratica vera e propria.

Quei minuti preziosi in cui i bambini cominciano a cercare i materiali da usare, a prendere confidenza con essi e a immaginarli come parte dell'oggetto che costruiranno. Lì in piedi, controluce, visualizzano il loro personalissimo progetto e scelgono ciò che meglio rappresenterà l'idea che hanno avuto.
Osservo sempre in silenzio questo tempo prezioso, li guardo interagire, scambiarsi opinioni, arrabbiarsi se qualche compagno prende un materiale al posto loro o essere generosi con chi è rimasto senza.

Ci sono giorni che mi pare di non farcela, giorni come questi, in cui corro da un laboratorio ad un altro, in cui mi sembra di non riuscire a dare il meglio di me, di non essere in grado di lasciare qualcosa ai ragazzi con cui trascorro quelle ore.
Passo minuti interi in piedi su una gamba sola, cercando di spiegare al meglio il concetto di equilibrio e tutto quello che si porta con sé. Dov'è il baricentro? Cosa è il bilanciamento? Quanto conta la forza di gravità?
Dai sei ai quindici anni, per ora, chissà nei giorni che verranno.
Mi piace avere i loro occhi addosso, mi piace dare la parola a tutte le mani alzate, una dopo l'altra, perché nessuna domanda, nessuna storia, nessuna questione, è meno importante di un'altra.

Ma non è quello il momento che amo di più.

L'istante migliore è, come scrivevo all'inizio, quello in cui io non ci sono più.

Quello in cui a malapena ci sono loro.
Quello in cui sicuramente hanno spazio le idee. Sembra di vederli, i pensieri, che prendono forma piano piano, ognuno dalla testa del singolo, ma tutti pronti ad aggrovigliarsi e diventare un'unica, grande, idea.

E' in questo momento che anche i più timidi riescono a dire la loro, magari con un aiuto, magari semplicemente sfruttando la titubanza dei compagni che di solito si mostrano sicuri e infallibili.
E' così che i gruppi più fragili costruiscono l'oggetto migliore. Che i bambini più piccoli finiscono per primi la loro creazione. Che le femmine stupiscono tutti con i risultati più soddisfacenti. Che i bulli della classe aiutano le vittime di sempre, non solo perché sono finite per sbaglio in squadra con loro, ma anche perché davanti a un obiettivo comune non c'è differenza che tenga.

Ed ecco, alla fine, ciò che mi massacra ogni volta.
Accorgermi che è questa la cosa che mi manca di più, tutti i giorni, in tutte le circostanze, con tutte le persone: non avere (quasi) mai un obiettivo comune, ma ritrovarmi sempre maledettamente sola lungo la mia strada. Non per forza giusta, non per forza sbagliata, ma molto spesso vuota.



mercoledì 30 settembre 2015

Caprioli e Capriole

Ho una lista dei desideri (dicesi wishlist) lunga tre chilometri, che parte dalle creazioni di Tulimami e arriva alla collezione di Lazzari (imperdibile come sempre), passando per l'adorato Flamingo e per gli scaffali di Maisons Du Monde e delle sue maledettissime Tendenze Vintage.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.

Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.

Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.

Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.

Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.


Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).



domenica 22 marzo 2015

Ho bisogno

Colonna sonora
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

mercoledì 9 aprile 2014

(A)sociali

A me piace circondarmi di persone considerate asociali. Mio padre era asociale. Mia madre spesso si definisce asociale, anzi, lei preferisce usare una parola dialettale intraducibile che significa qualcosa tipo "che tende a stare per conto suo" e che è stundaia. Io stessa spesso sono considerata asociale.
Ma cosa vuol dire questa parola?
Nel mio caso non vuole certo dire stare lontano dalla gente, ci mancherebbe, ho lasciato il paesello proprio per avere il mondo e la vita a portata di mano. Forse però, rispetto a tanti coetanei e a qualche amico, tendo a cercare più momenti di solitudine e isolamento, più spazi lontani dove pensare e fare cose solo per me. O magari fare cose pure per gli altri ma comunque in un angolino tutto mio.
Quando mi perdo in questi ragionamenti mi viene in mente il mondo dei social network. Io sono iscritta a Facebook e, se vogliamo considerarli social network anche a Pinterest e Spotify. Devo dire che per adesso non mi sono mai pentita di aver deciso di sbattere buona parte della mia vita on line, magari un giorno accadrà, chi può dirlo, ma sino ad oggi ho solo guadagnato da questa scelta.
Ci sono contatti tra i miei amici di Facebook che probabilmente non rivedrò mai più, altri con cui sento di aver stretto un legame a distanza, legame che altrimenti non avrei potuto creare e coltivare, ad esempio per questioni geografiche.
Ricercatori conosciuti a convegni del passato come quello di Strasburgo, professori incontrati a scuole estive come quella di Latina, colleghi di sventura simpaticissimi e appassionati con cui ho trascorso una bella settimana questa estate a Pollenzo.
Grazie a Facebook ho conosciuto molte realtà interessanti e le ho fatte conoscere alle persone a cui voglio bene (le ho "condivise", no?), su Pinterest ho visto foto bellissime e trovato idee originali per la mia tana, con Spotify passo le mie ore musicali al lavoro, quando cucino e anche adesso mentre scrivo. Non ho voglia di affrontare qui il discorso trito e ritrito quanto noioso del "la gente vive on line", "le persone così si fanno i fatti degli altri", "il mondo è fuori", "la rete è un filtro". Tutto vero, verissimo, per carità, ma ognuno sceglie liberamente cosa diffondere di sé, quanto tempo trascorrere al pc invece che uscire a camminare, con chi stringere un'amicizia virtuale, se pubblicare le foto dei propri figli, nipoti, vicini di casa che non sanno di finire on line oppure evitare come faccio io. Personalmente passo parecchio tempo sui Social Network, ma non possiedo la TV, faccio pilates tre volte a settimana e vado a correre quando non sono in palestra, vivo da sola con tutto quello che comporta (compreso trovare il tempo per fare la spesa, cucinare, lavare, stendere...), mi sparo un paio di turni al mese in quel posto fighissimo che è l'Altrove, cerco di trascorrere all'aria aperta i week end di bel tempo e se ce la faccio scrivo o leggo quando piove. Quindi perdonatemi, starò anche spesso su Facebook, e allora?
Giusto di recente, con l'ultimo post che ho pubblicato qui sul blog, è capitato che si creasse un piccolo tam tam tra persone che si leggono e non si vedono mai o che addirittura non si sono mai viste. Un'opportunità di scambio semplice, emotiva, rispettosa dei dolori e dei sentimenti di tutti. Avevo scritto in questo post che mi ero innamorata di un'iniziativa (trovata, guarda caso, grazie a Facebook) e che avevo provato a farla mia. Sia tra i commenti sia direttamente sul social network su cui avevo pubblicato il mio scritto alcune persone hanno portato il loro contributo, lasciando un'impressione, scrivendo una riflessione o buttando giù a loro volta un post nel proprio blog personale. Fabiana (ennesimo esempio di come Facebook possa essere una sorpresa e portare con sé piccole amicizie) lo ha fatto ed è con lei che vi lascio.

P.S. Nella prossima puntata mi giustificherò per l'assenza, dovuta a una grande (anzi due) soddisfazione lavorativa, a una commisurata stanchezza, ad un laboratorio divertente, a qualche pensiero pesante e alla Primavera che mi chiama al sole ogni volta che posso!
Ah, ho pure iniziato il nuovo corso di fotografia...si vede???

venerdì 1 novembre 2013

Quei portoni chiusi a metà

Quando mi sono iscritta all'università, ormai un sacco di anni fa, non conoscevo le tante, anche bizzarre, usanze e tradizioni ormai consolidate che circolavano nei vari corridoi ed edifici di Via Balbi. I cani nel cortile che vagavano indisturbati a tutte le ore, il signore davanti al Bar Cavo che cantilenava ogni giorno "me lo paghi un panino?" in faccia alle migliaia di pendolari che si riversavano fuori dalla stazione, le foto post laurea (inspiegabilmente orrende quanto obbligatorie) scattate accanto al pozzo o sulla terrazza di Balbi 2, il portone di Lettere chiuso (o aperto, questa è come quella del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto) a metà in segno di lutto.
In tanti anni di studi quel portone si è mezzo chiuso parecchie volte, segno peraltro evidente dell'anzianità accademica in cui viviamo, ma ieri è stato diverso. Quando il telefonino mi è squillato durante l'animazione del Festival e ho visto la chiamata di Giacomo, non so perché, ho capito. Si sapeva che il Prof era malato da tempo e che presto avremmo appreso della sua scomparsa, ma quando se ne va un pezzo della tua vita, della tua formazione, della tua passione, un piccolo lenzuolo si posa su quell'angolo del tuo cuore. Io ieri stavo "insegnando" e quante volte mi capita di ritrovare nelle mie gestualità, nei miei modi di dire, nelle mie pause e nelle mie battute, gli stessi atteggiamenti di alcuni dei professori che ho incontrato durante il mio percorso. Sicuramente, molta dell'attitudine all'osservazione, della voglia di capire qualcosa di apparentemente complicato, della capacità di guardare un'opera incomprensibile, astratta, stupida e irriverente e coglierne i perché mi è stata passata da Lui, da questo signore un po' rotondo, con il sorriso timido di un bimbo, la voce pacata e dolce, l'enorme cultura e preparazione. Mai davanti agli altri, mai scortese e brutale, mai maleducato con gli alunni, mai scostante durante gli esami, mi ha raccontato la storia di Christo e Jeanne Claude tanto da farmene innamorare, mi ha mostrato il Blue di Klein, mi ha aperto il mondo di Staglieno con tutte le sue grane e tutte le sue meraviglie. Così è naturale per me andare domani a dargli l'ultimo saluto, ringraziandolo in silenzio per avermi insegnato a cogliere l'arte in ogni cosa, da una linea nera su un foglio bianco ad un'architettura complessa, dalla saturazione di un colore alla forma astratta di una statua.
Quando qualche giorno fa Davide, visitatore-pittore approdato nel nostro laboratorio, mi ha proiettato in un baleno nella poesia pura dell'arte contemporanea chiedendomi dall'alto dei suoi quanti? dieci anni scarsi? se poteva fotografare il soffitto della sala in cui ci siamo sistemati, io l'ho vista la fiamma della passione nei suoi occhi. Il fuoco della necessità di conoscere da vicino quelle strane macchie colorate, antichi residui di pittura, sparse sul soffitto, così da poter riversare su tela le emozioni suscitate da quella visione. In un laboratorio dove si pilotano droni, aerei robot telecomandati, dove qualunque ragazzino tra i sei e i sedici anni presterebbe attenzione unicamente all'I-pad e a quel meraviglioso coso nero che gira a mezz'aria, Davide era attratto da una visione, dalla proiezione del soffitto che la sua mente aveva già immaginato dipinta su un quadro. Quante volte, a lezione, il Prof mi aveva parlato di questi momenti, degli attimi in cui un artista contemporaneo percepisce l'opera in arrivo, la sente e la vomita, la espelle, la butta fuori con urgenza. E c'era urgenza negli occhi di Davide quando ha scritto sulla nostra nuvola dei messaggi le parole "Pitore Solpreso" sotto al suo nome, per ricordare a tutti che quella mattina, né i droni né probabilmente la mia spiegazione interattiva, piena di esperimenti e facce buffe, lo avevano sorpreso quanto quelle stupide macchie sul soffitto. Arte pura. E allora mi impegnerò a scattarla una foto a testa insù, a ritrovare Davide tra le centinaia di visitatori passati da noi e a mandargli quell'immagine che tanto gli era piaciuta, perché Lei, Prof, avrebbe fatto lo stesso.

lunedì 21 ottobre 2013

Un gatto che miagola

Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)

sabato 7 settembre 2013

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E' la prima cosa che leggo alzando gli occhi verso lo schermo. E credo che sia anche la prima ragione per cui mi sono iscritta a questo corso, ormai qualche mese fa, durante una pausa pranzo in ufficio, tra uno spettro XRF del piombo e un'insalata greca. Cinque giorni di Scuola Estiva di Comunicazione Scientifica, organizzata a Pollenzo (Cuneo), da Agorà Scienza, un'associazione torinese che si occupa proprio di divulgazione della scienza sotto ogni sua forma. Mentre scrivo sono una punta a disagio, temo di sbagliare i termini, perché qui, già dalla cena della prima sera, non si è fatto altro che distinguere disseminazione da divulgazione, comunicazione da diffusione, informazione da spiegazione. E queste differenze le ho più chiare di prima, lo giuro, ma non sono così sicura di saperle già usare con disinvoltura. Di disinvolto però ho fatto un sacco di altre cose, innanzi tutto ho chiacchierato: cambiando tavolo ogni giorno, a pranzo e cena, è facile morire dal ridere alle battute dell'astronoma toscana, ascoltare le disavventure di dipartimento della biologa piemontese o ricostruire le serate di Festival genovese con la geologa abruzzese. Così come è facile trovare compagnia per la passeggiata digestiva sotto il sole della morte o per la tisana scaccia alcool bevuta sull'erba prima di notte.
Qui ho anche dormito facilmente (!), mi sono rilassata facilmente (!!) ma, soprattutto, ho mangiato facilmente (!!!). Incredibile. Dopo mesi di mal di stomaco al termine di ogni singolo anche minimo pasto, qui sono a quota sette dolci, carne, latticini come se non ci fosse un domani e pure una degustazione di vini con la semplice gestibilissima conseguenza di qualche crampo qua e là.
Quello che mi manca di più è il movimento, gli ultimi mesi di dieta, camminate, nuoto e pilates mi avevano davvero rigenerata a livello spirituale e quassù, a parte qualche esercizio prima di dormire, non riesco a fare nulla.
Le prospettive di un concerto, una giornata in spiaggia e la marcia "Mare e Monti" al mio rientro a casa mi fanno ben sperare in un recupero veloce dell'energia pre partenza. Per quanto riguarda il corso che sto seguendo, sino ad ora la parte in assoluto più interessante è stata, a mio avviso, quella dedicata alla creazione di un blog per comunicare la scienza. Un mezzo progetto lavorativo su cui rifletto da qualche tempo prevede infatti la gestione di un'area snella del sito della Scuola di Robotica di Genova, con cui collaboro da ormai un anno. E' tutto ancora in forse e in divenire, ma qui ho avuto l'opportunità di aprire la nuova pagina web utilizzando una piattaforma che volevo imparare ad usare, facendo miei consigli e strumenti, riflettendo sulla strategia comunicativa più efficace per raggiungere un pubblico di piccoli, meno piccoli e genitori. Il resto invece è stato tutto interessante, ma forse ho bisogno di lasciarlo decantare un po'. La mia disillusione, l'inadeguatezza scientifica che sento profondamente di avere, l'inesperienza personale che ogni volta (se non altro per paragone) sale in superficie, fanno sì che i bei discorsi sulla divulgazione di un progetto, sul lavoro interdisciplinare, sulla progettazione europea, restino lì, sospesi davanti ai miei occhi come un film muto che passa in sottofondo. Quel che è certo è che scrivere continua a piacermi, più di ogni altra cosa, che le mie distanze informatiche tendono a pesarmi sempre di più per quanto riguarda i mezzi, mentre che avere una discreta esperienza da blogger mi ha fatto sentire più tranquilla e adeguata del previsto e che il confronto, lo scambio, l'ascolto (anche silenzioso) in posti "dedicati" come questo è sempre utilissimo come finestra (aperta) sul mondo.
L'ultima cosa di cui sono certa, serenamente certa, è che ora voglio tornare a casa per continuare a vedere le cose con occhi nuovi, con uno sguardo sempre più limpido e realistico, con fatalismo e ottimismo (questi sconosciuti) e con un po' di dolcezza in più, anche verso me stessa.

P.S.
Questo post è stato scritto più o meno a metà corso, durante una lezione. Nel frattempo lo scettro di migliore intervento lo ha vinto quello relativo alla Scienza in Museo, illuminante e rincuorante, ho trovato infatti molto vicino a quelli esposti dai relatori il mio modo di intendere i laboratori didattici e la spiegazione della scienza ai più piccoli.

lunedì 29 luglio 2013

Il peso, la forma e la natura delle cose

Se poi andiamo a vedere, non è vero che portando qui questi tre esperimenti io stia ponendo la giusta distanza fra me e il mondo: il concetto di galleggiamento è infatti uno dei tanti affrontati nel blog, applicando la sensazione sospesa agli stati dell'animo più che alle leggi della fisica vera e propria.

Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.

Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?

Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.







martedì 9 aprile 2013

Le cose semplici

Sabato mi hanno detto "a noi piacciono le cose semplici vero?".
A parlare era uno dei bimbi del corso di robotica per il quale ho collaborato questo week end. Uno scricciolo biondo, dal gran sorriso, gli occhi svegli e una forza che non si immagina.
Come avrei voluto dargli ragione...
Come mi sarebbe piaciuto potergli dire "Sì, è così" e ricevere un po' della sua forza attraverso uno dei tanti abbracci della giornata.
E invece non è così per niente, si cresce e le cose semplici diventano complesse, quello che ci sembrava leggero sparisce sotto mille pesanti pensieri e ci abituiamo presto a rendere grevi pure le banalità del quotidiano.
Scrivo al plurale, come se fosse un atteggiamento comune a molti, ma magari invece non è così, forse sono io che non riesco a liberarmi dalle zavorre di me stessa.
Trascorrere due giorni con ragazzini pieni di entusiamsmo, voglia di vedere davvero le cose, di provare a inventare, misurare i propri limiti per poi superarli con tenacia o timidezza, mi lascia sempre divisa a metà.
C'è la parte di me carica di adrenalina, che ha giocato accovacciata, distribuito focaccia, urlato di gioia, versato acqua nei bicchieri, ascoltato lamentele, accarezzato testoline vivaci e dispensato linguacce, sguardi e sorrisi. Poi c'è la parte di me che non è riuscita a stare al passo con se stessa, che si è fatta travolgere dalle cose della vita, quelle che prima erano leggere e poi sono diventate pesanti, che non ha saputo difendersi dalle sue paure e ha riempito di difficoltà anche i sentimenti più liberi.
E non è perché da piccoli le fatiche non si conoscono, le lotte sono lontane...tutt'altro. E' proprio in mezzo a bambini con grossi pesi che mi sento sempre una persona incapace di prendere la vita con più leggerezza, seguendo i miei bisogni istintivi, domandando le cose che vorrei, chiedendo aiuto quando serve, dicendo no mille volte e sì ancora più spesso.
Mi piacerebbe conoscermi ora come mi conoscevo a sette anni, quando le aspettative degli altri non mi avevano ancora modificata così tanto da impedirmi addirittura di ricordare com'ero. Mi piacerebbe regalare alle persone che amo la Elena fatta di sorrisi improvvisi, decisioni dell'ultimo minuto, abbracci inaspettati, regali estemporanei, gesti pieni di affetto, che conoscevo tanti anni fa.
Piangere per una grande paura, reclamare attenzione, condividere un successo ("mamma, guarda!"), domandare perché, farsi venire male alle guance dalle troppe risate e alla milza dalle lunghe corse, appassionarsi a qualcosa, esprimere il proprio punto di vista senza temere di essere giudicata, cercare le coccole, saper giocare da soli come in compagnia, raccontare se stessi alle orecchie più fidate.
Come mi piacerebbe, prima o poi, poter rispondere "Sì, è vero, a noi piacciono le cose semplici..."

martedì 6 novembre 2012

Germogli

E' martedì e fuori piove con il sole.
Io sto malissimo, ricomincio solo ora a respirare un po', dopo 24 ore di apnea e dolore alla cassa toracica, come se un grosso fauno stesse lì seduto a osservarmi. Come in L'Incubo, di Füssli, uno dei miei quadri preferiti.
Le motivazioni non le conosco, stanchezza post Festival? Ansia da gestione trasloco e ultimi, insapettati, costosi e problematici lavori all'albero della Coccagna? Sensazione di inadeguatezza diffusa? Paura del futuro incerto sotto ogni punto di vista? Freddo boia beccato in casa, in barca, per strada? Azione massacrante del divano letto sulla mia schiena già decisamente massacrata? Agitazione per l'esame di domani?
Non lo so. In ogni caso sto male, non ho appetito e ho una faccia che sembra mi abbiano pestato senza pietà.
Questo è il primo post del dopo Festival, quello in cui dovrei raccontare cosa sono stati gli ultimi dieci giorni. Visto che ho appena finito di correggere una presentazione power point di 52 slides, visto che mi impegnerà tutto il pomeriggio, tutta la sera e tutta la mattina di domani nelle varie operazioni di rifinitura, esposizione e ricerca di definizioni improbabili, visto che sono stanca e poco concentrata, visto tutto questo userò uno dei migliori alleati per descrivere il mio Festival della Scienza 2012: l'elenco.
Spazio per le parole, che siano sensazioni, immagini, colori, odori, emozioni, volti, rumori, sguardi. Lascio scorrere le dita e Crystal Winter di Ferreira, con dolcezza e un timido tentativo di ammorbidire i miei muscoli accartocciati.
il legno del Maso, le acciughe a colazione, le macchie d'olio a pelo d'acqua, il trapano dentro i miei muri, le lacrime di fatica, le lampadine a basso consumo, le eliche nere di Jonathan, i libri finiti e cominciati, il cioccolato africano quello kinder quello caldo e quello dei pasticcini, i treni per tornare nel giardino incantato, il verde della mia felpa e dei tubi del robot, lo spirografo con la sua lingua, il vento forte che stanca le ossa, l'ombrello rosa, le foglie di castagno e quelle di rovere, la panna McKenzie, la musica a casa al circolo in barca al conte e alla festa, lo jedi che racconta il mare, la pasta al sugo di Gai, l' "i dont' care i don't care i don't care" di Edu, la pioggia forte e fortissima, il regalo per il vicino-vicino, gli amici che sono il tuo specchio mentre cantano con la mente e con il corpo, la cattiveria che arriva quando provi a riposare, la notte difficile, il freddo terribile, lo specchio nuovo per il mio bagno, le righe sulle maglie le felpe e le calze, gli etruschi che non so, i cinghiali spaventati, il dolore della paura, il profumo del parcheggio, il minestrone con il pesto, le cartoline per il don, la doccia calda di Nessie, i diciotto anni a colori, le fotografie con gli animatori, le telefonate tra un gruppo e l'altro, la focaccia sulla chiatta, 587 in entrata e in uscita, il ciclista riparatore che arriva all'improvviso, le scale lunghe in mezzo ai vicoli, le voci belle intorno a me, il riconoscere la purezza di uno sguardo, il "mazinga zetto" di un bimbo piccolo, la curiosità nelle mani alzate, il camminare tra le strade della città e tra i sentieri della campagna, gli stivali da pioggia, la sorpresa negli occhi dei bambini, le letture alla luce della piantana nuova, il dondolio della barca, il sale nel naso e sulle labbra, la lavanda sul pontile, il rimorchiatore arancione, i cefali coraggiosi, la folla davanti all'Acquario, le parole di ogni giorno, il giallo della mia sciarpa e del cellulare nuovo, le gestualità che spiegano più di mille parole, i "per così" di Lorenzo, lo scheletro di Daniele, lo zaino fatto e disfatto mille volte e quello al riparo dietro al bancone, le finestre aperte di Stradone S. Agostino, il sax di Giancarlo, i silenzi pieni di parole, le visite che aspetti con gioia, la sete di notte, il vino buono e quello cattivo, lo scrivere all'ultimo minuto, l'inadeguatezza che non mi lascia mai, l'acqua del porto e quella nei bicchieri di plastica di mano in mano, il karkadè rosso scuro, il galeone alla mia sinistra la mattina presto, gli occhi grandi e i sorrisi sdentati, il bianco del primo appuntamento di Gai e Nicoletta, i pomeriggi con mamma, il casco di Francesco, il montgomery e i mille alamari di ogni sera, le domande dei grandi, il sorriso inaspettato e luminoso di Giorgia, i ragazzi di colore con i loro braccialetti, la spremuta di posidonia, gli occhioni liquidi di Federica, i saluti piccoli del pubblico, la ricerca del cibo, la simbiosi dell'anemone, la fila di bombole gialle, la vela della Scuola che abbiamo odiato tutti, la coda in sopraelevata, l'ikea nei turni liberi, i compleanni dentro al Festival, la Pyro perfetta, il N°1 bar ufficiale, il germoglio segnalibro: quello della foto, regalo inaspettato e dolce chiusura per questo mio Festival 2012.
Al prossimo anno.


sabato 8 settembre 2012

Evocator

E' sabato sera, sono appena tornata da un matrimonio, ho ancora le unghie laccate di rosso, ma è tutto ciò che resta (a parte quei 15 chili in più che si posizioneranno sapientemente sul girovita).
Voglio scrivere questo post da qualche giorno, ma dovrei fare mille altre cose più urgenti: preparare un esame per esempio, riflettere sul preventivo dell'elettricista, cercare suggestioni per lafestadellefeste.
Però ora sono stanca, ho la pancia piena, fa caldo e ho voglia di musica, libro e lenzuola fresche. Quindi, scrivo questo e poi bon.
La settimana appena trascorsa è stata insolita: sono tornata a scuola.
Da lunedì a mercoledì ho seguito la Scuola di Robotica & Design, un'idea nata questa estate e concretizzata quasi senza accorgermene. Una bella idea però.
Con in ballo una possibile collaborazione futura mi sono buttata in questa avventura senza sapere nulla di robot, elettronica, informatica, tecnologie varie ed eventuali. Non ho il mac, non ho uno smartphone, non parlatemi di iphone, ipad, ipod, tablet, ebook e similari perché non so dire nulla e capisco ancora meno. Ma questa settimana mi sono divertita e, per la miliardesima volta negli ultimi tre anni, ho messo alla prova un pezzo di me. Educatore ambientale, animatore scientifico, barista, cameriera, aiutocuoca, imprenditrice, studentessa, giornalista, roba che alla fine non so più nemmeno chi sono, cosa mi piace davvero, dove riesco meglio, quanto posso reggere.
Ma sono fatta così, mille porte aperte, duemila ansie, tremila crisi esistenziali e tanta tanta pazienza. Innanzi tutto sono paziente con me, poi pure con gli altri non scherzo.
Comunque, bello il corso, belli i compagni, bella l'organizzazione, bravi i docenti, buono (e tanto!) il cibo, bella l'atmosfera. Primo giorno di scuola: ultima fila. Compagno di banco: il vicino-vicino. Una pacchia.
Abbiamo ascoltato, provato, sentito (cioé accolto sensazioni), riso, imprecato, acceso, spento, schiacciato, bevuto, progettato, parlato, mangiato, guardato, collegato, scritto, disegnato (tanto e compulsivamente, come al solito), riflettuto, immaginato, evocato.
Io ho evocato tantissimo. Il corso ha previsto una parte di lavoro di gruppo, in cui occorreva presentare un'"idea robotica", ovvero organizzare una possibile applicazione tecnologica, non per forza realizzabile adesso, non per forza realizzabile in futuro, ma per forza pensata insieme. Noi abbiamo inventato Evocator (figlio di Navigator, Terminator, Predator, Liquidator e compagnia cantante). Il nostro super sistema è in grado di riprodurre immagini, odori, suoni e pure sensazioni tattili, a comando. Magari mentre si legge un libro (e si vogliono vivere le pagine che ci scorrono tra le dita), magari mentre ci si rilassa in giardino (e l'odore di un fiore ci porta indietro nel tempo), magari mentre si pensa a chi non c'è più (e una musica, un profumo o un oggetto incontrato per caso ci trascinano da lui).
Ovviamente per me è stato inevitabile rotolare giù nella mia vita di prima, un continuo attacca-stacca cavi elettrici, resistenze, led, circuiti che puzzavano, un inconfondibile odore di elettronica sigillato in piccole scatole numerate, un senso di soddisfazione visto mille volte su una faccia che mi somiglia(va) un sacco.
Lo dice anche la foto no? Se si nasce da una persona che riordina(va) così i suoi transistor, come si fa a non divertirsi a un corso di robotica?

domenica 17 ottobre 2010

Io


Oggi è stata la mia domenica. Anzi, il mio giorno.
Cosa ho fatto? Nulla.
Ieri sera inaugurazione della casa di Lucia e Andrea, perciò nel pomeriggio ho cucinato. Polpettone e acciughe ripiene impanate e fritte. Ho portato anche il pane del mercatino e i pomodorini piccolissimi tutti colorati che sembrano biglie, ma sono buonissimi.
E' piovuto, è venuto freddo. La serata è stata bella, c'era pure il Prof. con la sua compagna. C'erano Sturm e tanti amici dei festeggiati.
Abbiamo bevuto spritz e spumante, abbiamo mangiato, giocato e ascoltato musica.
Sul tardi tisana dal vicino-vicino con Sturm, i sui meravigliosi stivali col bottone e il suo bellissimo poncho col bottone pure quello. Il the cinese ha fatto il fiore e noi l'abbiamo bevuto dicendo "ooooooooooooooooo".
Poi casa, coperta super pesante trascinata nella tana e, come previsto, "notte bianca" a causa di ciò che fa di me un essere di cui non è possibile fidarsi, visto che sanguina una volta al mese, per diversi giorni e non muore mai, per dirla alla Luttazzi.
Quindi la mattina ho rotolato un pò nelle coperte, ho bevuto svariati caffè con i biscotti buoni (miele-anacardi), ho fatto una lavatrice, milleduecento maschere di bellezza e ho pranzato, alle tre, con pasta al gorgonzola.
Mi sono vestita di blu e turchese e sono uscita.
Genova alla domenica fa schifo, deprimerebbe anche il vincitore del superenalotto: tutto chiuso, bar, ristoranti, negozi, edicole, farmacie, tabacchini...tuttotutto chiuso. Sono andata a comprare i biglietti per lo spettacolo di Erri al Politeama, prima fila, e poi mi servivano delle matite colorate per disegnare le illustrazioni alle dispense di Terra! da portare nelle scuole. Le ho provate tutte, le ho cercate ovunque: Rinascente, Coin, Fnac, Accessorize. Alla fine, dalla Feltrinelli, in un angolo del reparto mocciosi ho trovato ben 64 pastelli a cera di tutti colori del mondo, c'è anche l'argento! Contenta come una Pasqua li ho comprati e me ne sono tornata a casa. Con me ormai avevo anche una salopette e un vestito trovati strada facendo...e nulla da mangiare.
Quindi ora scrivo qui, avvolta nella coperta di lana (non ho nemmeno il riscaldamento e fuori si gela), dopo una notizia un pò triste (perchè sono sempre i migliori, questo è vero, che se ne vanno) e una serata che si preannuncia tranquilla.
Ascolto a manetta l'Intro dei The XX e You've got the love di Florence+The Machine e ragiono su cosa potrei mangiare per cena. Pastelli a cera? Cominciamo col carnation pink...il nome pare commestibile...

P.S Il quadro è del mio solito pittore, Baldovino, fatto a posta per il mio rifugio nei vicoli.

martedì 13 aprile 2010

Per fare un albero ci vuole...


Domattina laboratori nelle scuole. Saranno due classi di un asilo...
Ho già avuto qualche tempo fa la fortuna di conoscere questi giardinieri in erba (condizione tra l'altro perfetta per un giardiniere): bimbetti di quattro anni, curiosi, colorati, concentrati e stupiti. La seconda parte del laboratorio prevede la ricognizione dei semi che abbiamo piantato la volta scorsa, il controllo delle piantine un po' più grandi, l'annaffiatura e la distribuzione dei cartellini con i nomi dei fiori.
Devo ancora decidere come organizzerò la "lezione", penso che farò giocare i bimbi a riconoscere le piantine, a localizzarle e a piantare il cartellino accanto al germoglio e al cespuglio corrispondenti. E' una scuola con un bel cortile grande, qualche aiuola al sole, la maggior parte all'ombra, ma i fiori sono tanti (narcisi, ciclamini, primule, violette, rose...) e così anche le aromatiche (rosmarino, timo, maggiorana...).
Abbiamo anche sperimentato la semina dei piselli per abbellire un poco una spalliera nuda e tutti i bambini hanno partecipato con estrema serietà al progetto: piccole manine che stringevano fusti e radici con la massima attenzione, occhi sgranati davanti a semi minuscoli, nasi curiosi alla ricerca di profumo di salvia e lavanda, piedini che non vedevano l'ora di calpestare la terra. Quando avremo finito il lavoro, domani, ricopriremo le aiuole con un po' di paglia, un "tocco sinergico" non guasta mai e la pacciamatura aiuterà a mantenere umido il terreno anche quando ci sarà caldo e poco tempo per annaffiare.
Le maestre sembrano soddisfatte e coinvolte, scattano decine di foto ai piccoletti che raccolgono i lombrichi e scavano con la paletta, organizzano mostre fotografiche sul progetto e con orgoglio raccontano l'ultima uscita di uno dei bimbi: "ma maestra questo seme dobbiamo sottellirlo???"