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martedì 20 novembre 2018

La fattoria degli animali

Credo capiti a tutti, nei periodi particolarmente difficili della vita, di svegliarsi al mattino e, dopo qualche secondo di semi incoscienza, venire colti di sorpresa, con una pugnalata al cuore, dal ricordo del motivo della tristezza di fondo, del dolore continuo, della fatica quotidiana. Un lutto, una separazione, un'attesa che si protrae, una brutta notizia, una grande delusione... una malattia, nostra o di un nostro caro.

Ultimamente questa cosa non mi succede quasi mai alla mattina, forse perché la notte dormo male: la mente, ben consapevole di ciò che sto/ stiamo attraversando, sogna scene a tratti terribili, a volte tenerissime, spesso banalmente angoscianti e colme d'ansia.
Il momento in cui realizzo e vengo inesorabilmente travolta dal presente arriva di solito dopo i laboratori, soprattutto quelli destinati ai bambini. Nel tempo dell'attività riesco a disinnescare la sveglia di Capitan Uncino e a concentrarmi sulle cose da costruire, i pezzi da incollare, i fenomeni scientifici da spiegare, gli incoraggiamenti da dare, le domande da ascoltare, le difficoltà da superare, le curiosità da soddisfare, le stoffe da ritagliare... e potrei continuare per ore. Quando il tempo finisce e anche l'ultimo bambino mi ha fatto ciao con la mano, ecco che arriva la botta, una sorta di rewind ai minuti prima di immergermi nel lavoro, quando il pensiero era ancora rivolto a casa e al difficile viaggio di mamma.

Non credo che in questi casi esista un modo giusto o sbagliato di affrontare notizie terribili come quella che noi stiamo provando a metabolizzare da quasi tre mesi.
A volte penso che probabilmente non esista neppure un modo.
Una diagnosi di cancro forse si prende e basta, di petto, con grinta, con rifiuto totale, con rassegnazione, con ottimismo, con rabbia, con disperazione, con tutte queste cose insieme a giorni alterni, senza però seguire un percorso liscio, prestabilito e, soprattutto, sicuramente giusto. Una diagnosi di cancro come quella che abbiamo ricevuto noi non ho proprio idea di come vada presa.

Esistono dei punti, più o meno fermi, che sono fatti di persone.
Esistono poi moltissimi altri punti, che sono mobili e spesso imprevedibili, che sono fatti di malattia.
Esistono, alla fine, anche i sogni, che per noi sono fatti di animali.
Dei canguri e delle lepri avevo già scritto qui.
Poi è stata la volta dei gattini, protagonisti quasi quotidiani delle mie notti burrascose, sempre mini, sempre bisognosi di cure, (quasi) sempre legati alla figura di mio padre, vivo e vegeto e persino in buona salute. Non sono mancati gli squali, perché quelli tornano ciclicamente a mangiarsi qualcuno dei personaggi di cui mi circondo, in questo caso una compagna di liceo, mai esistita in verità. Pinne grandi a pelo d'acqua, onde enormi e improvvise, tavole da surf che tornano a riva vuote e mezze rosicchiate.
Il migliore è stato il sogno degli asini, durante il quale, sulla loro groppa dondolante, mi facevo trasportare da un villaggio all'altro, attraversando boschi e sentieri, salendo scalini scivolosi, superando la difficoltà della mancanza di un autobus per raggiungere la città.
I parenti "più nobili" dei miei nuovi amici, ovvero i cavalli, mi aggredivano invece qualche notte dopo, mentre camminavo tranquilla sulla mia strada... ma che io abbia paura di loro non è un segreto, temo non riuscirò mai a fidarmi.
L'ultimo sogno che mi va di ricordare, però, non è mio, ma è di mamma. Le protagoniste sono delle oche bianche, che ondeggiavano davanti a lei e agli altri personaggi segnando il percorso da compiere. Un racconto fatto di atmosfere serene, cerchi che si chiudono, momenti di inclusione e riconoscimento, gesti di accoglienza e rispetto... a ritmo di oca.

Non credo nella smorfia, spesso con la mia analista abbiamo pure provato a interpretare i sogni che facevo, ma da quando l'ennesima malattia è venuta a far visita alla mia famiglia, non sono riuscita a tornare a parlare nella stanza color crema. Poco tempo, tanta stanchezza, molto, moltissimo bisogno di silenzio.

Ora vado a dormire, chissà dove mi ritroverò stavolta.

P.S. La sveglia di Capitan Uncino è in realtà una citazione, ispirata a una serata in compagnia di un gruppo di ragazzi alle prese con le loro paure, pronti a condividerle e a superarle insieme. Inutile dire che mi sono sentita a casa.




lunedì 13 giugno 2016

Santo Sonno


Sono una ragazza fortunata perché mi hanno regalato il sonno. (semi-cit.)

Chi è capitato qui per la prima volta o mi legge da poco probabilmente non sa che io, ora, sto benissimo.
Fisicamente intendo, con il cervello siamo ancora in alto mare :-)

Ho trascorso gli ultimi anni a combattere, ciclicamente, con dolori di ogni tipo.
Già da ragazzina non me la passavo proprio bene: la pancia era il mio punto debole e non saprei contare le volte che sono finita al pronto soccorso in preda a coliche fortissime. Via l'appendice e via il dolore? Ma manco pe niente, come direbbero a Roma.
Le ho provate tutte: medicine, rimedi naturali, diete, sedute di analisi...poi, come sono arrivati, i dolori alla pancia se ne sono andati.
La mia personale interpretazione? Visto che i giorni no erano quasi sempre collegati ad una festività, ho scelto di credere che quando finalmente mi sono fatta una ragione che intanto mio padre, per Natale, non sarebbe tornato, ho smesso di stare male.

Le difficoltà più grandi sono iniziate qui, sono continuate qui e in tantissime altre occasioni raccontate in altrettanti post. Sono finite? Non so, sicuramente non sono mai più tornate così forti.
Non ho capito cosa succeda, non lo hanno capito fino in fondo nemmeno i medici che mi hanno visitata in questi anni, prescrivendomi punture, bende, pastiglie, esercizi, fisioterapie. Sono riuscita a contrarre il mio corpo a dei livelli a cui neppure quel santo dell'osteopata ha saputo, in certi casi, rimediare.

Un colpo di freddo, un periodo complicato sul lavoro, l'angoscia di un futuro lontano dall'essere un minimo definito mi hanno messa ko tantissime volte e ancora oggi, se esagero con l'ansia, con la palestra, con le sudate, con la rabbia o la tristezza, mi blocco come una bambola senza pila.
Però, questo post, è un post positivo (anche se per adesso non sembra).
La frase con cui l'ho iniziato non è affatto casuale perché c'è una novità nella mia vita e quella novità mi ha tolto i dolori.

Dormo.

Vado a letto sempre (o quasi sempre) prima di mezzanotte e mi alzo sempre (o quasi sempre) intorno alle otto.
Mi sveglio solo un paio di volte per la pipì, gli incubi sono piuttosto rari e quando apro gli occhi non darei via un rene per poterli richiudere.
Incredibile.
Sono certa che il mio benessere dipenda da questo e se non è così non mi importa, perché dormo e non ho male al collo quando mi alzo.
Dormo e la schiena è distesa.
Dormo e non mi vengono i crampi ai polpacci.
Dormo e gli occhi non mi esplodono nelle orbite.
Dormo e non ho male ai denti o alle orecchie.
Dormo e non ho una mannaia piantata nella nuca.
Dormo.
Semplicemente dormo.

domenica 3 maggio 2015

Faccio cose (vedo gente)

In questo periodo faccio cose...e vedo gente, poca per la verità. Vedo poca gente perché, appunto, faccio cose.
E dormo.
Ma dormo forte, fortissimo, tipo che vado a letto presto e mi sveglio alle sette, scendendo solo una, massimo due volte, per fare pipì. Non me ne capacito e all'inizio non lo dicevo a nessuno, neppure a me stessa, ma ora non posso nasconderlo più: mamma mi cerca e io non rispondo, perché dormo. I vicini scrivono sul gruppo whatsapp e io vedo i messaggi solo il giorno dopo, perché dormo. Nel week end il pranzo lo sostituisco con la colazione perché prima...dormo. Subito credevo che il sonno mostruoso fosse dovuto agli antibiotici da cavallo presi per la broncopolmonite, ora però, dai, li ho smessi da un un po'. Ho anche pensato che "Aprile dolce dormire" fosse la vera (e ragionevolissssima) causa dell'improvvisa narcolessia, ma oggi è il tre maggio, mi sono alzata tardi e ho pure dormito due ore dopo "pranzo" (un pasto a base di caffè e biscotti). Ieri sera ho fatto turno all'Altrove e ho cenato a mezzanotte, con un piatto di trippe. Credevo che non solo non avrei chiuso occhio, credevo che sarei morta. Nulla, ho semplicemente dormito.
Quindi, si diceva, quando non dormo faccio cose e, ogni tanto, vedo gente.
Le cose che faccio, però, non si notano, perché sono tutte in continuo divenire e sono per lo più caratterizzate da interminabili attese.
Io però sono tanto soddisfatta.
Innanzi tutto sto lavorando, senza l'ansia dello stipendio perché devo prima capire se ho diritto alla disoccupazione e nel frattempo non posso cumulare troppi utili, perciò sto lavorando per lavorare. E questo è davvero una figata. Ho meno sensi di colpa sugli orari, sulle scadenze, sugli obiettivi e il risultato è che sono puntuale e raggiungo tutto quello che mi prefiggo.
A Scuola di Robotica le cose vanno bene, io mi diverto sia con i ragazzi sia quando scrivo e il nuovo sito ha riservato un posto tutto speciale per gli articoli de L'uomodilatta che mi rende un sacco orgogliosa di questo piccolo mondo nato ormai tre anni fa, per gioco, dopo aver partecipato ad una Scuola Estiva che mai dimenticherò.
La settimana scorsa ho fatto lezione in università e davanti ad una classe di sole femmine paragonare la preparazione pittorica al fondotinta, l'imprimitura alla cipria, il blush e gli ombretti ai pigmenti è sempre molto divertente e, mi pare, lo è anche per chi mi ascolta.
Venerdì andrò al Salone del Restauro di Ferrara e porterò un lavoro che ho fatto un paio di anni fa per il Museo dove ho trascorso più tempo e imparato più cose in quel lungo percorso che sono stati il dottorato e l'assegno di ricerca: sono contenta di poter raccontare ad un bel pubblico che anche una piccola realtà comunale, con impegno e dedizione, può raggiungere un grande risultato. Il frutto delle nostre analisi e dello studio di numerosi esperti del settore finirà dritto dritto anche in un e-book che è già pronto (e bellissimo) e verrà presentato proprio al Salone.
Nel frattempo preparo il power point per questa occasione e per l'evento finale del Progetto Firewall, un'altra avventura terminata da pochissimo e dalla quale ho imparato un sacco.
Per le prossime settimane ci sono in programma molti laboratori e un grande ritorno in un Science Center dove lavorai anni fa, divertendomi tanto. Sono previste lunghe sessioni di scrittura per nuovi progetti, programmazioni difficili per percorsi didattici desiderati e ottenuti, preparazioni pratiche (e psicologiche!) per interi weekend di lavoro.
E poi c'è il mio piccolo mondo parallelo, fatto di storie verdi come il pothos che vedete nella foto, che è talmente gigante da attraversare tutta la cucina e tutta la sala per terminare appeso a uno dei miei quadri preferiti, "La Conservatrice della Flora" di Emanuele Luzzati, un regalo per la prima laurea arrivato dai vicini vesimini tanti anni fa. Un altro pothos altrettanto grande sta colonizzando il bagno ed entrambi vengono da una casa preziosa, da pochi giorni molto vuota anche se piena, che, grazie all'attitudine generosa e di estrema condivisione di una famiglia, sta lasciando un pezzo di sé nelle vite degli amici. Io sarò circondata da nuovi libri e da tanto, tantissimo, verde, proprio come piace a me.

sabato 20 dicembre 2014

C'era una volta un re...

Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."


Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."



giovedì 6 novembre 2014

La notte dei morti viventi

Questa notte ho fatto un sogno e quando alle 4.26 mi sono svegliata avevo le unghie piantate nei palmi delle mani.
Poi uno dice "sei contratta".

Ho sognato che era inverno, nevicava e con mamma andavo alla Cresima del fratello piccolo di una mia amica di infanzia (in realtà, ormai, lei non è più un'amica e suo fratello non è più piccolo). Prima della cerimonia ne approfittavamo per andare a cambiare i fiori sulla tomba di mio nonno, nel minuscolo cimitero di paese. Entravo io, attraversavo questo posto in bianco e nero, dove le croci di marmo si intervallavano alle betulle spoglie, cariche di neve bianca e di segni scuri sulla corteccia. Scendevo lungo la scarpata scivolosa e, attorno a me, c'erano decine di persone sepolte in verticale, fino a metà schiena, vive. Ricordo che provavo angoscia ma continuavo a camminare, superavo una signora con il maglione di lana fuxia e i capelli biondi, fresca di parrucchiere, che borbottava qualcosa immersa nella terra fredda.
Una volta arrivata vicino alla tomba di mio nonno vedevo che i morti erano sdraiati sopra i cumuli di terra, con le dita incrociate sul petto e i vestiti un po' sporchi ma intatti. Non so, forse pensavo che fosse normale "sepellirli" così, non mi facevano troppa impressione. Controllato il vasetto di erica un po' secca tornavo indietro, ma venivo attirata da una cosa, appena intravista con la coda dell'occhio: il signore sdraiato dietro a mio nonno stava respirando. Piano piano, senza quasi fare rumore. Cominciavo a correre, cercavo di risalire la scarpata scivolosa e piena di neve puntellandomi con piedi e mani, arrivavo all'entrata con il cuore in gola e avvisavo mia mamma e il custode.
A quel punto scendevamo tutti e tre, li portavo laggiù, tra i cadaveri sdraiati e mostravo loro il signore che respirava, nel suo golfino bordeaux. Mentre il custode, un uomo magro di origini marocchine con la faccia grigiastra e silenziosa, aiutava quel morto a mettersi seduto, mio nonno muoveva un braccio e tirava un respiro profondo: si stavano svegliando tutti.
Io ero spaventata, confusa, sbalordita, mi guardavo intorno senza riuscire a dire nulla...Fino a che un pensiero improvviso mi attraversava la mente: mio padre. Cominciavo a cercare tra le targhe, agitata, speranzosa, terrorizzata, vagavo guardando tra i vestiti e ad un tratto, nella sua tuta verde bosco, vedevo una schiena rivolta verso il muro e una mano incerta che si grattava la nuca. Lo avevo trovato ed era vivo anche lui.
Mi inginocchiavo vicino a quel mucchio di terra umida e gli accarezzavo il viso stordito. Gli chiedevo se si ricordava di me, lo guardavo negli occhi e cercavo di capire se mi riconoscesse, piangevo e sussurrando verso il cielo dicevo: "Perché?".

Persino rileggendolo, a mente più o meno fredda, mi si piantano le unghie nei palmi delle mani. Mille emozioni, compresa la più pesante, quella che si chiede perché devo ricominciare da capo? Perché proprio ora che mi pareva di aver superato tutto lui torna per poi andarsene di nuovo?
Soprattutto considerando che quando mi sono svegliata stavo cantando questa, che racconta di cieli bianchi e grigi, di cuori rotti, di cose da bruciare:
...when you or I would leave
and the other would stay
...

domenica 7 settembre 2014

All is full of love

Mio padre non lo sognavo da mesi.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.

sabato 8 febbraio 2014

QB: PHD

Oggi primo QB, tentativo numero uno di mettere in pratica l'idea di postare, ogni tanto, Qualcosa di Bello e Qualcosa di Brutto. Si capisce già dalla foto quale sia il lato della medaglia di questa partenza: come potrebbe essere Qualcosa di Brutto??? E poi, chi mi legge e segue le vicende ben poco varie della mia vita, sa che giorno è oggi.
The day after.
Oggi è il giorno dopo.
Oggi sono dottorata.
Echissenefrega.
Perché in realtà ciò che è cambiato e cambierà è che nel mio cervello aleggerà un'ansia in meno, che le uscite economiche diminuiranno (basta tasse universitarie), che sul mio curriculum si aggiungerà un titolo. Tutto qui.
E non è poco, lo so, è un traguardo raggiunto tra sacrifici, dubbi, paure, frustrazioni e, in proporzione, poche soddisfazioni.
Allora cos'è questo Qualcosa di Bello?
Qualcosa di Bello è la giornata di ieri, iniziata all'alba perché di dormire non se ne parlava proprio, doccia, vestito nuovo, tesi verde, cappotto rosso e rossetto fuxia. Colazione al solito posto con girella, caffé e "in bocca al lupo, bimba", ombrello trasparente sotto al diluvio, bus strapieno, cravatte e Aula Magna.
Il resto è stato semplice ed è stato Qualcosa di Bello. Perché la commissione la tesi l'ha letta (davvero), perché ha preso appunti mentre spiegavo, perché ha sorriso davanti alle slide colorate quanto me, perché mi ha posto domande intelligenti, perché ha fatto considerazioni giuste, anche dure magari, ma giuste. Per una volta.
Per una volta sono stata vista nella fatica di parlare una lingua diversa, sono stata compresa nella difficoltà di un lavoro ancora poco capito, sono stata spronata a non arrendermi (e questo non lo posso proprio garantire).
Di sicuro per me ieri è stato Qualcosa di Bello, come la battuta dell'ultimo commissario "E ora ci dica la cosa più importante signorina: chi è questo Andrea?", come la primula bianca di Anna, piena di affetto, come il pinot grigio bevuto al volo con il tutor dopo la discussione, come la telefonata orgogliosa del co-tutor, come la stretta di mano della coordinatrice, come le foto della Vale, come mamma seduta tra il pubblico, come papà seduto tra i miei pensieri.
Ieri sono stati belli anche il male ai muscoli, il sonno boia, i messaggi degli amici, la grigliata di selvaggina, le chiacchiere e i sorrisi sinceri. Ma l'aspetto più bello di tutti è che Qualcosa di Bello rimane ancora oggi: c'è la gatta sulle mie ginocchia da stamattina, ci sono i libri nuovi da leggere, c'è la coperta, ci sono i biglietti del festival di montagna, c'è il dopo cena davanti a una birra e c'è pure un sorriso abbozzato su questa faccia ultimamente sempre pallida e stanca. Io, che i ringraziamenti nella tesi non li ho messi, scriverò a tutti uno per uno, e le persone che dimenticherò non si arrabbieranno perché sapranno di avermi aiutata.
Anche con un silenzio, uno sguardo, una zuppa, una porta aperta, un caffè, un bicchiere d'acqua, una cornetta sollevata, un commento qui sotto.
Grazie.




giovedì 23 gennaio 2014

Liscio come l'olio

Come l'olio di Argan che Annalisa mi ha portato dal Marocco e che mi sono spalmata in faccia, come l'olio d'oliva che ho messo in padella per cuocere la carne. Come sarebbe bello (e facile) se tutto filasse liscio come l'olio. Non succede mai, c'è sempre un intoppo, un pensiero, un inciampo che non ci aspettavamo o che avevamo provato, in tutti i modi, ad evitare.
E' presto, sono da poco passate le dieci di sera, ma sono morta di sonno e sono già a letto. Oggi ho consegnato la tesi di dottorato, il formato elettronico per lo meno, da domani ho qualche giorno per preparare la stampa. Naturalmente le cose non sono uscite semplici, serate intere passate ad aggiustare, impaginare, correggere e spostare, che senza il paziente (e santo!) aiuto che ho ricevuto non sarei mai riuscita a finire in tempo. L'invio è stato un inceppo continuo e pure trovare una copisteria è un'impresa. Ma non fa niente, in qualche modo ci sto riuscendo.
L'obiettivo è rallentare e un po' da sola un po' per forza lo sto facendo, mantenendo anche le promesse fatte, tipo mangiare la carne stasera (visto mamma?) e non trovarmi altri pensieri difficili per compensare il vuoto.
Mi sono anche fatta lo scrub al viso con il bicarbonato e domani giuro che penserò al corpo, ho messo a bagno il bucato, ho avviato una lavastoviglie. Oggi, come quattro anni fa, sto pensando a un traguardo da raggiungere, accanto a me ho la tisana della sera, quella vera e quella figurata e, in qualche modo che ora mi sfugge, mi sento fortunata. Innanzi tutto per aver avuto l'opportunità di studiare fino a questo punto, poi per aver trovato chi ha saputo appoggiarmi, sgridarmi, rimettermi dritta e aiutarmi a salire e infine per essere riuscita a rimanere in piedi e a continuare a camminare. Non so come andrà, ma fino a qua ci sono arrivata.
Tra le cose che mi riprometto di fare da un po' ci sono uscire, camminare, leggere, regalarmi un massaggio, scrivere una wishlist da inviare a Cindy, bere di più (acqua) e continuare ad aggiungere parole alla lista qui sotto, un elenco di vocaboli che mi piacciono, per il loro suono:
Palude, Pingue, Pioggia, Salmastro, Sollievo, Pube, Mollica, Guizzo, Guado, Roncola, Rubino, Ruggine, Neve, Bruma, Schiuma, Ghianda, Lumaca, Ofiuco, Dugongo, Goccia, Ghiaia, Conca, Vibrissa, Cucchiaio, Gheppio, Polvere, Pula, Lamantino, Nebbia, Brina, Brughiera, Plumbeo, Preludio, Plenilunio, Polpo, Miele, Piuma, Dubbio...
E visto che qualche post fa avevo scritto di un'ipotetica canzone al mese, di quelle che amo e ascolto di più, eccola (loro, dal vivo, sono bravissimi).

martedì 12 novembre 2013

L'uomo che dormiva con le scarpe

Una volta c'era un uomo che dormiva con le scarpe. Che scomodità direte voi, che schifo. Lui però mica si coricava con le scarpe che metteva per uscire, lui ne aveva un paio apposta per la notte, con una bella suola robusta, la tomaia in pelle marrone, i lacci beige che annodava con il fiocco. Dopo essersi lavato i denti e abbottonato il pigiama fino in cima, l'uomo che dormiva con le scarpe si sedeva sul bordo del letto, indossava un paio di calzini puliti e infilava i piedi al loro posto.
D'estate e d'inverno. All'inizio aveva due paia di scarpe diverse, uno che cominciava a mettere a maggio, di tela azzurra con i lacci bianchi e uno per la stagione fredda, più alto sulla caviglia e con le cuciture spesse. Col tempo decise di arrangiarsi con una via di mezzo, che non lo facesse sudare nei sonni di luglio e lo sapesse riparare nelle notti di Natale.
Ma perché l'uomo che dormiva con le scarpe, dormiva con le scarpe? Per essere sempre pronto a scappare, per non farsi mai cogliere impreparato, per imboccare con destrezza il corridoio, aprire la porta d'ingresso e fuggire nel buio.
Aveva fatto la guerra? No. Era stato aggredito? No. Aveva subito minacce? Nient'affatto. L'uomo che dormiva con le scarpe sognava sempre, ogni volta che andava a dormire e sprofondava nel sonno lui sognava; ma non sognava i banchi di scuola, la casa dei nonni, il pranzo di Pasqua o le foglie d'autunno, lui sognava percorsi, fossati, ponti di legno e corda, salti nel vuoto, prati scoscesi, rocce appuntite. E sognava uomini vestiti di scuro che gli correvano dietro, garage semi aperti in cui nascondersi, automobili a fari spenti che gli sfrecciavano accanto, finestre sbarrate, tetti scivolosi, pollai silenziosi, scatole chiuse.
Prima di prendere l'abitudine a dormire con le scarpe, l'uomo che dormiva con le scarpe si svegliava in piena notte, nel bel mezzo di una fuga, con la schiena sudata e i muscoli contratti, senza capire cosa fosse successo e cosa lo avesse spinto a sgranare gli occhi nel buio, in preda alla sete e all'angoscia. Dopo diversi episodi di insonnia, spaventi, e sogni interrotti a metà, lo capì. Se ne accorse una notte di febbraio, mentre correva tra l'erba alta, con un senso di inadeguatezza diffuso, con il fiato corto e il rumore di qualcuno alle calcagna che spezzava rami secchi ad ogni passo e fendeva l'aria fredda e profumata di paglia. Mentre continuava a zigzagare, con falcate regolari, volgendo ogni tanto gli occhi verso il cielo stellato, sentì un dolore acuto sotto la pianta del piede destro, come una grossa spina che si conficca nella carne, come un pezzo di legno duro che si pianta senza fare rumore. Perse l'equilibrio, cadde tra l'erba e si rialzò, cercò a tastoni qualcosa di invisibile e di doloroso poco sotto all'attaccatura delle dita, provò a muoversi ancora, ma una mano gli afferrò la maglia, tra le scapole e lo tirò via dalla sua corsa, svegliandolo. Cosa era capitato? Semplice! Come la notte in cui saltando giù da un muro era atterrato su una bottiglia rotta tagliandosi un calcagno e ritrovandosi rigido e sveglio sotto le coperte, o come quando svoltando dietro ad un angolo aveva sbattuto l'alluce contro un marciapiede troppo sporgente ed era balzato dal letto urlando, anche quella notte nel prato stava sognando senza scarpe. Strade sporche, siringhe, pozzanghere, macchie d'olio, cacche dei cani, ghiaia appuntita, rocce taglienti, neve e ghiaccio, asfalto bollente, corridoi di treni e pavimenti di stazioni...tutti calpestati senza scarpe, di corsa, con la paura di non arrivare alla fine del gioco e di svegliarsi prima, senza aver superato lo svantaggio di aver combattuto ad armi impari. Come fare per vincere, per veder nascere il giorno dopo una notte dormita tutta di filato, per provare la bella sensazione di un atterraggio protetto, di una schivata in scivolata, di un balzo su un piede solo? Indossando un paio di scarpe, comode preferibilmente. Da quella notte di febbraio, quindi, sotto un cielo stellato tra l'erba alta, l'uomo che dormiva con le scarpe cominciò una nuova vita, iniziò a divertirsi, a svegliarsi realizzato e riposato, a sentirsi forte e capace, indipendente e in gamba, pronto ad annodare i lacci, fare un bel respiro, voltare le spalle al mondo e chiudere gli occhi.


sabato 10 novembre 2012

Alla fine ho smesso di sapere cosa stessi cercando così a lungo

Le cose non accadono mai per caso, o almeno così si dice.
Qualche giorno fa il mio professore di italiano del liceo ha segnalato questa poesia di Wislawa Szymborska, che, inutile dirlo, mi piace molto.
Ma non è solo una questione di gusti letterari ovviamente, qui si tratta di sentimenti spostati, eccitati, svegliati, non a caso il titolo è "Nel sonno".
In questo periodo di cambiamenti, tra scatoloni, libri ingialliti, pezzi di me che si fanno lontani non appena li accarezzo, le parole di Wislawa sembrano fatte apposta.
Eccomi:
"Rovistavo in armadi, scatole e cassetti, inutilmente pieni di cose senza senso"
"Scuotevo fuori dalle tasche lettere secche e foglie scritte non a me"
"Tiravo fuori dalle mie valigie gli anni e i viaggi compiuti."
"Correvo trafelata per ansie e stanze mie e non mie"
"Mi ingarbugliavo in cespugli di spine e congetture"
"Spazzavo via l’aria e l’erba dell’infanzia"

Eccola:

Nel sonno

Ho sognato che cercavo una cosa,
nascosta chissà dove oppure persa
sotto il letto o le scale,
all’indirizzo vecchio.

Rovistavo in armadi, scatole e cassetti,
inutilmente pieni di cose senza senso.

Tiravo fuori dalle mie valigie
gli anni e i viaggi compiuti.

Scuotevo fuori dalle tasche
lettere secche e foglie scritte non a me.

Correvo trafelata
per ansie e stanze
mie e non mie.

Mi impantanavo in gallerie
di neve e nell’oblio.
Mi ingarbugliavo in cespugli di spine
e congetture.

Spazzavo via l’aria
e l’erba dell’infanzia.

Cercavo di fare in tempo
prima del crepuscolo del secolo trascorso,
dell’ora fatale e del silenzio.

Alla fine ho smesso di sapere
cosa stessi cercando così a lungo.

Al risveglio
ho guardato l’orologio.
Il sogno era durato due minuti e mezzo.

Ecco a che trucchi è costretto il tempo
dacché si imbatte
nelle teste addormentate.

domenica 2 settembre 2012

Riposa in pace

Un invito che mi fa sorridere ogni volta e che ha sempre la stessa risposta (Tiè).
Io però in pace non riposo quasi mai. Negli anni, anzi nei decenni, il mio rapporto con il sonno è cambiato tantissimo: da piccola non dormivo e non mangiavo. Una bambina maledetta. Di notte mi alzavo, volevo uscire o giocare e una delle prime parole che dissi fu "chiavi", ovvero "Andiamo?". Poi, quando la mania di non dormire poteva essermi d'aiuto permettendomi di alzarmi presto per andare all'asilo o a scuola, stare a letto cominciò a piacermi. Come avrei preferito rimanere a casa e magari passare la mattina con il gatto a giocare sulla moquette! Invece andavo in classe, disegnavo, scrivevo, mi spingevo con gli altri bimbi, costruivo casette con i lego e fingevo di mangiare l'insalata alla mensa scavando un buco nel panino, inghiottendo la mollica e nascondendo le foglie all'interno.
Il momento peggiore era il pisolino post pranzo, sulle brandine blu accanto al pianoforte. Non volevo starci. Non avevo sonno. Volevo giocare in giardino o andare a casa per mangiare pane burro e zucchero. Guardare le altre facce addormentate, i pollici in bocca, le pipì che colavano giù dai lettini e i pupazzi che cadevano tra la polvere mi faceva sentire a disagio.
Crescendo la pisa pomeridiana è diventata un rifugio irrinunciabile. Andare a letto tardi, stare fino alle due del mattino a guardare Notte Horror con papà, che veniva subito dopo il Festivalbar e che era annunciata in uno spot pubblicitario poco prima di decretare il vincitore, mi piaceva tantissimo. Andavo in bagno a lavarmi, prendevo il gelato nel freezer e mi rannicchiavo sul divano letto, terrorizzata ancora prima che il film iniziasse. Poi papà si addormentava e io non avevo più il coraggio di andare a letto attraversando da sola il salone buio. Così restavo lì.
Il giorno dopo, andare al mare la mattina presto e ingoiare quintali di insalata di riso a pranzo, significava per forza dormire nel primo pomeriggio. Che meraviglia le lenzuola fresche, le voci lontane dei bagnanti, il vento tra le foglie e il rumore ovattato dei piatti in cucina...
Durante gli anni del liceo la sveglia presto, i corsi di recupero alle due e le serata in Via Longo non hanno aiutato la riconciliazione tra me e Morfeo, ma sono stati anni meravigliosi e per dormire ci sarebbe stato tempo dopo.
Il tempo per la nanna è infatti arrivato con l'università, a parte le lezioni di latino alle 8 (siamo pazzi???), gli altri corsi iniziavano tardi e io potevo dormire di più. Al pomeriggio riuscivo persino a fare la pennica al Porto Antico, fingendo di leggere il giornale e lasciando invece cadere in avanti la testa, come i vecchi alla bocciofila. La sera da superfidanzata non terminava mai troppo tardi e quando nel week end ci si concedeva un Old da Wincy c'era sempre il pomeriggio del sabato da trascorrere sul divano a pelle d'orso. Peccato per le difficoltà logistiche di avere un ciclo sonno-veglia opposto al proprio innamorato, lui stramazzava sul tappeto all'inizio della sera e io tentavo di trascinarlo a letto alle tre del mattino, per essere a mia volta svegliata alle 7 con un "Andiamo? è tardi!". Bruttissimi gli anni in cui il sonno era diventato un rifugio, giorno o notte che fosse ero in grado di dormire per ore e ore di fila, senza quasi ricordare i miei sogni, con la voglia di ricominciare a dormire appena aprivo gli occhi. Adesso è la notte il momento peggiore, non faccio mai troppo tardi ma non riesco a garantirmi un sufficiente tempo di sonno, mi sveglio tre o quattro volte e alla mattina è come se mi fossi assopita sul treno. In realtà sui mezzi dormo ancora oggi come un ghiro, rischiando come al solito di perdere la stazione di discesa o di farmi rubare anche le mutande. Il pomeriggio è ormai più facile che vada a camminare piuttosto che a dormire, anche senza caffè tiro lungo fino a sera. Il mio parco sogni, infine, continua ad essere assurdo, variegato, divertente, terrorizzante al limite del trauma mentale, complicato, eccitante e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna è molto raro che al mattino non ricordi le mie avventure.
Ora sono quasi le due, sono mediamente lucida e ho voglia di vento, perciò mi berrò 'na tazzulella 'e cafè e andrò a fare due passi. Cià.

lunedì 20 agosto 2012

Fichi neri a colazione

E' mattina e ho pochissimo tempo per questo post.
Tra quindici minuti devo entrare al lavoro, cinque ore oggi, spero. Poi di corsa all'Albero della Coccagna a vedere come vanno i lavori e poi di nuovo a casa per cercare di dormire. Ho fatto colazione con i fichi neri e pensato a mio padre tutto il tempo. Immaginavo che questo lunedì non sarebbe stato semplice, un po' per il mal di testa incessante da giorni, un po' per il fine settimana impegnativo appena trascorso, un po' per i giorni di lavoro-scrittura articolo-lavoro-scrittura articolo-ufficio-lavoro-scrittura articolo che mi si prospettano. Non ci sono isole felici, nè tra poco nè tra tanto tempo. Mi sento circondata da persone che non capisco, che detengono o pretendono di detenere diritti sulle scelte altrui (le mie per esempio) che nemmeno mia madre si permette di accampare.
Non ho tempo per scrivere il blog perché la mia concentrazione è assorbita dalla consegna del pezzo per l'editore, non ho tempo di pensare a me perché gli altri vengono prima. L'unica cosa che mi riesce sempre bene è essere felice per la gioia di chi amo, è scorgere la contentezza negli occhi tagliati con l'ascia per una nuova partenza piena di emozioni, è prendermi le mie responsabilità e chiudermi in un locale in pieno agosto, con un caldo micidiale, per accontentare tutti e guadagnare qualcosa che mi eviti il peso totale sulle finanze di mamma.
Io però dove sono?
Per fortuna mi restano i fichi neri a colazione.

mercoledì 16 febbraio 2011

Into dust


Questi sono post che non dovrebbero mai essere scritti.
Non ho nemmeno una foto adatta. Sono ormai 12 ore che vorrei buttare giù queste righe, ma mi continuo a imporre di aspettare, di calmarmi, di attendere che le sensazioni migliorino. Per ora non funziona e io devo studiare. Sono le 13.08 e qui mi fermo, poi si vedrà. Salva come bozza.
Devo prepararmi per il test di domani, non ho avuto tempo di fare altro se non stampare le dispense e leggerne quasi metà. Tra meno di un'ora uscirò per il nuovo corso di formazione, diluvia...
Ho iniziato a leggere un libro, non è particolarmente ben scritto ma mi angoscia, non riesco a interromperlo ma dovrei. Ho comprato altri libri ieri, libri libri libri. Bah.
Stasera proverò ad arrampicare, tanto ormai per studiare mi resta ben poco tempo. Magari, visto che non dormirò un cazzo, potrei tentare la tirata notturna, giusto per evitare domattina figure penose di copiata selvaggia a trent'anni.
Somatizzazioni in agguato, pensieri che tornano ad ondate, parole che rimbombano, frasi lette e rilette per convincersi che l'"utilità" delle cose in fondo non serve. Inutile utilità? Salva come bozza.
L'arrampicata è stata un toccasana. Ho dato, non troppo, ma ho dato.
Cena con gli avanzi, confessioni tra coinquiline. Liti tra sorelle, visita alla vicina di sotto, chiacchierate in chat. E lo studio? Ciao...
Non lo so, sono trasparente. Faccio mille cose, è sempre il solito discorso, ma la verità è una: faccio mille cose per fare qualcosa. Ma alla fine della giornata il sapore non c'è.
La famosa utilità. Cosa è utile per gli altri? Nulla. Per me? Nulla. I bimbi dimenticano le animazioni, mamma in vacanza non ci va nemmeno con me, gli amici stanno benissimo anche senza le mie incursioni.
Io domani ho un esame. E non ho studiato. E' come se non esistessi. Relativizzare.
Avvolta nella polvere, senza una mia dimensione. Faccio un sacco di cose belle, ma non ne sento nessuna. Mi sento spettatrice e mi sembra, anche in questo istante, di scrivere cose trite e ritrite.
Sono dispiaciuta, per chi ci crede, per chi pensa che sia giusto così.
Dura da tre giorni, forse passerà domani, quando dopo aver finito l'esame, correrò a dormire nella tana fino alla cena di Sturmi.
Forse durerà. Allora dovrò gestire la cosa, come se fosse un grosso progetto. Dovrò leccarmi le ferite, ascoltarmi, lasciarmi spazi di manovra.
Sono stanca, perchè faccio mille cose. Non dovrei esserlo perchè non mi accorgo di fare tutte queste cose. Salva come bozza.
Terzo giorno con queste righe in ballo. E' ora di chiuderle. E' arrivato il week end e quello di cui ho più bisogno è dormire, andrò a pilates e poi letto.
La somatizzazione è arrivata persino più del necessario: calo di difese e l'ho presa pesante a sto giro. Quindi i propositi di cura saranno: cibo sano, meno alcool, tanto sonno, studio tranquillo, lavoro il giusto, aria buona se il meteo permette.
Ho bisogno di me.
Pubblica post.

domenica 10 ottobre 2010

A volte ritornano


Ore 2.54 del mattino.
Sabato sera (ormai domenica).
Non ho sonno, perciò bentornata cara insonnia, o per chi ama prendermi in giro per il mio spirito dal fondo triste: "hello darkness my old friend...". Peccato che nonostante l'oscurità io non senta minimamente il bisogno di dormire.
Anzi, ho appena steso una lavatrice gigante, controllato le mail e ora scrivo per passare un pò il tempo. Questa sera sono sola a casa, sono rientrata da una giornata lunghissima. Dopo la mattina di visite mediche, il pomeriggio è stato un crescendo delirante, iniziato con lo smontaggio-rimontaggio del box doccia (e chi abbia mai in vita sua smontato-rimontato un box doccia ha idea di ciò di cui sto parlando) e culminato quando, con un borsone pesantissimo, dopo un trenopresoalvolo + metro mi sono trovata davanti alla porta di casa senza le chiavi. Un incubo.
Ma mi sono detta "figurati se, con tutta la gente che ha un doppione, non trovi nessuno che possa aprirti". Infatti. Nessuno.
Così, dopo un momento di razionale ottimismo...scoppio a piangere! In piazza, davanti a mezzo mondo, con un maxi borsone (la metà della gente mi avrà immaginata sbattuta fuori casa dal marito tradito) e un sacchetto pieno di legumi per Sturm.
Mi ricompongo e chiedo aiuto, il vicino-vicino mi ospita il borsone e, seppur mezza assiderata (i vestiti caldi erano in casa) continuo decisa la mia serata, così come doveva essere: inaugurazione della "casa della convivenza" (e la proprietaria, se leggerà, si riconoscerà) e inaugurazione del Belleville. Come promesso a me stessa buon cibo e niente alcool, giusto due dita di prosecco per il brindisi: primo attraversamento di Genova. A metà festeggio prendo e scappo a recuperare un mazzo di chiavi dalla coinquilina rientrata per cena: secondo attraversamento di Genova. Mi cambio, faccio partire una lavatrice e torno alla seconda inaugurazione: terzo attraversamento di Genova. Gioco, bevo chinotto (!!!), chiacchiero con amiche un pò giù di morale e poi esco, per la missione "intercettazione di Sturm e consegna legumi" : quarto attraversamento di Genova. Ci si ritrova alle Erbe, si incontrano persone importanti, ci si sposta alla Bottega del Conte. Si canta e si suona e si decide: è ora di tornare a casa. Da sola. L'unica ad avere sonno.
Tagliati i vicoli più brutti arrivo a casa, pigiama e nanna? Il sonno non c'è più, ma c'è il bucato da stendere, le mail da controllare...
Sono le 3.15 e tutto va bene.

giovedì 23 settembre 2010

Ho l'autunno nel cervello.


Non devo scrivere questo post.
E' l'ennesima lamentela, lo sento già.
E doveva essere un blog di esperienze, ricette, cinemalibrifotografie....bla bla bla...e sono solo lamentele, invece.
E' che ho l'autunno nel cervello.
Sono giorni di scadenze, consegne e poco tempo. In realtà vorrei godermi Campopisano, anche a costo di fare i lavori di casa, le lavatrici, di innaffiare il terrazzo.
Invece nulla, sveglia prestissssssimo, ufficio, casa. Se è serata buona si arrampica (almeno lì, gran soddisfazioni), sennò si aggiustano documenti, files e si torna nella tana-soppalco.
Vorrei cucinare, godere del centro città, non desiderare Vesima nemmeno un secondo, odiare il Primitivo di Manduria, guardare dvd finchè non mi cascano gli occhi e sentire musica finchè mi va.
Tutto è sbagliato, ciò che faccio s'intende, ciò che decido, penso...Vorrei capire le cose prima, vorrei non dare spazio a errori, illusioni, aspettative e speranza.
Vorrei prendere tutto com'è, lasciarmi sorprendere dalle sfere da palombaro, dalla pizza con lo stracchino, dalla numero 6 viola alla quale non credevo di arrivare mai.
Vorrei non dimenticare l'antibiotico, vorrei ricordarmi che in realtà io adoro l'autunno e vorrei ammettere a me stessa che ho sonno e che devo dormire.
Intanto prendiamo coscienza che tutto ha un limite, che un pò va bene e poi andate a fanculo, che certe cose sono positive e bisogna pur accorgersene prima o poi e che la mia gatta è grassa.


Per finire il dialogo tra me e il bigliettaio FS di questa sera, l'unico ad avermi strappato un sorriso sano:
Io: "Buonasera"
BigliettaioFS: "Buonasera, lei mi è molto antipatica e per di più sto chiudendo"
Io: "Mi spiace! Ma è stata una giornata di merda"
BigliettaioFS: "Vediamo di farla migliorare. Cosa le serve?"
Io: "Un biglietto Voltri-Arenzano. Ho l'abbonamento fino a Voltri sa, ma sono talmente onesta che faccio il biglietto Voltri-Arenzano, nonostante oggi sia una giornata di merda!"
BigliettaioFS: "Facciamo così, quando è a Voltri chiami l'uomo e gli dica che è stata una giornata di merda e che occorre rimediare"
Io: "Ma non ho l'uomo da chiamare, forse è per questo che è stata una giornata di merda..."
BigliettaioFS: "Ma allora, se non ha l'uomo, cosa vuole di più... meglio così!!! Tenga, ecco il biglietto, passi una buona serata signorina!"
Io: "Grazie, buona serata a lei!"

E buonanotte a voi.

mercoledì 7 luglio 2010

Hot!


Non è un post a luci rosse.
Anche se in effetti sono nuda... non mentre scrivo, ma lo ero nella nottata di cui scrivo.
Ieri notte, una tortura cinese...Ho "dormito" dalle 4.30 alle 7.00. Causa temperatura improponibile.
Ho provato di tutto, vestita, nuda, semi-vestita, sul soppalco, sotto al soppalco, sul futon, sul pavimento, sdraiata, seduta, con ventilatore acceso su 1, su 2, su 3, con ventilatore spento.
Ho anche ucciso tre zanzare, prima però mi hanno succhiato il sangue, sotto alle ascelle (non credevo fosse possibile, ma lo è. Ahimè)
Mi è anche venuto un pò da piangere, ma ho resistito. Ho pensato guardo la tv ma non ne avevo voglia, mi attacco a internet ma non ho ancora (dopo mesi ormai...) la connessione, dormo in terrazzo ma temevo di essere divorata dai gabbiani, esco a farmi un giro ma non credo che avrei trovato molta campagnia.
Alla fine, con gli occhi iniettati di sangue, sudata marcia, sono scesa dalla tana, mi sono sdraiata per metà sul futon e la metà che non ci stava (le gambe dal ginocchio in giù) l'ho appoggiata allo sgabello giallo di Luca.
Senza cuscini, sotto alla finestra, col ventilatore acceso e il mal di pancia.
Ho ascoltato i ragazzi litigare sotto al volto, i cani abbaiare, i pappagalli (???) riproporre continuamente il loro verso molestissimo, le auto correre in Sopraelevata e poi mi sono assopita. Ho dormito, un poco...e mentre mi stavo rilassando, è suonata la sveglia.
Il resto della giornata è stato confuso, in ufficio stordita, la testa che girava, le budelle attorcigliate, le gambe molle. Così dopo pranzo (circa mezzo chilo di insalata) sono saltata su un treno e sono fuggita, da mammà...che bambocciona...
Però qui c'è fresco, c'è la mia gatta, c'è un letto comodo e non ci sono pappagalli.
Adesso, vista l'ora, Buonanotte.