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domenica 8 gennaio 2017

A year in a postcard: Il bosco degli inizi


Lo so, a sto giro non posso più lamentarmi.
Mi sono imbarcata in un nuovo progetto su Instagram (e non solo) che mi darà parecchio da fare, ma che nel frattempo mi sta già regalando un sacco di soddisfazioni. Si chiama Ayearinapostcard, è nato da un'idea di Shemissedthetrain e pianta le sue radici in altri percorsi simili, dedicati allo scambio di esperienze, di pensieri e di momenti per mezzo di una cartolina.

Abbiamo iniziato a spedire la settimana scorsa, siamo in otto e ognuna sta mettendo del suo in ogni invio. Ne abbiamo già scritto qui (il blog ufficiale del progetto) e stiamo diffondendo il nostro punto di vista sui canali personali. Questo è il mio primo post per Ilmareingiardino dedicato all'avventura, ogni tanto farò un piccolo update e vi(mi) aggiornerò su come andranno le cose, nel frattempo trovate tutto sul profilo Instagram condiviso e sulla pagina a sedici mani che vi ho già segnalato poche righe fa.

Come saranno le mie cartoline?
Saranno boschi, questa è l'unica certezza che (per ora) ho.

La prima è nata spontaneamente, "Il Bosco degli inizi": eccola qui, qui e qui. Ho scelto gli acquerelli e, ogni volta, vorrei cambiare tecnica.
Pastelli a cera, pennarelli, collage, matite colorate, bianco e nero e chissà quali e quante altre idee mi verranno. Sarà una scusa per mettermi alla prova, per stimolare un poco la mia creatività, per tentare nuove strade rimanendo fedele a me stessa.

Come ho già scritto altrove gli aspetti che sino a oggi mi hanno colpita di più sono legati al mondo delle spedizioni:
trovare le cartoline bianche e i francobolli belli non è stato facile, ma questa ricerca mi ha regalato un commesso al banco del negozio di prodotti per artisti e un'impiegata all'ufficio filatelico che non cambierei con nessun altro al mondo, non vedo l'ora di dover di nuovo fare rifornimento!
Ora non ci resta che attendere che il primo turno di Ayearinapostcard si completi, per ricominciare a spedire e ad aspettare. Credo che questo progetto mi aiuterà moltissimo anche nella gestione delle attese, proverbialmente pessima per cose gravi e difficili, ottima per quanto riguarda pazienza e comprensione delle persone.

Infine una spiegazione sulla foto che ho scelto quassù: l'ho scattata un paio di giorni fa in Spianata Castelletto, all'inizio del tramonto. Riassume perfettamente le vacanze appena trascorse, così belle che meriterebbero un post a parte. Sono riuscita a lavorare, a camminare, a correre, a cucinare, a riposarmi; avrei voluto leggere e studiare un po' di più ma non si può avere tutto dalla vita! :-)
A proposito, è il momento di aprire i libri in questa domenica di quasi neve, con il frigo pieno di avanzi della mia festa di compleanno e la lavatrice che va.

P.S. Il bellissimo logo del progetto che vedete su Instagram è opera di Gioistantingrammi

sabato 26 marzo 2016

Cronache Pasquali


Una settimana da incubo che sta finendo, tanta voglia di scrivere un post facile, senza troppi pesi e fatiche, senza troppa attenzione a forma e contenuti, pieno di bellezza o, banalmente, di semplicità.
Il modo migliore, in questi casi, è sempre l'elenco.
Per non fare torto a niente e a nessuno, scriverò la mia lista di esperienze settimanali in rigoroso ordine di comparsa, esattamente così come le cose mi sono capitate.

1. Ho organizzato la tradizionale festa di Primavera sull'Albero. Mi sono divertita, ho cucinato, ho comprato un mazzo di tulipani arancioni e ho giocato con i piccoli nuovi arrivati del gruppo.

2. Ho fatto lezione alla mia mini classe universitaria camminando tra le tombe di Staglieno, spiegando la differenza tra una crosta nera e una patina algale, mostrando i danni del tempo su una statua di marmo esposta alla pioggia, allenando gli occhi di queste ragazze a guardare il contesto. Perché è sempre il contesto che decide le regole.

3. Dopo una notizia che mi ha gettata nel panico ho corso. Ho corso un sacco anche facendo le scalette del parco, ho corso sulle spirali disegnate per terra, ho corso davanti al mare, ho corso tra file di camelie striate.

4. In una mattina difficile ho ricevuto un regalo arrivato con il postino (il genere di regali che preferisco). Questa piccola spilla e la lettera che l'accompagnava sono state un raggio di sole, una coincidenza inaspettata, un momento di speranza che mi serviva moltissimo.

5. Ho accompagnato mamma a fare una visita medica importante, che ci ha tolto un dubbio terribile, così terribile che devo riprendermi ancora adesso.

6. Mi sono comprata una gonna pantalone nel mio negozio vintage del cuore, perché di gonne pantalone, specie se lunghe, ariose, di colori pastello, non se ne hanno mai abbastanza [e poi con i miei Pescura Corallo è perfetta!]

7. Ho mangiato dei pizzoccheri al pesto siciliano, ma anche dello stoccafisso accomodato, ho bevuto vino bianco, vino rosso e persino coca cola.

8. Ho visto un meraviglioso film al cinema e mi ci voleva, le ultime volte ero rimasta così delusa...

9. Ho fatto una gita bella, nei posti dove sono cresciuta dai dodici anni in poi e nei posti dove invece sono nata e ho trascorso la mia infanzia. Non sapevo come avrei reagito nel rivedere la magnolia con le foglie lucide, i leoni di marmo che ho cavalcato così tante volte, le due palme che non c'entravano proprio nulla, il sentiero accanto al fiume. [per inciso, credo di aver reagito bene]

12. Ho mangiato la focaccia con le cipolle sulla spiaggia.

10. Ho visto un capriolo col culo bianco.

11. Sono andata a trovare mio padre.

12. Ho guardato il mare diventare accecante sotto al sole della sera.

13. Ho scoperto Agata arrotolata dentro al piumone di mamma.

14. Ho ritrovato i miei amati boccoli, persi chissà quando e chissà dove.

15. Ho raccolto tutti i pensieri più belli e li ho stretti a me.

venerdì 29 gennaio 2016

Thismustbetheblog #6: East Market Milano

Ho iniziato l'avventura di Thismustbetheblog nella primavera scorsa, visitando la splendida Erboristeria di Valeria e conoscendo finalmente dal vivo questa ragazza bellissima, gentile e dallo stile unico che ogni giorno regala foto, ispirazioni e poesia dal suo canale Instagram e dalla sua pagina Facebook.

Il viaggio è proseguito incontrando un'altra Valeria, L'inventore di mostri, con la quale è nata una bella unione a distanza, di quelle che ti fanno pensare che là fuori c'è qualcuno di simile a te, lontano ma vicino.

Poi ho trascorso una giornata in barca insieme a due meraviglie, Cinzia e Paola: con loro gli incontri sono più facili e frequenti (una vive nella mia città e fa un lavoro che in qualche modo ruota attorno a me e l'altra mi viene a trovare un sacco di volte!).

Il tour di Thismustbetheblog era fermo da questa estate, quando La Effe è passata da Genova, tornando da una vacanza al nord, con tutta la sua famiglia. Che bello è stato guardarci negli occhi per la prima volta e riconoscerci senza alcuna fatica!

Visto che ho deciso sin da subito che questi momenti di condivisione non avrei dovuto cercarli per forza ma, semplicemente, lasciare che accadessero, ho aspettato con pazienza fino a domenica scorsa, quando grazie all'East Market di Milano ho fatto il pieno di nuove blogger conosciute di persona. Non era preventivato: con il vicino-vicino abbiamo deciso venerdì di prendere su e andare a visitare la Mostra di Gabriele Basilico nella bellissima area di Porta Nuova, provando a vedere anche quella di Vivian Maier nonostante le code chilometriche e trascorrendo la mattina qui.

Premesso che la mostra di Basilico allo spazio Unicredit è bellissima e che quella della Maier, come previsto, siamo riusciti solo a sbirciarla dall'esterno a causa della fila, la mattina a Lambrate tra bancarelle vintage ed espositori handmade è stata una figata pazzesca. Avevo scoperto, quando ancora ero a casa immersa nel mio divano sputa ospiti, che ci sarebbero state Pretty in Mad, Demodé Lovely Things e Petit Pois Rose, tutte crafter bravissime che seguo da molto tempo. Appena sono riuscita a ritagliare un minuto alla voglia di perdermi tra gli scaffali e comprare tutto (fenicotteri rosa compresi) sono andata a conoscere queste tre ragazze e a regalarmi una creazione di ognuna di loro. Clara, Erika e Silvia non sono solo brave, sono anche molto gentili e mi hanno accolta con tanta premura! EriKa mi ha fatto scegliere gli orecchini a bottone che mi piacevano di più con pazienza e sorrisi, Clara ha cucito sul momento una Claratterina verde apposta per me e Silvia mi ha salutata con un abbraccio pieno di calore.
Mentre curiosavo tra gli zaini, le fasce e le pochette di Pretty in Mad ho conosciuto anche Giui, un'altra (non)artista bravissima che non potete proprio perdervi: trovate qui e qui il suo blog e il suo profilo Instagram.

Alla fine di questa lunga giornata, dopo tredici ora di camminate, stimoli, emozioni e foto, sono tornata a casa morta stecchita e mi sono accorta di aver portato con me un Thismustbetheblog bello da matti, quasi come il Bosco Verticale che vedete quassù.

Perché quando c'è bosco c'è gioia!



domenica 8 novembre 2015

Natale a Novembre

Oggi, anche se siamo solo ai primi di Novembre, sembrava Natale.
E non per il clima, che anzi era quasi settembrino, ma per l'aria di festa che si respirava.
Mi sono svegliata e ho fatto colazione con il pane dolce e la marmellata di bergamotto, sapevo che mi avrebbero atteso alberi, foglie, sole, amici e la macchina fotografica nuova. Forse qui non lo avevo nemmeno scritto, ma qualche settimana fa, in pieno Festival della Scienza, mi hanno rubato la reflex. Ci sono rimasta male, per le modalità del furto più che per il costo della fotocamera, che per me però aveva un grande valore affettivo: la mia prima reflex comprata con i soldi di una cosa importante che stava finendo. Era un oggetto proiettato nel futuro e perderlo così, mentre stavo lavorando, mi è dispiaciuto moltissimo. Poi, come faccio sempre, non ho dimenticato ma ho chiuso tutto in un cassetto. A chiave.

Inaspettatamente, pochi giorni dopo, i colleghi mi hanno regalato una nuova macchina, più bella di quella che avevo, più leggera e maneggevole, con una sensibilità ai colori davvero sorprendente. Quale occasione migliore, di una domenica d'autunno nel verde, per provare i primi scatti (il primissimo in assoluto è quello quassù)?
Via con il motorino e poi a piedi, prima sotto gli alberi carichi di foglie gialle, poi in un piccolo cimitero dove il tempo pareva essersi fermato tantissimi anni fa, tra ragnatele, muschio, funghi e pozze di fango.
Bianconi che volavano bassi, gatti diffidenti, rampicanti rossi come il fuoco, semi bianchi che sembravano neve, corbezzoli ancora acerbi che legavano la lingua, momenti silenziosi che a me dicevano un sacco di cose.

E poi gli amici, tutti quanti, tutti i vicini del gruppo whatsapp, l'unico che tollero sul telefono senza sbattere la testa contro il muro ad ogni notifica. Siamo tanti, siamo undici (se non contiamo i bimbi), e oggi, complici tre compleanni ravvicinati, siamo andati a pranzo fuori.
Qui.
Eviterò di scrivere il menù completo, al quale è impossibile sottrarsi perché il gestore porta tutto in tavola come se fossimo a casa, la domenica, con la mamma che ti riempie il piatto perché ti vede deperito. Certamente fino a domattina non toccherò cibo e continuerò a pensare al minestrone clamoroso che ho mangiato oggi, senza fare il bis solo perché dopo mi aspettavano i ravioli.

Abbiamo chiacchierato un sacco, abbiamo aperto i regali (come a Natale!), abbiamo giocato a palla con Martino e aspettato (invano) che Adele si svegliasse. Abbiamo guardato (e fotografato) tramonti, bevuto amari, raccontato viaggi e riso un sacco.
Era da un bel po' che non capitava così e viste le notifiche sul gruppo whatsapp che continuano ad arrivare so che non lo penso soltanto io.
Questa bella domenica chiude un week end strano, iniziato di venerdì e formato da tante cose diverse.
Ieri, per esempio, è stata una giornata un po' stancante perché ho lavorato fuori Genova e mi sono svegliata alle cinque di mattina, reduce da un viaggio a Torino con mamma, bellissimo ma di sicuro per niente riposante. Con lei ho pranzato nel bar che ha inventato i tramezzini, sono andata da Melissa a fare le scorte per l'inverno, ho visitato la mostra di Monet e sono entrata qui, dove ho ricevuto un regalo di Natale anticipato e inaspettato.
Anche se è Novembre.

venerdì 26 giugno 2015

Sentieri uniti contro il disagio

In questi giorni mi sento profondamente a disagio.

Al lavoro, con il mio corpo, con il resto del mondo. Sono poche, pochissime, le persone con cui riesco a stare volentieri e altrettanto poche le situazioni in cui mi sento di dire: "Ok, eccomi." L'ultima ieri in un campo di zucchine, tra impianti d'irrigazione anarchici e cestini rossi.
Come spesso mi capita non trovo il mio posto nel mondo, ma nemmeno nella città in cui abito o in quelle vicine. E' ormai chiaro che si tratti di un problema legato a me, a questo carattere che non si arrende a diventare stronzo e a desensibilizzarsi, nonostante rispetto al passato lo so solo io quanto abbia imparato a non sentire le cose. Sempre di più. Sempre peggio.

Eppure spesso non basta e questo è un periodo in cui non basta.

Perciò mi aggrappo con le unghie e con i denti alle cose che mi salvano, a quei momenti piccoli ma per me enormi che funzionano come una perfetta zattera, pronta a traghettarmi da una sponda all'altra del Fiume Sconforto.
Come sempre, il regno dei ragni è quello che mi tratta con i guanti, che mi avvolge e mi protegge tenendomi fuori da tutto, che mi permette di camminare e scivolare senza (quasi) farmi male, che mi regala attimi di meraviglia inaspettata e silenzi dal valore inestimabile.
Io di tutto questo non sono mai capace di scrivere e mi affido, come al solito, agli elenchi:

- un giglio di San Giovanni appena sbocciato che ospita una piccola farfalla a pois
- una foresta di foglie verdi che diventano psichedeliche appena ti azzardi ad alzare il naso verso il cielo
- un'adunanza di scarabei che non abbiamo saputo spiegarci
- una merenda nella radura delle merende
- un paguro di montagna protetto dal legno e uno appeso per un filo di bava
- una ginestra che ha finito i suoi fiori
- una piuma a righe azzurre e blu che spunta tra le foglie secche e mi lascia a bocca aperta
- una "famiglia di volpi" che nasce da una pineta malata
- un panorama che chiamarlo Paradiso era inevitabile
- una storia di aerei che sanno dove andare che ancora non conoscevo
- un piede che scivola, una schiena che si sbilancia e un culo che atterra
- un picchio che batte in lontananza
- un giardino botanico bizzarro che conserva davvero quello che promette
- un cane che quando beve fa un rumore conosciuto
- un'aquilegia viola sulla sponda che scende
- un panino col prosciutto che pare il più buono di sempre
- una dose sufficiente di serenità per affrontare la settimana di difficoltà che sarebbe cominciata di lì a poco

Questo è successo lo scorso weekend, quando i sentieri si sono uniti contro il disagio, in una lotta lunga, bella, impari e non ancora conclusa.


martedì 23 settembre 2014

I magnifici 5: annusare

Oggi è il primo giorno di Autunno, la mia stagione preferita. Può sembrare strano ma se penso al senso dell'olfatto è l'autunno a venirmi in mente, non la primavera. Perché l'autunno è sottobosco umido, è foglie secche, è caldarroste, è legna che arde, è casa come nient'altro al mondo.
Con questo post mi mancheranno da scrivere solo quello sull'udito e quello sulla vista, e l'autunno andrebbe bene pure per loro.
Il senso dell'olfatto è il più antico che ho, forse questa cosa vale per tutti, non so. Sono ricordi olfattivi i miei primi ricordi. Alcuni legati a momenti belli, altri immersi in situazioni orrende, in ogni caso sono gli odori che mi fanno rotolare indietro in un secondo, senza passare dal via.
Ecco, come sempre, l'elenco (di quelli che amo):
- Il basilico, odore legato immediatamente a un'immagine: il lavandino di mia nonna Rosa ricoperto di foglie pronte per fare il pesto
- Il pollaio, uno di quegli odori atavici, che si fondono completamente con gli anni della mia infanzia
- L'erba tagliata, uno dei miei profumi preferiti in assoluto
- La prima pioggia che tocca il suolo, che ha pure un nome bellissimo e poetico, si chiama petricor
- La paglia, che come l'odore del pollaio è uno dei più vecchi nascosti nel mio cervello
- Il sottobosco bagnato, quello che ti riempie il naso nelle passeggiate di ottobre, cercando funghi, o camminando e basta
- Le castagne che cuociono nella padella bucata e riempiono la casa di affetto, non saprei scrivere altrimenti
- Il profumo della mamma di Alessia, la mia amica d'infanzia. Lo sento ancora tra la gente e prima o poi troverò il coraggio di fermare una signora che lo indossa per chiederle il nome
- La zagara, perché nessun fiore ha un odore così meraviglioso
- Il soffritto per il polpettone, ed è subito Casa
- Il pane caldo (perché, c'è qualcuno a cui non piace da morire?)
- I libri nuovi, infilare il naso tra le pagine è da sempre la prima cosa che faccio
- Il sapone di Marsiglia, nulla rende meglio il senso del pulito
- Il sole sui panni stesi appena ritirati, perché sì, il sole sui panni stesi appena ritirati ha un odore buonissimo
- Il mare
- Il legno di Cirmolo
- I pastelli a cera, che sanno di asilo, di album da disegno nuovo con i fogli un po' ruvidi, di grembiuli inamidati e di palestre con il parquet che scricchiola
- La noce moscata, la prima spezia che ho amato alla follia
- La pelle dell'uomo che amo
- La legna che arde nel camino, il profumo caratteristico del mio paesello, da novembre in poi
- La casa di Marina e Claudio, perché essere lì vuol dire essere al sicuro
- I musei, durante le mostre hanno sempre un profumo buonissimo
- I tigli in fiore, un'autentica meraviglia
Ho deciso che mi fermo, perché forse potrei andare avanti per ore. Non pensavo che avrei trovato così tanti profumi adorati, né che avrei fatto fatica a pormi un limite. Mentre chiudo il post penso già all'odore della cantina di mio papà, a quello di sportello (un mix di spezie, liquori, legno vecchio, cibi stantii), a quello di cacca di mucca, o di pesca matura, o di bambino piccolo, o di scorza di limone...

lunedì 31 marzo 2014

Cara me

Ho una voglia matta di scrivere qui ma non ho il tempo per farlo.
Due presentazioni power point in dirittura d'arrivo, una ancora da iniziare, il week end lavorativo, il sole che fa venir voglia di correre sui prati dalla mattina alla sera. Altro che ufficio. Altro che pc.
Ma non si può, non ancora per lo meno: un po' di tranquillità ci sarà già tra una settimana, il viaggio in programma sarà da rimandare di qualche tempo, ma passeggiate, spiaggia e libro non sono poi così lontani.
Nel frattempo però, negli unici momenti in cui mi concedo un attimo di pausa dal monitor super illuminato e molesto, ho voglia di scrivere.
Oggi, navigando qua e là, mi sono imbattuta in questo e mi sono subito commossa. Nell'occhiata veloce che ho dato al sito mi pare di aver capito che si tratti di una piattaforma on line, gestita da alcuni autori, in cui chi scrive dedica una lettera al se stesso teenager, raccontandogli cosa è successo dall'adolescenza ad oggi, come sono cambiate le cose, com'è proseguita la vita, dove sono andate le speranze messe nel cassetto così tanti anni prima.
Non so con quale criterio vengano scelti argomento, modalità e scrittore del post, non ho ancora avuto il tempo di leggere seriamente tra le pagine del sito e farmi un'impressione più precisa. So solo che trovo sia un'idea splendida, romantica, forse pure un poco triste, ma certamente vicina alle mie corde e al mio modo di pensare.
Perciò in questi pochi minuti strappati alle slide piene di colori e di formule, voglio scrivermi anche io una lettera, partendo dalla foto sfocata quassù, quando avevo solo diciassette anni e la testa rasata.

"Cara me,
sono passati quindici anni, QUINDICI, da quando correvi su quella spiaggia, con il pellicciotto giallo e i Doctor Martens. Alla fine ti sei diplomata, nonostante quel liceo assurdo pieno di morti, di canzoni, di vodka alla pesca e assemblee, sembrasse non terminare mai. Ti sei iscritta a Lettere, con lo sguardo vigile di disappunto e rassegnazione di mamma, con la solita indifferenza di papà e con la buona abitudine di lavorare d'estate per pagarti i sabati sera fuori e la prima vacanza da quasi maggiorenne.
L'amore è andato come ha potuto, gestito da te che non sei mai stata brava a cercarti il bene nel mondo. Storie lunghe quasi tutte, intense, faticose, necessarie. Qualche tentativo poco felice, qualche altro poco fortunato, qualche altro ancora semplicemente un modo, l'ennesimo, per punirti il più possibile.
L'università l'hai finita, due volte, nel frattempo hai sepolto papà e un sacco di altra gente, rantolando in silenzio e stringendo i denti come non pensavi fosse possibile. Fai fatica a crederci anche adesso se è per questo.
Quello che non hai detto a parole l'ha detto il tuo corpo, ti sei ammalata spesso, ti sei spaventata ancora più di frequente e ancora oggi somatizzi tutto, dall'inceppo sul lavoro al peggiore dei soprusi.
Hai trovato l'amicizia vera e quella falsa, hai ascoltato voci amate, rispettate e accolte come fossero di famiglia, hai perso persone che hanno guardato altrove per troppo tempo, con la convinzione di trovarti ancora lì una volta tornate.
Hai fatto mille lavori diversi, alcuni divertenti, alcuni imbarazzanti, alcuni faticosi per la testa, per il corpo e per il cuore.
Hai avuto fame, sonno, voglia di fare l'amore.
Hai perso peso e lo hai ripreso, e riperso, e ripreso. Hai corso dietro a un treno, dietro a un cane, hai corso e basta. Ti sei guardata dentro, hai chiesto aiuto per farlo, hai lasciato casa, mamma e gatta per trovare il tuo piccolo posto nel mondo. Hai costruito un nido verde pieno di legna e di cose belle, hai continuato a studiare e, pensa un po', ti sei persino dottorata. Hai provato con poco successo a mettere da parte qualche soldo ma l'unica cosa che sai accantonare è l'orgoglio, anche se forse, in questi quindici anni, sei un poco migliorata.
Hai imparato a cucinare, a fotografare, a fare pilates e (ogni tanto) a dire di no.
Hai cominciato a scrivere come mai avevi fatto fino ad ora, con costanza, passione e visione futura, leggendo libri, spulciando blog, pensando ai tuoi diciassette anni."


P.S. In questi anni di ilmareingiardino la foto del post potrei pure averla già usata, non ricordo, ma fa lo stesso.

mercoledì 21 agosto 2013

Il Regno dei Ragni

Post confuso, lo so già. Perché sono tante le cose da dire, le cose che sto facendo, le cose che sto superando, le cose che sto capendo, però ho poca voglia stranamente di condividere col mondo.
Ieri leggendo l'ennesimo giallo estivo (come previsto la Vargas ha preso il sopravvento sul noir scandinavian style) ho scovato una frase che mi si addice molto: "Non ho trovato niente da pensare"...ecco, è proprio così: pur essendo un periodo estremamente denso di soluzioni e percorsi fertili, non ho pensieri chiari, non ho visioni nitide, non ho punti saldi a cui aggrapparmi. Ieri sera, parlando con Andrea, mi è uscita spontanea la metafora del collirio, che mi permette di vedere limpide e grandi le cose che ho attorno, le stesse su cui magari sono anni che inciampo senza quasi nemmeno rendermene conto. Per ora, il limite di tutta la faccenda, sta nel fatto che gli effetti prodigiosi di questa medicina per gli occhi (e per l'anima) non durino a lungo e quindi, a momenti di emozionante chiarezza a livelli di serendipity mentale, seguono blocchi e crolli confusi in cui tutto mi sembra di nuovo aggrovigliato e complicato.
Qualche giorno fa ho fatto un giro a piedi, da casa di mamma a "casa di papà" passando per un vecchio sentiero sgangherato, tra l'erba alta, gli strapiombi sul mare, le pietre rotolate, i rami ritorti, gli alberi fitti, gli insetti stecco, i rumori degli uccelli, i fiori di campo e mille ragnatele appese in mezzo alla via. Alla decima tela in faccia ho preso un bastoncino e mi sono fatta strada, attraversando "Il Regno dei Ragni" sotto il sole, con il passo svelto e il cuore un po' agitato.
Qualche tuono, il mare scuro, la luce argentata che tagliava le nuvole e si rifletteva sull'acqua, la voglia di dire a tutto l'universo quanto fosse per me importante, in quel momento, fare quel cammino. La sosta al cimitero è stata una sorpresa, un grande passo avanti rispetto a tutte le volte precedenti fatte di spolverate veloci, sistemazione meccanica dei fiori, carezzina svelta alla foto e tanti saluti. Oltre i cipressi, con i pensieri distesi e positivi, le cuffie nelle orecchie e la falcata più veloce di sempre, sono scesa sopra al mare e sono corsa a casa dalle mie abitudini, dalla gatta, dai libri, dal sole, dai fiori e dal cibo-medicina che mi aiuta in questo periodo complicato.
Inutile dire che parlare, guardare, accettare (meglio accogliere), lasciare andare e sorridere sono tutti verbi più utili di qualunque pastiglia o visita medica per superare un momento in cui il mio corpo (come sempre più sincero della mia mente) mi ha detto "Non ce la faccio più". E al di là delle intolleranze alimentari, al di là della sospetta celiachia, una luna piena, una scatola di giochi per bambini da sistemare, una giornata alle terme con mamma e una cena con l'amica di sempre pronta ad una vita nuova, sono tutte cose per cui vale la pena continuare a camminare, con il bastoncino in mano, nel "Regno dei Ragni".

P.S. Canzone di sottofondo, anche se c'entra poco con il post, "Satellite" di Colapesce e Meg...perché sono due estati almeno che la ascolto senza sosta.

domenica 11 agosto 2013

Storia di Alì

Alì è un piccione, ma non un piccione qualsiasi: Alì è un piccione viaggiatore.
All'inizio dell'estate il suo proprietario lo ha regalato ad un amico, un colombofilo come lui che partecipa alle gare da poco e sta cercando di incrementare la sua piccola colombaia.
All'inizio di questa storia Alì non si chiama Alì, ha un altro nome che nessuno sa, forse Alì è addirittura una femmina, la sua testina aggraziata e lo sguardo delicato si addicono di più a una giovane colomba, in effetti.
Il giorno del viaggio Alì non è in forma, ha un sacco di pensieri e non si sente pronto, deve volare fino alla Francia ma non ha capito dove, teme il vento, teme il mare, teme gli altri uccelli, teme i colombi come lui che lo attendono all'arrivo.
Alì parte stanco e si scoraggia quasi subito, prova a farsi forza, a stendere bene le ali, a bilanciarsi con la coda, a sgombrare la testa dalle preoccupazioni: "Tieni duro", pensa, "Arriverai prima di quando te lo aspetti, quante volte pensavi di non farcela e invece la meta era già così vicina, gli altri piccioni così simpatici, l'acqua così fresca e le granaglie così buone!". Ma l'istinto di Alì ha ragione, non è un bel giorno per volare, il vento che gira all'improvviso, la stanchezza già troppo pesante ancora prima di partire, le nuvole basse: "Non ce la faccio", pensa, "Devo fermarmi, o quando lo farò sarà troppo tardi e finirò dritto nella bocca di un gatto o sotto le ruote di un'auto sulla camionale".
Attorno a lui solo tetti, antenne, pali della luce, terrazzi, ringhiere e corde del bucato, le finestre sono tutte chiuse, alcune hanno addirittura le imposte serrate, ma è agosto e le città si svuotano per le ferie. Deve resistere ancora un poco Alì, deve cercare di raggiungere la campagna e magari, se è fortunato, riesce ad incontrare una colombaia dove fermarsi qualche ora, qualche giorno. Ricorda di un suo compagno l'anno prima, che in occasione di una gara era stato ritrovato una settimana dopo da una famiglia gentile, era stato rifocillato, fatto visitare addirittura da un dottore, fino a che il loro padrone aveva preso la jeep, caricato la gabbia sul retro ed era andato a riprenderlo, sbuffando e lamentandosi più per la brutta figura fatta con i colleghi in gara che per per il disturbo.
Mentre si perde tra i pensieri e si lascia un poco trasportare dal vento Alì entra in un bosco, i rami sono fitti, non si vede quasi nulla e volare diventa difficile. Prova a scendere, saltella qua e là, becca qualche seme posato sulla terra calda, sale su un tronco abbattuto e si riposa..."Solo un poco" si dice, "Solo il tempo di ritrovare le forze".
Quando si sveglia è quasi buio, occorre rimettersi subito in viaggio se si vuole raggiungere un villaggio dove trovare riparo. Saldo sulle zampe inanellate Alì spicca il volo, attraversa il fogliame estivo, sente un ramo graffiargli forte l'ala sinistra, ma stringe il becco ed esce dal bosco, c'è un po' di vento, a favore finalmente, e seguire l'aria è facile come fare una discesa sullo scivolo. Dopo una mezz'ora di volo tranquillo, dietro una collina, in fondo alla gola, Alì vede delle luci: "Che ore saranno?", forse le nove di sera, forse ancora più tardi, il cielo è ancora chiaro, ma i lampioni illuminano già le strette strade del borgo di mare.
Alì si sente sollevato: un paese di campagna, con poche case, tanto verde, qualche orto e sicuramente qualcuno disposto a lasciarlo riposare, magari anche ad accudirlo, a parlargli, a controllargli quella ferita sull'ala che comincia a fargli davvero male.
Scende in picchiata verso le case e si ferma su un grande tetto rosso, lì le finestre sono tutte chiuse, c'è un giardino curato, qualche albero tagliato da poco e tanto prezioso silenzio. Il piccolo palazzo di fronte, invece, è decisamente abitato, tre giardini vivi, con il bucato che sbatte al vento della sera, i gatti che sonnecchiano sui tavoli di plastica, una signora che chiama il marito nell'orto. E poi, le finestre sono quasi tutte illuminate.
Alì riflette, non sa cosa sia giusto fare, è la prima volta che si perde, è la prima volta che ha bisogno di aiuto. Dopo qualche minuto prende coraggio, apre le ali, prova a stirare con cautela quella sinistra e punta la finestra più in alto, da cui proviene una fioca luce blu, intermittente, delicata, deve essere un televisore acceso.
Scende piano sul davanzale, cercando di non fare rumore, con discrezione sbircia dentro e sul divano vede una signora anziana, che guarda le immagini scorrere sullo schermo ma sembra assorta in altri pensieri, più lontani e più importanti di quello sceneggiato estivo. Incuriosito e ormai carico di coraggio Alì decide di spostarsi sulla finestra accanto, dall'appartamento escono voci piccole, chiacchiere adulte, musiche in rima e battiti di mani. Appena le sue zampe toccano l'ardesia ancora tiepida quattro occhi lo osservano sbigottiti: "Nonna nonna! Guarda!". Due bimbi seduti sulla medesima poltrona lo stanno indicando tutti eccitati, una signora si avvicina piano piano alla finestra mentre un uomo, assorto nella lettura del giornale, alza appena lo sguardo dal quotidiano disteso sul tavolo.
Sono tutti indaffarati là dentro, chi prova a chiamarlo con il verso che si usa per attirare i gatti, chi si alza sulla punta dei piedi per guardarlo meglio, chi ipotizza ferite e malattie osservando la sua ala malconcia. Dopo poco la signora sparisce e ritorna accompagnata da altre due donne, una invoca il ragù di piccione guardandolo però con dolcezza tra i riccioli tagliati corti, l'altra si confronta con la padrona di casa sul significato di piccione viaggiatore, facendolo sentire importante e prezioso.
E' ormai notte, c'è troppo interesse in quel posto, rimanere lì significa rischiare di farsi prendere, la finestra dell'anziana signora sembra essere più tranquilla: Alì spicca il volo e atterra poco più in là. Ora la donna è in piedi, la televisione è spenta, lentamente cammina in soggiorno tenendo una mano sulla schiena del divanno, come se fosse una robusta ringhiera immaginaria. Improvvisamente lo vede e, con grande stupore del colombo, gli parla. Lo ringrazia di essere venuto, si rivolge a qualcuno che però in casa Alì non vede, sembra commuoversi perfino e, sempre lentamente, si allontana verso una stanza buia, lasciandolo tranquillo sul davanzale. Prima di sparire dietro a una porta semichiusa, una mano delicata spegne l'ultima luce.
Cicale, uccelli, rumore di auto in manovra, urla lontane di giovani al mare, rombi di motoseghe in azione, persiane che si aprono...Alì tira fuori il becco dalle piume del dorso, spalanca gli occhi e, d'istinto, spicca il volo: "Che ore sono?", "Dove mi trovo?". In pochi secondi atterra pesante sul tetto rosso, il primo incontrato al suo arrivo e si guarda intorno, improvvisamente ricorda la luce blu del televisore, le piccole dita di bimbo che lo puntano, gli occhi benevoli della ragazza con i capelli corti.
L'ala sinistra è ancora dolorante, aprirla e chiuderla con calma gli dà un po' di sollievo, ha fame e sete, deve capire cosa ha intorno e dove può recuperare del cibo. Spicca il volo nel pieno sole del mattino, supera la casa color salmone, si avvicina a quella gialla e si posa su un filo elettrico: campi coltivati, orti abbandonati, prati, terrazzi, boschi. In una casa lontana, lasciata al lavoro instancabile del tempo, vede una vecchia colombaia vuota: "Chissà quanti piccioni ha ospitato", pensa. Riaperte le ali e ripreso il volo Alì torna verso il mare, ma questa volta cambia finestra, scende di un piano e si ferma oltre una sottile zanzariera tirata. E' mattina presto, in casa tutto è immobile, la luce è forte ma il caldo è sopportabile, fermarsi lì può essere una buona idea; improvvisamente, alle sue spalle, uno strano verso lo insulta, un misto tra un miagolio isterico e un gorgheggio da neonato arriva dal pavimento e lo investe completamente. E' un gatto, una gatta forse, bianca, sporca, decisamente poco aggraziata, che lo punta nervosa e sbatte la coda nera con frenesia e preoccupazione. In pochi secondi arrivano le due donne della sera precedente, quella esperta in colombi e quella che si limita a guardarlo, è proprio lei ad aprire la zanzariera con una piccola scatola di cartone in mano terrorizzandolo a morte. Il tetto rosso continua, per tutto il giorno, ad essere il suo rifugio, da lì Alì spicca il volo spesso, si posa sul palo, sulle tegole delle case vicine, sul parapetto di un terrazzo assolato dove la ragazza con i capelli mossi gli allunga qualcosa da mangiare, un mucchietto di palline gialle, probabilmente uno strano e poco soddisfacente cibo straniero, che mangerebbe pure se non fosse continuamente insultato da quella stupida gatta bianca. Il sole tramonta, si alza un po' di vento, la signora anziana gli rivolge parole dolci e domande su persone che lui mica conosce, i bimbi battono le mani, gli adulti guardano l'anello che gli stringe la zampa sinistra e stanno al telefono a dire numeri per ore e lui pensa, dopotutto, che rimanere lì potrebbe anche essere un'idea. Chissà perché poi, in quel posto, lo chiamano Alì.



domenica 30 dicembre 2012

You are my sunshine

Ci si alza la domenica mattina e si esce al sole.
La mia domenica è iniziata così, nei posti dell'infanzia, tra le colline che conosco, immersa nella luce, con l'emozione del primo giorno.
Camminare in silenzio, camminare parlando, camminare e basta.
Percorsi che già porto dentro, che un paio d'anni fa sono stati testimoni di momenti dolorosi e che oggi mi hanno accolta con comprensione, nel senso di capacità di capire.
Stanca dall'ultimo allenamento su un corpo per nulla pronto, ho attraversato il sentiero pensando quasi esclusivamente ai miei piedi, guardandoli posarsi sulle pietre, tra l'erba, nella terra. Poi bastava alzare gli occhi per farsi circondare dalla luce, bianchissima, che ha reso nere le sagome degli alberi (proprio come piace a me) e mi ha riempito il cuore ogni minuto.
Una schiena che conosco mi ha camminato davanti tutto il tempo, spesso in silenzio, a volte raccontando vita di montagna, a volte semplicemente fermandosi per aspettarmi. Qualche incontro nei momenti di riposo, per lo più cagnoloni pieni di voglia di giocare e tanti panorami da mozzare il fiato.
Ieri sera cinema, l'ultimo di Clint come ogni anno, niente di che secondo me, un po' di sana (e inquietante) autobiografia, una bella canzone che canto fin da quando ero piccola e che dà il titolo a questo post.
Ma, questa mattina, ciò che per me è sunshine era lì, sul mare d'argento, nel verde del muschio, all'ombra delle rocce, tra gli sterpi secchi, sul pino dritto in mezzo al sentiero, con i fiori viola della partenza, sul pile rosso che mi precedeva, nell'acqua fredda della fonte.
Non capisco mai nulla di me: le insicurezze, le paure, l'amore profondo, i ricordi, l'inadeguatezza e le speranze si fanno mille volte più potenti in questi giorni di casa, montagna e sole, ma ne vale sempre la pena.
Vale la pena di chiedersi, domandarsi, guardarsi dentro, guardarsi negli occhi, ascoltarsi, prendersi sul serio, riderci su, volersi bene e camminare.



lunedì 29 ottobre 2012

Volersi bene

Oggi è stata una bella giornata. Oggi sono tornata a casa.
Ci sono poche cose che mi rimettono insieme come un bosco in autunno. Se poi le foglie a terra, metà arancio e metà verdi, metà accartocciate e metà dritte come lance, sono quelle di castagno, sono in pace. Quando ero piccola con le foglie di castagno costruivo il copricapo indiano, infilavo un gambo in una punta fino a creare il cerchio per la fronte e con la foglia più bella, quella più grande e regolare, facevo la penna.
Oggi nel bosco non ho raccolto foglie, ma ne ho viste tantissime. Ho annusato l'odore della terra umida, ho raccolto funghi con gli occhi, funghi viola, funghi piccoli, funghi enormi, funghi soli, funghi in gruppo, funghi brutti, funghi strani e funghi pericolosi. Ho visto capre dalle corna grosse, due maiali fidanzati e dei tacchini in lontananza. Mi sono lasciata seguire da un cane più diffidente di me, ho mosso il tappeto di rami e cose secche ad ogni passo. Accanto, in silenzio o quasi, lo Sminatore. Nel marrone dei tronchi passavamo noi con i nostri rossi forti, la mia giacca, il suo pile. Nel silenzio del bosco le voci, i racconti dei giorni passati, il mio bisogno di aiuto per situazioni che da sola non capisco e non riesco ad affrontare come vorrei. La sua voce mi calma, anche quando è dura.
Ero in affanno sul sentiero, avevo dormito poco l'ultima notte e le ore di turno al Festival, in un porto baltico super affollato, non aiutano a sentirsi riposati. Ma questi gruppi di ore, scanditi da visite, domande, piedi piccoli e occhi grandi, abbracci che arrivano a malapena alla cintola e disobbedienze inevitabili, risate e soddisfazioni, pensieri e spensieratezza, valgono tutta la stanchezza che sento.
Oggi però il bosco mi serviva, così come mi serviva il silenzio dello Sminatore mentre aggiustavo patetica il mazzo di fiori di plastica davanti a quello sguardo in bianco e nero e quel mezzo sorriso uguale al mio.
Mi hanno fatto bene le pause, le battute, i dispetti e il panorama. Mi hanno fatto bene il sole caldo e l'ombra fredda, il passo reso svelto dal buio in arrivo e reso immobile dal cinghiale sul sentiero. Ho avuto paura, più paura di quanto mi aspettassi, di quelle paure che poi stai zitta e ti dici che tra poco ci siamo, che tra poco arriviamo a casa. Quelle paure che le cose non le dici solo a te stessa ma le ripeti pure ad alta voce e chi ti è accanto ti risponde solo "sì sì" perché lo sente che hai paura.
Che poi, uno Sminatore, è concentrato e sensibile per lavoro no? Quindi lui le cose le sente sempre, tira fuori la bomba a costo di lavorarci una vita, scopre fili pericolosi, decide quale tagliare e quale tenere, sposta momenti nel tempo, lasciando sfogo alla sua parte emotiva quando è troppo pericoloso soffocarla.
Sento casa ad ogni passo nel bosco, un letto di foglie che riesco perfettamente a ricreare in città, basta pensarci e staccare tutto, basta mettere a fuoco i punti verdi che si incontrano e portarseli dietro, le foglie palmate incollate dalla pioggia sul lunotto posteriore di un'auto in soprelevata, gli alberi di falso pepe sotto la tana di un tempo, i fiori violentati dal sale sul pontile della barca.
Nel mio bosco, con un passo accanto che faccia risuonare il mio, niente mi fa pensare che non valga la pena lottare, cercarsi, rispettarsi, perdonarsi e volersi bene.