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venerdì 16 giugno 2017

Punti fermi


La mia casa è un casino.

Si vede bene dalla foto quassù e si vede bene aprendo la porta sgangherata dell'ingresso. Il motivo principale è il lavoro la pigrizia e per questa ragione vorrei riprendere un momentino in mano la situazione. Perché non è solo la casa ad essere un casino, pure la mia persona lo è e anche le serate, le spese al supermercato, le cene e le colazioni lo sono.

Ho completamente perso i contatti con me stessa.
Ne soffro? No, o forse un po', non l'ho ancora capito.
Perché mentre tutto quello che mi circonda è un casino la questione lavorativa è incredibilmente sotto controllo. Ora che l'ho scritto, sicuramente, andrà tutto a rotoli, ma fino ad allora posso dire che le cose marciano bene, come ingranaggi ben oliati.

Come ho fatto? Lavorando. Tanto e in maniera poco pensata all'inizio, tanto e in maniera ragionata adesso.

Temevo di non riuscire a diversificare le fatture e ora mi ritrovo con committenti tutti differenti, credevo di faticare a programmare collaborazioni per l'autunno e invece stanno succedendo cose inaspettate che è ancora presto per parlarne ma è il momento giusto per coltivarle.
A proposito di coltivare ecco che arrivo al centro del mio post: ho l'esigenza di riprendere le fila della mia vita extralavorativa e per farlo ho deciso di scegliere dei punti fermi da posizionare strategicamente durante le giornate estive.
Ieri ho fatto l'ultimo corso a scuola e posso dichiararmi libera fino a settembre (summer school, piccoli lab e trasferte a parte), quindi è il momento giusto per rivedere le mie tempistiche.
Vi dico cosa ho pensato di fare per me nei prossimi mesi raccontandovi in che modo sono arrivata alla conclusione che avevo bisogno di spazio:

1. Come ho scritto all'inizio non mi ritrovo più in casa mia: troppi materiali che mi riportano costantemente al lavoro, con la testa e di conseguenza con i pensieri. Devo riorganizzare la dispensa, devo rendere il piccolo appartamento in cui vivo un appartamento vero e non un deposito di scotch, forbici, scovolini, cartone, pennarelli, colla, carta, nastri... .

2. Negli ultimi sei mesi i contatti con la gente sono stati pochi e per gente intendo amici e nuove persone con cui condividere il cammino su questa terra (che detto così suona un tantino solenne ma è quello che penso). Me ne sono accorta in Sardegna dove ho fatto il pieno di empatia, me ne sono accorta alla Fiera della Maddalena immersa in un quartiere in festa e seduta a cena insieme a decine di persone mai viste prima e me ne sono accorta ieri sull'autobus dove la ragazza di fronte a me ha cominciato a piangere, prima sommessamente, poi disperatamente. Ascoltava qualcosa con le cuffie, era discreta e sola nel suo dolore e io, dopo un po', non ce l'ho fatta più, le ho posato una mano sul ginocchio e le ho chiesto "Posso aiutarti?". Ho pensato a lungo a cosa fare, genovese fino al midollo temevo di darle fastidio. Lei mi ha risposto "Grazie, no" e mi ha detto grazie pure quando è scesa, così io ho iniziato a piangere al posto suo appena si sono chiuse le porte del bus.

3. Non ho idea di dove siano sepolti i nonni paterni. Non ho nemmeno idea di dove siano e come stiano mia zia e mia cugina, dal funerale di papà non ho più saputo nulla di loro. Sono trascorsi quasi dodici anni.
Quando è morto mio nonno andammo alla sepoltura, quando morì mia nonna, invece, io ero in Germania e i miei me lo dissero solo al rientro. Quindi, ricapitolando, sono (quasi) morti tutti ma la maggior parte di loro non so dove sia. Negli ultimi mesi ho lavorato in un posto vicino al cimitero che credo essere il camposanto dove si trovano i miei nonni. Questa settimana sono andata a cercarli: due ore sotto al sole, con i sandali nuovi ai piedi e una maglietta talmente bagnata di sudore che ho dovuto cambiarmela nascosta dietro a una lapide. Sorvolando su questa scena tipicamente in linea con il mio stile a tratti un tantino bizzarro, sono dell'idea che la prossima volta che tornerò in quel posto riproverò a cercarli... magari l'enorme airone all'ingresso ci sarà di nuovo. Morale della favola: tra le cose che sto provando a recuperare c'è il contatto con le mie radici, che, per anni super coltivato, ora langue da troppo tempo.

4. I mini balconi sull'Albero dove vivo sono verdissimi, ho piantato semi, lasciato crescere fiori che non ho regalato, tentato di salvare edere ricoperte di afidi con il metodo dell'aglio: infilare nel terreno uno spicchio che con il suo odore scacci gli insetti. Risultato? Gli afidi brulicano, le edere faticano, l'aglio è germogliato e cresce vigoroso nei vasetti. Visto che di piante non ce ne sono mai abbastanza ho deciso di adottare un piccolo orto! La prossima settimana andrò a vederlo e non sto nella pelle. Non so ancora cosa pianterò, certamente dei fiori come i tageti, le calendule e i nasturzi. Poi credo qualche verdura e magari anche delle aromatiche... vedremo!

5. Come scrivevo all'inizio, ho perso il controllo della mia casa ma anche della mia persona. I capelli vivono di vita propria, una vita spericolata (cit.) oserei dire. La palestra è un lontano ricordo: gli orari di lavoro erano inconciliabili con quelli del pilates. Il colorito, rinvigorito in Sardegna, sta tornando cadaverico. Che fare? Ho comprato un paio di nuove scarpe da running (delle altre sono riuscita a vulcanizzare la suola, tra iper utilizzo e iper abbandono), ho svecchiato il parco creme solari dalla protezione 30 alla 15 passando per la 25 e ho fatto una tesserina da 10 ingressi per la piscina del Porto Antico. In questo modo spero di recuperare coscienza di me al più presto.

6. Ho ripreso in mano la questione lettura, dopo interminabili serate al pc concluse a letto stecchita forse adesso riesco a ricominciare a leggere. Mi manca moltissimo, soprattutto mi manca non avere la testa per farlo. Credevo che non mi sarebbe mai successo, e invece...
Per adesso ho infilato nello zaino Canto della pianura di Haruf, vedremo se mi piacerà e se sarò in grado di ritagliarmi effettivamente del tempo per lui.

Direi che è tutto, mi sarebbe piaciuto scrivere anche un poco di ciò che accade nel mondo e inevitabilmente modifica il mio modo di percepire la vita, ma non ne ho voglia, è troppo complicato. Di sicuro, tutto questa incapacità di gestione dei social network, ridotti a un catino in cui riversare vomitate di insulti e/o bufale e/o cattiverie e/o complotti e/o gattini mi sta diventando alquanto stretta. Se solo imparassimo a sfruttare Facebook per mantenere contatti, crescere lavorativamente, scoprire e, perché no, condividere cose lontane da noi sarebbe tutto più semplice e più bello. Ne sono sicura.

martedì 9 agosto 2016

Il Pilates mi ha cambiato la vita


Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.

Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.

Nuoto abolito, come la corsa.


Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.

All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.

Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.

Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.

Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.

Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.




martedì 23 settembre 2014

I magnifici 5: annusare

Oggi è il primo giorno di Autunno, la mia stagione preferita. Può sembrare strano ma se penso al senso dell'olfatto è l'autunno a venirmi in mente, non la primavera. Perché l'autunno è sottobosco umido, è foglie secche, è caldarroste, è legna che arde, è casa come nient'altro al mondo.
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...

sabato 12 luglio 2014

Lampadiyne

E' una vita che non scrivo un post sul fai da te, e devo dire che ne sentivo la mancanza. Non so perché sia andata così, in verità è un periodo molto produttivo, di sperimentazioni, serate trascorse sul tappeto con la lampada gialla accesa, tra colla, forbici, pinzatrice e, ultimamente, lampadine. Anzi, lampadiyne, con la y che trasforma in diy (do it yourself) un oggetto di uso comune. E' buffo come l'idea di riciclare le lampadine sia venuta a me che ho la casa illuminata quasi esclusivamente a LED, ma forse è un segno distintivo del mio carattere, quello di provare cose che posso trovare solo a fatica. E così vai di messaggi, richieste agli amici, "tenete tutto!", "conservate i contenitori delle uova e le gabbiette dello spumante", "portatemi le vostre lampadine".
In pochi giorni ne sono nate due, quelle che vedete in foto. Un cactus e una mongolfiera che ancora sono prototipi, imprecisi e smandrappati come me, ma il solo pensarli mi ha fatto stare bene. Sotto i pennellini dello smalto in questo momento c'è una lampadina piccola, che come consigliato da MissFletcher potrebbe diventare un'ape, del resto la ex proprietaria sta studiando da apicoltrice e magari riuscirò a farle un bel regalo!
Alla fine non so come andrà, magari sarà una magia breve che si interromperà all'improvviso proprio come è nata. Per ora compro smalti (per le unghie!) e conservo tutto quello che istintivamente butterei nella spazzatura, poi si vedrà.
Non ho tutorial disponibili, anche perché non ho neppure una linea certa da seguire, posso dire però che sto usando:
- smalto per le unghie colorato
- pennellini di diverse dimensioni (che però si seccano usandoli con lo smalto, perciò boh, dovrò trovare un'altra soluzione)
- contenitori per uova di cartone
- gabbiette metalliche dei tappi di spumante
- feltro
- plastica
- colla a caldo
- forbici
- pinzatrice
Ma credo che gli strumenti possano essere i più vari, a seconda delle esigenze e delle idee. Adesso, per esempio, sto pensando a come costruire le ali per la mia ape... :-)

lunedì 29 luglio 2013

Il peso, la forma e la natura delle cose

Se poi andiamo a vedere, non è vero che portando qui questi tre esperimenti io stia ponendo la giusta distanza fra me e il mondo: il concetto di galleggiamento è infatti uno dei tanti affrontati nel blog, applicando la sensazione sospesa agli stati dell'animo più che alle leggi della fisica vera e propria.

Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.

Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?

Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.







sabato 9 febbraio 2013

Arts & crafts

Fai da te, era un po' che non ci ragionavo su, ma in questi giorni, carica di buoni propositi e voglia di fare, partorisco idee a tutto spiano.
Questo esperimento, riuscito alla prima e nato (come al solito) per necessità, fa bella mostra di sé sul mio comò-fasciatoio turchese e si conferma idea utile 2013. Dove metto tutti gli orecchini che ho? In una scatola si intrecciano e poi non si vedono, un peccato visto che sono colorati, di mille forme e dimensioni diverse.
Un tempo li tenevo appesi a una sciarpa, a sua volta attaccata al muro, quest'anno un po' la voglia di cambiare e un po' l'impossibilità di bucare per l'ennesima volta le pareti di casa mi hanno spinta a cercare una soluzione alternativa meno traumatica.
Cosa ho usato?
- Rametti secchi
- Ciottoli di mare
- Barattolo di vetro
Raccolti i legnetti (possibilmente contorti e robusti), li ho inseriti in un barattolo di vetro grande (a Genova si dice arbanella), di quelli che si usano per le conserve. Per riempire gli spazi vuoti all'interno del contenitore, stabilizzarlo e immobilizzare il "mazzo di legno" ho inserito pietre raccolte in spiaggia (lo so, non si potrebbe, ma ne ho prese poche poche e mi servivano anche per un altro laboratorio che magari pubblico tra un po').
Una volta preparato "l'espositore", appendere gli orecchini è un attimo e il risultato è un albero carico di colori, che rende disponibili in un secondo piccoli oggetti che prima impiegavo una vita a trovare, scegliere e abbinare.
Immagino che questa soluzione possa funzionare bene anche con collane (leggere magari) e braccialetti, non so. Sicuramente secondo me è una buona idea anche per chi vende le proprie creazioni su una bancarella, in fiera, al mercato e vuole trovare un modo alternativo per mostrare i prodotti.
E poi è facilissimo e a costo zero.

mercoledì 19 dicembre 2012

Snowglobe e febbre

Quarto giorno di febbre, divano e mal di testa.
Oggi forse va leggermente meglio, ma guarire è un'altra cosa.
Questa mattina impegni di forza maggiore mi hanno tirata giù dal letto: un pezzo di vita da chiudere, non si può dire senza rimpianti, di sicuro senza rimorsi.
Poi di corsa al supermercato a comprare tutto l'occorrente per preparare le mie celebri Bombe di Natale (di cui ho già scritto pure qui, troverete il post sotto le Feste di due anni fa, direi) e avere così il pomeriggio pieno.
Negli ultimi giorni di isolamento forzato mi sono messa a costruire regali di Natale home made, con oggetti che trovavo in casa e che potevo comprare a prezzi ultra modici.
L'idea di quest'anno (l'anno scorso, se non sbaglio, erano gli alberelli in feltro e due anni fa i segnaposto personalizzati) ha previsto la realizzazione, in serie, di una decina di palle di vetro natalizie, di quelle con la neve dentro che usavano tanto quando ero piccola.
La spinta me l'hanno data diversi fattori: il racconto di un amico che aveva incontrato un oggetto simile sulla sua via qualche anno fa, la mancanza completa di soldi per comprare i regali, la voglia che si rinnova ogni anno di usare le mani e costruire qualcosa di personale, la semplicità con cui in rete ho trovato informazioni utili per reperire il materiale e realizzare la pallina, la necessità di stare chiusa in casa al caldo.

Ecco cosa occorre per una pallina:
- 1 barattolo di vetro con chiusura ermetica (qui a Genova si chiamano arbanelle)
- acqua distillata
- glicerina (si trova in farmacia)
- glitter o neve finta (io ho faticato a trovarla, ormai è quasi tutta spray)
- pupazzetti, possibilmente in plastica e di piccole dimensioni
- colla idrofuga
- feltro

Procedimento:
La parte più difficile in assoluto per me è stata...la rimozione delle etichette dai barattoli! Ormai il bisogno di "brandizzare" tutto porta ad usare colle super resistenti in ogni occasione, affinché la marca, il simbolo, insommma la pubblicità, siano pressoché eternamente appiccicate dove devono stare. Quindi, con l'aiuto di un toglicolla chimico che ha reso il mio bagno una camera a gas in 30 secondi, acqua calda, sapone per i piatti, sapone per le mani e spazzole varie ed eventuali, ho tolto le etichette e reso così neutro il mio barattolo.
La prima fase si svolge sul coperchio: occorre infatti coprire la base esterna con uno strato di feltro, cosìcché la palla appoggi sulla stoffa e non scivoli. Poi si scelgono i personaggi da attaccare all'interno del coperchio e che finiranno quindi immersi nell'acqua. Qui ci si può sbizzarrire con omini dei presepi (la mia condizione di atea mi ha fatto ripiegare per un'altra scelta ma l'idea comunque non é male), pupazzetti dei cartoni animati (decisamente più costosi), oggetti acquistabili presso i negozi di hobbistica (tipo miniature o simili) oppure, come ho fatto io, piccoli addobbi da appendere all'albero di Natale. Io ho trovato e preso al volo un'offerta di un grande magazzino, che vendeva a metà prezzo una scatola di Babbi Natale, pupazzi di neve, angioletti, abeti, campanelle e compagnia bella, pieni di colori e atmosfera festante. Unico difetto: sono di legno. Visto che l'acqua lavorerà sul suo contenuto temo che i pupazzi inseriti quest'anno non dureranno fino a Natale 2013, però chi può dirlo, ci si prova.
Quindi, una volta scelti i protagonisti occorre attaccarli, con una colla che non tema l'umido, alla base interna del tappo. Intanto che la colla asciuga bisogna riempire il barattolo d'acqua distillata, aggiungere un goccio di glicerina (poca!) e i glitter, io li ho scelti semplici color argento, ma si può optare per altri colori e forme.
Una volta che i pupazzi sono ben saldi e la colla è asciugata basta chiudere il barattolo...e scuotere!
L'effetto è antico, come l'idea che ho io della sfera di neve e di molte altre cose. Per coprire bene il tappo magari si può usare una striscia di feltro da chiudere attorno al barattolo con un fiocco, ma queste sono tutte idee che vengono in corso d'opera.
Il bello di questo regalo è la magia, il cosiddetto "effetto wow", ma anche la possibilità di personalizzarlo al massimo, sia sui propri gusti sia su quelli del destinatario. A partire dalla scelta del barattolo, forma e dimensioni sono variabilissimi (nella foto, a sinistra, la bottiglia di succo alla pera fatto in casa che ho restituito a Sturm), per arrivare ai personaggi inseriti all'interno e al colore della stoffa. L'unica miglioria per l'anno prossimo sarà costruire una base, non so ancora con che materiale di recupero, pensavo al "culetto" dei vasetti di yogurt che intanto io consumo in grandi quantità, per rialzare un po' i pupazzetti e renderli più visibili.
Tutto qui e Buon Natale, vado a farcire i datteri.




domenica 8 gennaio 2012

Feltro mon amour


Sabato prossimo ci sarà la festa dei miei trent'anni, al Belleville.
Tema della serata: il colore verde. In tutte le sue innumerevoli declinazioni. Ogni invitato avrà "l'obbligo" di indossare qualcosa di verde, calzini o mutande, guanti o cravatta, gonna o foulard, stringhe o cerchietto, l'importante è che sia green.
Qualcuno medita di comprare occhiali da sole con una montatura color foresta un tantino improbabile, qualcun altro addirittura ordina su internet tinture verdi per colorare la barba. Io, ancora immersa nell'organizzazione dell'allestimento, ho però completato la mise della serata: vestito nero con mega albero di feltro dalle foglie verdissime, scaldamuscoli di lana verde e la fantastica parrucca a caschetto in stile Pulp Fiction, dono della mia coinquilina e ovviamente verde speranza.
In questo post un po' art and craft scriverò della serata di ieri, passata a tagliare e cucire foglioline...
Innanzi tutto è stata un'impresa trovare il vestito adatto, fino a che, in fondo all'armadio, ho riesumato un abitino di cotone con tanto di gonna a ruota degno della migliore festa da liceale. Poi c'è stata la ricerca del feltro, invece che comprare le foglie già pronte ho optato per un pezzo di stoffa da ritagliare sul momento, così da poter scegliere volta per volta la forma e la dimensione che preferivo. Insieme al feltro verde ho comprato anche lo spaghetto di lana cotta marrone per cucire il tronco e i rami del mio bellissimo albero e, armata di forbici, spilli, ago, filo, mamma e tanta pazienza ho trascorso la serata a realizzare quello che vedete in foto.
Come si fa?
Intanto occorre stendere bene il vestito (o la maglia, la gonna, insomma quello che avete scelto) su un piano d'appoggio, l'ideale è inserire all'interno un pezzo di cartone rigido per evitare, cucendo, di acchiappare anche il retro dell'abito. Il secondo passaggio prevede la "prova tronco", ovvero, appoggiando il filo di lana cotta cercate di creare la forma dei rami come immaginate vorreste vederla una volta terminato il lavoro. Bloccate la sagoma con degli spilli, aiutatevi con le forbici per tagliare lo spago e sistemate i pezzi come preferite. Con tanta pazienza (tranquilli, bastano pochi punti), cucite il tronco e iniziate a pensare alle foglie. Io ho preferito non tagliarle troppo grandi, ma nemmeno troppo piccole, ho scelto una forma semplice e le ho distribuite un po' su tutti i rami, lasciandone una in caduta libera. Per attaccarle ho usato un filo marrone che facesse contrasto e fatto passare i punti in mezzo alla foglia, come fossero la nervatura centrale. Per realizzare il prato ho semplicemente tagliato una striscia di feltro a zig zag e l'ho fissata alla base del tronco.
Può sembrare complicato, ma alla fine non lo è e il risultato ottenuto è un bel alberone colorato sul vestito della festa, in stile Cenerentola prima del ballo, ma con una marcia in più: si sa infatti che chi di verde si veste di sua beltà si fida...

venerdì 25 marzo 2011

Ouch!


E mi son slogata una caviglia. E di brutto anche.
Arrampicando e cadendo in modo stupidissimo. A parte il male senza senso, la paura per una gamba che era già abbastanza stufa di casini, ora c'è la limitazione. Stampelle, lentezza, zero sport, no alle scale, poca vita sociale, male alle braccia e alle mani, punture in pancia, visite e tentativi di pensare positivo.
Come dicevo ieri a Sturm me la sono cercata, avevo bisogno di relativizzare, di smettere di vedere tutto grigio, di avere una ragione per guardare le cose da un altro punto di vista: ora che mi tocca stare a casa e vorrei invece correre fuori, diventano divertenti anche le uscite più banali, diventa bello stare in ufficio tutto il giorno, fare le scale di Campopisano, passare una mattinata in laboratorio con i bambini.
Perciò mi sta bene, solo speriamo che passi, che i legamenti non siano fuori posto e che questa zampa verde venga pian piano risostituita da un "piede normale".
Visto che dovrò rivisitare un pò le mie giornate, sotto con le letture! Il giallo norvegese da ammalata prima di dormire, gli articoli in inglese per il dottorato quando sono fresca, il libro di un amico nei momenti liberi, le dispense sulla chimica verde per le animazioni di lunedì..di certo non mi mancano spunti.
Dopotutto ci sono anche lati positivi, tipo tanto letto, tipo "maaaammaaaa mi porti...", tipo prendere il taxi per fare due metri, tipo non togliersi il pigiama per giorni, tipo mangiare cioccolata a manetta, tipo imparare a farsi le punture in pancia in un parcheggio sotterraneo...
Perciò, vediamo di abituarci in fretta a questa nuova condizione di raganella, ferma sulla foglia, con la zampa verde e palmata, mentre tutto intorno si muove comunque.

domenica 31 gennaio 2010

flag-bag


Pare che dal gennaio 2011, finalmente, saremo costretti a fare a meno dei sacchetti di plastica.
Chi come me fa abitualmente la spesa in eco discount tipo il Naturasì avrà già adottato il metodo della sporta in stoffa (quelle in carta riciclata che ti danno in negozio si rompono ogni due per tre), ma per tutti quelli che non si sono ancora organizzati propongo questa idea.
Quelle "cose colorate" che vedete nella foto non sono magliette ma borse!
Sono in tessuto (di nylon direi) super resistente e, elemento importantissimo, il materiale è completamente di recupero. Si tratta infatti di scampoli e pezzi di stoffa derivati dalla fabbricazione di bandiere e destinati allo smaltimento...mai! Con un pò di fantasia e una macchina da cucire (nel mio caso anche con una mamma volenterosa) si possono ottenere dei sacchetti molto pratici, robusti, capienti e ripiegabili. La modalità salvaspazio è facilissima da ottenere, basta arrotolare la borsa su se stessa e legare tra loro le due code di stoffa precedentemente cucite sui bordi (nel mio caso ho preferito aggiungere un bottone automatico alle estremità).
Il modello che ho scelto è molto semplice e prevede l'unione di due facce uguali per forma e dimensioni, immaginate due rettangoli tagliati sulla cima a formare una sorta di canotta, per avere meglio un'idea prendete come modello di riferimento la sagoma di una comune busta di plastica per fare la spesa.
Il colore può cambiare ovviamente a seconda dei vostri gusti, anzi i sacchetti che preferisco sono prorio quelli in cui ho cucito pezzi di stoffa di tinte diverse.
Nei manici il tessuto è doppio, per renderli più forti.
Questa idea è facile da realizzare e davvero utile, tenere sempre un sacchetto ben ripiegato nella borsa vi dà una scusa in più per fare acquisti non premeditati (libri per esempio, ingombranti e pesantissimi!)ed essere pronti allo stop della plastica 2011...
buon lavoro