Visualizzazione post con etichetta soluzioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta soluzioni. Mostra tutti i post
martedì 9 agosto 2016
Il Pilates mi ha cambiato la vita
Sembra un post acchiappa visualizzazioni, mi rendo conto, una di quelle frasi gigione che usano tanto su youtube per fare il pieno di click e poi, nel video, non c'è traccia di ciò che preannunciava il titolo.
Però a me, il Pilates, la vita l'ha cambiata veramente e oggi vi spiego come e perché.
Mi sono avvicinata al Metodo Pilates ormai dodici anni fa, davvero tantissimi. Avevo appena avuto la trombosi, l'angiologo mi aveva consigliato di continuare a fare sport ma anche di abbandonare le attività troppo pesanti, in cui le gambe erano coinvolte con saltelli e sforzi eccessivi, in cui le piante dei piedi e i polpacci venivano sollecitati in maniera inadeguata.
Abolita la corsa, consigliato il nuoto, mi sono dedicata a quest'ultimo con immensa insoddisfazione. Sveglia alle 6.30 per essere in acqua prima delle otto, un'ora di vasche col magone, freddo polare negli spogliatoi, capelli impettinabili dopo una settimana di piscina, calze elastiche impossibili da infilare con la pelle ancora umida, tonnellate di borotalco, funghi e verruche alle porte, treni, autobus, lezioni all'università con l'accappatoio marcio nello zaino.
Nuoto abolito, come la corsa.
Tra i consigli del medico continuava ad ondeggiare sospeso questo esotico Pilates, l'avevo già sentito perché lo faceva Madonna, ma non avevo mai realmente capito di cosa si trattasse. Fino a che, a un passo da casa, ho scoperto che una piccola palestra teneva corsi collettivi a prezzi modici (all'epoca lo si trovava quasi esclusivamente a lezioni individuali, con un costo improponibile per me) e che questi corsi collettivi non solo mi facevano bene ma erano pure divertenti. Ho alternato per anni il Pilates allo Yoga, poi, per cause di forza maggiore, ho continuato solo con il Pilates e non ho più smesso. Quando sono andata a vivere da sola e mi sono trasferita lontana dalla palestra (e dalla mia amatissima insegnante, Deborah) ho subito cercato un altro centro dove poter praticare il mio sport del cuore e, udite udite, l'ho trovato sotto casa. Anche in questo caso sono stata molto fortunata e Luciano, il maestro che ho adesso, mi piace un sacco. Per quanto possa sembrare strano, infatti, il Pilates è tutt'altro che un'attività priva di controindicazioni: se effettuata male, senza fare attenzione alla postura, alla protezione adeguata della schiena, alla respirazione e all'allungamento corretto si rischia di farsi parecchio male. Un buon insegnante, dunque, è indispensabile.
All'opposto, se fatto bene, il Pilates vi cambia la vita.
Ho imparato a sdraiarmi e a rialzarmi senza coinvolgere i muscoli lombari ma aiutandomi con gli addominali, ho imparato a chinarmi "arrotolando e srotolando" la colonna come fanno i gatti, ho imparato ad auto curarmi i dolori alla schiena con piccoli ma super efficaci esercizi di stretching, sono diventata molto più aggraziata nei movimenti e mantengo sempre un buon allineamento collo-coccige senza nemmeno rendermene conto, che io sia in piedi o seduta al computer. Il bello di questo sport sono proprio l'inconsapevolezza e la gradualità con cui si raggiungono gli obiettivi: basta continuare a praticare un poco e gli atteggiamenti acquisiti vengono automaticamente mantenuti, come se il nostro corpo fosse ormai programmato in un certo modo.
Da qualche mese ho preso l'abitudine di fare Pilates tutti i giorni (come dimostra la foto quassù), almeno dieci minuti al massimo mezz'ora, dipende dal tempo e dalla voglia disponibili. Così sono certa di allenarmi con poco sforzo e di ricominciare a Settembre senza farmi sorprendere stanca e fuori forma: un buon metodo, credo, per scongiurare le mie tanto temute contratture muscolari.
Quando ho iniziato a scrivere questo post pensavo di raccontare anche delle novità incontrate ultimamente, prima fra tutte la Rivista Flow (ora come ora sono circondata dai due numeri, in francese e inglese, che ho appena ricevuto e che mi stanno riempiendo gli occhi di ispirazione, bellezza e piccole cose), ma alla fine il Pilates si è preso tutto lo spazio che voleva e che merita, perciò va bene così.
Delle new entry summer 2016 (niente, è giornata di titoli gigioni evidentemente) ci sarà tempo di parlarne la prossima volta, ma prima di chiudere voglio ricordare qui una sorta di mistica visione che ebbi il primo anno in cui cominciai il Pilates e lo Yoga insieme: durante il rilassamento, ad occhi chiusi, mi immaginai alla fermata di un autobus, in Canada, avvolta in una mantella impermeabile rossa con un paio di galosce gialle ai piedi. Attorno a me solo una lunga strada bagnata e un bosco con alberi altissimi, verdi e marroni, scossi dal vento. Quando riaprii gli occhi stavo piangendo, non di angoscia però, e ancora oggi, se vado in crisi, quell'immagine è la prima a cui mi aggrappo per sentirmi subito meglio.
Io ve l'ho detto che il Pilates vi cambia la vita.
Etichette:
cambiamento,
Pilates,
recupero,
ricordi,
soluzioni,
Sport,
tranquillità
sabato 16 aprile 2016
Basta rimanere in silenzio
Inteso come "è sufficiente stare in silenzio".
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.
Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!
Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.
Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.
Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).
In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.
Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.
Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.
Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.
Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.
Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!
Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.
Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.
Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).
In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.
Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.
Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.
Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.
Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.
Etichette:
autostima,
cambiamento,
Casa,
pensieri,
rabbia,
riflessioni,
segnaposto,
soluzioni
venerdì 25 dicembre 2015
Personne
Musica.
Oggi è il venticinque Dicembre, è Natale.
Sono da mamma e non sono arrabbiata come negli anni passati. Forse mi sento un po' triste, forse angosciata, ecco sì, in ansia, ma non arrabbiata.
Nei giorni scorsi, sedute nella stanza giallina, di tutta questa presunta rabbia abbiamo provato più volte a occuparcene, senza apparenti risultati. Magari i risultati invece ci sono e questa mattina tranquilla, priva di scossoni e tensioni ma solo un poco malinconica, è la testimonianza di un piccolo successo.
Negli ultimi mesi sono successe molte cose, quasi tutte in sordina: cose che mi hanno addolorata molto, cose che mi hanno resa fiera di me, cose che hanno confermato quanto la gente possa essere cattiva e menefreghista ma anche dolce e premurosa, cose che mi hanno messa davanti a una scelta e cose che invece mi hanno tolto ogni possibilità di scegliere, cose che mi piacerebbe capire ma che probabilmente non mi sarà permesso neppure sapere, cose che hanno dimostrato la bassezza di questo mondo, di questo sistema marcio e privo di senso e cose che hanno ridato valore all'essenziale, al quotidiano, al bello, alle luci accese dietro le finestre.
Forse, con l'arrivo del nuovo anno, avrò pure un nuovo lavoro, è presto per dirlo perché io mi conosco, finché non sarò seduta, sola, con il contratto firmato e un fiume di emozioni nel cuore non sarò tranquilla, perciò preferisco aspettare.
Forse ho trovato il mio taglio di capelli definitivo, che mi fa sentire bene, che mi rappresenta nella sua irregolarità, nella sua capacità di essere spettinato per un momento e in ordine l'attimo dopo, nel suo color volpe, nella sua semplicità che passa inosservata e non dà nell'occhio.
Forse ho scoperto il ritmo della mia casa e sono riuscita a sintonizzarmi con lei, così da sentirmi meno ospite, così da non aver voglia di scappare, così da essere capace di restare e godermi i suoi angoli verdi, il tavolino con il vetro color crema, il balcone delle prove di giardinaggio, il tappeto caldo della sala.
Ma, quindi, cosa significa il titolo di questo post?
In francese, come pronome, vuol dire nessuno, ma per me vuole dire tutti. Perché tante, tantissime volte quest'anno, mi è capitato di essere sola quando stavo in mezzo alle persone e coccolata quando ero da sola. Perché molto spesso non mi sono sentita riconosciuta, anche da chi, in realtà, mi conosce benissimo.
Tra le cose che ho fatto negli ultimi mesi c'è stato il corso di francese, iniziato a settembre e terminato pochi giorni fa. Tre moduli, tre esami e una passione inaspettata per una lingua che non conoscevo, che pensavo mi sarebbe piaciuta, ma che non immaginavo avrei amato così tanto.
Essendo un corso intensivo di novanta ore, praticamente ininterrotte (sei a settimana), molti dei miei impegni sono dipesi dalle lezioni e tanti appuntamenti hanno ruotato attorno a quei pomeriggi fuori dal tempo, in un'aula brutta, in un posto brutto, ma con tante persone belle, sedute tutte insieme attorno a me. Rosalba, Marcella, Giovanna, Andrea, Alessandro, Laura, Alessandra, Federica e Gabriele sono stati i miei compagni di viaggio in questa avventura piena di stimoli, di risate, di ironia e di condivisione. Fabienne, la nostra insegnante paziente ma efficace, ci ha guidati con attenzione, senza mai dimenticare le caratteristiche di ognuno e questa, almeno per me, è stata un'enorme dimostrazione di affetto (oltre che di professionalità). Che Elena amasse le feuillage si è capito subito e si è ricordato per sempre, tanto durante gli esercizi quanto nelle battute. Allo stesso modo la passione di Andrea per la cucina, di Alessandro per Nizza o di Federica per i gatti ci hanno tenuto compagnia lungo tutto il corso. Ognuno di noi ha portato un po' di sé e lo ha donato agli altri, una cosa rara, che toglie immediatamente una n al pronome personne.
Ora, che il corso è finito, magari riusciremo comunque a studiare insieme, ci rivedremo, ma in ogni caso so che ad ognuno di loro devo un grazie, per aver trasformato in opportunità un momento destinato a farmi crescere, per avermi dimostrato che posso fare ancora un sacco di cose per me, da sola, senza sentirmi tale nemmeno un minuto.
Etichette:
autostima,
cambiamento,
Natale,
riflessioni,
soluzioni,
tranquillità
sabato 1 agosto 2015
Summertime Sadness
Colonna sonora
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.
Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato
Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.
Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.
Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.
Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato
Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.
Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.
Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.
sabato 28 marzo 2015
Gli Argonauti
Colonna sonora
Non ho mai saputo giocare a scacchi.
Da bambina provavo le partite contro il computer e, naturalmente, perdevo. Ogni tanto sfidavo mamma e anche in quel caso non c'era verso di capirci qualcosa. Non ho mai saputo giocare a scacchi, ma gli scacchi mi sono sempre piaciuti e mi hanno sempre affascinata moltissimo.
Amavo soprattutto l'alfiere e il suo movimento diagonale, lineare e sicuro, elegante e senza interruzioni.
Mi faceva invece paura la torre, con la sua forza, il suo incedere pesante e inesorabile, partendo anche da molto lontano.
Perché stasera scrivo di scacchi?
Perché ne ho parlato giovedì, quando ho cercato di spiegare come mi sento e come sto vivendo questo ultimo strano periodo.
Un lavoro che salta, una possibilità completamente inaspettata che arriva prontamente il giorno dopo ma che per ora resta solo una possibilità, i nuovi laboratori che mi appassionano, quelli vecchi che ricominciano a frullarmi in testa, un progetto Instagram praticamente al via, il post di Cindy, il tempo per me fatto di cura del corpo, analisi del sangue, cene buone e sorrisi.
E' come se stessi giocando una partita a scacchi, come se, molto lentamente, stessi aggiustando il tiro a ogni mossa della vita, senza però perdere mai. Non sto bene? Mi faccio controllare. Ci sono esami da ripetere? Nessun problema, approfondisco. Un lavoro non è andato in porto? Ne cerco un altro e annaffio quelli che già ho. Ho bisogno di aria buona e tempo libero? Ok, pic-nic in spiaggia e passeggiata accanto al mare. Un cambio continuo di rotta, un aggiustamento quotidiano che somiglia a una danza perfetta e silenziosa: taaac taaac, taaac taaac. Come una pedina degli scacchi, ma non come una pedina qualsiasi. Non sono sicura, non vado solo dritta, non mi sposto a L come il cavallo e non sono potente come la donna. Ho deciso che la mia è una pedina nuova, una pedina che non esiste: L'Argonauta. Che ha viaggiato con fatica, che ha cambiato strada mille volte, che si è persa in difficoltà e scoperte, che ha incontrato tempeste e lutti.
Così oggi, mentre cercavo tra me e me il nome del mio personaggio e camminavo verso casa, ho cercato nei passi di chi incontravo sulla via una specie di regola, un movimento caratterizzante, qualcosa che desse un ruolo ad ogni faccia che i miei occhi hanno incrociato.
Ho trovato la bimba sui pattini presa per mano dal babbo che ha corso con lei fino a spingerla dritta e lontana, la signora in pelliccia dal passo montano con le mani appese agli spallacci di uno zaino che nulla aveva a che vedere con il pelo di volpe del suo lungo soprabito, il neonato che rigurgitava in braccio alla mamma col passo spezzato dalla ricerca di un fazzoletto, i due fratelli in monopattino che si sono tagliati la strada a vicenda per tutto il tempo, i genitori del vicino matematico-fotografo che procedevano tranquilli e regolari per la loro strada, la madre simpatica che inseguiva correndo a zig zag i figlioletti piccoli e li minacciava di ricoprirli di baci.
Io ho solo camminato, camminato e camminato ancora. Ho fatto scale e salite quando era necessario, ho attraversato strade e piazze e mi sono fermata in un porto inondato dal sole, con il piccolo Martin che saliva e scendeva dallo scivolo, a passi minuscoli, e incerti.
Non ho mai saputo giocare a scacchi.
Da bambina provavo le partite contro il computer e, naturalmente, perdevo. Ogni tanto sfidavo mamma e anche in quel caso non c'era verso di capirci qualcosa. Non ho mai saputo giocare a scacchi, ma gli scacchi mi sono sempre piaciuti e mi hanno sempre affascinata moltissimo.
Amavo soprattutto l'alfiere e il suo movimento diagonale, lineare e sicuro, elegante e senza interruzioni.
Mi faceva invece paura la torre, con la sua forza, il suo incedere pesante e inesorabile, partendo anche da molto lontano.
Perché stasera scrivo di scacchi?
Perché ne ho parlato giovedì, quando ho cercato di spiegare come mi sento e come sto vivendo questo ultimo strano periodo.
Un lavoro che salta, una possibilità completamente inaspettata che arriva prontamente il giorno dopo ma che per ora resta solo una possibilità, i nuovi laboratori che mi appassionano, quelli vecchi che ricominciano a frullarmi in testa, un progetto Instagram praticamente al via, il post di Cindy, il tempo per me fatto di cura del corpo, analisi del sangue, cene buone e sorrisi.
E' come se stessi giocando una partita a scacchi, come se, molto lentamente, stessi aggiustando il tiro a ogni mossa della vita, senza però perdere mai. Non sto bene? Mi faccio controllare. Ci sono esami da ripetere? Nessun problema, approfondisco. Un lavoro non è andato in porto? Ne cerco un altro e annaffio quelli che già ho. Ho bisogno di aria buona e tempo libero? Ok, pic-nic in spiaggia e passeggiata accanto al mare. Un cambio continuo di rotta, un aggiustamento quotidiano che somiglia a una danza perfetta e silenziosa: taaac taaac, taaac taaac. Come una pedina degli scacchi, ma non come una pedina qualsiasi. Non sono sicura, non vado solo dritta, non mi sposto a L come il cavallo e non sono potente come la donna. Ho deciso che la mia è una pedina nuova, una pedina che non esiste: L'Argonauta. Che ha viaggiato con fatica, che ha cambiato strada mille volte, che si è persa in difficoltà e scoperte, che ha incontrato tempeste e lutti.
Così oggi, mentre cercavo tra me e me il nome del mio personaggio e camminavo verso casa, ho cercato nei passi di chi incontravo sulla via una specie di regola, un movimento caratterizzante, qualcosa che desse un ruolo ad ogni faccia che i miei occhi hanno incrociato.
Ho trovato la bimba sui pattini presa per mano dal babbo che ha corso con lei fino a spingerla dritta e lontana, la signora in pelliccia dal passo montano con le mani appese agli spallacci di uno zaino che nulla aveva a che vedere con il pelo di volpe del suo lungo soprabito, il neonato che rigurgitava in braccio alla mamma col passo spezzato dalla ricerca di un fazzoletto, i due fratelli in monopattino che si sono tagliati la strada a vicenda per tutto il tempo, i genitori del vicino matematico-fotografo che procedevano tranquilli e regolari per la loro strada, la madre simpatica che inseguiva correndo a zig zag i figlioletti piccoli e li minacciava di ricoprirli di baci.
Io ho solo camminato, camminato e camminato ancora. Ho fatto scale e salite quando era necessario, ho attraversato strade e piazze e mi sono fermata in un porto inondato dal sole, con il piccolo Martin che saliva e scendeva dallo scivolo, a passi minuscoli, e incerti.
Etichette:
autostima,
cambiamento,
fiducia,
futuro,
mare,
ottimismo,
pensieri,
riflessioni,
soluzioni
domenica 25 gennaio 2015
Curriculum Vitae
Come ormai sanno tutti, muri compresi, il prossimo weekend (per l'esattezza sabato 31 gennaio) scade il mio contratto.
Addio lavoro.
Ciao ciao assegno di ricerca.
Ho iniziato a "lavorare" in università nello stesso anno della laurea, il 2009. Le virgolette attorno alla parola lavorare sono d'obbligo:
- tre anni in una ditta piena di aspetti positivi (stimoli continui a imparare, nuovi punti di vista, sviluppo inevitabile di mostruose capacità di problem solving), ma le difficoltà erano dietro ad ogni angolo, il denaro era pochissimo, mentre moltissime erano le sconfitte e le delusioni.
- tre anni di dottorato senza borsa, che significa no stipendio ma anche no fondi per partecipare a convegni, formazioni, workshop, o per portare il tuo lavoro fuori dal laboratorio e farlo conoscere al resto del mondo.
Durante l'ultimo anno del dottorato arrivò la proposta: partecipare al bando per una borsa biennale, un assegno di ricerca, che mi permettesse di essere pagata per continuare il mio lavoro. Ho accettato e ho ottenuto il posto.
Quello che è successo dopo porta con sé ancora molte delusioni, tante difficoltà, aspettative disattese, speranze infrante e fatica (mentale, ovviamente). Ma in questi due anni ci sono stati anche convegni, scoperte, corsi formativi, soddisfazioni, collaborazioni, e soldi. Parecchi soldi. Ho imparato molto di me durante i mesi dell'assegno, ho visto fino a dove riesco a spingermi nel pretendere quello che è mio (e non sono capace, ve lo dico, non sono per nulla capace), ho imparato a credere in chi crede in me (almeno un poco), ho cominciato ad amare un po' di più questo lavoro, nonostante sia sempre preso troppo poco sul serio dalla maggior parte delle persone che invece dovrebbero valorizzarlo.
Ad ogni modo, tra una settimana esatta, il mio ruolo all'interno dello studio scientifico delle opere d'arte sarà concluso, dovrò produrre ancora un po' di materiale e non smetterò certo di sperare in una nuova opportunità, per me, nella diagnostica per i beni culturali.
Nel frattempo però cerco un lavoro.
E due giorni fa, chiacchierando con un'amica, mi sono ritrovata a mandarle una mail con le mansioni che mi piacerebbe svolgere. Mentre le scrivevo pensavo "questa roba potrebbe tranquillamente diventare un post per il blog". E, infatti, ecco qui lo pseudo elenco che ne è venuto fuori:
- La prima cosa che vorrei fare per vivere è scrivere (riviste, siti, blog). Ho qualcosa in CV quindi non partirei proprio "nuda".
- Vorrei continuare a lavorare nella didattica (della scienza ma non solo, anche laboratori più "semplici", basati sulla creatività, il riciclo, le robe mie insomma).
- Mi piacerebbe lavorare in una libreria o anche da un fioraio.
- Posso dare ripetizioni di materie umanistiche fino al liceo (esclusi latino e greco che non mi ricordo una cippa), mentre fino alle medie vanno bene tutte le materie, compreso il forse banale ma sempre attuale "aiuto compiti".
- Ok pure per babysitting.
- Ben accetti i ruoli di cameriera/barista (e forse pure aiuto cucina), in questo caso, utopia delle utopie, lo farei molto più volentieri a pranzo che a cena.
- Non l'ho mai fatto ma posso fare la commessa, nonostante ormai assumano solo apprendisti, quindi ciccia per l'età.
La mail si concludeva con questa speranza bella, che non si sa mai:
Questo per quanto riguarda tutti i lavori collaterali fatti fino ad adesso, se poi apriamo il mondo "lavoro per cui hai studiato", le cose si complicano e temo tu possa fare ben poco. Comunque, se sentissi di qualche museo, fondazione, centro, che cerca un "conservation scientist"...beh, eccomi!
Etichette:
cambiamento,
lavoro,
opportunità,
ottimismo,
progetto,
soluzioni
lunedì 12 gennaio 2015
Granelli
Ci sono giorni, settimane, periodi, in cui basta una frase qualunque, di una persona qualunque, per sentirsi subito un poco meglio.
Alla lezione di pilates di venerdì il mio insegnante mi ha detto "Brava, molto bene, schiena perfettamente dritta", senza sapere che stava regalando un granello di zucchero ad una giornata molto, troppo, amara per me. Grazie Luciano, alle diciannove di un venerdì qualsiasi mi hai fatto una carezza inconsapevole.
Ci sono giorni in cui basta davvero poco, in cui la soluzione è affinare i sensi e lasciarsi toccare dal bello, per quanto piccolo sia, per quanto bene si nasconda.
Il Secret Santa di quest'anno mi ha portato una buona stella che veglierà sulla mia casa: mai coincidenza è stata più azzeccata per un momento della vita in cui mi pare di vedere, come unico passo sensato per me e per chi mi sta vicino, che io me ne vada più lontano possibile.
Nel frattempo la stella bianca starà lassù, sopra la casetta di legno nero e la veglierà: grazie Ambaradanmamy per questa meraviglia!
Così ieri, che mentre camminavo veloce per raggiungere la funicolare e salire sui monti, ho trovato per terra la spilletta nella foto, ho di nuovo pensato al posto in cui vivo, a quello che ho costruito, a quello che ho sbagliato, a quello che potevo fare meglio, a quello che comunque non sarebbe andato diversamente.
Quante cose dipendono da noi? Tutte? Solo alcune? Nessuna? Quanto potere abbiamo?
A me ultimamente sembra di non averne nemmeno un po' e, nello stesso tempo, mi pare di dover aggiustare, sistemare, risolvere, mettere a posto milioni di situazioni che, per l'appunto, non dipendono da me.
E allora dove voglio arrivare oggi?
Voglio mostrarvi (e forse soprattutto mostrare a me stessa) che quando mi impegno e mi immergo in qualcosa che nasce dai miei pensieri, cresce nella mia mente, rimbalza nel mio cuore, i risultati alla fine ci sono. Sono piccoli magari, sono buffi, maldestri, emozionati, ma ci sono. E perché si vedano davvero occorre il granello di zucchero di cui scrivevo all'inizio del post, serve cioè che qualcuno che crede in noi, qualcuno che si accorge degli sforzi altrui e apprezza il nostro modo di guardare il mondo, decida di mostrarlo anche agli altri.
E così arrivano i messaggi di chi legge questo blog e mi vuole solo dire "grazie" e quelli di chi invece intende incoraggiarmi a continuare a scrivere, dando aria alla mia passione più grande, dando fiato alle parole che ho sempre pronte in punta di penna, in potenza.
E così arriva Cindy, che ama il novanta per cento di quello che amo io e che mi chiede di scriverne con e per lei, nella sua casa, esattamente nel modo che piace a me.
Cosa accadrà lo scoprirete (credo) domani leggendo il suo bellissimo blog e io mi impegnerò a condividere anche qui questo nuovo, piccolo, incoraggiante, granello di zucchero.
Alla lezione di pilates di venerdì il mio insegnante mi ha detto "Brava, molto bene, schiena perfettamente dritta", senza sapere che stava regalando un granello di zucchero ad una giornata molto, troppo, amara per me. Grazie Luciano, alle diciannove di un venerdì qualsiasi mi hai fatto una carezza inconsapevole.
Ci sono giorni in cui basta davvero poco, in cui la soluzione è affinare i sensi e lasciarsi toccare dal bello, per quanto piccolo sia, per quanto bene si nasconda.
Il Secret Santa di quest'anno mi ha portato una buona stella che veglierà sulla mia casa: mai coincidenza è stata più azzeccata per un momento della vita in cui mi pare di vedere, come unico passo sensato per me e per chi mi sta vicino, che io me ne vada più lontano possibile.
Nel frattempo la stella bianca starà lassù, sopra la casetta di legno nero e la veglierà: grazie Ambaradanmamy per questa meraviglia!
Così ieri, che mentre camminavo veloce per raggiungere la funicolare e salire sui monti, ho trovato per terra la spilletta nella foto, ho di nuovo pensato al posto in cui vivo, a quello che ho costruito, a quello che ho sbagliato, a quello che potevo fare meglio, a quello che comunque non sarebbe andato diversamente.
Quante cose dipendono da noi? Tutte? Solo alcune? Nessuna? Quanto potere abbiamo?
A me ultimamente sembra di non averne nemmeno un po' e, nello stesso tempo, mi pare di dover aggiustare, sistemare, risolvere, mettere a posto milioni di situazioni che, per l'appunto, non dipendono da me.
E allora dove voglio arrivare oggi?
Voglio mostrarvi (e forse soprattutto mostrare a me stessa) che quando mi impegno e mi immergo in qualcosa che nasce dai miei pensieri, cresce nella mia mente, rimbalza nel mio cuore, i risultati alla fine ci sono. Sono piccoli magari, sono buffi, maldestri, emozionati, ma ci sono. E perché si vedano davvero occorre il granello di zucchero di cui scrivevo all'inizio del post, serve cioè che qualcuno che crede in noi, qualcuno che si accorge degli sforzi altrui e apprezza il nostro modo di guardare il mondo, decida di mostrarlo anche agli altri.
E così arrivano i messaggi di chi legge questo blog e mi vuole solo dire "grazie" e quelli di chi invece intende incoraggiarmi a continuare a scrivere, dando aria alla mia passione più grande, dando fiato alle parole che ho sempre pronte in punta di penna, in potenza.
E così arriva Cindy, che ama il novanta per cento di quello che amo io e che mi chiede di scriverne con e per lei, nella sua casa, esattamente nel modo che piace a me.
Cosa accadrà lo scoprirete (credo) domani leggendo il suo bellissimo blog e io mi impegnerò a condividere anche qui questo nuovo, piccolo, incoraggiante, granello di zucchero.
Etichette:
Casa,
pensieri,
progetto,
riflessioni,
sensazioni,
soluzioni
domenica 2 marzo 2014
Chissà
Oggi c'è il sole, ho comprato delle piante e cucino per i miei amici. Alè!
L'idea (perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, si sa, ma soprattutto ci sono di mezzo un sonno boia e un mal di testa importante) è preparare una frittata di boragini e bietole e uno sformato di cavolo rapa. Poi, e qui gli ingredienti sono già pronti e facili facili, vorrei occuparmi dell'aperitivo, portando uno dei miei cavalli di battaglia di qualche anno fa: il cocktail spumante (economica e a mio avviso pure più buona rivisitazione dello champagne cocktail).
Quindi buonamusica, qualche balletto improvvisato tra un'infornata e l'altra e poi tutti dai vicini fotografi-matematici-pasticceri. Si ricreerà il gruppo montagna e si aggiungeranno pure le altre facce del cuore, compresa quella piccola piccola dell'ultimo arrivato. Che bellezza!
Per il resto, chissà. E' il primo weekend di marzo, tra un anno sarò disoccupata, il mio equilibrio sta in piedi nonostante tutto e tutti e io non mi preoccupo troppo per il futuro. E' una condizione a me sconosciuta, quasi eccitante, provare a non programmare e a non obbligarmi a capire subito che accadrà. Cosa spero dal punto di vista lavorativo? Cosa voglio dalla mia vita sociale? Cosa succederà all'amore? Chissà.
Chissà se sarò capace di costruire qualcosa per me, se sarò buona con le mie voglie e i miei desideri più profondi, se troverò un posto sicuro nel mondo dove continuare a vivere. Buffo, essere a questi punti a trentadue anni suonati, ma in fondo penso che ci si possa sentire così anche a quaranta di anni e, perché no, pure a cinquanta, sessanta, cento.
Ascolto Nick Cave e mi rilasso, ripenso agli acquisti di ieri in uno dei miei negozi preferiti che svende tutto e mi regala perle perfette come le ballerine traforate della foto, rileggo i messaggi di neve, bici ciccione e gnocchi al pesto, allungo il solito tendine in perenne lotta con la mia voglia di correre.
Quindi, in questa domenica strana, lontana da tutto, tutti e forse pure da me stessa, la finisco qui con la ricetta dell'aperitivo più buono e sexy del mondo:
Ingredienti
- spumante
- cognac
- zucchero
- limone
- arancia
- angostura
Il bicchiere adatto è il flute, credo.
Il procedimento è di una banalità sconcertante:
Posare la zolletta di zucchero nel bicchiere (va bene anche un cucchiaino, ma la zolletta è decisamente più figa), macchiare con qualche goccia di angostura (che, ho scoperto, una volta aperta conviene conservare in frigo), versare un poco di cognac, lo spumante, spruzzare la scorza del limone e decorare con una piccola fetta di arancia.
Credo sia piuttosto superfluo scrivere le proporzioni esatte di ogni ingrediente, comunque la perfezione sarebbe 90 ml di spumante e 20 ml di cognac e 2 gocce di angostura.
Andata!
Cin Cin!
L'idea (perché tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, si sa, ma soprattutto ci sono di mezzo un sonno boia e un mal di testa importante) è preparare una frittata di boragini e bietole e uno sformato di cavolo rapa. Poi, e qui gli ingredienti sono già pronti e facili facili, vorrei occuparmi dell'aperitivo, portando uno dei miei cavalli di battaglia di qualche anno fa: il cocktail spumante (economica e a mio avviso pure più buona rivisitazione dello champagne cocktail).
Quindi buonamusica, qualche balletto improvvisato tra un'infornata e l'altra e poi tutti dai vicini fotografi-matematici-pasticceri. Si ricreerà il gruppo montagna e si aggiungeranno pure le altre facce del cuore, compresa quella piccola piccola dell'ultimo arrivato. Che bellezza!
Per il resto, chissà. E' il primo weekend di marzo, tra un anno sarò disoccupata, il mio equilibrio sta in piedi nonostante tutto e tutti e io non mi preoccupo troppo per il futuro. E' una condizione a me sconosciuta, quasi eccitante, provare a non programmare e a non obbligarmi a capire subito che accadrà. Cosa spero dal punto di vista lavorativo? Cosa voglio dalla mia vita sociale? Cosa succederà all'amore? Chissà.
Chissà se sarò capace di costruire qualcosa per me, se sarò buona con le mie voglie e i miei desideri più profondi, se troverò un posto sicuro nel mondo dove continuare a vivere. Buffo, essere a questi punti a trentadue anni suonati, ma in fondo penso che ci si possa sentire così anche a quaranta di anni e, perché no, pure a cinquanta, sessanta, cento.
Ascolto Nick Cave e mi rilasso, ripenso agli acquisti di ieri in uno dei miei negozi preferiti che svende tutto e mi regala perle perfette come le ballerine traforate della foto, rileggo i messaggi di neve, bici ciccione e gnocchi al pesto, allungo il solito tendine in perenne lotta con la mia voglia di correre.
Quindi, in questa domenica strana, lontana da tutto, tutti e forse pure da me stessa, la finisco qui con la ricetta dell'aperitivo più buono e sexy del mondo:
Ingredienti
- spumante
- cognac
- zucchero
- limone
- arancia
- angostura
Il bicchiere adatto è il flute, credo.
Il procedimento è di una banalità sconcertante:
Posare la zolletta di zucchero nel bicchiere (va bene anche un cucchiaino, ma la zolletta è decisamente più figa), macchiare con qualche goccia di angostura (che, ho scoperto, una volta aperta conviene conservare in frigo), versare un poco di cognac, lo spumante, spruzzare la scorza del limone e decorare con una piccola fetta di arancia.
Credo sia piuttosto superfluo scrivere le proporzioni esatte di ogni ingrediente, comunque la perfezione sarebbe 90 ml di spumante e 20 ml di cognac e 2 gocce di angostura.
Andata!
Cin Cin!
sabato 28 dicembre 2013
And if you're still bleeding, you're the lucky ones
Colonna Sonora (scelta semplicemente perché i Daughter, insieme ai Beach House credo che siano la band che ho ascoltato di più in questo 2013, con ben due concerti visti e un sacco di lacrime versate, come al mio solito!)
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare,rimproverare rimproverarmi, prevedere, scuotere la testa, lo chiudo qua questo insolito post di fine anno, prendendo in prestito un pezzo della colonna sonora segnalata all'inizio, che mi serva per riflettere ancora una volta sugli errori da non fare, sulle cose importanti da ricordare, sul bene che ci dobbiamo volere.
"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."
Buon Duemilaquattordici
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare,
"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."
Buon Duemilaquattordici
Etichette:
autostima,
cambiamento,
canzone,
futuro,
musica,
protezione,
soluzioni
martedì 24 dicembre 2013
La bicicletta verde
E' la Vigilia di Natale, quest'anno sono da mamma.
Ho passato il pomeriggio a incartare regali e a dormicchiare sotto al piumone, con la gatta sui piedi.
Devo rimettermi a scrivere la tesi più velocemente possibile, il doppio laboratorio nel weekend con blog da aggiornare e foto da sistemare mi ha assorbito tempo ed energie.
Domani ravioli con la carne da sugo, spumante e chissà, magari la solita buonissima insalata russa del vicino.
Io, nel frattempo, sto malissimo, che così male era tempo che non stavo. Non ne scriverò, perché sono spaventata, sono poco lucida (per nulla lucida, in verità), perché oggi va un pochino meglio di ieri, perché magari è solo che mi sono tenuta troppe cose dentro, perché sto mangiando a bomba tutto quello che fino a poco tempo fa evitavo, perché è Natale, perché sono in ritardo su tutto, perché boh, è così.
Quindi cerco di vivermi bene questa serata, pensando che ieri ho mantenuto fede al punto D---D: la gioia vuole essere condivisa, amata e io l'ho fatto, ho condiviso e amato la gioia di chi mi sta vicino con rispetto, affetto, severità e coraggio.
Valli fredde, nebbia leggera, neve a bordo strada e qua e là tra i cigli erbosi, profumo di legna bruciata e di terra bagnata, macchine stracolme che viaggiano senza paura, biciclette verdi.
Non ho ancora avuto la voglia, la forza, di aprire il post 2012 sui propositi per l'anno nuovo, perché come sempre ho saputo rimuovere e ricordo appena ciò che ho scritto. Chissà se mi deluderò, se scoprirò che ho fatto tanto, che ho fatto bene, che ho fatto. So per certo di aver provato, quello sì, a fare meglio, ad essere meglio per gli altri e per me, ma su questo ultimo punto non sono ancora tanto brava: alla soglia dei trentadue anni in arrivo tra poco più di sette giorni non mi pare un grande risultato.
Non sarà però questo un post di bilanci, per quello voglio attendere la vera fine dell'anno, né sarà un post di lamentele, paure, riflessioni amare e tristezze. Impiego già sufficienti energie per rovinare a me e ai miei cari il Natale così vicino, credo sia giusto cercare, almeno qui nel mio sfogo abituale, di vedere al di là della malattia, della morte, della follia, del tempo che va via.
Io in questi giorni sono stata felice, felice della felicità altrui, felice per una bicicletta verde, per un presepe bellissimo dove ci sono addirittura piccole ceste piene di bambole ancora più piccole, felice per le foto del bimbo nato da poco, felice per la gatta che sta meglio e ha scelto il mio poncho di lana per i suoi riposini. E' una grande fortuna potere e sapere essere felici per gli altri, facendo diventare tua una gioia che non parte da te e non fa parte di te.
Credo di dover pensare a questo ora, lo faccio perché so che è la cosa giusta e perché non ho molte alternative, lo faccio anche perché magari così mi sveglierò e tutto mi sembrerà più semplice e raggiungibile.
Quindi, mettiamola così, invece di riflettere sui buoni propositi 2013 e 2014 pensiamo a domani, anzi, a stasera, che è già più che sufficiente.
Auguri.
Ho passato il pomeriggio a incartare regali e a dormicchiare sotto al piumone, con la gatta sui piedi.
Devo rimettermi a scrivere la tesi più velocemente possibile, il doppio laboratorio nel weekend con blog da aggiornare e foto da sistemare mi ha assorbito tempo ed energie.
Domani ravioli con la carne da sugo, spumante e chissà, magari la solita buonissima insalata russa del vicino.
Io, nel frattempo, sto malissimo, che così male era tempo che non stavo. Non ne scriverò, perché sono spaventata, sono poco lucida (per nulla lucida, in verità), perché oggi va un pochino meglio di ieri, perché magari è solo che mi sono tenuta troppe cose dentro, perché sto mangiando a bomba tutto quello che fino a poco tempo fa evitavo, perché è Natale, perché sono in ritardo su tutto, perché boh, è così.
Quindi cerco di vivermi bene questa serata, pensando che ieri ho mantenuto fede al punto D---D: la gioia vuole essere condivisa, amata e io l'ho fatto, ho condiviso e amato la gioia di chi mi sta vicino con rispetto, affetto, severità e coraggio.
Valli fredde, nebbia leggera, neve a bordo strada e qua e là tra i cigli erbosi, profumo di legna bruciata e di terra bagnata, macchine stracolme che viaggiano senza paura, biciclette verdi.
Non ho ancora avuto la voglia, la forza, di aprire il post 2012 sui propositi per l'anno nuovo, perché come sempre ho saputo rimuovere e ricordo appena ciò che ho scritto. Chissà se mi deluderò, se scoprirò che ho fatto tanto, che ho fatto bene, che ho fatto. So per certo di aver provato, quello sì, a fare meglio, ad essere meglio per gli altri e per me, ma su questo ultimo punto non sono ancora tanto brava: alla soglia dei trentadue anni in arrivo tra poco più di sette giorni non mi pare un grande risultato.
Non sarà però questo un post di bilanci, per quello voglio attendere la vera fine dell'anno, né sarà un post di lamentele, paure, riflessioni amare e tristezze. Impiego già sufficienti energie per rovinare a me e ai miei cari il Natale così vicino, credo sia giusto cercare, almeno qui nel mio sfogo abituale, di vedere al di là della malattia, della morte, della follia, del tempo che va via.
Io in questi giorni sono stata felice, felice della felicità altrui, felice per una bicicletta verde, per un presepe bellissimo dove ci sono addirittura piccole ceste piene di bambole ancora più piccole, felice per le foto del bimbo nato da poco, felice per la gatta che sta meglio e ha scelto il mio poncho di lana per i suoi riposini. E' una grande fortuna potere e sapere essere felici per gli altri, facendo diventare tua una gioia che non parte da te e non fa parte di te.
Credo di dover pensare a questo ora, lo faccio perché so che è la cosa giusta e perché non ho molte alternative, lo faccio anche perché magari così mi sveglierò e tutto mi sembrerà più semplice e raggiungibile.
Quindi, mettiamola così, invece di riflettere sui buoni propositi 2013 e 2014 pensiamo a domani, anzi, a stasera, che è già più che sufficiente.
Auguri.
Etichette:
amici,
malinconia,
mamma,
Natale,
ottimismo,
paura,
pessimismo,
regalo,
soluzioni
lunedì 21 ottobre 2013
Un gatto che miagola
Oggi è iniziata con un gatto che miagola.
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)
Non so che ore fossero, le sei forse, mi sono svegliata perché credevo di essere da mamma e pensavo che quel miagolio fosse di Agata. Ho aperto gli occhi, tastato le lenzuola attorno a me, guardato nella penombra e mi sono resa conto di essere sull'Albero, mi sono riaddormentata e ho sognato. Ho sognato di affacciarmi a una finestra, sopra a un piccolo giardino, dove una gatta nera chiamava il suo piccolo perso...miao, faceva, miao. Niente, mi sono svegliata di nuovo e sono rimasta lì, intristita per questa mamma preoccupata e per questo piccolo nei guai.
Una giornata iniziata così non può che essere di merda, anzi, dimmerda.
Dimmerda perché piove e il tuo pensiero felice comincia subito ad essere la finestra di "beltempo" in cui ritirare il bucato e metterlo disteso sul divano, che tristezza.
Dimmerda perché ti scambiano per una zoccola, in pieno giorno, sotto un palazzo pieno di uffici, solo perché sei da sola e in piedi, solo perché indossi un paio di stivali, solo perché se sei un vecchio maledetto su un'auto scura e impomatata, ti pare normale girare per la città e guardare con la faccia del "che cazzo fai, non sali?" la prima ragazza sovrappensiero che aspetta di caricare un furgone e rimettersi al lavoro.
Dimmerda perché di piovere non smette quasi mai, perciò ti tocca sdraiare i vestiti umidi sul divano col terrore mortale del puzzo di cane bagnato che incombe.
Dimmerda perché sei confusa, in ritardo, perché non ti incontri minimamente con i pensieri di chi ti sta intorno, perché non fai altro che pensare ai batteri solfatoriduttori dei quali devi parlare per poco meno di un'ora la prossima settimana.
Dimmerda perché non stai facendo le cose come vorresti, perché appena ti siedi un attimo per cucinarti uno schifosissimo tofu con l'insalata, alla radio passano Emma, Mengoni, Pausini/Minogue giusto nel tempo in cui ingoi un pranzo immondo alle due e mezza del pomeriggio.
Dimmerda perché devi caricare su Facebook l'album dell'allestimento Festival e il link al nuovo blog di SDR e scopri, sconcertata, che nelle tua ora libera si sta verificando il baco più grosso del sistema mondiale e il tuo profilo è uno di quelli bloccati.
Dimmerda perché arrivi in tempo per recuperare maglia-badge-contratto, in tempo per prenderti una secchiata d'acqua e provare a infilarti, in ritardo, a pilates, nel vano tentativo di rilassarti. Si sa, fare attività fisica con lo scazzo cosmico e tutti i muscoli contratti aiuta, sì, ad uscire idrofoba desiderando soltanto di roteare una katana davanti alla faccia di tutti quelli che ti salutano.
Dimmerda perché l'enel, per riattivare la luce nella scala del tuo condominio impiega 48 ore, più 10 giorni. E quindi le scale le devi fare al buio, la serratura la devi cercare al buio e gli stinchi sugli scalini li devi sbattere al buio.
Dimmerda perché per cena c'è di nuovo tofu. E riso. In bianco. Ed è troppo...davanti a tutto quel pallidume è davvero troppo e allora col pile giallo senape (l'eterno), i leggings del pilates, gli stivali (no, non sono una zoccola), esci di casa. Entri nel locale sempre aperto, di lunedì martedì mercoledì giovedi venerdì sabato domenica, a colazione pranzo cena dopocena notte fonda, e chiedi una birra. Un signore gentile ti guarda compassionevole, guarda il tuo impermeabile con i bottoni rosa, i tuoi stivali (ancora???), l'odore del tofu che ti porti dietro e apre il frigo mostrando una serie di bottiglie fresche. Hanno la Modelo Especial. La Modelo Especial significa ristorante messicano, significa 35.5 cl dorati e leggeri (mica 33!), significa che mangiare alle dieci una roba orribile diventa possibile, con due biscotti al cioccolato diventa quasi buono.
Quindi, morale della favola, se senti miagolare un gatto, nel dubbio, comprati una birra.
(Per inciso, alla radio ora passano Cat Stevens)
sabato 5 ottobre 2013
Imparare a leggere
Agata dorme nella stanza accanto e io ho un mal di testa fotonico che mi ha costretto ad accantonare in un attimo l'idea di fare due passi in mezzo alla forte Tramontana autunnale di stamattina.
Mentre aspetto lo squillo di mamma per mettere a cuocere le patate al rosmarino rifletto un po' (tanto per cambiare) sulle strategie di sopravvivenza che sto attuando in questo periodo, per lo meno su quelle che sembrano funzionare.
Ho imparato a leggere, o meglio, sto imparando a guardare le cose che capitano a me e agli altri, per quello che sono. Tutto ha un significato preciso, ma contemporaneamente ne ha mille diversi. Certi comportamenti, certe battute, certi sguardi, certe decisioni, sono figli di avvenimenti, dinamiche, abitudini, paure, atteggiamenti. Ciò che fa malissimo a me perché va a toccare nervi scoperti e sensibili magari è a sua volta generato da un dolore altrettanto grande che si esprime vomitando una cattiveria, anche piccola, che alleggerisca il carico.
Il mio proverbiale senso di colpa verso tutto e tutti, pesante e persino noioso, si sveglia in un attimo ma quando lo riesco a leggere per quello che è posso zittirlo, dargli una caramella, e continuare a vivere in pace.
Cosa sarà mai una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire? Con tutta probabilità sarà una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire.
E un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni? Immagino sarà un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni. Uh, e quella visita guidata in una domenica di novembre su cose che conosco stra bene perché le studio da sette anni e che basta rileggerle una volta per ricordarle ancora meglio? Qualcosa mi dice che si tratterà di preparare un giro tranquillo, non troppo complicato, senza fare torti e pestare i piedi, godendomi posti, domande e curiosità.
Inutile provare a leggere il laboratorio del Festival, bambini-mani alzate-occhi grandi-sorrisi...quando mai, quando dico io, è andata male?
E così anche nelle riunioni di lavoro, dove dai, ammettiamolo, c'è chi si sbatte quanto me se non addirittura meno.
Il libro degli amici, lungo e pieno di sottocapitoli, è magari più complicato perché è come un libro-game, scegli una strada ed entri in un mondo ancora più difficile di quello da cui sei partita. Ma cosa c'è da perdere? Gli amici li perdi comunque se vogliono andarsene.
Chi mi raccomanda di relativizzare ha (come sempre o quasi) ragione: leggere la mia vita come un libro, per quanto possa sembrare un comportamento asettico e distaccato, è in questo momento il modo migliore per vedere le cose come sono e capire dove le mie energie, la mia comprensione, il mio amore meritano di essere indirizzati. Va da sè che è pure più semplice guardare con chiarezza "contro" chi o cosa lanciare anatemi o, più "maturamente", dire la mia con convinzione.
Il libro dell'amore invece è tutta un'altra storia, lì si legge, si rilegge, si sottolinea, si guardano le figure, si fanno orecchie alle pagine, si piazzano segnalibri, si piange quando ci si ritrova fin troppo nelle parole che si leggono e si sogna.
P.S.
La foto, che sembra non c'entrare nulla con i contenuti del post, in realtà per me ha un senso: scattata una sera in piazza S. Brigida, durante una proiezione di cinema di montagna, in piena ricerca.
Oggi, alla fine, un giretto nel vento penso lo farò, con questo pezzo nelle orecchie (ah...ho imparato a inserire i link, tanti applausi a me):
Colonna sonora
Mentre aspetto lo squillo di mamma per mettere a cuocere le patate al rosmarino rifletto un po' (tanto per cambiare) sulle strategie di sopravvivenza che sto attuando in questo periodo, per lo meno su quelle che sembrano funzionare.
Ho imparato a leggere, o meglio, sto imparando a guardare le cose che capitano a me e agli altri, per quello che sono. Tutto ha un significato preciso, ma contemporaneamente ne ha mille diversi. Certi comportamenti, certe battute, certi sguardi, certe decisioni, sono figli di avvenimenti, dinamiche, abitudini, paure, atteggiamenti. Ciò che fa malissimo a me perché va a toccare nervi scoperti e sensibili magari è a sua volta generato da un dolore altrettanto grande che si esprime vomitando una cattiveria, anche piccola, che alleggerisca il carico.
Il mio proverbiale senso di colpa verso tutto e tutti, pesante e persino noioso, si sveglia in un attimo ma quando lo riesco a leggere per quello che è posso zittirlo, dargli una caramella, e continuare a vivere in pace.
Cosa sarà mai una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire? Con tutta probabilità sarà una tesi di dottorato, per un percorso senza borsa (e con fior di tasse pagate), davanti a una commissione che tutto sommato non mi ha mai trovato da ridire.
E un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni? Immagino sarà un intervento di massimo sette minuti nell'ambito di una manifestazione a cui collaboro da anni. Uh, e quella visita guidata in una domenica di novembre su cose che conosco stra bene perché le studio da sette anni e che basta rileggerle una volta per ricordarle ancora meglio? Qualcosa mi dice che si tratterà di preparare un giro tranquillo, non troppo complicato, senza fare torti e pestare i piedi, godendomi posti, domande e curiosità.
Inutile provare a leggere il laboratorio del Festival, bambini-mani alzate-occhi grandi-sorrisi...quando mai, quando dico io, è andata male?
E così anche nelle riunioni di lavoro, dove dai, ammettiamolo, c'è chi si sbatte quanto me se non addirittura meno.
Il libro degli amici, lungo e pieno di sottocapitoli, è magari più complicato perché è come un libro-game, scegli una strada ed entri in un mondo ancora più difficile di quello da cui sei partita. Ma cosa c'è da perdere? Gli amici li perdi comunque se vogliono andarsene.
Chi mi raccomanda di relativizzare ha (come sempre o quasi) ragione: leggere la mia vita come un libro, per quanto possa sembrare un comportamento asettico e distaccato, è in questo momento il modo migliore per vedere le cose come sono e capire dove le mie energie, la mia comprensione, il mio amore meritano di essere indirizzati. Va da sè che è pure più semplice guardare con chiarezza "contro" chi o cosa lanciare anatemi o, più "maturamente", dire la mia con convinzione.
Il libro dell'amore invece è tutta un'altra storia, lì si legge, si rilegge, si sottolinea, si guardano le figure, si fanno orecchie alle pagine, si piazzano segnalibri, si piange quando ci si ritrova fin troppo nelle parole che si leggono e si sogna.
P.S.
La foto, che sembra non c'entrare nulla con i contenuti del post, in realtà per me ha un senso: scattata una sera in piazza S. Brigida, durante una proiezione di cinema di montagna, in piena ricerca.
Oggi, alla fine, un giretto nel vento penso lo farò, con questo pezzo nelle orecchie (ah...ho imparato a inserire i link, tanti applausi a me):
Colonna sonora
Etichette:
amici,
cambiamento,
costanza,
lavoro,
libro,
ottimismo,
protezione,
soluzioni
martedì 1 ottobre 2013
Fuori in 60 minuti
- Una casa nuova su un tetto, con le piante che respirano il mare, il portoncino rosso, le travi sul soffitto e il parquet che se vuoi guardi in casa del vicino di sotto
- Un lavoro trovato e perso senza sapere perché
- Un amore vissuto e finito che ora è felice là fuori
- Un amore mai nato che ora è felice là fuori
- Un'avventura gigante, alimentata con energie, sogni, tempo, speranza, preoccupazioni, tentativi, soldi, contatti e chiusa con un macigno enorme
- Cinque morti: una ammazzata, una arresa, una aspettata, una sorpresa e uno difficile
- Un'amicizia incomprensibile che mi ha fatto malissimo
- Una casa verde, piccola e sicura, nel silenzio e nel movimento, con i peperoncini rossi sul davanzale e le foto degli amici appese alle pareti
- Un circolo di musiche, cene, aperitivi, chiacchiere, balli, film, giochi, sollevato e trasformato in qualcosa di grande e importante
- Una fila di nuovi vicini di casa, quello vicino-vicino, quello sensibile come me, quelli belli e dolci, quelli belli, dolci e quasi in tre, quella con gli occhi blu, quella con i ricci e la bici, quella con i ricci e i ricci
- Un virus che non c'era
- Un virus che c'era e che mi ha stesa
- Un occhio che si è boicottato raccogliendo cose
- Un lavoro a tempo per comprarmi il frigo
- Un nuovo modo di correre camminando e guardando il mare
- Un mese di Toradol terminato con un recupero da manuale
- Un lavoro aspettato e forse meritato che perde valore perché gestito da altri
- Un lavoro piccolo e grande che mi mette alla prova e mi regala la giusta dose di marmocchi
- Una caviglia slogata
- Una chioma cresciuta e poi tagliata
- Un'amicizia importante che ha capito e per questo è rimasta importante
- Un corso di fotografia
- Due campi estivi da infarto del miocardio
- Un vecchio amore del passato che diventa un amico caro
- Un'amica di una vita che si fa in due e poi in tre
- Un percorso verde che è partito in quarta e poi si è assestato sulle corde giuste, almeno per me
- Un dottorato vinto, iniziato, combattuto e quasi finito
- Un Amore grande, che non sapevo si potesse, che è fortuna e fatica, che è silenzio e parole, che è birrascura e birrachiara, che è libri, miele, mare, sentieri, legno, mobili, cibo, sorrisi, pianti, paura, rabbia, lenzuola e abbracci, un milione di abbracci.
Per capire cosa mi tiene immobile è occorso guardare cosa mi ha mosso: far uscire quattro anni in 60 minuti non è stata impresa da poco.
Ed è Ottobre.
- Un lavoro trovato e perso senza sapere perché
- Un amore vissuto e finito che ora è felice là fuori
- Un amore mai nato che ora è felice là fuori
- Un'avventura gigante, alimentata con energie, sogni, tempo, speranza, preoccupazioni, tentativi, soldi, contatti e chiusa con un macigno enorme
- Cinque morti: una ammazzata, una arresa, una aspettata, una sorpresa e uno difficile
- Un'amicizia incomprensibile che mi ha fatto malissimo
- Una casa verde, piccola e sicura, nel silenzio e nel movimento, con i peperoncini rossi sul davanzale e le foto degli amici appese alle pareti
- Un circolo di musiche, cene, aperitivi, chiacchiere, balli, film, giochi, sollevato e trasformato in qualcosa di grande e importante
- Una fila di nuovi vicini di casa, quello vicino-vicino, quello sensibile come me, quelli belli e dolci, quelli belli, dolci e quasi in tre, quella con gli occhi blu, quella con i ricci e la bici, quella con i ricci e i ricci
- Un virus che non c'era
- Un virus che c'era e che mi ha stesa
- Un occhio che si è boicottato raccogliendo cose
- Un lavoro a tempo per comprarmi il frigo
- Un nuovo modo di correre camminando e guardando il mare
- Un mese di Toradol terminato con un recupero da manuale
- Un lavoro aspettato e forse meritato che perde valore perché gestito da altri
- Un lavoro piccolo e grande che mi mette alla prova e mi regala la giusta dose di marmocchi
- Una caviglia slogata
- Una chioma cresciuta e poi tagliata
- Un'amicizia importante che ha capito e per questo è rimasta importante
- Un corso di fotografia
- Due campi estivi da infarto del miocardio
- Un vecchio amore del passato che diventa un amico caro
- Un'amica di una vita che si fa in due e poi in tre
- Un percorso verde che è partito in quarta e poi si è assestato sulle corde giuste, almeno per me
- Un dottorato vinto, iniziato, combattuto e quasi finito
- Un Amore grande, che non sapevo si potesse, che è fortuna e fatica, che è silenzio e parole, che è birrascura e birrachiara, che è libri, miele, mare, sentieri, legno, mobili, cibo, sorrisi, pianti, paura, rabbia, lenzuola e abbracci, un milione di abbracci.
Per capire cosa mi tiene immobile è occorso guardare cosa mi ha mosso: far uscire quattro anni in 60 minuti non è stata impresa da poco.
Ed è Ottobre.
Etichette:
amici,
cambiamento,
Meraviglia,
ottimismo,
parole,
racconto,
ricordi,
soluzioni,
viaggio
sabato 28 settembre 2013
September morn
In realtà non è mattina, ma è settembre, fine settembre.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
lunedì 16 settembre 2013
Abitudini
Tutti noi abbiamo delle abitudini, piccoli riti, vere e proprie manie, atteggiamenti ricorrenti che ci portiamo dietro magari da anni, a volte da sempre.
L'uomo è abitudinario per natura, basti pensare al bar dove si fa colazione alla mattina, al parrucchiere che, una volta scelto, difficilmente si cambia, al posto a sedere che a lezione resta sempre quello, a costo di fulminare con lo sguardo il primo malcapitato che ha occupato inavvertitamente la "nostra", solita, seggiola.
Le abitudini servono, ci fanno sentire sicuri, ci proteggono perché possiamo esercitare il controllo su qualcosa e, anche se fosse solo il sedile dell'autobus su cui fare il viaggio la mattina per andare al lavoro, vale la pena di lottare per mantenerle.
Le abitudini ci coccolano, fanno parte di noi, come i gusti musicali, come il piatto preferito, come i ricordi d'infanzia, come i profumi di una vita. Anzi, spesso le abitudini sono proprio tutto questo, posizionato in un momento preciso del giorno, nella speranza che quello che accade fuori dalla nostra volontà possa essere contenuto da tanti piccoli punti saldi.
Io non credo di avere molte abitudini, ma le poche che ho sono sacre e, soprattutto, sono talmente istintive che quasi non mi accorgo di portarmele appresso.
Da piccola non ho usato il ciuccio ma ho fatto la punta al mio dito indice per un sacco di tempo, tenendo occupate entrambe le mani mentre bevevo il latte dal biberon. Crescendo ho imparato a usare una mano sola per sfregarmi le dita fino ad annientare le impronte digitali e l'abitudine di dormire con Salamino, il mio cane di pezza rosa (ormai una sorta di siluro marcio), non l'ho mai perduta.
In questi giorni più che mai mi rifugio nella ripetitività dei gesti, tanto da rischiare di confondere un pomeriggio con quello prima, tanto da arrivare a sera e non sapere cosa è accaduto nelle ore appena passate. In questi momenti difficili per le persone che ho vicino, quando la mia empatia patologica fatta di somatizzazioni e crolli improvvisi nel passato diventa pericolosa e inutile per chi ha bisogno, la tisana della sera è preziosa.
Così come "la ditata" sul pulsante della radio appena entrata in casa, come il rumore della chiave poggiata sul piatto egizio dei nonni un attimo prima di andare a letto, come la pagina di libro letta sotto le lenzuola, come la goccia di crema idratante davanti allo specchio ogni mattina, come il caffè nel "mio" baretto bianco, come la bottiglia d'acqua fresca appena entrata in dipartimento.
A volte invidio chi sa partire all'avventura, chi fugge la routine, chi spera in un grande cambiamento, chi scappa appena può. A me però piace restare, scegliere ogni volta che devo viaggiare la borsa impermeabile grigia, quella leggera e piena di tasche. Mi piace ascoltare "Welcome Home" di Radical Face quando sento di essere tornata al mio posto, mi piace preparare i datteri ripieni a Natale, pulire tutta la casa quando sono in preda all'ansia e fare da sola il primo bagno in mare della stagione.
Mi piace sfilare gli anelli solo in un'occasione, cercare rifugio nella mia serie TV una volta a settimana, fare colazione da Feltrinelli la domenica mattina, comprare ogni mese una rivista di design d'interni, leggere solo libri gialli d'estate e romanzi di Murakami in primavera, indossare sempre le stesse scarpe ai funerali.
Questa sera ho quasi finito, devo semplicemente lasciar cadere le chiavi sul piatto, leggere una pagina di libro e abbracciare Salamino.
L'uomo è abitudinario per natura, basti pensare al bar dove si fa colazione alla mattina, al parrucchiere che, una volta scelto, difficilmente si cambia, al posto a sedere che a lezione resta sempre quello, a costo di fulminare con lo sguardo il primo malcapitato che ha occupato inavvertitamente la "nostra", solita, seggiola.
Le abitudini servono, ci fanno sentire sicuri, ci proteggono perché possiamo esercitare il controllo su qualcosa e, anche se fosse solo il sedile dell'autobus su cui fare il viaggio la mattina per andare al lavoro, vale la pena di lottare per mantenerle.
Le abitudini ci coccolano, fanno parte di noi, come i gusti musicali, come il piatto preferito, come i ricordi d'infanzia, come i profumi di una vita. Anzi, spesso le abitudini sono proprio tutto questo, posizionato in un momento preciso del giorno, nella speranza che quello che accade fuori dalla nostra volontà possa essere contenuto da tanti piccoli punti saldi.
Io non credo di avere molte abitudini, ma le poche che ho sono sacre e, soprattutto, sono talmente istintive che quasi non mi accorgo di portarmele appresso.
Da piccola non ho usato il ciuccio ma ho fatto la punta al mio dito indice per un sacco di tempo, tenendo occupate entrambe le mani mentre bevevo il latte dal biberon. Crescendo ho imparato a usare una mano sola per sfregarmi le dita fino ad annientare le impronte digitali e l'abitudine di dormire con Salamino, il mio cane di pezza rosa (ormai una sorta di siluro marcio), non l'ho mai perduta.
In questi giorni più che mai mi rifugio nella ripetitività dei gesti, tanto da rischiare di confondere un pomeriggio con quello prima, tanto da arrivare a sera e non sapere cosa è accaduto nelle ore appena passate. In questi momenti difficili per le persone che ho vicino, quando la mia empatia patologica fatta di somatizzazioni e crolli improvvisi nel passato diventa pericolosa e inutile per chi ha bisogno, la tisana della sera è preziosa.
Così come "la ditata" sul pulsante della radio appena entrata in casa, come il rumore della chiave poggiata sul piatto egizio dei nonni un attimo prima di andare a letto, come la pagina di libro letta sotto le lenzuola, come la goccia di crema idratante davanti allo specchio ogni mattina, come il caffè nel "mio" baretto bianco, come la bottiglia d'acqua fresca appena entrata in dipartimento.
A volte invidio chi sa partire all'avventura, chi fugge la routine, chi spera in un grande cambiamento, chi scappa appena può. A me però piace restare, scegliere ogni volta che devo viaggiare la borsa impermeabile grigia, quella leggera e piena di tasche. Mi piace ascoltare "Welcome Home" di Radical Face quando sento di essere tornata al mio posto, mi piace preparare i datteri ripieni a Natale, pulire tutta la casa quando sono in preda all'ansia e fare da sola il primo bagno in mare della stagione.
Mi piace sfilare gli anelli solo in un'occasione, cercare rifugio nella mia serie TV una volta a settimana, fare colazione da Feltrinelli la domenica mattina, comprare ogni mese una rivista di design d'interni, leggere solo libri gialli d'estate e romanzi di Murakami in primavera, indossare sempre le stesse scarpe ai funerali.
Questa sera ho quasi finito, devo semplicemente lasciar cadere le chiavi sul piatto, leggere una pagina di libro e abbracciare Salamino.
Etichette:
amici,
malinconia,
notte,
paura,
pensieri,
protezione,
soluzioni,
tranquillità
sabato 7 settembre 2013
More information on
E' la prima cosa che leggo alzando gli occhi verso lo schermo. E credo che sia anche la prima ragione per cui mi sono iscritta a questo corso, ormai qualche mese fa, durante una pausa pranzo in ufficio, tra uno spettro XRF del piombo e un'insalata greca. Cinque giorni di Scuola Estiva di Comunicazione Scientifica, organizzata a Pollenzo (Cuneo), da Agorà Scienza, un'associazione torinese che si occupa proprio di divulgazione della scienza sotto ogni sua forma. Mentre scrivo sono una punta a disagio, temo di sbagliare i termini, perché qui, già dalla cena della prima sera, non si è fatto altro che distinguere disseminazione da divulgazione, comunicazione da diffusione, informazione da spiegazione. E queste differenze le ho più chiare di prima, lo giuro, ma non sono così sicura di saperle già usare con disinvoltura. Di disinvolto però ho fatto un sacco di altre cose, innanzi tutto ho chiacchierato: cambiando tavolo ogni giorno, a pranzo e cena, è facile morire dal ridere alle battute dell'astronoma toscana, ascoltare le disavventure di dipartimento della biologa piemontese o ricostruire le serate di Festival genovese con la geologa abruzzese. Così come è facile trovare compagnia per la passeggiata digestiva sotto il sole della morte o per la tisana scaccia alcool bevuta sull'erba prima di notte.
Qui ho anche dormito facilmente (!), mi sono rilassata facilmente (!!) ma, soprattutto, ho mangiato facilmente (!!!). Incredibile. Dopo mesi di mal di stomaco al termine di ogni singolo anche minimo pasto, qui sono a quota sette dolci, carne, latticini come se non ci fosse un domani e pure una degustazione di vini con la semplice gestibilissima conseguenza di qualche crampo qua e là.
Quello che mi manca di più è il movimento, gli ultimi mesi di dieta, camminate, nuoto e pilates mi avevano davvero rigenerata a livello spirituale e quassù, a parte qualche esercizio prima di dormire, non riesco a fare nulla.
Le prospettive di un concerto, una giornata in spiaggia e la marcia "Mare e Monti" al mio rientro a casa mi fanno ben sperare in un recupero veloce dell'energia pre partenza. Per quanto riguarda il corso che sto seguendo, sino ad ora la parte in assoluto più interessante è stata, a mio avviso, quella dedicata alla creazione di un blog per comunicare la scienza. Un mezzo progetto lavorativo su cui rifletto da qualche tempo prevede infatti la gestione di un'area snella del sito della Scuola di Robotica di Genova, con cui collaboro da ormai un anno. E' tutto ancora in forse e in divenire, ma qui ho avuto l'opportunità di aprire la nuova pagina web utilizzando una piattaforma che volevo imparare ad usare, facendo miei consigli e strumenti, riflettendo sulla strategia comunicativa più efficace per raggiungere un pubblico di piccoli, meno piccoli e genitori. Il resto invece è stato tutto interessante, ma forse ho bisogno di lasciarlo decantare un po'. La mia disillusione, l'inadeguatezza scientifica che sento profondamente di avere, l'inesperienza personale che ogni volta (se non altro per paragone) sale in superficie, fanno sì che i bei discorsi sulla divulgazione di un progetto, sul lavoro interdisciplinare, sulla progettazione europea, restino lì, sospesi davanti ai miei occhi come un film muto che passa in sottofondo. Quel che è certo è che scrivere continua a piacermi, più di ogni altra cosa, che le mie distanze informatiche tendono a pesarmi sempre di più per quanto riguarda i mezzi, mentre che avere una discreta esperienza da blogger mi ha fatto sentire più tranquilla e adeguata del previsto e che il confronto, lo scambio, l'ascolto (anche silenzioso) in posti "dedicati" come questo è sempre utilissimo come finestra (aperta) sul mondo.
L'ultima cosa di cui sono certa, serenamente certa, è che ora voglio tornare a casa per continuare a vedere le cose con occhi nuovi, con uno sguardo sempre più limpido e realistico, con fatalismo e ottimismo (questi sconosciuti) e con un po' di dolcezza in più, anche verso me stessa.
P.S.
Questo post è stato scritto più o meno a metà corso, durante una lezione. Nel frattempo lo scettro di migliore intervento lo ha vinto quello relativo alla Scienza in Museo, illuminante e rincuorante, ho trovato infatti molto vicino a quelli esposti dai relatori il mio modo di intendere i laboratori didattici e la spiegazione della scienza ai più piccoli.
Qui ho anche dormito facilmente (!), mi sono rilassata facilmente (!!) ma, soprattutto, ho mangiato facilmente (!!!). Incredibile. Dopo mesi di mal di stomaco al termine di ogni singolo anche minimo pasto, qui sono a quota sette dolci, carne, latticini come se non ci fosse un domani e pure una degustazione di vini con la semplice gestibilissima conseguenza di qualche crampo qua e là.
Quello che mi manca di più è il movimento, gli ultimi mesi di dieta, camminate, nuoto e pilates mi avevano davvero rigenerata a livello spirituale e quassù, a parte qualche esercizio prima di dormire, non riesco a fare nulla.
Le prospettive di un concerto, una giornata in spiaggia e la marcia "Mare e Monti" al mio rientro a casa mi fanno ben sperare in un recupero veloce dell'energia pre partenza. Per quanto riguarda il corso che sto seguendo, sino ad ora la parte in assoluto più interessante è stata, a mio avviso, quella dedicata alla creazione di un blog per comunicare la scienza. Un mezzo progetto lavorativo su cui rifletto da qualche tempo prevede infatti la gestione di un'area snella del sito della Scuola di Robotica di Genova, con cui collaboro da ormai un anno. E' tutto ancora in forse e in divenire, ma qui ho avuto l'opportunità di aprire la nuova pagina web utilizzando una piattaforma che volevo imparare ad usare, facendo miei consigli e strumenti, riflettendo sulla strategia comunicativa più efficace per raggiungere un pubblico di piccoli, meno piccoli e genitori. Il resto invece è stato tutto interessante, ma forse ho bisogno di lasciarlo decantare un po'. La mia disillusione, l'inadeguatezza scientifica che sento profondamente di avere, l'inesperienza personale che ogni volta (se non altro per paragone) sale in superficie, fanno sì che i bei discorsi sulla divulgazione di un progetto, sul lavoro interdisciplinare, sulla progettazione europea, restino lì, sospesi davanti ai miei occhi come un film muto che passa in sottofondo. Quel che è certo è che scrivere continua a piacermi, più di ogni altra cosa, che le mie distanze informatiche tendono a pesarmi sempre di più per quanto riguarda i mezzi, mentre che avere una discreta esperienza da blogger mi ha fatto sentire più tranquilla e adeguata del previsto e che il confronto, lo scambio, l'ascolto (anche silenzioso) in posti "dedicati" come questo è sempre utilissimo come finestra (aperta) sul mondo.
L'ultima cosa di cui sono certa, serenamente certa, è che ora voglio tornare a casa per continuare a vedere le cose con occhi nuovi, con uno sguardo sempre più limpido e realistico, con fatalismo e ottimismo (questi sconosciuti) e con un po' di dolcezza in più, anche verso me stessa.
P.S.
Questo post è stato scritto più o meno a metà corso, durante una lezione. Nel frattempo lo scettro di migliore intervento lo ha vinto quello relativo alla Scienza in Museo, illuminante e rincuorante, ho trovato infatti molto vicino a quelli esposti dai relatori il mio modo di intendere i laboratori didattici e la spiegazione della scienza ai più piccoli.
domenica 11 agosto 2013
Storia di Alì
Alì è un piccione, ma non un piccione qualsiasi: Alì è un piccione viaggiatore.
All'inizio dell'estate il suo proprietario lo ha regalato ad un amico, un colombofilo come lui che partecipa alle gare da poco e sta cercando di incrementare la sua piccola colombaia.
All'inizio di questa storia Alì non si chiama Alì, ha un altro nome che nessuno sa, forse Alì è addirittura una femmina, la sua testina aggraziata e lo sguardo delicato si addicono di più a una giovane colomba, in effetti.
Il giorno del viaggio Alì non è in forma, ha un sacco di pensieri e non si sente pronto, deve volare fino alla Francia ma non ha capito dove, teme il vento, teme il mare, teme gli altri uccelli, teme i colombi come lui che lo attendono all'arrivo.
Alì parte stanco e si scoraggia quasi subito, prova a farsi forza, a stendere bene le ali, a bilanciarsi con la coda, a sgombrare la testa dalle preoccupazioni: "Tieni duro", pensa, "Arriverai prima di quando te lo aspetti, quante volte pensavi di non farcela e invece la meta era già così vicina, gli altri piccioni così simpatici, l'acqua così fresca e le granaglie così buone!". Ma l'istinto di Alì ha ragione, non è un bel giorno per volare, il vento che gira all'improvviso, la stanchezza già troppo pesante ancora prima di partire, le nuvole basse: "Non ce la faccio", pensa, "Devo fermarmi, o quando lo farò sarà troppo tardi e finirò dritto nella bocca di un gatto o sotto le ruote di un'auto sulla camionale".
Attorno a lui solo tetti, antenne, pali della luce, terrazzi, ringhiere e corde del bucato, le finestre sono tutte chiuse, alcune hanno addirittura le imposte serrate, ma è agosto e le città si svuotano per le ferie. Deve resistere ancora un poco Alì, deve cercare di raggiungere la campagna e magari, se è fortunato, riesce ad incontrare una colombaia dove fermarsi qualche ora, qualche giorno. Ricorda di un suo compagno l'anno prima, che in occasione di una gara era stato ritrovato una settimana dopo da una famiglia gentile, era stato rifocillato, fatto visitare addirittura da un dottore, fino a che il loro padrone aveva preso la jeep, caricato la gabbia sul retro ed era andato a riprenderlo, sbuffando e lamentandosi più per la brutta figura fatta con i colleghi in gara che per per il disturbo.
Mentre si perde tra i pensieri e si lascia un poco trasportare dal vento Alì entra in un bosco, i rami sono fitti, non si vede quasi nulla e volare diventa difficile. Prova a scendere, saltella qua e là, becca qualche seme posato sulla terra calda, sale su un tronco abbattuto e si riposa..."Solo un poco" si dice, "Solo il tempo di ritrovare le forze".
Quando si sveglia è quasi buio, occorre rimettersi subito in viaggio se si vuole raggiungere un villaggio dove trovare riparo. Saldo sulle zampe inanellate Alì spicca il volo, attraversa il fogliame estivo, sente un ramo graffiargli forte l'ala sinistra, ma stringe il becco ed esce dal bosco, c'è un po' di vento, a favore finalmente, e seguire l'aria è facile come fare una discesa sullo scivolo. Dopo una mezz'ora di volo tranquillo, dietro una collina, in fondo alla gola, Alì vede delle luci: "Che ore saranno?", forse le nove di sera, forse ancora più tardi, il cielo è ancora chiaro, ma i lampioni illuminano già le strette strade del borgo di mare.
Alì si sente sollevato: un paese di campagna, con poche case, tanto verde, qualche orto e sicuramente qualcuno disposto a lasciarlo riposare, magari anche ad accudirlo, a parlargli, a controllargli quella ferita sull'ala che comincia a fargli davvero male.
Scende in picchiata verso le case e si ferma su un grande tetto rosso, lì le finestre sono tutte chiuse, c'è un giardino curato, qualche albero tagliato da poco e tanto prezioso silenzio. Il piccolo palazzo di fronte, invece, è decisamente abitato, tre giardini vivi, con il bucato che sbatte al vento della sera, i gatti che sonnecchiano sui tavoli di plastica, una signora che chiama il marito nell'orto. E poi, le finestre sono quasi tutte illuminate.
Alì riflette, non sa cosa sia giusto fare, è la prima volta che si perde, è la prima volta che ha bisogno di aiuto. Dopo qualche minuto prende coraggio, apre le ali, prova a stirare con cautela quella sinistra e punta la finestra più in alto, da cui proviene una fioca luce blu, intermittente, delicata, deve essere un televisore acceso.
Scende piano sul davanzale, cercando di non fare rumore, con discrezione sbircia dentro e sul divano vede una signora anziana, che guarda le immagini scorrere sullo schermo ma sembra assorta in altri pensieri, più lontani e più importanti di quello sceneggiato estivo. Incuriosito e ormai carico di coraggio Alì decide di spostarsi sulla finestra accanto, dall'appartamento escono voci piccole, chiacchiere adulte, musiche in rima e battiti di mani. Appena le sue zampe toccano l'ardesia ancora tiepida quattro occhi lo osservano sbigottiti: "Nonna nonna! Guarda!". Due bimbi seduti sulla medesima poltrona lo stanno indicando tutti eccitati, una signora si avvicina piano piano alla finestra mentre un uomo, assorto nella lettura del giornale, alza appena lo sguardo dal quotidiano disteso sul tavolo.
Sono tutti indaffarati là dentro, chi prova a chiamarlo con il verso che si usa per attirare i gatti, chi si alza sulla punta dei piedi per guardarlo meglio, chi ipotizza ferite e malattie osservando la sua ala malconcia. Dopo poco la signora sparisce e ritorna accompagnata da altre due donne, una invoca il ragù di piccione guardandolo però con dolcezza tra i riccioli tagliati corti, l'altra si confronta con la padrona di casa sul significato di piccione viaggiatore, facendolo sentire importante e prezioso.
E' ormai notte, c'è troppo interesse in quel posto, rimanere lì significa rischiare di farsi prendere, la finestra dell'anziana signora sembra essere più tranquilla: Alì spicca il volo e atterra poco più in là. Ora la donna è in piedi, la televisione è spenta, lentamente cammina in soggiorno tenendo una mano sulla schiena del divanno, come se fosse una robusta ringhiera immaginaria. Improvvisamente lo vede e, con grande stupore del colombo, gli parla. Lo ringrazia di essere venuto, si rivolge a qualcuno che però in casa Alì non vede, sembra commuoversi perfino e, sempre lentamente, si allontana verso una stanza buia, lasciandolo tranquillo sul davanzale. Prima di sparire dietro a una porta semichiusa, una mano delicata spegne l'ultima luce.
Cicale, uccelli, rumore di auto in manovra, urla lontane di giovani al mare, rombi di motoseghe in azione, persiane che si aprono...Alì tira fuori il becco dalle piume del dorso, spalanca gli occhi e, d'istinto, spicca il volo: "Che ore sono?", "Dove mi trovo?". In pochi secondi atterra pesante sul tetto rosso, il primo incontrato al suo arrivo e si guarda intorno, improvvisamente ricorda la luce blu del televisore, le piccole dita di bimbo che lo puntano, gli occhi benevoli della ragazza con i capelli corti.
L'ala sinistra è ancora dolorante, aprirla e chiuderla con calma gli dà un po' di sollievo, ha fame e sete, deve capire cosa ha intorno e dove può recuperare del cibo. Spicca il volo nel pieno sole del mattino, supera la casa color salmone, si avvicina a quella gialla e si posa su un filo elettrico: campi coltivati, orti abbandonati, prati, terrazzi, boschi. In una casa lontana, lasciata al lavoro instancabile del tempo, vede una vecchia colombaia vuota: "Chissà quanti piccioni ha ospitato", pensa. Riaperte le ali e ripreso il volo Alì torna verso il mare, ma questa volta cambia finestra, scende di un piano e si ferma oltre una sottile zanzariera tirata. E' mattina presto, in casa tutto è immobile, la luce è forte ma il caldo è sopportabile, fermarsi lì può essere una buona idea; improvvisamente, alle sue spalle, uno strano verso lo insulta, un misto tra un miagolio isterico e un gorgheggio da neonato arriva dal pavimento e lo investe completamente. E' un gatto, una gatta forse, bianca, sporca, decisamente poco aggraziata, che lo punta nervosa e sbatte la coda nera con frenesia e preoccupazione. In pochi secondi arrivano le due donne della sera precedente, quella esperta in colombi e quella che si limita a guardarlo, è proprio lei ad aprire la zanzariera con una piccola scatola di cartone in mano terrorizzandolo a morte. Il tetto rosso continua, per tutto il giorno, ad essere il suo rifugio, da lì Alì spicca il volo spesso, si posa sul palo, sulle tegole delle case vicine, sul parapetto di un terrazzo assolato dove la ragazza con i capelli mossi gli allunga qualcosa da mangiare, un mucchietto di palline gialle, probabilmente uno strano e poco soddisfacente cibo straniero, che mangerebbe pure se non fosse continuamente insultato da quella stupida gatta bianca. Il sole tramonta, si alza un po' di vento, la signora anziana gli rivolge parole dolci e domande su persone che lui mica conosce, i bimbi battono le mani, gli adulti guardano l'anello che gli stringe la zampa sinistra e stanno al telefono a dire numeri per ore e lui pensa, dopotutto, che rimanere lì potrebbe anche essere un'idea. Chissà perché poi, in quel posto, lo chiamano Alì.
All'inizio dell'estate il suo proprietario lo ha regalato ad un amico, un colombofilo come lui che partecipa alle gare da poco e sta cercando di incrementare la sua piccola colombaia.
All'inizio di questa storia Alì non si chiama Alì, ha un altro nome che nessuno sa, forse Alì è addirittura una femmina, la sua testina aggraziata e lo sguardo delicato si addicono di più a una giovane colomba, in effetti.
Il giorno del viaggio Alì non è in forma, ha un sacco di pensieri e non si sente pronto, deve volare fino alla Francia ma non ha capito dove, teme il vento, teme il mare, teme gli altri uccelli, teme i colombi come lui che lo attendono all'arrivo.
Alì parte stanco e si scoraggia quasi subito, prova a farsi forza, a stendere bene le ali, a bilanciarsi con la coda, a sgombrare la testa dalle preoccupazioni: "Tieni duro", pensa, "Arriverai prima di quando te lo aspetti, quante volte pensavi di non farcela e invece la meta era già così vicina, gli altri piccioni così simpatici, l'acqua così fresca e le granaglie così buone!". Ma l'istinto di Alì ha ragione, non è un bel giorno per volare, il vento che gira all'improvviso, la stanchezza già troppo pesante ancora prima di partire, le nuvole basse: "Non ce la faccio", pensa, "Devo fermarmi, o quando lo farò sarà troppo tardi e finirò dritto nella bocca di un gatto o sotto le ruote di un'auto sulla camionale".
Attorno a lui solo tetti, antenne, pali della luce, terrazzi, ringhiere e corde del bucato, le finestre sono tutte chiuse, alcune hanno addirittura le imposte serrate, ma è agosto e le città si svuotano per le ferie. Deve resistere ancora un poco Alì, deve cercare di raggiungere la campagna e magari, se è fortunato, riesce ad incontrare una colombaia dove fermarsi qualche ora, qualche giorno. Ricorda di un suo compagno l'anno prima, che in occasione di una gara era stato ritrovato una settimana dopo da una famiglia gentile, era stato rifocillato, fatto visitare addirittura da un dottore, fino a che il loro padrone aveva preso la jeep, caricato la gabbia sul retro ed era andato a riprenderlo, sbuffando e lamentandosi più per la brutta figura fatta con i colleghi in gara che per per il disturbo.
Mentre si perde tra i pensieri e si lascia un poco trasportare dal vento Alì entra in un bosco, i rami sono fitti, non si vede quasi nulla e volare diventa difficile. Prova a scendere, saltella qua e là, becca qualche seme posato sulla terra calda, sale su un tronco abbattuto e si riposa..."Solo un poco" si dice, "Solo il tempo di ritrovare le forze".
Quando si sveglia è quasi buio, occorre rimettersi subito in viaggio se si vuole raggiungere un villaggio dove trovare riparo. Saldo sulle zampe inanellate Alì spicca il volo, attraversa il fogliame estivo, sente un ramo graffiargli forte l'ala sinistra, ma stringe il becco ed esce dal bosco, c'è un po' di vento, a favore finalmente, e seguire l'aria è facile come fare una discesa sullo scivolo. Dopo una mezz'ora di volo tranquillo, dietro una collina, in fondo alla gola, Alì vede delle luci: "Che ore saranno?", forse le nove di sera, forse ancora più tardi, il cielo è ancora chiaro, ma i lampioni illuminano già le strette strade del borgo di mare.
Alì si sente sollevato: un paese di campagna, con poche case, tanto verde, qualche orto e sicuramente qualcuno disposto a lasciarlo riposare, magari anche ad accudirlo, a parlargli, a controllargli quella ferita sull'ala che comincia a fargli davvero male.
Scende in picchiata verso le case e si ferma su un grande tetto rosso, lì le finestre sono tutte chiuse, c'è un giardino curato, qualche albero tagliato da poco e tanto prezioso silenzio. Il piccolo palazzo di fronte, invece, è decisamente abitato, tre giardini vivi, con il bucato che sbatte al vento della sera, i gatti che sonnecchiano sui tavoli di plastica, una signora che chiama il marito nell'orto. E poi, le finestre sono quasi tutte illuminate.
Alì riflette, non sa cosa sia giusto fare, è la prima volta che si perde, è la prima volta che ha bisogno di aiuto. Dopo qualche minuto prende coraggio, apre le ali, prova a stirare con cautela quella sinistra e punta la finestra più in alto, da cui proviene una fioca luce blu, intermittente, delicata, deve essere un televisore acceso.
Scende piano sul davanzale, cercando di non fare rumore, con discrezione sbircia dentro e sul divano vede una signora anziana, che guarda le immagini scorrere sullo schermo ma sembra assorta in altri pensieri, più lontani e più importanti di quello sceneggiato estivo. Incuriosito e ormai carico di coraggio Alì decide di spostarsi sulla finestra accanto, dall'appartamento escono voci piccole, chiacchiere adulte, musiche in rima e battiti di mani. Appena le sue zampe toccano l'ardesia ancora tiepida quattro occhi lo osservano sbigottiti: "Nonna nonna! Guarda!". Due bimbi seduti sulla medesima poltrona lo stanno indicando tutti eccitati, una signora si avvicina piano piano alla finestra mentre un uomo, assorto nella lettura del giornale, alza appena lo sguardo dal quotidiano disteso sul tavolo.
Sono tutti indaffarati là dentro, chi prova a chiamarlo con il verso che si usa per attirare i gatti, chi si alza sulla punta dei piedi per guardarlo meglio, chi ipotizza ferite e malattie osservando la sua ala malconcia. Dopo poco la signora sparisce e ritorna accompagnata da altre due donne, una invoca il ragù di piccione guardandolo però con dolcezza tra i riccioli tagliati corti, l'altra si confronta con la padrona di casa sul significato di piccione viaggiatore, facendolo sentire importante e prezioso.
E' ormai notte, c'è troppo interesse in quel posto, rimanere lì significa rischiare di farsi prendere, la finestra dell'anziana signora sembra essere più tranquilla: Alì spicca il volo e atterra poco più in là. Ora la donna è in piedi, la televisione è spenta, lentamente cammina in soggiorno tenendo una mano sulla schiena del divanno, come se fosse una robusta ringhiera immaginaria. Improvvisamente lo vede e, con grande stupore del colombo, gli parla. Lo ringrazia di essere venuto, si rivolge a qualcuno che però in casa Alì non vede, sembra commuoversi perfino e, sempre lentamente, si allontana verso una stanza buia, lasciandolo tranquillo sul davanzale. Prima di sparire dietro a una porta semichiusa, una mano delicata spegne l'ultima luce.
Cicale, uccelli, rumore di auto in manovra, urla lontane di giovani al mare, rombi di motoseghe in azione, persiane che si aprono...Alì tira fuori il becco dalle piume del dorso, spalanca gli occhi e, d'istinto, spicca il volo: "Che ore sono?", "Dove mi trovo?". In pochi secondi atterra pesante sul tetto rosso, il primo incontrato al suo arrivo e si guarda intorno, improvvisamente ricorda la luce blu del televisore, le piccole dita di bimbo che lo puntano, gli occhi benevoli della ragazza con i capelli corti.
L'ala sinistra è ancora dolorante, aprirla e chiuderla con calma gli dà un po' di sollievo, ha fame e sete, deve capire cosa ha intorno e dove può recuperare del cibo. Spicca il volo nel pieno sole del mattino, supera la casa color salmone, si avvicina a quella gialla e si posa su un filo elettrico: campi coltivati, orti abbandonati, prati, terrazzi, boschi. In una casa lontana, lasciata al lavoro instancabile del tempo, vede una vecchia colombaia vuota: "Chissà quanti piccioni ha ospitato", pensa. Riaperte le ali e ripreso il volo Alì torna verso il mare, ma questa volta cambia finestra, scende di un piano e si ferma oltre una sottile zanzariera tirata. E' mattina presto, in casa tutto è immobile, la luce è forte ma il caldo è sopportabile, fermarsi lì può essere una buona idea; improvvisamente, alle sue spalle, uno strano verso lo insulta, un misto tra un miagolio isterico e un gorgheggio da neonato arriva dal pavimento e lo investe completamente. E' un gatto, una gatta forse, bianca, sporca, decisamente poco aggraziata, che lo punta nervosa e sbatte la coda nera con frenesia e preoccupazione. In pochi secondi arrivano le due donne della sera precedente, quella esperta in colombi e quella che si limita a guardarlo, è proprio lei ad aprire la zanzariera con una piccola scatola di cartone in mano terrorizzandolo a morte. Il tetto rosso continua, per tutto il giorno, ad essere il suo rifugio, da lì Alì spicca il volo spesso, si posa sul palo, sulle tegole delle case vicine, sul parapetto di un terrazzo assolato dove la ragazza con i capelli mossi gli allunga qualcosa da mangiare, un mucchietto di palline gialle, probabilmente uno strano e poco soddisfacente cibo straniero, che mangerebbe pure se non fosse continuamente insultato da quella stupida gatta bianca. Il sole tramonta, si alza un po' di vento, la signora anziana gli rivolge parole dolci e domande su persone che lui mica conosce, i bimbi battono le mani, gli adulti guardano l'anello che gli stringe la zampa sinistra e stanno al telefono a dire numeri per ore e lui pensa, dopotutto, che rimanere lì potrebbe anche essere un'idea. Chissà perché poi, in quel posto, lo chiamano Alì.
lunedì 29 luglio 2013
Il peso, la forma e la natura delle cose
Se poi andiamo a vedere, non è vero che portando qui questi tre esperimenti io stia ponendo la giusta distanza fra me e il mondo: il concetto di galleggiamento è infatti uno dei tanti affrontati nel blog, applicando la sensazione sospesa agli stati dell'animo più che alle leggi della fisica vera e propria.
Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.
Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?
Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.
Esperimento N°1
Uovo su o uovo giù?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
sale
un uovo di gallina (fresco)
- Procedimento:
Riempite la bacinella d'acqua e immergete delicatamente l'uovo...che succede? L'uovo va immediatamente a sdraiarsi sul fondo. Ma se aggiungete del sale nell'acqua? Cosa accade? Provate, dovrete metterne molto (almeno per me è andata così), dovrete farlo sciogliere bene e vi accorgerete che prima l'uovo si posizionerà in verticale e poi comincerà a risalire in superficie.
- Considerazioni:
Una considerazione che si può fare riguarda per esempio il Mar Morto e la sua nota "galleggiabilità", dovuta proprio alla grande quantità di sale contenuta nell'acqua. Potete anche far ragionare i piccoli sulle differenze tra fare il bagno in mare o al lago: dove si galleggia meglio? In ultimo potete fare riferimento all'eventualità che l'uovo utilizzato non sia fresco: cosa accadrebbe in questo caso? L'uovo galleggerebbe anche in acqua dolce, perché la bolla d'aria formatasi al suo interno con l'invecchiamento funzionerebbe come una sorta di "vescica natatoria". Ma che cosa è la vescica natatoria? Noi l'abbiamo? Come funziona? Si potrebbe, naturalmente, continuare all'infinito...i bambini di solito sono in grado di condurre una lezione dove vogliono loro, rendendola spesso molto più interessante di quanto abbiamo immaginato noi nel prepararla.
Esperimento N°2
Tre e tre
- Occorrente:
tre bacinelle (possibilimente trasparenti e uguali, possibilmente con coperchio...credo che quelle a mia disposizione fossero IKEA)
tre candele (rigorosamente uguali, io ho usato ancora una volta quelle piccole IKEA, togliendo stoppino e rivestimento in alluminio)
acqua
alcool
olio (io ne ho usato un tipo molto economico, di semi)
- Procedimento:
Riempite le tre bacinelle (bastano quattro dita di liquido), una con alcool, una con olio, una con acqua, senza che i bimbi vi vedano (potete anche farlo fare a loro e coinvolgerli dall'inizio dell'esperimento, io preferisco sempre l'iniziale effetto sorpresa per catturare l'attenzione stimolando domande e idee). Disponete i tre contenitori su un tavolo senza scoperchiarli e chiedete "cosa c'è dentro?". Facilmente l'acqua verrà indovinata subito, più difficile sarà invece riconoscere gli altri due liquidi, ci sarà chi dirà succo di pompelmo, succo d'arancia, pipì, ma nel mio caso nessuno ha ipotizzato olio e alcool. Il secondo passaggio per l'identificazione è stato provare a stuzzicare un altro senso oltre a quello della vista: l'olfatto. Togliendo il coperchio alle bacinelle l'alcool è stato subito indovinato mentre per l'olio non c'è stato nulla da fare, ho dovuto svelare io il mistero. L'ultimo punto è consistito nel fare previsioni sull'immersione delle tre candele: come si comporteranno? Ognuno ha detto la sua, chi sosteneva sarebbero affondate in ogni liquido, chi era convinto del contrario, chi differenziava a seconda della bacinella. Il risultato dovrebbe vedere una candela galleggiare sull'acqua, una affondare un poco nell'olio e una precipitare completamente nell'alcool...perché?
- Considerazioni:
Questo esperimento permette di introdurre il concetto di peso specifico, il corpo immerso è infatti sempre il medesimo ma cambia il peso specifico del liquido usato, l'acqua ha il peso specifico più alto e l'alcool il più basso. Un buon metodo per spiegare questo concetto con semplicità può essere anche quello di far cadere un po' di gocce d'olio nella bacinella con l'acqua: cosa succede?
Esperimento N°3
Foglio, fagotto o pallina?
- Occorrente:
una bacinella (possibilmente trasparente)
acqua
qualche pezzo di carta stagnola di uguali dimensioni
- Procedimento:
Riempire la bacinella con l'acqua e cominciare a creare forme diverse con i pezzi di alluminio, per esempio un tubicino, una pallina molto schiacciata, un fagottino, una barchetta, un foglio lasciato tal quale...
Immergete le varie forme nella bacinella e osservate cosa accade.
- Considerazioni:
Come si noterà facilmente, il foglio di alluminio lasciato intatto galleggia tranquillamente e va a fondo solo se ricoperto dall'acqua, anche la pallina schiacciata va sul fondo, mentre il fagottino rimane in superficie: questo accade perché l'aria contenuta in esso lo rende galleggiante. E' la forma distesa del foglio di alluminio, invece, a permettergli di galleggiare, così come noi restiamo sul pelo dell'acqua quando ci sdraiamo a stella e facciamo più fatica se raccogliamo per esempio le gambe al petto. Sono quindi molto importanti, ai fini del galleggiamento, anche la forma dell'oggetto immerso e la presenza, al suo interno, dell'aria.
mercoledì 5 giugno 2013
Il potere lenitivo dei boschi
"Talvolta sento l'irrefrenable desiderio di venire in un bosco di montagna proprio quando la testa è piena di pensieri, quei pensieri che ti incatenano alla gelosia, al timore di perdere tutto, baracca e burattini; pensieri litigiosi, cannibali, il lago nero è solcato da vento forte. Toccando le cortecce farinose che si sbriciolano appena le sfiori, inspirando profondamente l'odore delle resine, e ancora scandagliando le geometrie delle fronde che si espandono ovunque tranne verso altri tronchi cresciuti magari a pochi centimetri, fra rocce basaltiche, resti di tronchi esplosi e corrosi dai funghi agarici, arancioni, comprendo, nel manifestarsi del "miracolo", il potere lenitivo dei boschi. Annullano il peso del passato, lo prosciugano, lasciano respirare e sudare in un presente storico dove tutto, o quasi, potrebbe accadere. Inizi a discernere, razionalmente, qanto in te, nel tuo turbinio di pensieri, sia frutto di disgrazie e quanto di scelte consapevoli condotte fino alle (eventuali) estreme conseguenze. Quanto sia stato causato da decisioni non prese, da rinunce, da ritiri preventivi, da fughe se preferite chiamarle in questo modo, o da errori. Queste distinte radici sono profonde e coesistono in noi, dovremmo avere la capacità di distinguerle, come se fossero di dolore e sostanza diversi, ma spesso si presentano aggrovigliate, fuse, annodate in modo così stretto da sembrare un'unica materia penitente, un dolore che ci sussulta nel petto, o nella testa, troncando il futuro. Nei boschi l'anima trova nuova luce, e ci viene concesso di individuare nuove scelte, libere e giuste, di scartare le paure e le fregature di ordine psicologico. Anche l'orgoglio si riduce sensibilmente, anzi ci appare - dentro questo ordinario bosco di alberi che corrono verso il cielo immersi nella penombra - un bagaglio inutilmente pesante che può essere abbandonato all'ingresso della selva. Il futuro riacquista valore, il passato si emargina, e si prosegue senza fretta, senza la furia di dover arrivare per conquistare il punto, è il camminare che rappresenta l'unità di misura utile, la nostra via, prima ancora di tutto il resto"
Tiziano Fratus, Il manuale del perfetto cercatore d'alberi.
Tiziano Fratus, Il manuale del perfetto cercatore d'alberi.
lunedì 6 maggio 2013
"Rispondimi di sera, dopo un bicchiere giusto."
Il titolo di questo post arriva diretto dall'ultimo libro che ho letto, in tre giorni, nelle mini pause dal lavoro e dallo studio, per prepararmi all'incontro di mercoledì sera.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
Il libro è Ti sembra il caso? Schermaglia fra un narratore e un biologo, dove il narratore è Erri De Luca e il biologo è Paolo Sassone-Corsi, l'incontro è con gli autori, alla Feltrinelli, dopodomani alle 18.
Mi capita qualche volta di leggere libri un poco più "scientifici", dove non ci sono solo storie, personaggi, trame e paesaggi. Ricordo l'anno scorso (o forse due?) il saggio di Oliver Sacks che mi aprì al concetto di per(proprio)cezione corporea, un mese fa a quest'ora ero immersa (assai dolorosamente) in Donne che amano troppo e oggi, per pranzo, ho mantenuto la promessa: sono uscita dall'Università, ho cercato e trovato una scaletta isolata e ho finito di leggere questo mini volume bianco abbracciata da un sole incerto.
Io, "scienziata" per errore, ancora molto (forse troppo) legata alle parole, alla storia dei posti, al mistero dell'arte, mi sono un po' riappacificata con il senso di inadeguatezza che per anni ho sentito rendendomi conto di stare eccessivamente lontana dalla vita di laboratorio, fatta di calcoli, previsioni, tentativi. Tutte cose che, in verità, in passato ho messo assai in pratica nel quotidiano, ottenendo la fama di quella che programma sempre tutto, non lascia nulla al caso (anzi Caso), non si gode la vita alla giornata.
Ora che forse questa Elena super organizzata e previdente è rimasta indietro, mi sono automaticamente avvicinata di più alla scienza per lavoro e, come nel caso della lettura di questo libro, per puro interesse. Lo stesso che mi spinge a seguire i laboratori di Robotica Educativa, attraverso i quali la matematica, la meccanica, i numeri insomma, possono aiutare addirittura a scrivere e diffondere una storia.
Nel libro di Erri e Paolo (e un poco anche di Emiliana, moglie di Paolo e scienziata come lui) ci sono Napoli, i batteri, la montagna, le stelle, la notte, il giorno, il vino (v. titolo del post), la chimica, Dio, il sole, la lontananza, i perché, le risposte a questi perché, l'amicizia, l'uomo, mille altri argomenti che hanno segnato il mio andare e spunti che da anni porto con me quando cerco di far fronte alle difficoltà, agli imprevisti, ma anche quando tento di godermi la vita per come arriva.
Una sera di qualche tempo fa un discorso simile a quelli affrontati dagli autori di Ti sembra il caso? rovinò una serata, mi ferì profondamente e mi fece riflettere per mesi. Tuttora ne porto il segno, un taglio nell'anima che mi costringe a relativizzare e a scervellarmi sul piccolo e sul grande, come Erri scrive all'inizio.
Quel discorso mi unisce alla persona con cui lo feci, con cui, ancora oggi, spesso capita di ricordarlo e con cui, mercoledì, sarò a sentire Erri e il suo amico Paolo parlare di amore per la scienza e amore per la vita.
Etichette:
amici,
Erri De Luca,
natura,
notte,
parole,
pensieri,
riflessioni,
soluzioni,
stupore
Iscriviti a:
Post (Atom)






.jpg)












