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mercoledì 30 settembre 2015

Caprioli e Capriole

Ho una lista dei desideri (dicesi wishlist) lunga tre chilometri, che parte dalle creazioni di Tulimami e arriva alla collezione di Lazzari (imperdibile come sempre), passando per l'adorato Flamingo e per gli scaffali di Maisons Du Monde e delle sue maledettissime Tendenze Vintage.
Però oggi è il giorno dei caprioli e delle capriole e non scriverne sarebbe un reato, l'elenco delle cose materiali (che più materiali non si può) che vorrei comprarmi o regalarmi o trovare sotto l'albero o nella cassetta della posta dovrà aspettare la prossima settimana.

Oggi, dicevo, è un giorno speciale, è una di quelle giornate da io di cui ho scritto l'ultima volta.
Sono fortunata, perché la bella sensazione di vivere esattamente come sono davvero sta continuando, anche se più faticosamente di prima.
Più faticosamente di prima semplicemente perché ci vanno di mezzo gli altri, ma fa parte del gioco e il prossimo obiettivo è quello di proseguire come se nulla fosse, scavalcando, aggirando, superando intoppi, richieste, blocchi e difficoltà. Sembra facile? No, non lo sembra e non lo è.

Comunque, oggi ho trascorso tre ore in una quinta elementare, dove ho portato uno dei laboratori sul riciclo dei rifiuti (in particolare di quelli RAEE) che sto facendo in questo periodo. L'attività che ho pensato, come al solito, non riguarda semplicemente la robotica, ma si sviluppa anche all'interno di altre discipline, una su tutte l'ecologia e in particolare lo studio della biodiversità.
Prima di affrontare questo argomento, però, ho pianto.
Che sarebbe arrivato il giorno della commozione in classe in fondo in fondo lo sapevo, che sarebbe arrivato oggi, invece, non lo immaginavo proprio.
Appena entrata i diciotto bambini seduti tranquilli a ferro di cavallo (evviva!) mi hanno accolta salutandomi e leggendo, ad alta voce, una ricerca fatta sull'Associazione dove lavoro. Sapevano tutto e sapevano anche il mio nome, hanno citato l'importanza dell'attività di gruppo e dell'impiego di materiali di recupero e hanno concluso dando il via ad una serie di domande. Ognuno mi ha chiesto qualcosa:
- Da quanto lavori nella robotica? Ti piace? Cosa è la robotica? E' difficile? Dove si trova il posto in cui lavori?
Io ero allibita, emozionata, avevo paura di tradire le loro aspettative, mi sembravano tutti più preparati e pronti di me.
Alla fine è andata benissimo: ho fatto una lezione meravigliosa, lo ammetto.

Abbiamo sviscerato ogni parola nuova, ogni vocabolo mai sentito prima, abbiamo cercato sinonimi e contrari e fatto decine di esempi. È facile quando sui banchi c'è un vocabolario, che gira gira gira, passando di mano in mano, di sguardo in sguardo, di voce in voce.
Il maestro ha chiesto ai bambini di raccontarmi cosa fanno quando scoprono una parola nuova: bene, mi hanno risposto che la ripetono, ne parlano, la usano tanto, la portano a casa. LA PORTANO A CASA.

Tra le presentazioni iniziali, così belle e spontanee che mi pare di aver imparato già i nomi di tutti, e la ricreazione in cortile, abbiamo osservato le caratteristiche degli animali presenti nel territorio dove i bambini vivono e dove vanno a scuola. Ghiri, lucertole, cinghiali, vipere, cormorani, cefali, aironi, rospi, salamandre, lepri e tanti altri, comparsi uno per uno sullo schermo del mio computer, guardati e commentati, raccontati e analizzati. Tutti hanno portato esempi, aneddoti e curiosità, alzando decine di mani, ponendo domande sincere e regalandosi(mi) dialoghi meravigliosi come questo:
- Che caratteristiche ha il capriolo?
- Beh, ad esempio salta!
- E cosa ci dice che salta?
- Il nome! Deriva da capriola.


Oggi avevo previsto anche di disegnare il progetto dell'animale da costruire e, eventualmente, di scegliere i materiali tra i tanti a disposizione: sono a malapena riuscita a terminare la carrellata di fotografie e a lasciare "i compiti" per la prossima settimana. Ascoltare le loro storie e accettare i loro pezzi di focaccia per merenda è stato più importante.

giovedì 24 settembre 2015

Una settimana da Io

Quella che è appena trascorsa dall'ultimo post pubblicato è stata davvero una settimana da Io.
Nel senso che tutto ciò che mi è capitato, tutte le giornate che ho attraversato, tutte le cose che ho fatto, mi hanno rispecchiata al cento per cento. Nulla mi rende più felice che essere me, contro tutto e contro tutti, senza fare errori giganti, senza dare troppo nell'occhio, senza restare al centro di niente, ma semplicemente andando per la mia strada. Quindi, forse, è il momento giusto per un elenco di quelli che tanto mi piacciono.

1) Un giorno e mezzo a Trento, davanti ai monti del cuore, nel silenzio, nell'aria fresca, nell'odore inconfondibile di cirmolo, leggero e nello stesso tempo intenso, attorno alla scultura in piazzetta. Un giorno e mezzo in questa città perfetta, due ore scarse di laboratori creativi per bimbi e genitori, due viaggi lunghissimi che hanno dato vita a un capitolo intero del libro. Quale libro? Quello che sto scrivendo, che anche se è per lavoro è un progetto bello, inaspettato, che mi obbliga a confrontarmi con le richieste degli altri, rimanendo fedele a me stessa. Prima o poi, racconterò tutto.

2) Una mattina a spasso per la mia città, in occasione dei Rolli Days, per entrare in luoghi visti sempre ma mai guardati veramente. Vicoli, strade, case, stanze, giardini, finestre, sale, affreschi, lampadari, quadri, ma anche farfalle cadute sul marciapiede e portate a spasso dentro Palazzo Reale, tranci di tonno alla piastra grossi come piastrelle, limonate fredde e telai circolari arrivati in tempo per l'autunno.

3) Un film bellissimo, Inside Out, che tanto mi ricorda questo post, perché altro non è che una vita di psicoterapia fatta a cartone animato; mi ha fatto piangere come mai (bugiarda, io al cinema piango sempre, e se non piango vuol dire che il film non mi è piaciuto!) e mi ha costretta a stare abbracciata a Salamino, il mio famoso cane di pezza, per una notte intera.

4) Due giorni di laboratori meravigliosi, la fase di partenza di un bel progetto, che ho costruito riflettendo molto, cercando di organizzare ogni cosa al meglio. Per ora mi sta dando enormi soddisfazioni, ma potrebbe essere altrimenti, quando passi intere mattinate a far lavorare ragazzi dalle vite un po' complicate, in classi con risorse scarse e tagliate da governi davvero per nulla lungimiranti? Magari trascorrendo minuti interi a costruire robot, disegnare idee e battere cinque alti? Io credo proprio che non potrebbe andare diversamente.

5) Due pomeriggi di francese, perché il mio corso intensivo non si ferma dinanzi a nulla, nemmeno davanti a due occhiaie che toccano in terra, un sorriso incerto perché metà del mio corpo vorrebbe dormire, un cervello talmente confuso da versarsi un bicchiere d'olio d'oliva al posto dell'acqua durante la cena a base di insalata marcia, dopo quattordici ore fuori casa e sette mezzi pubblici presi (per non parlare di quelli persi).

6) Una serata (questa in cui sto scrivendo) a casa di mamma, con gatta sulle ginocchia, riso e verdure per cena e tisana allo zenzero prima di dormire.

7) Un nuovo libro giallo che mi aspetta sul letto, perché, soprattutto in questo periodo che devo scrivere per forza, di leggere cose complicate proprio non se ne parla.

8) Un sabato di laboratori con i bambini che mi attende, perché ormai, se nel week end non lavoro, mi sento persa!

9) Una domenica di nanna, cucina e aperitivo di inizio autunno con gli amici, perché così sì che mi sentirò davvero a casa e che questa settimana lunga sarà sul serio una settimana da Io.

P.S. Nella foto il mio quartiere nel 1500 (dipinto nel 1800), scoperto con stupore nel giro dei Rolli Days (prima della farfalla, del tonno e della limonata).



domenica 3 maggio 2015

Faccio cose (vedo gente)

In questo periodo faccio cose...e vedo gente, poca per la verità. Vedo poca gente perché, appunto, faccio cose.
E dormo.
Ma dormo forte, fortissimo, tipo che vado a letto presto e mi sveglio alle sette, scendendo solo una, massimo due volte, per fare pipì. Non me ne capacito e all'inizio non lo dicevo a nessuno, neppure a me stessa, ma ora non posso nasconderlo più: mamma mi cerca e io non rispondo, perché dormo. I vicini scrivono sul gruppo whatsapp e io vedo i messaggi solo il giorno dopo, perché dormo. Nel week end il pranzo lo sostituisco con la colazione perché prima...dormo. Subito credevo che il sonno mostruoso fosse dovuto agli antibiotici da cavallo presi per la broncopolmonite, ora però, dai, li ho smessi da un un po'. Ho anche pensato che "Aprile dolce dormire" fosse la vera (e ragionevolissssima) causa dell'improvvisa narcolessia, ma oggi è il tre maggio, mi sono alzata tardi e ho pure dormito due ore dopo "pranzo" (un pasto a base di caffè e biscotti). Ieri sera ho fatto turno all'Altrove e ho cenato a mezzanotte, con un piatto di trippe. Credevo che non solo non avrei chiuso occhio, credevo che sarei morta. Nulla, ho semplicemente dormito.
Quindi, si diceva, quando non dormo faccio cose e, ogni tanto, vedo gente.
Le cose che faccio, però, non si notano, perché sono tutte in continuo divenire e sono per lo più caratterizzate da interminabili attese.
Io però sono tanto soddisfatta.
Innanzi tutto sto lavorando, senza l'ansia dello stipendio perché devo prima capire se ho diritto alla disoccupazione e nel frattempo non posso cumulare troppi utili, perciò sto lavorando per lavorare. E questo è davvero una figata. Ho meno sensi di colpa sugli orari, sulle scadenze, sugli obiettivi e il risultato è che sono puntuale e raggiungo tutto quello che mi prefiggo.
A Scuola di Robotica le cose vanno bene, io mi diverto sia con i ragazzi sia quando scrivo e il nuovo sito ha riservato un posto tutto speciale per gli articoli de L'uomodilatta che mi rende un sacco orgogliosa di questo piccolo mondo nato ormai tre anni fa, per gioco, dopo aver partecipato ad una Scuola Estiva che mai dimenticherò.
La settimana scorsa ho fatto lezione in università e davanti ad una classe di sole femmine paragonare la preparazione pittorica al fondotinta, l'imprimitura alla cipria, il blush e gli ombretti ai pigmenti è sempre molto divertente e, mi pare, lo è anche per chi mi ascolta.
Venerdì andrò al Salone del Restauro di Ferrara e porterò un lavoro che ho fatto un paio di anni fa per il Museo dove ho trascorso più tempo e imparato più cose in quel lungo percorso che sono stati il dottorato e l'assegno di ricerca: sono contenta di poter raccontare ad un bel pubblico che anche una piccola realtà comunale, con impegno e dedizione, può raggiungere un grande risultato. Il frutto delle nostre analisi e dello studio di numerosi esperti del settore finirà dritto dritto anche in un e-book che è già pronto (e bellissimo) e verrà presentato proprio al Salone.
Nel frattempo preparo il power point per questa occasione e per l'evento finale del Progetto Firewall, un'altra avventura terminata da pochissimo e dalla quale ho imparato un sacco.
Per le prossime settimane ci sono in programma molti laboratori e un grande ritorno in un Science Center dove lavorai anni fa, divertendomi tanto. Sono previste lunghe sessioni di scrittura per nuovi progetti, programmazioni difficili per percorsi didattici desiderati e ottenuti, preparazioni pratiche (e psicologiche!) per interi weekend di lavoro.
E poi c'è il mio piccolo mondo parallelo, fatto di storie verdi come il pothos che vedete nella foto, che è talmente gigante da attraversare tutta la cucina e tutta la sala per terminare appeso a uno dei miei quadri preferiti, "La Conservatrice della Flora" di Emanuele Luzzati, un regalo per la prima laurea arrivato dai vicini vesimini tanti anni fa. Un altro pothos altrettanto grande sta colonizzando il bagno ed entrambi vengono da una casa preziosa, da pochi giorni molto vuota anche se piena, che, grazie all'attitudine generosa e di estrema condivisione di una famiglia, sta lasciando un pezzo di sé nelle vite degli amici. Io sarò circondata da nuovi libri e da tanto, tantissimo, verde, proprio come piace a me.

lunedì 27 ottobre 2014

Io scrivo

Il Festival è iniziato, le vie brulicano dei soliti asterischi appesi al collo, le conferenze, gli eventi, gli spettacoli si rincorrono per tutto il giorno, la sera si organizzano aperitivi, cene, bevute al Conte. Io, nel frattempo, scrivo.
Ho turni perfetti quest'anno, che si incastrano benissimo con gli orari di ufficio, con gli impegni extra lavorativi, con il pilates, con la serata volontaria all'Altrove, persino con le pulizie d'inverno.
Il laboratorio fila che è una meraviglia, sto al caldo, stampo quattro o cinque foglie colorate all'ora, parlo, riparlo e straparlo con bambini di sette anni quanto con ragazzi di diciotto, mi diverto come sempre, o forse persino più di sempre.
Non credo però che dipenda dal Festival, ma penso piuttosto che il mood semi zen che sto tentando di seguire da Gennaio stia continuando a dare i suoi frutti. E così organizzo serate a degustare Champagne con mamma e i vicini, vado a vedere Nespoli e il suo mondo spaziale, mi intrufolo nella Notte dei libri viventi e domani sera mi godo il mio amico Edu che canta felice in mezzo al suo pubblico in delirio.
Mentre oggi scoprivo, con una meraviglia rara, quanto l'istruzione italiana e le sue regole siano al limite della decenza (non che non lo sapessi eh, ma non credevo fossimo a questi punti, davvero no), pensavo che ok, siamo folli, sono folli, ma io me ne chiamo fuori. "Pugno!" Come si diceva da piccoli. Voi prendete per il culo il mondo, io scendo e vado a scrivere. Prima però mi compro il libro più bello che esista al bookshop del Festival e vado a sfogliarmelo seduta sui gradini della piazza. Poi, al prossimo giro di follia, mi piglierò pure questo, perché un'autrice così merita di essere seguita per sempre.
Quindi reduce da tonsillite e febbriciattola, ancora portatrice più o meno sana di gola in fiamme e mal di testa, me ne sto accoccolata sotto alle coperte e scrivo, con la tisana balsamica che mi fuma accanto e niente musica, per una volta. Prima di mettermi al lavoro qui davanti al pc, però, ho preparato Marianna al grande passo: Marianna è la talea che vedete in foto, un pezzo di pianta pelosa che mi ha regalato Anna, la mia collega. Penso sia della famiglia delle miserie, quelle striscianti tendenti al viola che si vedono spesso in giardini pubblici, poco soleggiati, a volte anche un tantino vittime dell'incuria. Marianna, invece, è super coccolata, lo dimostra il fatto che le ho pure dato un nome. Domattina entrerà in vaso, un contenitore piccolo in verità, provvisorio sicuramente, e andrà a sostituire una delle due succulente appese che ci ha lasciati in questi giorni. In completo silenzio è marcita, probabilmente mentre ero via, sicuramente per la troppa acqua, lasciando la gemella sola e un vaso tristemente vuoto. E' arrivato quindi il momento per dare spazio (e terra) a Marianna e vedere come se la caverà lassù.
Io sono fiduciosa, si fa sempre in tempo a cambiare, trovare un'altra posizione, cercare un luogo migliore e una modalità più rilassante. Parola mia.

lunedì 7 luglio 2014

Bosco Mondo!

Io non lo so mica se riesco a scrivere un post su questo libro, una recensione dico.
Lo ammetto, ero partita prevenuta, un po' perché di questa Mastrocola ne avevo sentito parlare parecchio, un po' perché non tutti i pareri erano positivi, nonostante ci fossero di mezzo anche dei premi (o forse proprio per quello).
Comunque, a me Una barca nel bosco è piaciuto, e pure tanto.
E' uno spaccato della scuola fancazzista, dei ragazzi che non ne hanno voglia, della società tutta marche e giudizi, delle difficoltà delle famiglie meno ricche...ok, è scontato, ma basta avere pazienza. La prima parte della lettura scorre veloce e a mio avviso è pure piacevole, porta con sé quel divertimento che divertimento non è, quell'ironia tragica che conosco così bene e che è subito capace di mettermi a mio agio.
Insomma, è nella seconda metà che tutto cambia. O meglio, che tutto resta uguale ma arrivano le piante.
E per chi ama le sorprese attenzione: SPOILER! Si fermi qui.
Altrimenti è così, arrivano le piante nel vero senso della parola. Il protagonista, in perenne lotta con la sua inadeguatezza, comincia a comprare alberi. Il primo pretesto per l'acquisto di un pioppo glielo dà una ragazza, che in verità manco se lo merita quel pioppo. Querce, piante tropicali e felci arriveranno poi, da sé. E dove le metterà tutte queste piante vi chiederete voi? Semplice, in casa!
Le persone muoiono e gli spazi restano, questo lo sappiamo tutti bene. Non c'è modo migliore per riempire gli spazi vuoti che con delle piante, che non abiteranno soltanto la vostra casa, ma anche il vostro cuore. Saranno un pensiero felice, una preoccupazione, arriverete persino a parlarci e questo il vicino-vicino lo sa bene, non molto tempo fa l'ho beccato guardarmi perplesso mentre salutavo l'edera con un "ciao bellezza, come stai oggi?".
E quindi un libro in cui il protagonista costruisce un "trasportino" di corde per portare a spasso il suo pioppo o una carrucola per cullarlo in casa non può che piacermi. E' facile per me immedesimarmi nei difficili viaggi in bus carichi di foglie e rami, ma anche nel lavoro al bar perché tutto il resto è andato male, nel papà che muore e non gli hai mai detto nulla di quello che volevi dirgli, nella certezza che è giusto essere come sei tu ma che qualcosa per piacere agli altri si dovrà pur fare, che qualcosa per scollarsi da quel termosifone è necessario trovarlo. Sempre.

"Non importa, dominus. Non si preoccupi. Nulla importa davvero. A noi son state date piccole cose a cui badare, qualche foglia che ingialla, un rametto spezzato. In queste minuzie ci siamo beatamente perduti. E ci siamo resi, così, imprendibili.
Eh, sì, non ci prenderete mai! Abbiamo certi rivoletti e sentierini, noi, che voi neanche immaginate, cari signori del mondo. Non ci prenderete nella vostra rete, maramao.
Ci resta soltanto, caro dominus, un sottile dolore, come una puntura che ci prende, a volte, all'imbocco dello stomaco. Questo sì, un punctum. Qualcosa che non va né su né giù. Come un cucchiaio di minestrone e noi lì come cretini, senza un bicchiere d'acqua che riesca a mandarlo giù."

martedì 17 giugno 2014

Una borsa a pois

Odio le partenze quanto amo i ritorni.
Che siano le mie o quelle delle persone a cui voglio bene, le valigie da preparare mi hanno sempre messo l'angoscia. Quante volte ho chiesto "l'hai già fatta la valigia?", quante volte ho scrupolosamente stilato la lista delle cose da portare, anche per un viaggio di due miseri giorni, con la netta sensazione che avrei comunque dimenticato qualcosa di assolutamente fondamentale.
"Fare le valigie" per me vuol dire andarsene, lasciare un luogo e le persone che lo abitano, abbandonare. Insomma...una tragedia.
Anche domenica scorsa, prima di varcare la soglia di casa con il mio orribile trolley marrone e il mio inseparabile zaino da trekking, l'ultima cosa che ho pensato (e pure detto) è stata: "io non voglio andare". Chissà poi perché, ho fatto domanda per il Training Camp, ho avuto tutto il tempo per pensarci, per ripensarci, per rinunciare, per non confermare la mia presenza e sono stata felice quando mi hanno avvisata della selezione e cominciato a fornire indicazioni per raggiungere questo posto disperso tra tigli in fiore, papaveri sbiaditi e girasoli ancora chiusi.
Credo che il problema, per lo meno per i viaggi che riguardano me, risieda solo nel momento della partenza. Una volta arrivata a destinazione normalmente me la godo, faccio amicizia con facilità, vago senza meta tra le strade del mondo nuovo, sfrutto con estrema serenità i giorni concessi lontano da casa e dalle sue innumerevoli inevitabili distrazioni.
Questa scuola, così difficile da raggiungere e ricca di lunghi momenti di studio, mi ha regalato molto tempo per stare con me, per guardare fuori da finestrini sporchi e traballanti, per dormire (scomoda) in una stanza immersa tra i tetti, per attraversare i vicoli di pietra mentre il sole tramonta, per leggere pagine su pagine nel silenzio della sera un attimo prima di scivolare nel sonno.
La connessione internet è debole, questo post forse uscirà solo una volta rientrata a casa, ma ora, mentre scrivo, si sentono i miei compagni ridere sotto alla finestra, i pensieri sono lontani e forse meno dolorosi del solito, la sensazione di aver scelto qualcosa per me, dopo tanti mesi di ufficio, mi fa stare bene e in pace con quella parte del mio cuore che ancora non si arrende a lasciare andare anni di studio, lavoro, tempo dedicato all'aggiornamento e timida passione per il piccolo, per lo sconosciuto, per il colorato, per l'ibrido...per tutto ciò che sta al confine, esattamente come me.
Al confine tra l'antico e il moderno, tra il vero e il falso, tra il bello e il brutto, tra il vicino e il lontano, tra me e il resto del mondo.
E così ieri mentre entravo nel museo delle erbe e venivo investita dal profumo forte e familiare dell'elicriso, ho pensato che è vero che "partire è un po' morire" e che mai come negli ultimi giorni la mia partenza l'ho associata a una morte che mi ha colto di sorpresa. Poi però, sotto a un soffitto di mazzi appesi a testa ingiù mi sono vista da fuori, contenta davanti a uno specchio screpolato, felice di aver trovato un posto mio, profondamente mio, in mezzo a cose che adoro ma dalle quali troppo spesso mi sento esclusa, dalle quali mi tengo lontana anche di proposito, come se non volessi disturbare, come se tra un decotto di malva e uno sciroppo di rose mi sentissi più sicura.
Alla fine è arrivato oggi, che abbiamo cominciato con gli strumenti, che non mi ha risparmiato nulla sulla consapevolezza della mia ignoranza in certi argomenti, ma che mi ha anche mostrato quanto invece sotto tanti altri aspetti io sia inconsciamente preparata e pronta al ragionamento. Non lo credevo, non lo sospettavo nemmeno forse, perciò per festeggiare ho pensato che l'unica cosa possibile da fare fosse comprarmi (qui) una borsa di plastica rossa, a pois.

lunedì 14 gennaio 2013

My First Lego League

Per queste cose sono troppo vecchia, è evidente.
Sveglia all'alba, in piedi tutto il giorno, scale, corse, fame, sete, agitazione, pressione, batticuore.
La mia First Lego League mi ha tolto dieci anni di vita e regalato mille sorrisi...di chi?
Dei ragazzi che hanno partecipato partendo da tutta Italia, dei bambini piccoli arrivati in ritardo perché bloccati dal maltempo ma pieni di energia per fare il tifo ai compagni più grandi, dei professori commossi e orgogliosi dei propri studenti, dei genitori infreddoliti, entusiasmati e ormai rassegnati davanti alla grande passione dei figli, degli organizzatori sempre di corsa e sotto tensione, dei giudici di gara morti dalla fame e continuamente operativi, dei ragazzi del teatro emozionati e bravissimi, di quelli che hanno suonato tutto il pomeriggio, dei custodi disponibili fino all'ultimo, dei volontari che ho cercato di coordinare senza farmi prendere dal panico e sorridendo anche io.
Sono stanca ancora oggi, nonostante abbia dormito molto, ma la sveglia alle 5, le tante ore in movimento e le emozioni hanno il loro peso.
Io di robot non sapevo nulla fino a quattro mesi fa, poi un corso, il Festival della Scienza che tutto cambia, il week end al porto con i piccoli e ora mi ritrovo catapultata in uno degli eventi più importanti per chi sui robot e per i robot spende tempo, passione, competenza e curiosità.
Quando mi hanno detto "Si comincia presto" non avevo pensato alle 5 di mattina, quando mi hanno detto "Ci sarà tanta gente" non immaginavo così tanta, quando mi hanno detto "Le squadre arrivano da tutta Italia" non credevo addirittura dall'Abruzzo.
Io di robot continuo a non intendermene molto, ma di ragazzi ormai direi che qualcosa so e ieri quello che ho visto è stata una grande dimostrazione di impegno, solidarietà, amicizia, rispetto, fratellanza, dedizione.
Impegno delle classi che si sono preparate tutto l'anno, dello staff che ha lavorato sodo, dei professori che hanno creduto nell'idea. Solidarietà delle famiglie che hanno ospitato i giovani di Mirandola vittime del terremoto e vincitori della gara. Amicizia tra studenti che non si sono mai visti prima ma si sono uniti subito e tra gli organizzatori che lavorano insieme ogni giorno. Rispetto per le valutazioni, per le competizioni, per la stanchezza altrui, per le tensioni dei partecipanti, per le aspettative dei figli e per la passione dei giovani. Fratellanza tra i ragazzi del teatro e gli spettatori entusiasmati da ogni piccolo-grande obiettivo raggiunto. Dedizione di tutti per il loro compito, qualsiasi esso fosse.
Non credo capiti spesso di poter trascorrere una domenica di lavoro, dopo una settimana dura, tornando a casa con il sorriso, ma le magliette dei ragazzi emiliani con scritto "Teniamo Botta" e i loro abbracci incontrollabili al momento della premiazione sono valsi tutte le stanchezze del mondo.

sabato 8 settembre 2012

Evocator

E' sabato sera, sono appena tornata da un matrimonio, ho ancora le unghie laccate di rosso, ma è tutto ciò che resta (a parte quei 15 chili in più che si posizioneranno sapientemente sul girovita).
Voglio scrivere questo post da qualche giorno, ma dovrei fare mille altre cose più urgenti: preparare un esame per esempio, riflettere sul preventivo dell'elettricista, cercare suggestioni per lafestadellefeste.
Però ora sono stanca, ho la pancia piena, fa caldo e ho voglia di musica, libro e lenzuola fresche. Quindi, scrivo questo e poi bon.
La settimana appena trascorsa è stata insolita: sono tornata a scuola.
Da lunedì a mercoledì ho seguito la Scuola di Robotica & Design, un'idea nata questa estate e concretizzata quasi senza accorgermene. Una bella idea però.
Con in ballo una possibile collaborazione futura mi sono buttata in questa avventura senza sapere nulla di robot, elettronica, informatica, tecnologie varie ed eventuali. Non ho il mac, non ho uno smartphone, non parlatemi di iphone, ipad, ipod, tablet, ebook e similari perché non so dire nulla e capisco ancora meno. Ma questa settimana mi sono divertita e, per la miliardesima volta negli ultimi tre anni, ho messo alla prova un pezzo di me. Educatore ambientale, animatore scientifico, barista, cameriera, aiutocuoca, imprenditrice, studentessa, giornalista, roba che alla fine non so più nemmeno chi sono, cosa mi piace davvero, dove riesco meglio, quanto posso reggere.
Ma sono fatta così, mille porte aperte, duemila ansie, tremila crisi esistenziali e tanta tanta pazienza. Innanzi tutto sono paziente con me, poi pure con gli altri non scherzo.
Comunque, bello il corso, belli i compagni, bella l'organizzazione, bravi i docenti, buono (e tanto!) il cibo, bella l'atmosfera. Primo giorno di scuola: ultima fila. Compagno di banco: il vicino-vicino. Una pacchia.
Abbiamo ascoltato, provato, sentito (cioé accolto sensazioni), riso, imprecato, acceso, spento, schiacciato, bevuto, progettato, parlato, mangiato, guardato, collegato, scritto, disegnato (tanto e compulsivamente, come al solito), riflettuto, immaginato, evocato.
Io ho evocato tantissimo. Il corso ha previsto una parte di lavoro di gruppo, in cui occorreva presentare un'"idea robotica", ovvero organizzare una possibile applicazione tecnologica, non per forza realizzabile adesso, non per forza realizzabile in futuro, ma per forza pensata insieme. Noi abbiamo inventato Evocator (figlio di Navigator, Terminator, Predator, Liquidator e compagnia cantante). Il nostro super sistema è in grado di riprodurre immagini, odori, suoni e pure sensazioni tattili, a comando. Magari mentre si legge un libro (e si vogliono vivere le pagine che ci scorrono tra le dita), magari mentre ci si rilassa in giardino (e l'odore di un fiore ci porta indietro nel tempo), magari mentre si pensa a chi non c'è più (e una musica, un profumo o un oggetto incontrato per caso ci trascinano da lui).
Ovviamente per me è stato inevitabile rotolare giù nella mia vita di prima, un continuo attacca-stacca cavi elettrici, resistenze, led, circuiti che puzzavano, un inconfondibile odore di elettronica sigillato in piccole scatole numerate, un senso di soddisfazione visto mille volte su una faccia che mi somiglia(va) un sacco.
Lo dice anche la foto no? Se si nasce da una persona che riordina(va) così i suoi transistor, come si fa a non divertirsi a un corso di robotica?

domenica 16 ottobre 2011

Siena, Pisa e il freddo.


Mattina presto, vento gelido, poco tempo per scrivere perchè a pranzo "Festa della Zucca" nel mio meraviglioso paese e devo cucinare.
La settimana scorsa sono andata a Siena con Vale e Serena, per un corso. Non ero mai stata a Siena perciò siamo scese un giorno prima e abbiamo visitato la città: bellissima! Piccola, molto più piccola di quanto pensassi, piccole le strade (ma per chi abita nei vicoli di Genova è semplicemente come essere a casa), piccola la piazza del palio, tanto da chiedersi: ma dove corrono i cavalli?
Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il freddo. Un freddo inaspettato, ok che è una città continentale, ma dover chiedere una seconda coperta nel bed and breakfast o uscire con tutti i vestiti della valigia addosso uno sopra all'altro non me lo aspettavo proprio.
Di Siena mi hanno colpito i colori, tre giorni di tempo splendido e di azzurro da fare male agli occhi, uno sfondo turchese per una città arancione. Mattoni, mattoni ovunque e marmo bianco, un duomo lasciato incompiuto, delle mura che diventano vigne e ulivi, pasticcerie ad ogni angolo. Gli archi sono portafoto che incorniciano paesaggi, nelle pizzerie ci sono frasi scritte sui muri: "anche l'orologio fermo segna l'ora giusta due volte al giorno" e ogni contrada ha il suo simbolo che ti aspetta in piazzetta. Finito il corso e finita Siena, una serie di coincidenze fortunate ci hanno portate a Pisa, dove ho potuto finalmente coronare il mio sogno nerd: fare la foto mentre fingo di reggere la torre. Pensavo, magari cerco di capire in quale angolazione mettermi, chissà se ci sarà qualcuno che lo fa e che posso copiare...appena arrivate sui prati, davanti a noi decine di persone immobili, come tanti allievi di tai chi, che si appoggiavano virtualmente alla torre chi con le mani, chi con la schiena, chi con un dito. Io, che devo sempre fare le cose sceme, ho scelto il sedere per tenere su il campanile storto e mi sono guadagnata il soprannome di J.Lo. Finito anche il tempo per questa sosta inaspettata siamo risalite nella nostra Liguria, pronte per preparare la presentazione del convegno sulla maiolica e mangiare cinese a domicilio.
E il freddo è arrivato anche qui.

martedì 13 aprile 2010

Per fare un albero ci vuole...


Domattina laboratori nelle scuole. Saranno due classi di un asilo...
Ho già avuto qualche tempo fa la fortuna di conoscere questi giardinieri in erba (condizione tra l'altro perfetta per un giardiniere): bimbetti di quattro anni, curiosi, colorati, concentrati e stupiti. La seconda parte del laboratorio prevede la ricognizione dei semi che abbiamo piantato la volta scorsa, il controllo delle piantine un po' più grandi, l'annaffiatura e la distribuzione dei cartellini con i nomi dei fiori.
Devo ancora decidere come organizzerò la "lezione", penso che farò giocare i bimbi a riconoscere le piantine, a localizzarle e a piantare il cartellino accanto al germoglio e al cespuglio corrispondenti. E' una scuola con un bel cortile grande, qualche aiuola al sole, la maggior parte all'ombra, ma i fiori sono tanti (narcisi, ciclamini, primule, violette, rose...) e così anche le aromatiche (rosmarino, timo, maggiorana...).
Abbiamo anche sperimentato la semina dei piselli per abbellire un poco una spalliera nuda e tutti i bambini hanno partecipato con estrema serietà al progetto: piccole manine che stringevano fusti e radici con la massima attenzione, occhi sgranati davanti a semi minuscoli, nasi curiosi alla ricerca di profumo di salvia e lavanda, piedini che non vedevano l'ora di calpestare la terra. Quando avremo finito il lavoro, domani, ricopriremo le aiuole con un po' di paglia, un "tocco sinergico" non guasta mai e la pacciamatura aiuterà a mantenere umido il terreno anche quando ci sarà caldo e poco tempo per annaffiare.
Le maestre sembrano soddisfatte e coinvolte, scattano decine di foto ai piccoletti che raccolgono i lombrichi e scavano con la paletta, organizzano mostre fotografiche sul progetto e con orgoglio raccontano l'ultima uscita di uno dei bimbi: "ma maestra questo seme dobbiamo sottellirlo???"