Ho ripescato la foto in un album scattato anni fa, al MART di Rovereto.
Perché? Non lo so, perché mi piace la frase, perché fa freddo come nel profondo nord, perché sì.
Prima neve sull'Albero della Coccagna e prima febbre. Sono a letto che scrivo, sotto al piumone, caloriferi accesi e mille maglie una sopra all'altra. Mi pareva di essermi coperta a sufficienza in questi giorni, anche sotto la bufera, anche dopo la palestra, anche solo per uscire a comprare le arance. Evidentemente non è bastato.
Ho trascorso una settimana pesante, piena di scadenze, tra cui l'ultimo grosso esame del 2012. Un argomento completamente oscuro per me, un professore che dicevano essere severo e pignolo, poco tempo per preparare la presentazione e per imparare un minimo di teoria in più, giusto per non fare scena muta davanti alle domande.
L'esame è andato bene, benissimo. I mille passaggi burocratici per mettere un punto alle questioni lavorative si superano pian piano e altrettanto lentamente ci si avvicina ad avere le grandi risposte per il mio futuro economico, qualsiasi esse siano.
La febbre, portata dal freddo, potrebbe anche avere una componente di stanchezza cosmica accumulata, conoscendomi, ma basta non farsi domande e ascoltare i consigili di chi mi conosce e ha visto cosa è in grado di inventarsi il mio corpo quando è eccessivamente sotto pressione.
In questi giorni appena trascorsi ci sono state tante chiacchiere, parole spese a pranzo con gli amici, camminando nella neve, silenzi pieni di cose, fiumi di spiegazioni, racconti dolorosi e vicinanze che terminano con dolcezza e affetto infinito. Qualcuno di davvero importante mi ha ricordato la fortuna che ho, a poter godere dell'indipendenza senza essere sola, grazie, è proprio così. So di non essere sola, so che in qualche modo le cose che ancora non vanno si aggiusteranno, so che anche la febbre di oggi passerà senza gli strascichi dell'ultima. Nel frattempo le piante del bagno sono fiorite, i bulbi nella piccola serra fanno capolino anche se pallidi per la poca luce che entra in casa, l'alberino si illumina sul panchetto giallo e le idee home made per il Natale prendono piede nella mia testa.
Spero di riuscire, già questa sera, a inventarmi qualcosa per i regali, da preparare con calma ascoltando la musica e bevendo una tisana calda. Per adesso, non se ne parla, meglio il piumone...
domenica 16 dicembre 2012
I still have me
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tranquillità
venerdì 7 dicembre 2012
Fake and Pie
Primo post scritto sull'Albero della Coccagna.
Prima torta di mele preparata nel forno.
Chissà come sarà...il profumo sembra buono e vederla lì, fumante sul tagliere, è comunque una piccola soddisfazione. MI sono persino comprata il gelato alla crema da mettere accanto, con una spolverata di cannella sopra.
Seduta qui sul divano, finalmente, mi riposo un po'. Giornata, ennesima giornata, di adempimenti burocratici e studio di argomenti incomprensibili: frustrazione diffusa e faticosa. Poi però sono uscita dall'ufficio che si gelava e come al solito il freddo freddissimo mi avvicina a chi ama questo clima per me così difficile. Sentire mani, naso e orecchie intirizziti mi fa pensare allo Sminatore immerso nella neve, felice, con gli occhi pieni di montagna.
Arrivata a casa mi sono infilata una felpa e un paio di leggings al volo per provare una lezione di pilates nella palestra dove vorrei iscrivermi, l'impressione è stata ottima e mi è parso di entrare in contatto con me stessa dopo tanto tempo. Se non riesco a parlare con il mio cervello almeno provo a farlo con il mio corpo.
Poi la spesa e via in cucina: cous cous e torta di mele.
Con quelle grandi mele rosse che fanno tanto inverno, comprate e messe nella ciotola di legno vicino a un melograno, troppo bello per lasciarlo nella cesta del supermercato.
Ecco gli ingredienti:
- 700 gr di mele
- 200 gr di zucchero
- 200 gr di farina
- 100 gr di burro
- 200 ml di latte
- 2 uova
- 1 bustina di lievito
- zucchero a velo
- cannella
- sale
- limone
Procedimento:
Tagliare a fette le mele, lasciandole in una terrina piena di succo di limone, per evitare che si anneriscano. Grattugiare la scorza del limone e aggiungerla allo zucchero, alle uova, al latte, al burro sciolto a bagnomaria e alla farina (che setacciata è meglio). Mescolare tutto con una frusta, io ho usato un cucchiaio di legno con il buco e mi pareva andasse bene lo stesso. Una bustina di lievito (la ricetta parlava anche di vanillina, io ho preso direttamente il lievito vanigliato e buonanotte), un pizzico di sale e un poco di cannella. Una volta immerse le mele in questa crema si cosparge di zucchero a velo e cannella e si inforna tutto a 180° per 50 o 60 minuti. Se poi il timer è buffo come la mia gallina accovacciata...tanto meglio.
Qui è sorto per me l'unico problema: dopo 40 minuti l'ho tolta perché mi pareva si bruciasse, magari ora scoprirò che è cruda, pazienza, devo prendere confidenza con il nuovo forno!
Difficoltà: media
Cottura: chilosà
Costo degli ingredienti: medio-basso (sono tanti, quindi alla fine un pochino si spende, soprattutto se si intende aggiungere il gelato)
La mia serata in cucina è stata accompagnata dai The National, che in verità sono con me da questa mattina. In particolare Fake Empire...
Stay out super late tonight picking apples, making pies
Put a little something in our lemonade and take it with us
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
Tiptoe through our shiny city with our diamond slippers on
Do our gay ballet on ice, bluebirds on our shoulders
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
Turn the light out say goodnight, no thinking for a little while
Let's not try to figure out everything at once
It's hard to keep track of you falling through the sky
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
e direi che non mi sarà difficile imparare a memoria l'ultima strofa...
Prima torta di mele preparata nel forno.
Chissà come sarà...il profumo sembra buono e vederla lì, fumante sul tagliere, è comunque una piccola soddisfazione. MI sono persino comprata il gelato alla crema da mettere accanto, con una spolverata di cannella sopra.
Seduta qui sul divano, finalmente, mi riposo un po'. Giornata, ennesima giornata, di adempimenti burocratici e studio di argomenti incomprensibili: frustrazione diffusa e faticosa. Poi però sono uscita dall'ufficio che si gelava e come al solito il freddo freddissimo mi avvicina a chi ama questo clima per me così difficile. Sentire mani, naso e orecchie intirizziti mi fa pensare allo Sminatore immerso nella neve, felice, con gli occhi pieni di montagna.
Arrivata a casa mi sono infilata una felpa e un paio di leggings al volo per provare una lezione di pilates nella palestra dove vorrei iscrivermi, l'impressione è stata ottima e mi è parso di entrare in contatto con me stessa dopo tanto tempo. Se non riesco a parlare con il mio cervello almeno provo a farlo con il mio corpo.
Poi la spesa e via in cucina: cous cous e torta di mele.
Con quelle grandi mele rosse che fanno tanto inverno, comprate e messe nella ciotola di legno vicino a un melograno, troppo bello per lasciarlo nella cesta del supermercato.
Ecco gli ingredienti:
- 700 gr di mele
- 200 gr di zucchero
- 200 gr di farina
- 100 gr di burro
- 200 ml di latte
- 2 uova
- 1 bustina di lievito
- zucchero a velo
- cannella
- sale
- limone
Procedimento:
Tagliare a fette le mele, lasciandole in una terrina piena di succo di limone, per evitare che si anneriscano. Grattugiare la scorza del limone e aggiungerla allo zucchero, alle uova, al latte, al burro sciolto a bagnomaria e alla farina (che setacciata è meglio). Mescolare tutto con una frusta, io ho usato un cucchiaio di legno con il buco e mi pareva andasse bene lo stesso. Una bustina di lievito (la ricetta parlava anche di vanillina, io ho preso direttamente il lievito vanigliato e buonanotte), un pizzico di sale e un poco di cannella. Una volta immerse le mele in questa crema si cosparge di zucchero a velo e cannella e si inforna tutto a 180° per 50 o 60 minuti. Se poi il timer è buffo come la mia gallina accovacciata...tanto meglio.
Qui è sorto per me l'unico problema: dopo 40 minuti l'ho tolta perché mi pareva si bruciasse, magari ora scoprirò che è cruda, pazienza, devo prendere confidenza con il nuovo forno!
Difficoltà: media
Cottura: chilosà
Costo degli ingredienti: medio-basso (sono tanti, quindi alla fine un pochino si spende, soprattutto se si intende aggiungere il gelato)
La mia serata in cucina è stata accompagnata dai The National, che in verità sono con me da questa mattina. In particolare Fake Empire...
Stay out super late tonight picking apples, making pies
Put a little something in our lemonade and take it with us
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
Tiptoe through our shiny city with our diamond slippers on
Do our gay ballet on ice, bluebirds on our shoulders
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
Turn the light out say goodnight, no thinking for a little while
Let's not try to figure out everything at once
It's hard to keep track of you falling through the sky
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire
e direi che non mi sarà difficile imparare a memoria l'ultima strofa...
lunedì 3 dicembre 2012
Everybody's gotta learn sometime
Passa il tempo.
L'orologio giallo appeso in cucina me lo ricorda prepotente ogni giorno. Fa rumore, soprattutto dopo il quarto, poi diventa inspiegabilmente più leggero.
Forse sa che la notte io faccio fatica e quindi quando supera la mezza e si avvicina alle ore più tarde rende soffici i secondi.
Tra meno di un'ora presentazione per il secondo anno di dottorato, sono agitata.
Tra poco più di dieci giorni esame di chimica bioorganica, non ho idea di come e cosa studierò.
Tra un mese e due giorni compirò 31 anni, se possibile peggio dei 30. Dopotutto un'età bella, se mi volto indietro e guardo i 21 mi viene voglia di accendere un petardo e brindare alla vita.
Poco dopo il mio compleanno saprò se per due anni la mia situazione economica cambierà e io potrò respirare e comprare, se vorrò, un matita per gli occhi o un biglietto per il cinema senza contare i soldi nel porta monete.
Passa il tempo e penso a chi arriva e a chi va via, a chi ha lasciato un segno e a chi ha tracciato una ferita, a chi mi ha dato amore e a chi mi ha fatto male, a chi vanno i miei pensieri di ogni giorno e a chi sembra non esserci mai stato.
Per anni ho giustificato, mi sono arrabbiata in silenzio, ho patologicamente rifiutato contatti e ancor più morbosamente cercato vicinanze.
Ora basta, passa il tempo e io non calcolo più.
Inutile cercare spiegazioni, molto meglio guardarsi negli occhi e parlare, mettere nero su bianco paure e difficoltà, dirsi dove stanno gli ostacoli e tendersi la mano per superarli, magari anche per dividersi subito dopo.
In uno dei libri che amo di più, di cui ho già scritto anche qui, c'è una frase importante: "Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto". E' così, non ci sono cose che non vanno, persone inappropriate, comportamenti errati. Ci sono cose e ci sono persone.
Che se non portano positività nella nostra vita vanno evitate e basta, perché niente servirà a renderle belle e giuste.
Da piccola la mia innocenza è stata disfatta da persone così, in maniera irrecuperabile. Crescendo ho permesso io che mi si giudicasse, mi si calpestasse, mi si usasse perché in quel momento era comodo, mi si tentasse di cambiare, mi si aggredisse, mi si umiliasse, mi si trattasse come se il mio essere forte fosse sinonimo di invulnerabile, mi si lasciasse sola, mi si insultasse, mi si colpisse in faccia con le parole.
La chiave di tutto è in quel "ho permesso", perché non ci sono colpe, ma solo responsabilità. Innanzi tutto la mia che mi sono lasciata giudicare, spesso essendo più severa di chi aveva iniziato. La mia che mi sono sdraiata a terra come uno zerbino, che ho smussato e tagliato pezzi di me, che sono arrossita e ho ingoiato il magone davanti alle umiliazioni, che ho sorriso e mi sono fatta coraggio davanti alla vagonata di disgrazie in cui sono stata coinvolta, che sono tornata come uno stupido cane da chi mi aveva abbandonata tante volte, che ho risposto agli insulti cercando di capirli e che ho offerto l'altra guancia agli schiaffi di parole.
Non sono arrabbiata con nessuno, adesso. Ho solo compreso dov'è il mio posto, cosa desidero e cosa merito. Ho visto cosa mi piace fare, chi voglio frequentare, dove sono le mie persone e perché sono ogni istante nei miei pensieri.
Passa il tempo e non è cambiato nulla, solo ci vedo meglio.
L'orologio giallo appeso in cucina me lo ricorda prepotente ogni giorno. Fa rumore, soprattutto dopo il quarto, poi diventa inspiegabilmente più leggero.
Forse sa che la notte io faccio fatica e quindi quando supera la mezza e si avvicina alle ore più tarde rende soffici i secondi.
Tra meno di un'ora presentazione per il secondo anno di dottorato, sono agitata.
Tra poco più di dieci giorni esame di chimica bioorganica, non ho idea di come e cosa studierò.
Tra un mese e due giorni compirò 31 anni, se possibile peggio dei 30. Dopotutto un'età bella, se mi volto indietro e guardo i 21 mi viene voglia di accendere un petardo e brindare alla vita.
Poco dopo il mio compleanno saprò se per due anni la mia situazione economica cambierà e io potrò respirare e comprare, se vorrò, un matita per gli occhi o un biglietto per il cinema senza contare i soldi nel porta monete.
Passa il tempo e penso a chi arriva e a chi va via, a chi ha lasciato un segno e a chi ha tracciato una ferita, a chi mi ha dato amore e a chi mi ha fatto male, a chi vanno i miei pensieri di ogni giorno e a chi sembra non esserci mai stato.
Per anni ho giustificato, mi sono arrabbiata in silenzio, ho patologicamente rifiutato contatti e ancor più morbosamente cercato vicinanze.
Ora basta, passa il tempo e io non calcolo più.
Inutile cercare spiegazioni, molto meglio guardarsi negli occhi e parlare, mettere nero su bianco paure e difficoltà, dirsi dove stanno gli ostacoli e tendersi la mano per superarli, magari anche per dividersi subito dopo.
In uno dei libri che amo di più, di cui ho già scritto anche qui, c'è una frase importante: "Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto". E' così, non ci sono cose che non vanno, persone inappropriate, comportamenti errati. Ci sono cose e ci sono persone.
Che se non portano positività nella nostra vita vanno evitate e basta, perché niente servirà a renderle belle e giuste.
Da piccola la mia innocenza è stata disfatta da persone così, in maniera irrecuperabile. Crescendo ho permesso io che mi si giudicasse, mi si calpestasse, mi si usasse perché in quel momento era comodo, mi si tentasse di cambiare, mi si aggredisse, mi si umiliasse, mi si trattasse come se il mio essere forte fosse sinonimo di invulnerabile, mi si lasciasse sola, mi si insultasse, mi si colpisse in faccia con le parole.
La chiave di tutto è in quel "ho permesso", perché non ci sono colpe, ma solo responsabilità. Innanzi tutto la mia che mi sono lasciata giudicare, spesso essendo più severa di chi aveva iniziato. La mia che mi sono sdraiata a terra come uno zerbino, che ho smussato e tagliato pezzi di me, che sono arrossita e ho ingoiato il magone davanti alle umiliazioni, che ho sorriso e mi sono fatta coraggio davanti alla vagonata di disgrazie in cui sono stata coinvolta, che sono tornata come uno stupido cane da chi mi aveva abbandonata tante volte, che ho risposto agli insulti cercando di capirli e che ho offerto l'altra guancia agli schiaffi di parole.
Non sono arrabbiata con nessuno, adesso. Ho solo compreso dov'è il mio posto, cosa desidero e cosa merito. Ho visto cosa mi piace fare, chi voglio frequentare, dove sono le mie persone e perché sono ogni istante nei miei pensieri.
Passa il tempo e non è cambiato nulla, solo ci vedo meglio.
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sabato 24 novembre 2012
Basta
E' sabato, sono tornata a casa.
Quale casa?
Quella di sempre, fatta di luce, fusa, peperoni arrostiti, primule e legna che arde.
Dopo una settimana piena sull'Albero della Coccagna avevo bisogno di me e delle mie radici. Per iniziare con calma, senza strappi, per mantenere uno spaghetto attaccato all'infanzia, per calpestare i miei sentieri che per anni sono stati un labirinto e un rifugio.
Scrivo con Agata che mi trotterella intorno e si struscia sulle caviglie, mentre mamma cucina una montagna di verdure e i miei pensieri scorrono veloci. Devo comprare ancora un po' di cose per la casa, recuperare vestiti e, soprattutto, lavorare.
Consegne enormi per il dottorato tra soli due giorni, altre consegne ancora più enormi tra una settimana, un esame da preparare in pochissimo tempo, un impegno lavorativo che non riesco ad incastrare, una pesantezza gigante sul cuore.
Poi però ci sono gli amici che se ne accorgono, che vedono il tuo stare un po' così e ti chiedono "che passa", c'è la mamma che prova ad organizzarti la vita per toglierti un peso, c'è il silenzio della casa nuova e la cassetta degli attrezzi che ti manda lo zio per essere preparata a tutto.
Ci sono i pomeriggi a letto, a guardare il soffitto e a chiedere di cosa sarà fatta la trave gigante che attraversa la stanza? Castagno, pare.
Ci sono le serate al Circolo, tutta di verde vestita, dove una voce commuove, gli abbracci degli amici riscaldano, le visite innamorano e la zuppa di zucca riempie lo stomaco.
Ci sono i racconti di viaggio e le riviste di design per la casa da sfogliare sul lettone con mamma, gli elenchi delle cose da comprare e la musica che suona ininterrotta.
Tutto quello che avevo immaginato, o quasi, ora è qui. Devo solo convincermi che basta, che nonostante gli incubi di questa notte, fatti di paura, solitudine e violenza, le cose andranno bene. La palestra funziona, basta iscriversi. La relazione è quasi finita, basta inviarla. Il lavoro è quasi concluso, basta chiuderlo. Le amicizie sono forti, basta frequentarle. L'amore è profondo, basta crederci. La casa è accogliente, basta viverci.
P.S. Per la foto, grazie a Balletti, uno dei miei nuovi vicini di casa...
Quale casa?
Quella di sempre, fatta di luce, fusa, peperoni arrostiti, primule e legna che arde.
Dopo una settimana piena sull'Albero della Coccagna avevo bisogno di me e delle mie radici. Per iniziare con calma, senza strappi, per mantenere uno spaghetto attaccato all'infanzia, per calpestare i miei sentieri che per anni sono stati un labirinto e un rifugio.
Scrivo con Agata che mi trotterella intorno e si struscia sulle caviglie, mentre mamma cucina una montagna di verdure e i miei pensieri scorrono veloci. Devo comprare ancora un po' di cose per la casa, recuperare vestiti e, soprattutto, lavorare.
Consegne enormi per il dottorato tra soli due giorni, altre consegne ancora più enormi tra una settimana, un esame da preparare in pochissimo tempo, un impegno lavorativo che non riesco ad incastrare, una pesantezza gigante sul cuore.
Poi però ci sono gli amici che se ne accorgono, che vedono il tuo stare un po' così e ti chiedono "che passa", c'è la mamma che prova ad organizzarti la vita per toglierti un peso, c'è il silenzio della casa nuova e la cassetta degli attrezzi che ti manda lo zio per essere preparata a tutto.
Ci sono i pomeriggi a letto, a guardare il soffitto e a chiedere di cosa sarà fatta la trave gigante che attraversa la stanza? Castagno, pare.
Ci sono le serate al Circolo, tutta di verde vestita, dove una voce commuove, gli abbracci degli amici riscaldano, le visite innamorano e la zuppa di zucca riempie lo stomaco.
Ci sono i racconti di viaggio e le riviste di design per la casa da sfogliare sul lettone con mamma, gli elenchi delle cose da comprare e la musica che suona ininterrotta.
Tutto quello che avevo immaginato, o quasi, ora è qui. Devo solo convincermi che basta, che nonostante gli incubi di questa notte, fatti di paura, solitudine e violenza, le cose andranno bene. La palestra funziona, basta iscriversi. La relazione è quasi finita, basta inviarla. Il lavoro è quasi concluso, basta chiuderlo. Le amicizie sono forti, basta frequentarle. L'amore è profondo, basta crederci. La casa è accogliente, basta viverci.
P.S. Per la foto, grazie a Balletti, uno dei miei nuovi vicini di casa...
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lunedì 19 novembre 2012
Accoglienza
Post breve, troppi impegni e scadenze da rispettare, poco tempo e nessuna connessione internet a casa.
Cosa significa la parola Accoglienza?
Da uno dei tanti dizionari on line: Azione e modo dell'accogliere, del ricevere qualcuno.
Questo è quello che vorrei per la mia casa. Che fosse un luogo dove tutti si sentano accolti, dove gli spazi siano condivisi ma anche privati, dove chi desidera tranquillità possa trovare un divano comodo e un dondolo che lo culli, dove chi ha fame possa sedersi in cucina e guardarsi attorno, tra colori, piante e tazze che fumano.
Vorrei che la mia camera da letto fosse mia, l'indispensabile tana per curare i miei momenti difficili, quando scostare il piumone sembra impossibile.
Vorrei stare sola. Con me.
Per le stesse ragioni che mi hanno spinto a fare il trasloco da sola, svuotare le scatole da sola, scegliere i colori, i mobili, i piatti e le stoffe da sola.
Perché pochi anni fa, quando uscire dal pantano pareva un'impresa disperata, non avrei mai creduto di farcela. Perché grazie a mia mamma, alla sua generosità, ma anche grazie al mio coraggio e alla voglia di provare a misurarmi con me e con la mia incapacità a tenere in piedi relazioni durature o convenzionali, ho deciso di andare via e di farlo da sola. Gondendo dei privilegi dell'indipendenza certo, ma anche ritrovandomi davanti allo specchio con la voglia di parlare a qualcuno che ascolti cosa sento, infilando le chiavi nella toppa con la consapevolezza che la casa sarà fredda come l'ho lasciata alla mattina quando sono uscita e che la cena sarà ancora da preparare. In compenso però avrò più tempo per me, che significherà dare spazio ai miei bisogni e trovare carburante per i miei affetti.
Iniziando da un pezzo di legno chiaro e profumato posato sul comodino...
P.S. Nella foto un'immagine all'ESEM, un brandello dell'esame di dottorato preparato durante il Festival e sostenuto pochi giorni fa, con grande soddisfazione.
Cosa significa la parola Accoglienza?
Da uno dei tanti dizionari on line: Azione e modo dell'accogliere, del ricevere qualcuno.
Questo è quello che vorrei per la mia casa. Che fosse un luogo dove tutti si sentano accolti, dove gli spazi siano condivisi ma anche privati, dove chi desidera tranquillità possa trovare un divano comodo e un dondolo che lo culli, dove chi ha fame possa sedersi in cucina e guardarsi attorno, tra colori, piante e tazze che fumano.
Vorrei che la mia camera da letto fosse mia, l'indispensabile tana per curare i miei momenti difficili, quando scostare il piumone sembra impossibile.
Vorrei stare sola. Con me.
Per le stesse ragioni che mi hanno spinto a fare il trasloco da sola, svuotare le scatole da sola, scegliere i colori, i mobili, i piatti e le stoffe da sola.
Perché pochi anni fa, quando uscire dal pantano pareva un'impresa disperata, non avrei mai creduto di farcela. Perché grazie a mia mamma, alla sua generosità, ma anche grazie al mio coraggio e alla voglia di provare a misurarmi con me e con la mia incapacità a tenere in piedi relazioni durature o convenzionali, ho deciso di andare via e di farlo da sola. Gondendo dei privilegi dell'indipendenza certo, ma anche ritrovandomi davanti allo specchio con la voglia di parlare a qualcuno che ascolti cosa sento, infilando le chiavi nella toppa con la consapevolezza che la casa sarà fredda come l'ho lasciata alla mattina quando sono uscita e che la cena sarà ancora da preparare. In compenso però avrò più tempo per me, che significherà dare spazio ai miei bisogni e trovare carburante per i miei affetti.
Iniziando da un pezzo di legno chiaro e profumato posato sul comodino...
P.S. Nella foto un'immagine all'ESEM, un brandello dell'esame di dottorato preparato durante il Festival e sostenuto pochi giorni fa, con grande soddisfazione.
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sabato 10 novembre 2012
Alla fine ho smesso di sapere cosa stessi cercando così a lungo
Le cose non accadono mai per caso, o almeno così si dice.
Qualche giorno fa il mio professore di italiano del liceo ha segnalato questa poesia di Wislawa Szymborska, che, inutile dirlo, mi piace molto.
Ma non è solo una questione di gusti letterari ovviamente, qui si tratta di sentimenti spostati, eccitati, svegliati, non a caso il titolo è "Nel sonno".
In questo periodo di cambiamenti, tra scatoloni, libri ingialliti, pezzi di me che si fanno lontani non appena li accarezzo, le parole di Wislawa sembrano fatte apposta.
Eccomi:
"Rovistavo in armadi, scatole e cassetti, inutilmente pieni di cose senza senso"
"Scuotevo fuori dalle tasche lettere secche e foglie scritte non a me"
"Tiravo fuori dalle mie valigie gli anni e i viaggi compiuti."
"Correvo trafelata per ansie e stanze mie e non mie"
"Mi ingarbugliavo in cespugli di spine e congetture"
"Spazzavo via l’aria e l’erba dell’infanzia"
Eccola:
Nel sonno
Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.
Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.
Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.
Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.
Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.
Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.
Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.
Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.
Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.
Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.
Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.
Qualche giorno fa il mio professore di italiano del liceo ha segnalato questa poesia di Wislawa Szymborska, che, inutile dirlo, mi piace molto.
Ma non è solo una questione di gusti letterari ovviamente, qui si tratta di sentimenti spostati, eccitati, svegliati, non a caso il titolo è "Nel sonno".
In questo periodo di cambiamenti, tra scatoloni, libri ingialliti, pezzi di me che si fanno lontani non appena li accarezzo, le parole di Wislawa sembrano fatte apposta.
Eccomi:
"Rovistavo in armadi, scatole e cassetti, inutilmente pieni di cose senza senso"
"Scuotevo fuori dalle tasche lettere secche e foglie scritte non a me"
"Tiravo fuori dalle mie valigie gli anni e i viaggi compiuti."
"Correvo trafelata per ansie e stanze mie e non mie"
"Mi ingarbugliavo in cespugli di spine e congetture"
"Spazzavo via l’aria e l’erba dell’infanzia"
Eccola:
Nel sonno
Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.
Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.
Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.
Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.
Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.
Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.
Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.
Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.
Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.
Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.
Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.
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W. Szymborska
martedì 6 novembre 2012
Germogli
E' martedì e fuori piove con il sole.
Io sto malissimo, ricomincio solo ora a respirare un po', dopo 24 ore di apnea e dolore alla cassa toracica, come se un grosso fauno stesse lì seduto a osservarmi. Come in L'Incubo, di Füssli, uno dei miei quadri preferiti.
Le motivazioni non le conosco, stanchezza post Festival? Ansia da gestione trasloco e ultimi, insapettati, costosi e problematici lavori all'albero della Coccagna? Sensazione di inadeguatezza diffusa? Paura del futuro incerto sotto ogni punto di vista? Freddo boia beccato in casa, in barca, per strada? Azione massacrante del divano letto sulla mia schiena già decisamente massacrata? Agitazione per l'esame di domani?
Non lo so. In ogni caso sto male, non ho appetito e ho una faccia che sembra mi abbiano pestato senza pietà.
Questo è il primo post del dopo Festival, quello in cui dovrei raccontare cosa sono stati gli ultimi dieci giorni. Visto che ho appena finito di correggere una presentazione power point di 52 slides, visto che mi impegnerà tutto il pomeriggio, tutta la sera e tutta la mattina di domani nelle varie operazioni di rifinitura, esposizione e ricerca di definizioni improbabili, visto che sono stanca e poco concentrata, visto tutto questo userò uno dei migliori alleati per descrivere il mio Festival della Scienza 2012: l'elenco.
Spazio per le parole, che siano sensazioni, immagini, colori, odori, emozioni, volti, rumori, sguardi. Lascio scorrere le dita e Crystal Winter di Ferreira, con dolcezza e un timido tentativo di ammorbidire i miei muscoli accartocciati.
il legno del Maso, le acciughe a colazione, le macchie d'olio a pelo d'acqua, il trapano dentro i miei muri, le lacrime di fatica, le lampadine a basso consumo, le eliche nere di Jonathan, i libri finiti e cominciati, il cioccolato africano quello kinder quello caldo e quello dei pasticcini, i treni per tornare nel giardino incantato, il verde della mia felpa e dei tubi del robot, lo spirografo con la sua lingua, il vento forte che stanca le ossa, l'ombrello rosa, le foglie di castagno e quelle di rovere, la panna McKenzie, la musica a casa al circolo in barca al conte e alla festa, lo jedi che racconta il mare, la pasta al sugo di Gai, l' "i dont' care i don't care i don't care" di Edu, la pioggia forte e fortissima, il regalo per il vicino-vicino, gli amici che sono il tuo specchio mentre cantano con la mente e con il corpo, la cattiveria che arriva quando provi a riposare, la notte difficile, il freddo terribile, lo specchio nuovo per il mio bagno, le righe sulle maglie le felpe e le calze, gli etruschi che non so, i cinghiali spaventati, il dolore della paura, il profumo del parcheggio, il minestrone con il pesto, le cartoline per il don, la doccia calda di Nessie, i diciotto anni a colori, le fotografie con gli animatori, le telefonate tra un gruppo e l'altro, la focaccia sulla chiatta, 587 in entrata e in uscita, il ciclista riparatore che arriva all'improvviso, le scale lunghe in mezzo ai vicoli, le voci belle intorno a me, il riconoscere la purezza di uno sguardo, il "mazinga zetto" di un bimbo piccolo, la curiosità nelle mani alzate, il camminare tra le strade della città e tra i sentieri della campagna, gli stivali da pioggia, la sorpresa negli occhi dei bambini, le letture alla luce della piantana nuova, il dondolio della barca, il sale nel naso e sulle labbra, la lavanda sul pontile, il rimorchiatore arancione, i cefali coraggiosi, la folla davanti all'Acquario, le parole di ogni giorno, il giallo della mia sciarpa e del cellulare nuovo, le gestualità che spiegano più di mille parole, i "per così" di Lorenzo, lo scheletro di Daniele, lo zaino fatto e disfatto mille volte e quello al riparo dietro al bancone, le finestre aperte di Stradone S. Agostino, il sax di Giancarlo, i silenzi pieni di parole, le visite che aspetti con gioia, la sete di notte, il vino buono e quello cattivo, lo scrivere all'ultimo minuto, l'inadeguatezza che non mi lascia mai, l'acqua del porto e quella nei bicchieri di plastica di mano in mano, il karkadè rosso scuro, il galeone alla mia sinistra la mattina presto, gli occhi grandi e i sorrisi sdentati, il bianco del primo appuntamento di Gai e Nicoletta, i pomeriggi con mamma, il casco di Francesco, il montgomery e i mille alamari di ogni sera, le domande dei grandi, il sorriso inaspettato e luminoso di Giorgia, i ragazzi di colore con i loro braccialetti, la spremuta di posidonia, gli occhioni liquidi di Federica, i saluti piccoli del pubblico, la ricerca del cibo, la simbiosi dell'anemone, la fila di bombole gialle, la vela della Scuola che abbiamo odiato tutti, la coda in sopraelevata, l'ikea nei turni liberi, i compleanni dentro al Festival, la Pyro perfetta, il N°1 bar ufficiale, il germoglio segnalibro: quello della foto, regalo inaspettato e dolce chiusura per questo mio Festival 2012.
Al prossimo anno.
Io sto malissimo, ricomincio solo ora a respirare un po', dopo 24 ore di apnea e dolore alla cassa toracica, come se un grosso fauno stesse lì seduto a osservarmi. Come in L'Incubo, di Füssli, uno dei miei quadri preferiti.
Le motivazioni non le conosco, stanchezza post Festival? Ansia da gestione trasloco e ultimi, insapettati, costosi e problematici lavori all'albero della Coccagna? Sensazione di inadeguatezza diffusa? Paura del futuro incerto sotto ogni punto di vista? Freddo boia beccato in casa, in barca, per strada? Azione massacrante del divano letto sulla mia schiena già decisamente massacrata? Agitazione per l'esame di domani?
Non lo so. In ogni caso sto male, non ho appetito e ho una faccia che sembra mi abbiano pestato senza pietà.
Questo è il primo post del dopo Festival, quello in cui dovrei raccontare cosa sono stati gli ultimi dieci giorni. Visto che ho appena finito di correggere una presentazione power point di 52 slides, visto che mi impegnerà tutto il pomeriggio, tutta la sera e tutta la mattina di domani nelle varie operazioni di rifinitura, esposizione e ricerca di definizioni improbabili, visto che sono stanca e poco concentrata, visto tutto questo userò uno dei migliori alleati per descrivere il mio Festival della Scienza 2012: l'elenco.
Spazio per le parole, che siano sensazioni, immagini, colori, odori, emozioni, volti, rumori, sguardi. Lascio scorrere le dita e Crystal Winter di Ferreira, con dolcezza e un timido tentativo di ammorbidire i miei muscoli accartocciati.
il legno del Maso, le acciughe a colazione, le macchie d'olio a pelo d'acqua, il trapano dentro i miei muri, le lacrime di fatica, le lampadine a basso consumo, le eliche nere di Jonathan, i libri finiti e cominciati, il cioccolato africano quello kinder quello caldo e quello dei pasticcini, i treni per tornare nel giardino incantato, il verde della mia felpa e dei tubi del robot, lo spirografo con la sua lingua, il vento forte che stanca le ossa, l'ombrello rosa, le foglie di castagno e quelle di rovere, la panna McKenzie, la musica a casa al circolo in barca al conte e alla festa, lo jedi che racconta il mare, la pasta al sugo di Gai, l' "i dont' care i don't care i don't care" di Edu, la pioggia forte e fortissima, il regalo per il vicino-vicino, gli amici che sono il tuo specchio mentre cantano con la mente e con il corpo, la cattiveria che arriva quando provi a riposare, la notte difficile, il freddo terribile, lo specchio nuovo per il mio bagno, le righe sulle maglie le felpe e le calze, gli etruschi che non so, i cinghiali spaventati, il dolore della paura, il profumo del parcheggio, il minestrone con il pesto, le cartoline per il don, la doccia calda di Nessie, i diciotto anni a colori, le fotografie con gli animatori, le telefonate tra un gruppo e l'altro, la focaccia sulla chiatta, 587 in entrata e in uscita, il ciclista riparatore che arriva all'improvviso, le scale lunghe in mezzo ai vicoli, le voci belle intorno a me, il riconoscere la purezza di uno sguardo, il "mazinga zetto" di un bimbo piccolo, la curiosità nelle mani alzate, il camminare tra le strade della città e tra i sentieri della campagna, gli stivali da pioggia, la sorpresa negli occhi dei bambini, le letture alla luce della piantana nuova, il dondolio della barca, il sale nel naso e sulle labbra, la lavanda sul pontile, il rimorchiatore arancione, i cefali coraggiosi, la folla davanti all'Acquario, le parole di ogni giorno, il giallo della mia sciarpa e del cellulare nuovo, le gestualità che spiegano più di mille parole, i "per così" di Lorenzo, lo scheletro di Daniele, lo zaino fatto e disfatto mille volte e quello al riparo dietro al bancone, le finestre aperte di Stradone S. Agostino, il sax di Giancarlo, i silenzi pieni di parole, le visite che aspetti con gioia, la sete di notte, il vino buono e quello cattivo, lo scrivere all'ultimo minuto, l'inadeguatezza che non mi lascia mai, l'acqua del porto e quella nei bicchieri di plastica di mano in mano, il karkadè rosso scuro, il galeone alla mia sinistra la mattina presto, gli occhi grandi e i sorrisi sdentati, il bianco del primo appuntamento di Gai e Nicoletta, i pomeriggi con mamma, il casco di Francesco, il montgomery e i mille alamari di ogni sera, le domande dei grandi, il sorriso inaspettato e luminoso di Giorgia, i ragazzi di colore con i loro braccialetti, la spremuta di posidonia, gli occhioni liquidi di Federica, i saluti piccoli del pubblico, la ricerca del cibo, la simbiosi dell'anemone, la fila di bombole gialle, la vela della Scuola che abbiamo odiato tutti, la coda in sopraelevata, l'ikea nei turni liberi, i compleanni dentro al Festival, la Pyro perfetta, il N°1 bar ufficiale, il germoglio segnalibro: quello della foto, regalo inaspettato e dolce chiusura per questo mio Festival 2012.
Al prossimo anno.
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