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giovedì 14 gennaio 2016

Absolute Beginners

Ciao.
Ho iniziato ad ascoltarlo da ragazzina.
Prima di riflesso come fan dei Queen, poi consapevole sulla Peugeot.
Non ho mai, proprio mai, smesso.
Ho consumato il cd, ho imparato quasi tutti i testi a memoria, li ho cantati da sola e insieme agli amici ai concerti di Edu, li ho letti, riletti, scritti su foglietti, a volte capiti e a volte no.
Quando ho conosciuto gli Arcade Fire, pochi anni fa, ho pensato che mi ricordavano il suo modo particolare di stare al mondo e di fare musica. Il loro attuale status su Facebook è questo:

David Bowie was one of the band's earliest supporters and champions. He not only created the world that made it possible for our band to exist, he welcomed us into it with grace and warmth. We will take to the grave the moments we shared; talking, playing music and collaborating as some of the most profound and memorable moments of our lives. A true artist even in his passing, the world is more bright and mysterious because of him, and we will continue to shout prayers into the atmosphere he created.

Non voglio scrivere un post su David Bowie, anche se ho trascorso una mattina intera a leggere e parlare di lui non più tardi di una settimana fa, per il suo compleanno. Non ne scriverò perché sono proprio addolorata e perché credo che la mia opinione su questa cosa sia più inutile della birra analcolica.
Però la sua musica mi accompagnerà mentre racconto come è iniziato questo anno, con progetti vecchi e nuovi, con presenze vecchie e nuove.
Il lavoro di prima c'è ancora, ma c'è pure un (grosso, grasso) lavoro nuovo. Non ho firmato nulla, ma mi sto già muovendo con le cose da fare, con le riunioni, le scadenze, i compiti. Sono felice perché si tratta di tornare a parlare con le pietre, con i muschi e i licheni che le abitano, con le intemperie che le sfiancano, con l'inquinamento che le ammala. Significherà dedicarmi a loro e alla loro conservazione, facendo conoscere agli altri quali problemi le affliggono e come risolverli, aiutando i restauratori negli interventi di recupero, scrivendo e facendo milioni di foto. Non vado oltre perché oltre ancora non so, ma sono contenta davvero.

Nel frattempo ieri ho ripreso i laboratori con i bambini, un bel gruppo rumoroso ma simpatico, che resterà con me per dieci settimane. Esploreremo il mondo, sotto l'acqua e sotto la terra, lo faremo usando un libro e ci divertiremo, lo sento!

Per quanto riguarda il mio, di libro, le cose procedono: tutti i capitoli sono consegnati, la grafica è al lavoro, io sono agitata (strano) e spero che tutto vada per il meglio. Dodici laboratori, disegni, approfondimenti curiosi, scienza e creatività, materiali di recupero...insomma, una marea di parole chiave che mi descrivono perfettamente. Sembra che questa cosa si potrebbe portare dietro anche altre scritture, ma per ora è prematuro parlarne (pensarci però si può!).

Sono anche andata dalla fioraia vicino a casa che cerca un collaboratore. Non potrò aiutarla nel modo che serve a lei, perché finalmente sembra che pure io quest'anno sarò molto occupata, ma potrò darle una mano durante gli allestimenti. Mi ha chiamata esperta. Mi ha resa felice.

Naturalmente, di fronte a tutte queste meraviglie, a queste opportunità davanti alle quali mi sento sempre una absolute beginner, potevo non farmi venire un attacco di fibromialgia coi fiocchi? Ovviamente no. Che poi, forse, c'è di mezzo pure un ascesso, non so, sta di fatto che mezza faccia e tutto il collo hanno deciso di farmi un male boia e scioperare dalle loro più comuni funzioni (tipo permettermi di guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada).

Ad ogni modo, bolle un sacco di roba in pentola e il profumo è buonissimo.

Concludo con la mia preferita (credo).
[disclaimer: entrambi i video sono orribili, lo so, ma sono live in cui lui è davvero alieno. Come sempre del resto]



giovedì 2 ottobre 2014

La paura fa 90

Rannicchiata sul divano aspetto che cuociano le patate nel forno. Le mangerò con due tomini di capra un po' piccanti, perché sono raffreddata e intontita e ho bisogno di coccole. Per la stessa ragione oggi ho comprato un paio di pantofole a righe, di lana, che mi tengano compagnia negli inverni qui sull'Albero (nemmeno abitassi in Lapponia).
Per la stessa ragione, appena entrata a casa, ho acceso la radio. Ma di questo ne scriverò tra poco.
Domani parto per Vicenza, sabato ho un convegno che in verità mi interessa proprio poco, però via, è un viaggio e a me prendere il treno piace sempre un sacco. In queste sere malaticce ho anche scoperto che loro hanno un negozio in città e il trolley mezzo vuoto con cui parto rischia di tornare pieno. Seguendo la nuova collezione di Lazzari ho anche visto questa realtà che non conoscevo per nulla e me ne sono innamorata all'istante. Spero tantissimo di riuscire ad andarci, un giorno.
Ma torniamo alla radio ora, che ho acceso appena rincasata e che sta suonando anche adesso, mentre picchietto sulla tastiera del pc e l'Albero si riempie di profumo di forno. Ascoltando Caterpillar (Radio2, l'unica che seguo da tempo con estrema costanza) ma anche Decanter e tanti altri programmi, ho saputo che quest'anno la Radio festeggia il novantesimo anno di attività. Cioè sono novant'anni che nelle case si accende "l'apparecchio", si ascolta musica con facilità, si segue il radiogiornale, ci si appassiona a storie, dibattiti, trasmissioni intere. Io alla radio sono abituata, anzi, per me è una certezza. Da quando sono piccola, piccolissima. Se stavo in tinello con mamma si ascoltava la radio, se cucinavo con lei si ascoltava la radio, se andavo dai nonni c'era la radio e qualche anno fa, prima di andare a vivere da sola, mio zio mi ha regalato una piccola radio di legno, che mi ha seguito nella casa condivisa e che ora sta di là e mi manda le note di Extraterrestre proprio mentre scrivo (azzeccandoci anche parecchio, a dire il vero). La radio per me ha giustificato le assenze di mio padre, che non poteva mica staccarsi dalle sue radio, che riparava le radio, che collezionava le radio, che parlava nelle radio, che forse (non ne sarei mica così sicura) ascoltava la radio.
Una casa senza radio non la riesco a immaginare, nonostante io conosca moltissima gente che non ne possiede una, ma del resto conosco anche persone che non ascoltano musica, di nessun genere, perciò per quanto mi riguarda di notte gli unicorni corrono nel bosco, portando coloratissime fenici sulla groppa.
[pausa patate al forno e tomini, torno dopo]
Eccomi.
Dicevo, per me la radio è sicurezza, è conforto, è banalmente compagnia. Quante volte, ma lo abbiamo fatto tutti, mi sono precipitata con l'orecchio attaccato agli altoparlanti, carta di fortuna (scontrini, lista della spesa di mamma, tovagliolo) e matita per trascrivere in inglese maccheronico il testo di una canzone che passava proprio durante la cena e dovevo assolutamente scoprirne il titolo. Ora ci sono le app giuste che prendono carta e penna al posto nostro e ci danno la soluzione, ma il sapore no, non è lo stesso. Ho appena saputo che tempo troverò domani a nord est e me lo ha detto la radio, anche perché la tv non ce l'ho. La radio mi ha insegnato l'inglese, mi ha fatto emozionare quando trasmetteva la mia canzone del cuore, mi ha salvata dalla paura, principalmente da quella di restare sola. Probabilmente è per questo che appena entro a casa accendo il mio piccolo apparecchio di legno, a volte senza nemmeno troppa intenzione di ascoltare, mi basta sapere che lì qualcuno c'è e parla. Quindi, in questi giorni che su Radio2 ogni tanto passano dei brevi spezzoni di vecchie trasmissioni, così per celebrare i novant'anni, io mi commuovo un po'. Cioè dai, sentite che meraviglia.

martedì 22 luglio 2014

La cura

"The comfort zone is a behavioural state within which a person operates in an anxiety-neutral condition, using a limited set of behaviours to deliver a steady level of performance, usually without a sense of risk. A person's personality can be described by his or her comfort zones. A comfort zone is a type of mental conditioning that causes a person to create and operate mental boundaries. Such boundaries create an unfounded sense of security. Like inertia, a person who has established a comfort zone in a particular axis of his or her life, will tend to stay within that zone without stepping outside of it. To step outside their comfort zone, a person must experiment with new and different behaviours, and then experience the new and different responses that occur within their environment"
Questa è la definizione che Wikipedia scrive sul concetto di comfort zone.
Se si cerca in rete si trovano un sacco di altri documenti, tipo questo, che mi fa sorridere perché proprio oggi ho fotografato la tartaruga dei vicini, nella sua vaschetta in bilico sul davanzale della finestra, pensando quanto fosse dura pure per lei la giornata.
Oggi è difficile perché non sto bene, complice un ciclo-devasto e il caldo umidiccio, ho la pressione bassa e la mia lotta con la chimica è stata complicatissima fino alle due, quando finalmente ho toccato il letto e mi sono messa in salvo.
Ho aspettato il bus cercando un po' di ombra e tentando di ricacciare in gola la nausea e le lacrime che salivano alla velocità della luce senza alcun motivo.
E allora, sotto un albero polveroso, in mezzo al traffico, alla puzza e al rumore, ho scattato la foto quassù e mi sono chiusa nella mia comfort zone. Se leggo qua e là non sembra essere granché positivo il concetto di zona di conforto, perché viene immediatamente legato all'essere immobili, al non provare, al rinunciare ad apprendere.
Io non lo so, mi sembra di essere più d'accordo con Wikipedia, perché in questi mesi è l'aver trovato un'area protetta che mi ha salvata davvero. Uscire meno, uscire meglio. Parlare meno, parlare bene. Una sorta di introspezione che è stata invece un'uscita importantissima, una specie di appuntamento con me. Questa scelta, arrivata spontaneamente in verità, è stata indispensabile per la cura, io che già ero bravissima ad ascoltare il mio corpo, ho dovuto affinare la tecnica e tenermi d'occhio più del solito. In questi giorni in cui pian piano sto togliendo le rotelle è tutto più complicato e alla terapia dell'ascolto devo aggiungere, ancora più spesso, le altre medicine che da gennaio sto assumendo in dosi massicce:
- cucinare (oggi ho persino preparato la mia prima maionese, e l'unica impazzita, in cucina, ho continuato ad essere solo io!)
- leggere (due libri alla volta, con il progetto delle foto pantonelibronuovo e le recensioni puntuali)
- fare pilates (con più costanza possibile)
- cimentarmi in piccoli lavoretti fai da te (le lampadiyne ne sono un esempio)
- ascoltare musica ogni volta che posso, accostando il genere giusto al momento giusto
- dormire (tanto, spesso, bene)
- mangiare (con qualche sgarro in più ma con molta cura nella preparazione dei piatti)
- pensare (pochissimo, il meno possibile)
- scrivere (con una costanza commovente, che mi rende felice)
- andare oltre (a tutto quello che mi fa male, a tutte le persone che mi feriscono, a volte pure volontariamente)
Quindi, alla faccia delle teorie che vedono la comfort zone come un'area da cui uscire, come una restrizione che impedisce la crescita, io questa zona di conforto ho deciso che la arredo. Allegria.

venerdì 18 luglio 2014

La zona cieca

Quando mamma, dopo averlo letto, mi ha passato questo libro le ho chiesto un parere. Lei, sorridendo, mi ha risposto: "E' una sega mentale infinita, quindi ti piacerà".
Beh, si sa, le mamme hanno sempre ragione e "La zona cieca" ora sta in buona compagnia nella nicchia della camera da letto. Si è guadagnata, cioè, una postazione d'onore, quella riservata ai libri che in un modo o nell'altro porto nel cuore e quindi sempre con me. E' il secondo romanzo della Gamberale che leggo e in qualche modo ha qualcosa in comune con il primo, innanzi tutto i personaggi che qui sono i protagonisti e che ne "Le luci nelle case degli altri" facevano parte dei vicini di casa di Mandorla.
In un certo senso, dunque, ero già un po' affezionata a Lorenzo e Lidia, ritrovarli con le loro (enormi) difficoltà di coppia è stato un po' come avere notizie di due vecchi amici che non sentiamo da tempo.
Le seghe mentali ci sono, eccome, ma proprio per questo più che un romanzo definirei "La zona cieca" una sorta di saggio. Nulla di pretenzioso eh, né probabilmente da parte di chi lo ha scritto né da parte mia che ne porto un parere qui, sul mio blog.
Comunque, difficoltà ad amare e prima ancora ad amarsi. Perché senza amarsi non si ama, questo ormai lo so persino io. Il problema grosso sta nel fatto che spesso, troppo spesso, senza amarsi e soprattutto senza sentirsi amati non si ama. E non dovrebbe andare così. Dico dovrebbe perché sono campionessa mondiale, anzi regina, di questa incapacità, ma tanto (tanto) lavoro su di me e tante (tante) seghe mentali, come le chiama mia madre, sembrano fare effetto, sembrano funzionare.
Lo dimostra il pic nic che sto facendo stasera sul tappeto della sala: spezzatino, luce soffusa, birra, buonamusica, e finestra socchiusa quel tanto che basta per sentire i bimbi che giocano in piazzetta, le signore che chiacchierano, i cani che abbaiano.
Nel libro tutto questo manca, manca la quotidianità serena e tranquilla, da vivere soli oppure in coppia, perché sia Lidia sia Lorenzo sono troppo impegnati a capire e capirsi, a odiare e odiarsi, a soffrire e far soffrire. Gesti eclatanti, routine, dichiarazioni, lettere, scoperte, solitudini, tutte componenti inutili se prima non si impara a conoscersi e a volersi bene così come si è, guardando le proprie caratteristiche per quello che sono, ovvero "semplici" caratteristiche, né pregi né difetti.
E questo mio essere salita in cattedra, come se avessi capito e compreso tutto, mi dà così noia che la pianto qui, consigliando "La zona cieca" a chi ha la sensazione che gli altri ci vedano molto di più e molto meglio di come ci vediamo noi, guardando anche in quelle zone, cieche per l'appunto, che non dubitiamo neppure di avere.
Buona serata con Ray, stranamente spensierato come me.

sabato 12 luglio 2014

I'm from Heligoland

Ieri sera sono andata al concerto dei Massive Attack, e ho capito e scoperto un po' di cose.
Innanzi tutto ho capito che sono sei mesi che vivo ad Heligoland, che non sono gli isolotti tedeschi ma sono le canzoni dell'album dei Massive Attack. In particolare le mie giornate ovattate e nello stesso tempo super intense dondolano tra questi ambienti e questi senza soluzione di continuità. Poi ho capito che possono trascorrere anche cinque anni ma se una musica ti piace e tocca le corde giuste lo farà per sempre, come lo ha fatto in gita scolastica a Venezia, come lo ha fatto alla Sciorba nelle serate d'inverno.
Ho capito che decidere di fare una cosa all'ultimo, come comprare i biglietti del concerto e dire "Sì ok ciao ci vado" non è la morte di nessuno, anzi. Ho capito che sono troppo bassa per stare al centro e che per tutto il tempo rischio di non vedere nulla e respirare marijuana passiva esattamente come il dodicenne accanto a me, che a ogni pezzo piagnucolava tossendo "E' finito? Andiamo?". Come biasimarlo, se ne pentirà solo tra una decina d'anni. Ieri ho anche capito che bere in questa fase è meglio evitarlo, che il golfino da nonna non mi serviva, che sono ancora capace di ballare in solitaria pensando solo ai fatti miei, che Teardrop è davvero bellissima. Ho capito che le navi che passano sullo sfondo, durante un concerto come quello dei Massive Attack, rendono tutto ancora più surreale, anche se può sembrare impossibile. E poi ho scoperto la cosa più importante: riesco a stare in mezzo alla folla. E sono felice.
Quindi bene, brava, bello, non poteva andare meglio, hanno persino chiuso con questa, la mia preferita (per variare un po' sul tema, invece di piazzare qui l'originale, ho messo una cover che mi piace tanto tanto).
"You're the book that I have opened, and now I've got to know much more"

domenica 12 gennaio 2014

L'amore in tutte le sue forme

Ho preso una strana abitudine ultimamente: vado a leggere con curiosità quali sono le parole o le definizioni chiave attraverso cui viene letto il mio blog. Cosa digitano più spesso gli utenti che finiscono tra queste pagine?
L'amore in tutte le sue forme è una delle frasi che ho trovato. Ed è buffo perché a me non sembra di scrivere d'amore, anzi, questa parola non è nemmeno fra le keywords di ricerca che ho scelto negli anni. Però forse "in tutte le sue forme" è vero che ne parlo. L'amore per la natura, per la cucina, per i miei luoghi, per la lettura e la musica, per la gatta, per quelle mani dure, per l'arte, per il mare, per il vento e per il sole.
E sono pure molte le cose che faccio, quasi senza accorgermene, per amore.
Tra di esse c'è per esempio questo corso, iniziato (e purtroppo concluso causa febbre) ieri pomeriggio. Un workshop di comunicazione teatrale a cui mi sono iscritta perché amo stare con i bambini, imparare con loro, iniziare percorsi e strade comuni cercando di comunicare al meglio piccoli insegnamenti e grandi modi di affrontare le cose che non conosciamo. Per fare tutto questo occorre incontrare il proprio corpo, le sue potenzialità e i suoi limiti e serve imparare come occupare spazi e momenti nel modo più efficace.
Per amore leggo libri, ho già scritto un post a tal proposito, così come l'ultima volta ho parlato della musica che amo ascoltare. Per amore delle cose belle navigo in rete, in luoghi come questo, questo, questo e in tutti quelli che vedete nella sezione "dove navigo?" qui a lato.
Per amore cammino, faccio pilates e cerco di non pensare a quanto sto male in questi giorni, al respiro che manca, alla febbre che va e viene, alle scadenze che se continuo così sarà sempre più difficile rispettare, a questa salute che non va mai come dovrebbe e che sono un po' stufa di pensare in perenne dipendenza dalla mia mente nervosa.
Per amore faccio un sacco di altre cose, per esempio amo. Ma questo è un mondo mio, nostro, che resterà tale...per amore.
Per amore, infine, scrivo. Circa quattro anni fa nasceva questo blog dove ho riversato momenti belli, momenti brutti, cose semplici e difficili, esperienze, ricette, paure e conquiste. L'amore per la scrittura mi ha salvata tante volte, mettere nero su bianco una preoccupazione mi ha spesso aiutata a guardarla in maniera diversa, così come raccontare un viaggio e una gioia rende tutto immediatamente più reale e grandioso.
Non so per quanto questa avventura continuerà, non ho ancora sentito la necessità di smettere, le foto che scatto e conservo trovano sempre un post adeguato per loro (questa ad esempio è amore puro) e io, almeno nei pochi minuti che dedico a ilmareingiardino, mi regalo tregua...e un po' di amore.


sabato 4 gennaio 2014

Music is my food

In questi giorni di festa il tempo ha fatto parecchio schifo e quindi è stato obbligatorio provare a dedicarmi con un minimo di serietà alla tesi. Dal momento che sto lavorando al computer, anche le pause caffè, tisana, biscottino, stretching al collo, carezza al gatto, le passo al computer e ne approfitto. Per fare che? Leggere articoli, spulciare in nuovi siti, riempirmi gli occhi di immagini, immergermi pericolosamente in blog scoperti per caso e mai più lasciati. Tra le cose che faccio al pc (ma non solo in pausa, lo faccio continuamente) c'è ascoltare musica. Ogni momento ha la sua playlist, chiaro, quando scrivo prediligo canzoni con poche o meglio senza parole, altrimenti inevitabilmente canticchio e mi deconcentro. Se cucino preferisco la radio e mi lascio andare al brivido dell'ignoto (quasi sempre mi va male, Mengoni e compagnia sono continuamente in agguato), se pulisco casa vado di roba da cantare a squarciagola, mentre se faccio la doccia o mi preparo per uscire mi lancio in balli da tende tirate per dignità.
Quindi, tutta questa premessa, per spiegare lo scopo del post di oggi, una paginetta facilona che fa molto blogger alla moda, ma che tutto sommato credo che mi rappresenti: la mia playlist 2013. Alla radio non si sente altro no? Quali sono le canzoni che hanno segnato i dodici mesi appena passati?
Ieri era il mio compleanno, sono andata a pranzo fuori con gli amici e non c'era musica nel locale dove abbiamo mangiato, tutto sommato un bene perché s'è chiacchierato e riso un sacco senza pensare alle canzoni in sottofondo.
La foto che ho scelto per questo post però è legata sempre ad un mio compleanno, quello dei trenta, quando organizzai una super festa al circolo, con tema della serata il verde (il mio colore) e la coinquilina-dj che metteva su i miei dischi preferiti. Nell'immagine ci sono io, un cerchietto fluo (verde ovviamente) che si illuminava al buio e un biglietto che spunta dal mio décolleté: era il biglietto per il concerto del Coldplay, uno spettacolo incredibile con i braccialetti che si illuminavano a tempo di musica e i fuochi artificiali, questo per intenderci (il suono è quello che è ma chi è nato negli anni '80 e ha amato Ritorno al Futuro quanto me apprezzerà).
Ecco che allora ho pensato di scrivere quali sono le canzoni che in un modo o nell'altro mi hanno tenuto compagnia in questo anno appena passato, chissà che non ci prenda gusto e che segnalare magari un pezzo al mese a chi passa di qui diventi un'abitudine!
Mi sono data qualche regola, posterò 12 canzoni mettendo il link da youtube perché dove possibile vorrei fossero legate anche a un video decente (spesso sono proprio i video che mi colpiscono e che mi fanno innamorare di un gruppo o di un cantante), non metterò più di un pezzo per autore, non ci saranno robe della mia adolescenza che, beninteso, continuo ad ascoltare ma l'idea perderebbe un po' di significato.
Non c'è un criterio temporale preciso nelle segnalazioni anche se mi sto accorgendo che, per lo meno nella mia testa, le musiche vengono fuori associate a determinati periodi dell'anno e quindi in ordine cronologico.

1) Camera Obscura - French Navy (ascoltata un sacco a cavallo tra il 2012 e il 2013)
2) Beirut - Nantes (qua sto già barando, è una vita che la ascolto, ma nel 2013 di più e questa versione è troppo bella)
3) Ludovico Einaudi - Waterways (se quello dei Colplay è stato il concerto più esaltante della mia vita, quello di Einaudi è stato il più commovente)
4) John Grant - Where dreams go to die (ma qui l'imbarazzo della scelta è enorme, ho sparato a caso)
5) Beach House - Myth (visti dal vivo con il mio amico Edu, sono bravissimi e anche se il video ufficiale non c'è va bene lo stesso)
6) Daughter - Youth (ma giusto perché è la più famosa, altrimenti ce ne sarebbero altre moooolto belle. Pure loro dal vivo sono forti, visti due volte)
7) The Lumineers - Ho Hey (non volevo postare di nuovo la più conosciuta ma il video è così carino...Bel concerto un'altra volta)
8) Agnes Obel - Riverside (non è la più bella ma è una delle e il video vintage è figo. A sto giro concerto mancato, ero impegnata e lei all'ultimo si è data malata)
9) Birdy - 1901 (ascoltata fino alla nausea, video tristerrimo e cover di un'originale molto più allegra. Ma a me, come direbbe qualcuno, le canzoni allegre non piacciono)
10) The National - I should live in salt (loro li adoro sempre e pure l'ultimo album è bello. Questa versione live poi...è super)
11) Nouvelle Vague - Dance with me (non sono sicura sicura di averla ascoltata quest'anno di più degli anni scorsi, ma facciamo finta di nulla)
12) Soley - Smashed birds (a questa ragazza voglio persino bene, mi sono lasciata sfuggire un suo concerto ma rimedierò. I video sono sempre bellissimi, secondo me lei mi somiglia pure e in questo c'è addirittura una casa sull'albero).

Ok, ho fatto. Ovviamente mentre scrivo le conclusioni mi stanno venendo in mente altre mille canzoni che avrei potuto postare ma vabbè, tanto le riascolterò ancora e probabilmente diventeranno via via il pezzo del mese.
Buon ascolto!

sabato 28 dicembre 2013

And if you're still bleeding, you're the lucky ones

Colonna Sonora (scelta semplicemente perché i Daughter, insieme ai Beach House credo che siano la band che ho ascoltato di più in questo 2013, con ben due concerti visti e un sacco di lacrime versate, come al mio solito!)
Siamo alla fine dell'anno, giorni di tradizione: datteri ripieni di mascarpone, scambio dei regali, corse dal medico con somatizzazioni da manuale, lunghe ore di riposo, nebbiolina leggera, post di bilanci e propositi.
Ma questa volta mi frego, cinque pastiglie al giorno sono sufficienti per decidere che no, non mi guardo indietro e non cerco cosa ha funzionato e cosa si è inceppato. In verità non voglio neppure cercare nel domani, non mi interessa. Cazzate. Mi interessa eccome ma non ne ho la forza. Sto leggendo un libro, L'Orologiaio Miope di Lisa Signorile, un saggio sull'evoluzione di animali che vivono in posti estremi e sulle strategie di sopravvivenza raffinate negli anni per migliorarsi e riuscire a farcela in questo mondo di merda. Ecco, non guardare indietro e non guardare avanti è, per me, una strategia di sopravvivenza.
So che mi ero ripromessa di guidare, leggere, studiare, parlare, volermi bene...lo so perché mi conosco, ogni anno è così e ogni anno, puntualmente, mi deludo caricando i futuri dodici mesi di aspettative che so solo io, che condivido solo con me (perché ok che ne scrivo qui, ma cosa significa? A cosa serve?) e che immancabilmente disattendo alla fine dell'anno successivo. E vai di delusione al cubo.
Quindi per questa volta non scrivo nulla, anzi, mi concedo un solo obiettivo, non tanto da raggiungere quanto da perseguire ogni giorno: fare cose che mi fanno stare bene ogni volta che ne ho la possibilità.
Dal lavoro non si scappa e così dalle sue responsabilità, ingiustizie, fatiche.
Gli stronzi ci sono sempre, sempre ci saranno e le persone, anche quelle che credevi più vicine, più leali, più importanti possono fregarti in un attimo (questo non lo dimentico mai per fortuna, solo ogni tanto, quando sono stanca, debole o stranamente ottimista, tendo ad assumere la posizione della squadretta da educazione tecnica).
I problemi di salute propri e degli affetti non si cancellano, spesso non si possono prevedere, di solito arrivano e basta. Di solito ma non nel mio caso: io me li faccio venire. E il mono proposito di quest'anno dovrebbe (si spera) ovviare un poco anche a questa tendenza, perché una persona che sta bene e che insegue il benessere magari tenderà a massacrarsi di morbi psicosomatici un tantino meno.
L'incertezza economica, strettamente legata al punto sul lavoro, sarà lontana ancora per tutto il 2014, ma in questo anno dovrò darmi da fare per garantirmi un minimo di serenità futura...don't worry adesso, ci si penserà da febbraio, chiuso l'incubo dottorato.
Visto che lo sento l'istinto a progettare, programmare, rimproverare rimproverarmi, prevedere, scuotere la testa, lo chiudo qua questo insolito post di fine anno, prendendo in prestito un pezzo della colonna sonora segnalata all'inizio, che mi serva per riflettere ancora una volta sugli errori da non fare, sulle cose importanti da ricordare, sul bene che ci dobbiamo volere.

"Shadows settle on the place, that you left.
Our minds are troubled by the emptiness.
Destroy the middle, it's a waste of time.
From the perfect start to the finish line.
And if you're still breathing, you're the lucky ones.
'Cause most of us are heaving through corrupted lungs.
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong.
We are the reckless,
We are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we'll reveal the truth
That one will die before he gets there.
And if you're still bleeding, you're the lucky ones..."


Buon Duemilaquattordici

lunedì 29 luglio 2013

Ciao, come stai?

Ultimo (forse) post di luglio, mi sa. Questo mese ho scritto poco, ma ho fatto e pensato molto. Ora sono da mamma, in ritiro nel "giardino incantato" per un paio di giorni, recupero del week end trascorso lavorando.
E' tutta la mattina che piove, previsioni azzeccatissime: tuoni, acquazzoni, la gatta che entra ed esce inquieta, la connessione che va e viene, il vestito giallo con il golfino bianco sopra, le cicale comunque instancabili, l'odore di terra bagnata.
Ho male al collo, ieri sera non ho asciugato la testa e forse ho preso freddo; magari, la notte mal dormita e piena di ricordi e pensieri tristi, ha contribuito.
Tuttavia, se qualcuno oggi mi chiedesse "Ciao, come stai?" risponderei bene. Anche se mamma non è in forma, anche se sono stanca, anche se il mio rapporto con i pasti, dalla preparazione alla digestione, continua ad essere complicato, anche se mi sembra di non avere tempo per il lavoro e per la tesi di dottorato, anche se le ultime notizie delle persone vicine non sono buone, io sto bene, è giusto imparare a riconoscerlo.
Mesi (anni forse?) fa scrissi un pezzo sulla "giusta distanza", non ricordo nemmeno di cosa parlasse, ricordo solo che riflettevo sull'incapacità e necessità di tirare su dei muri tra la mia vita e le cose dure attorno a me. Ancora oggi e forse per sempre, dovrò combattere con la mia attitudine istintiva a farmi coinvolgere troppo, anche in cose che non posso in alcun modo manovrare, su cui non si può assolutamente intervenire, che arrivano e basta, occorre solo accettarle.
Sono stanca e sempre meno multitasking, chi mi vuole bene lo nota. Lo vede. In questi due giorni di corso con i bambini ho fatto più fatica a mantenere la calma, mi sono innervosita prima e durante, ho rischiato di non riuscire bene nei laboratori che avevo preparato perché ci sono arrivata sommersa da mille altre cose. Non deve accadere più, è necessario prendere aria e calcolare ancora una volta la giusta distanza, ponendomi dei limiti, accettando la mia fallibilità, dicendo semplicemente NO.
Ho trascorso questa mattina a mandare e-mail arretrate, aggiornamenti e comunicazioni, intendo dedicarmi un po' alla tesi buttando giù i report tecnici delle ultime settimane super intense tra analisi, trabatelli, corridoi al sole e depositi polverosi, ma voglio anche uscire a fare due passi, annusare il mare finchè sarà troppo gonfio per andarci vicino, condividere un caffè con la De, giocare in giardino con la mia piccola gatta bianca.
Perciò, con la playlist di Stereomood puntata su Cloudy, ripenso ai trenta occhioni curiosi di questi ultimi due giorni, a quelli grandi e interrogativi di Arturo, a quelli chiari e arrabbiati di Alice, a quelli azzurri e taglienti di Corinne, a quelli limpidi e ghiacciati di Zeno, a quelli furbi e belli di Asia, a quelli scuri e coraggiosi di Federico e a tutti gli altri, puntati su di me che spiego il galleggiamento partendo da "Eureka!" e arrivando a una pallina di carta stagnola sul fondo della vaschetta trasparente. Quindi, dopo tanto tempo, riporto qui qualcosa di pratico e mi allontano un po' (la giusta distanza) dalle mie difficoltà...
Nel prossimo post tre esperimenti veloci che potete fare con i più piccoli per spiegare il galleggiamento, le fonti di ispirazione sono state le innumerevoli pagine web sull'argomento, l'esperienza accumulata negli anni, la reperibilità degli "ingredienti" e la semplicità di realizzazione.
Buon divertimento!

domenica 23 giugno 2013

The Moon is down

Come si può stare ancora male dopo aver camminato nel fango, toccato una corteccia, attraversato un rivolo d'acqua, osservato dubbiosa un pino, guardato il mare d'argento sotto le nuvole, incontrato decine di grandi fiori gialli come tappeto, respirato l'erba, ascoltato racconti di sentieri e scostato ragnatele tentando rispetto verso tanta fatica?
Come si può?
Non lo so, ma si può.
Le cose vanno meglio, mi risistema sempre il contatto con il bosco, questo ormai lo sanno tutti. Ma ancora a posto non si è.
Mal di stomaco, amiche che pensano a cose grandi, ferri da calza con cui cimentarsi in regali per amici che a cose grandi hanno già pensato, il giardino incantato con il vento freddo e il cielo basso e scuro.
Per fortuna la voglia di scrivere è tornata prepotente, quello sì, tre post in tre giorni; solo che non si può dire cosa sia una pizza integrale dopo una collina di alberi e nemmeno si possono spiegare le notizie di un'amica-sorella a mollo in una vasca di acqua tiepida piena di bolle.
Quindi ascoltare musica nella vecchia stanza di papà, "The Moon is down", proprio quando dovrebbe esserci una luna gigante pronta a splendere sul mio mare come ieri sera, mi aiuta a non sbagliare i punti di lana verde, a non voler trovare sempre, comunque, subito una soluzione per tutto e per tutti, dove la cosa più importante sembra essere ancora una volta non fare del male agli altri.
Domani sarà un giorno di festa, alla radio hanno detto che soffierà tramontana sulla Liguria e io spero di riuscire a trovare una spiaggia tranquilla dove finire il mio libro sugli alberi e staccare il cuore, perché il cervello è già fin troppo spento.
Forse l'osteopata aveva ragione, forse a 48 ore dall'ultima seduta le cose migliorano un po', forse domani mi ritrovo.
Stasera la cena con mamma, di quelle calde, col riso in minestra, con la calma che ho perso, di quelle che magari mi avvicinano alla Elena che si commuove quando pensa al dolore che sente e la smette di guardare le travi immobile. Uno zaino pieno di torta pasqualina, un sacco di terra per le piante dell'Albero, una borsa con le scarpe da trekking e una con il costume azzurro.
Forse le lacrime che cominciano a scorrere tiepide sulle guance si uniranno alle coccole delle Terme, fastidiose come non avrei mai pensato quasi fino all'ora di andare, che però mi hanno ammorbidito i capelli tagliati corti da poco e il collo sempre teso come se aspettasse qualcosa di improvviso. Forse.
Faccio spazio alla gatta, mi sfrego gli occhi e vado a prepararmi un aperitivo leggero.

...So all that I ask
Is you come say hi when you're around
It ain't much
But it's good enough for me...

(Radical Face, The Moon is down)





lunedì 29 aprile 2013

Io mi trovo

Uno strappo alla regola: post dall'ufficio.
Credo sia il secondo, forse il terzo in quasi tre anni. I motivi sono diversi: non togliere spazio al lavoro, non pensare troppo a cose faticose, conservare il buon tempo del post scritto a letto con qualcosa di caldo da bere o sul treno al ritorno da un viaggio. Oggi però ne sento la necessità.
E' ora di pranzo, ho già fatto fuori la torta di verdura davanti al pc (altra cosa che mi sono ripromessa di smettere di fare, individuando un piccolo e umido giardino a 5 minuti dall'ufficio dove andare a consumare i miei pasti in tranquillità e solitudine) e tra poco riprenderò ad aggiustare foto, scrivere report, sistemare spettri.
Pioviggina, reale motivo per cui non sono uscita e sono rimasta qui. La mia collega è in vacanza, il prof è andato a casa per pranzo e Lady Labyrinth di Einaudi suona nei miei auricolari.
Ho trascorso una lunga notte insonne, non so nemmeno io perché, sogni angosciosi, letture piene di spunti, mal di testa.
L'inizio della mattina è stato un disastro, poi le cose nei laboratori hanno cominciato a girare per il verso giusto e ora, con estrema riluttanza, comincio a rilassarmi. Scrivere, come sempre, mi cura.
A volte penso che dovrei farlo seriamente, che dovrei riprendere quella cosa iniziata mesi fa, che dovrei cercare altre collaborazioni, che anche continuare a copiare il diario di mio nonno potrebbe essere utile, per lo meno a relativizzare. Certo però, che se l'alternativa a leggere un libro bellissimo e pieno di me, dei miei affetti, della mia vita, dovesse diventare riportare su computer la prigionia di mio nonno a Mauthausen, poi non posso lamentarmi delle notti bianche che mi aspettano.
Tra qualche giorno operano mamma, una cosa semplice, un piccolo pensiero. La settimana prossima altro viaggio a Milano per lavoro e poi si srotoleranno i preparativi per la settimana al Congresso di Rimini e i tre giorni di Bologna. Chissà se nel frattempo la primavera si sarà decisa ad arrivare lasciandomi il piacere di correre la sera e di regalarmi un po' di spiaggia tiepida verso il "giardino incantato". Qualche notte fa mio padre ed io abbiamo litigato perché voleva portassi al collo una piccola croce di legno e pregassi il dio che aveva incontrato...quanti urli, quanta rabbia, quanto dolore. Fregata da lui, che di solito arriva in sogno per proteggermi e che questa volta, di ritorno da un viaggio in cui aveva trovato la verità, mi costringeva senza riserve a credere in un mondo colpevole di esserselo portato via.
Nel libro che sto leggendo c'è una ragazzina che cerca suo padre, ci sono occhi-fessure, c'è la mia città, ci sono le mie canzoni, i miei libri e le citazioni che più ho amato, ci sono le statue che ho tanto studiato (persino l'angelo con le braccia conserte!), c'è quel cucinare che rilassa e che ho scoperto vivendo con me, c'è la lontana vicinanza, c'è il riconoscersi nell'altro in equilibrio sulla fune.
Quando e se digerirò questo romanzo magari ne scriverò qui, come faccio di solito.
Ora, anche se è presto, anche se la mia pausa pranzo con scrittura-terapia associata mi ha rubato poco più di mezz'ora, mi immergo nei volti di pietra che mi conoscono e stanno muti, nei muri colorati, negli occhi vuoti e perfetti, nelle bocche serrate, nei vestiti di seta, nei bambini pallidi come cadaveri, nelle pennellate d'oro e nei prati verde di rame. Io mi trovo anche lì.

martedì 19 febbraio 2013

By this river


By this river (Brian Eno)
Here we are
Stuck by this river,
You and I
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down.

Through the day
As if on an ocean
Waiting here,
Always failing to remember why we came, came, came:
I wonder why we came.

You talk to me
as if from a distance
And I reply
With impressions chosen from another time, time, time,
From another time.

I miei pensieri di tanto tanto tempo fa, i miei pensieri di oggi.

giovedì 7 febbraio 2013

I bambini, la natura e la musica.

Ho la fama di essere una che piange facilmente, anzi, che si commuove facilmente; in realtà, per le cose serie della vita, non riesco mai a sfogarmi come vorrei.
Scrivo questo post in pausa pranzo, prima settimana di lavoro agli sgoccioli, già diversi report preparati, articoli letti, appunti presi. Sono felice.
La motivazione che mi spinge a distrarmi ancora un po' e digerire scrivendo è il concerto a cui sono andata ieri sera: Ludovico Einaudi al Teatro Carlo Felice. Era una vita che volevo vederlo dal vivo, dopo ore in compagnia delle sue note mentre cucino, mentre leggo, mentre penso, mentre faccio la doccia, mentre studio, mentre pulisco, mentre mi vesto, mentre piango.
In verità c'è un'altra ragione per cui sto scrivendo questo post e sono le tre parole del titolo. Da qualche giorno rifletto sulle cose che mi commuovono e dopo averci pensato su un bel po' ho deciso che i bambini, la natura e la musica sono in assoluto le più potenti.
Sia ben chiaro, non intendo piangere di dolore, in questo sono bravissime le disgrazie della vita, i momenti di rabbia vera e se la cavano bene anche i film d'amore, i documentari e i ragni.
Ma la commozione forte, quella che ti sale dallo stomaco senza poterla fermare, che tocca corde nascoste, smuove ricordi, riporta in vita odori e immagini me la danno loro: i bambini, la natura e la musica.
I bambini con le loro domande, con il loro sguardo sul mondo che sembra sempre aver capito molto più del nostro, con le loro gentilezze, con le loro parole taglienti, con le loro intelligenze e le loro paure. I bambini che mi ricordano me da piccola, che per me è sempre un privilegio poter incontrare e che mi fanno pensare ad un futuro che non avrò. I bambini che questa notte hanno popolato il mio incubo adulto, tornando sottoforma di doloroso flashback.
La natura, dove sono cresciuta, da cui non riesco a stare lontana, dove torno sempre. Il mio mare con la sua luce, i boschi con il loro colore, con l'odore di terra bagnata e il rumore dei rami spezzati da un passo. Le fioriture colorate come quelle che vidi a Delfi e a Bruges tanti anni fa, gli stormi di uccelli che migrano neri, il volo lento dell'airone, il passo incerto di un gattino piccolo, la forza spaventosa di un'alluvione o di un incendio.
La musica e qui entra in gioco Einaudi, capace di spostare un'anima intera, di renderla triste, di rilassarla, di darle conforto, di farla saltare. La musica che ogni giorno mi accompagna, che si accende alla mattina con la sveglia, che mi segue in cucina con la radio, in autobus con le cuffie e al lavoro nel pc, ieri sera mi è entrata dentro. Ha percorso la mia schiena, ha fatto battere il mio stomaco, sorridere la mia bocca, contrarre le mie cosce, fare la punta ai miei piedi, aumentare il battito del mio cuore, sollevare il mio petto, commuovere i miei occhi.
Il concerto di ieri è stato una pelle d'oca continua, inutile scrivere quanto sia bravo lui e quanto lo siano i ragazzi che lo hanno accompagnato con violini, viole, violoncelli, chitarre, bassi, percussioni, tastiere.
Uno spettacolo che non dimenticherò, come non dimenticherò il sogno di un bambino e il profumo del maggiociondolo in fiore.

Waterways, Einaudi. La mia preferita dell'ultimo album, il titolo della foto qua sopra.
https://www.youtube.com/watch?v=t7Ca7Va-GHY

lunedì 28 gennaio 2013

Forever young

Inizio d'anno pieno di post, forse sento il bisogno di condividere...più probabilmente di scrivere.
Questa mattina doveva essere risolutiva per un sacco di cose burocratiche da sbrigare, nella realtà non sono riuscita a fare nulla, ufficio chiuso, medico in ferie, pioggia incessante, vento freddo.
Arrivata a casa ho acceso il computer, l'idea ora è quella di studiare per il dottorato e portarmi avanti per l'assegno di ricerca, anche se formalmente entro in servizio il 1 febbraio.
Mi viene in mente che stanotte ho ricevuto una mail di mamma e vado a recuperarla: una canzone di Joan Baez e il suo testo.
L'ho ascoltata (e letta) tre volte e non ho ancora smesso di piangere.
Qui scrivo sempre di mio padre, di Andrea, degli amici, del lavoro, del futuro, delle mie paure e delle speranze, ma non scrivo mai di lei, della signora che mi ha cresciuta e difesa dal mondo.
In realtà nel mondo mi ci ha buttato senza molti scrupoli ed è stato il modo migliore per proteggermi. Sono sempre stata obbediente, soprattutto con lei, più permissiva di papà nelle cose di tutti i giorni (orari, concerti, amicizie) ma più severa nell'educazione, nello studio e nel comportamento davanti al dovere.
Non ho nessun tabù, non sono prevenuta davanti agli altri, supero le difficoltà con fatica ma le supero (e dio solo sa quante difficoltà io e mamma abbiamo superato insieme) e tutto questo grazie a lei. A lei che anni fa cucinava per il mio "cognato" di colore musulmano i ravioli senza carne di maiale, a lei che non metteva il pesto nella minestra del mio ospite vegano, a lei che scherza con i nostri amici omosessuali senza la minima ombra di perplessità.
La mia mamma che ha lavorato in mezzo ai giovani una vita, imparando il loro linguaggio, rispettando le loro difficoltà e condividendo le gioie come i fallimenti.

La mia mamma che stanotte mi ha mandato questa:
https://www.youtube.com/watch?v=-4UoJ47SzjA

Con testo e traduzione:

May God bless and keep you always,

May your wishes all come true,

May you always do for others

And let others do for you.

May you build a ladder to the stars

And climb on every rung,

May you stay forever young,

Forever young, forever young,

May you stay forever young.



May you grow up to be righteous,

May you grow up to be true,

May you always know the truth

And see the lights surrounding you.

May you always be courageous,

Stand upright and be strong,

May you stay forever young,

Forever young, forever young,

May you stay forever young.



May your hands always be busy,

May your feet always be swift,

May you have a strong foundation

When the winds of changes shift.

May your heart always be joyful,

May your song always be sung,

May you stay forever young,

Forever young, forever young,

May you stay forever young.




Possa Dio benedirti e proteggerti sempre

Possano tutti i tuoi desideri diventare realtà

Possa tu sempre fare qualcosa per gli altri

E lasciare che gli altri facciano qualcosa per te

Possa tu costruire una scala verso le stelle

E salirne ogni gradino

Possa tu restare per sempre giovane

Per sempre giovane per sempre giovane

Possa tu restare per sempre giovane



Possa tu crescere per essere giusto

Possa tu crescere per essere sincero

Possa tu conoscere sempre la verità

E vedere le luci che ti circondano

Possa tu essere sempre coraggioso

Stare eretto e forte

E possa tu restare per sempre giovane

Per sempre giovane per sempre giovane

Possa tu restare per sempre giovane



Possano le tue mani essere sempre occupate

Possa il tuo piede essere sempre svelto

Possa tu avere delle forti fondamenta

Quando i venti del cambiamento soffiano

Possa il tuo cuore essere sempre gioioso

Possa la tua canzone essere sempre cantata

Possa tu restare per sempre giovane

Per sempre giovane per sempre giovane

Possa tu restare per sempre giovane


La mia mamma che forse si commuoverà leggendo questo post.
Grazie mamma.

P.S. Nella foto polaroid scattata da mamma nella mia seconda primavera.

domenica 27 gennaio 2013

Auf wiedersehen

Ieri sera sono andata a vedere Django (Unchained), di Tarantino.
Bello. Lungo.
Cosa mi ha colpito di più? Temo di non essere particolarmente originale se dico la musica, la fotografia, i personaggi (tutti, nessuno escluso).
Però è così: Chistoph Walz, il dottore tedesco bravo da far paura con la sua strafottente eleganza e la parlata forbita, lo stronzissimo Di Caprio, squilibrato, perverso, con i denti marci e lo stesso talento dimostrato in Inception, Revolutionary Road e Shutter Island. Sono altrettanto bravi Jamie Foxx il bello, nero e determinato Django...la D è muta, Samuel L. Jackson intramontabile ossessione di Quentin e l'amata Broomhilda, che non ricordo dove ho già visto ma che mi ha stregata con le occhiate furbe, terrorizzate o dolcissime lanciate al suo uomo in ogni scena del film.
Io cresciuta guardando film western, io che piango ancora oggi se sento la colonna sonora dell'"Uomo con l'armonica", io che da piccola, ma nemmeno troppo, ascoltavo Apache (The Shadows) continuamente, non ho potuto non amare questo omaggio alla mia infanzia.
Montagne piene di neve, licheni lunghissimi appesi ai rami degli alberi, fiocchi di cotone bianchi spruzzati dal rosso del sangue, vestiti blu cobalto sulla pelle nera, lingue di fuoco nella notte, abiti di seta gialla nei campi verdi, boccali di birra attraversati dalla luce.
Le battute spiazzano, a tratti sono divertenti e a volte gelano il sangue. Qualcuna rimane intrappolata nei pensieri anche una volta usciti dal cinema, dal tormentone già citato "La D è muta" all' "Auf wiedersehen" pre esplosione, dal "Signori, avevate la mia curiosità ma ora avete la mia attenzione!" dello spietato Candy allo "Scusate...non ho saputo resistere" che incorona Schultz eroe indiscusso del film.
Poi ci sono le budella alla Tarantino, le sparatorie senza fine, i cani che sbranano, le botte che rompono le ossa, le dita che cavano gli occhi, i titoli in sovraimpressione, i rimandi ai vecchi film del regista e gli omaggi ai suoi idoli.
Fisiologico e inevitabile pensare a mio padre, con cui mi appiccicavo davanti alla TV aspettando gli occhi di Clint e la musica di Ennio. Mio padre che sarebbe saltato sul divano (perché al cinema non sarebbe mai venuto) davanti alla comparsa di Franco Nero, che avrebbe trovato citazioni e similitudini per tutte le tre ore e che, chiamandosi Gian ne avrebbe approfittato scegliendo per il futuro un più cinematografico Dgian...la D è muta.

P.S. L'ho sperato tanto, perché mi sarebbe sembrata una cosa figa, che la ragazza bandito con gli occhi azzurri, con la bandana rossa e solo due inquadrature, fosse una Uma-cammeo giunta sul set come il Quentin esplosivo, ma non ho avuto riscontri e mi tengo quindi questo pensiero come un'idea cinematografica che mi sarebbe piaciuta un sacco!

venerdì 18 gennaio 2013

Mimetismo

Un tagliere verde, un coltello verde e una tavoletta di cioccolato nero.
Nonostante l'immagine sia pessima (a breve entrerò in possesso di una macchina vera e accantonerò la fotocamera del cellulare), si capisce quali siano le intenzioni della mia serata. Poca voglia di uscire, il freddo non aiuta, perciò a chi è in cerca di un rifugio caldo offro una tazza di cioccolata con una fetta di torta di ricotta.
Qualche amico pare arriverà e quel che avanzerà sarà ottimo domani, quando le temperature saranno ancora più basse e la voglia di divano, coperte e musica mi avvolgerà completamente.
Il titolo di questo post ha una motivazione ben precisa, che non risiede naturalamente solo nella foto, ma è una condizione fisica, uno stato d'animo, una sensazione.
Mi mimetizzo qui a casa ormai quasi perfettamente, come un camaleonte, un insetto stecco, un serpente nel deserto.
Merito mio che ho riflettutto su ogni singolo angolo di questo appartamento per quasi un anno, tanto che al momento dell'acquisto e della disposizione mobili avevo già in mente tutti i dettagli. Il merito però va anche a chi questi mobili li ha scelti con me, li ha comprati e li ha montati. Lo Sminatore su tutti, che con pazienza, silenzio totale e tranquillità ha assemblato un divano, un letto e, finalmente, un comò.
Qui nasce il mistero, sul mio mobile da camera azzurro turchino made in IKEA. Tutti sostengono sia un fasciatoio, io appoggio la causa cassettiera. Quello che conta penso però che sia il risultato finale, spazioso nei cassetti, nei fori laterali e sul piano d'appoggio dove la mia ossessione per le scatole e la passione per il fai da te hanno già avuto il sopravvento. Per quanto riguarda un porta orecchini home made spero di riuscire nell'impresa e postare qui, prossimamente, i vari passaggi per realizzarlo.
Ora sono in cucina, con la torta in forno, un bicchiere di Morellino di Scansano sul tavolo, i Goldfrapp in sottofondo e mi mimetizzo perfettamente nel mio ambiente caldo, pieno di legno e di colori allegri. Sono giorni felici, con tanti pensieri da ordinare, cose da capire, bivi all'orizzonte, confusione e insicurezze, ma va bene così.
Mi mimetizzo.
http://www.youtube.com/watch?v=p7Ptai9I6eo&list=AL94UKMTqg-9AeY6FQ6ebZqi0cgUn7cn_S

venerdì 7 dicembre 2012

Fake and Pie

Primo post scritto sull'Albero della Coccagna.
Prima torta di mele preparata nel forno.
Chissà come sarà...il profumo sembra buono e vederla lì, fumante sul tagliere, è comunque una piccola soddisfazione. MI sono persino comprata il gelato alla crema da mettere accanto, con una spolverata di cannella sopra.
Seduta qui sul divano, finalmente, mi riposo un po'. Giornata, ennesima giornata, di adempimenti burocratici e studio di argomenti incomprensibili: frustrazione diffusa e faticosa. Poi però sono uscita dall'ufficio che si gelava e come al solito il freddo freddissimo mi avvicina a chi ama questo clima per me così difficile. Sentire mani, naso e orecchie intirizziti mi fa pensare allo Sminatore immerso nella neve, felice, con gli occhi pieni di montagna.
Arrivata a casa mi sono infilata una felpa e un paio di leggings al volo per provare una lezione di pilates nella palestra dove vorrei iscrivermi, l'impressione è stata ottima e mi è parso di entrare in contatto con me stessa dopo tanto tempo. Se non riesco a parlare con il mio cervello almeno provo a farlo con il mio corpo.
Poi la spesa e via in cucina: cous cous e torta di mele.
Con quelle grandi mele rosse che fanno tanto inverno, comprate e messe nella ciotola di legno vicino a un melograno, troppo bello per lasciarlo nella cesta del supermercato.

Ecco gli ingredienti:
- 700 gr di mele
- 200 gr di zucchero
- 200 gr di farina
- 100 gr di burro
- 200 ml di latte
- 2 uova
- 1 bustina di lievito
- zucchero a velo
- cannella
- sale
- limone

Procedimento:
Tagliare a fette le mele, lasciandole in una terrina piena di succo di limone, per evitare che si anneriscano. Grattugiare la scorza del limone e aggiungerla allo zucchero, alle uova, al latte, al burro sciolto a bagnomaria e alla farina (che setacciata è meglio). Mescolare tutto con una frusta, io ho usato un cucchiaio di legno con il buco e mi pareva andasse bene lo stesso. Una bustina di lievito (la ricetta parlava anche di vanillina, io ho preso direttamente il lievito vanigliato e buonanotte), un pizzico di sale e un poco di cannella. Una volta immerse le mele in questa crema si cosparge di zucchero a velo e cannella e si inforna tutto a 180° per 50 o 60 minuti. Se poi il timer è buffo come la mia gallina accovacciata...tanto meglio.
Qui è sorto per me l'unico problema: dopo 40 minuti l'ho tolta perché mi pareva si bruciasse, magari ora scoprirò che è cruda, pazienza, devo prendere confidenza con il nuovo forno!

Difficoltà: media
Cottura: chilosà
Costo degli ingredienti: medio-basso (sono tanti, quindi alla fine un pochino si spende, soprattutto se si intende aggiungere il gelato)

La mia serata in cucina è stata accompagnata dai The National, che in verità sono con me da questa mattina. In particolare Fake Empire...

Stay out super late tonight picking apples, making pies
Put a little something in our lemonade and take it with us
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire

Tiptoe through our shiny city with our diamond slippers on
Do our gay ballet on ice, bluebirds on our shoulders
We're half awake in a fake empire
We're half awake in a fake empire

Turn the light out say goodnight, no thinking for a little while
Let's not try to figure out everything at once
It's hard to keep track of you falling through the sky
We're half awake in a fake empire

We're half awake in a fake empire


e direi che non mi sarà difficile imparare a memoria l'ultima strofa...


venerdì 12 ottobre 2012

Il vento fa il suo giro

C'è Tramontana, persa, che uno non capisce cosa voglia dire finché non la vede. La Tramontana persa è luminosa, veloce, piena d'aria, potente e delicata allo stesso tempo. Quando c'è Tramontana persa si perde anche lo sguardo, il mare si accende e sembra che tutti i pesci del mondo salgano in superficie per riflettere la luce con le loro scaglie argentate. La Tramontana persa ci piaceva tantissimo. Andavamo al chiosco, ma anche solo in giardino e la guardavamo insieme. Gli occhi a fessura, la fronte accigliata per difenderci dal riverbero, la tua sigaretta fumata dal vento, il gatto di turno che si rotolava accanto a te, il nostro proverbiale silenzio. Oggi era il tuo compleanno, chissà se sarebbe stato un giorno buono o non avresti messo piede fuori dal letto...
Io dico che avremmo aspettato il ritorno di mamma da scuola, avresti preparato un pesce, un'orata al sale magari e lei avrebbe portato i cavolini.
Invece la Tramontana la sto guardando da sola, il mare è in giardino più che mai, ascolto Blue Leaves di Soley e mi viene un po' da piangere: è strano, non mi succede mai quando ti penso.
Ieri sera ho montato parte dei mobili per la casa, mi ha aiutata lo Sminatore, senza di lui non ce l'avrei mai fatta. Senza di lui sono tante le cose che non riuscirei a fare, almeno così mi sembra. Senza di lui non riuscirei ad ascoltarmi, senza di lui non potrei ascoltarlo e di questo non riesco proprio a pensare di fare a meno.
Fare a meno, che brutte parole. Cosa significano? Fare meno cioè meno cose? Fare delle cose ma con meno gente? Dovrebbe essere vietato, dovrebbe essere impossibile continuare a fare da soli o con altri cose che si facevano con qualcuno che non c'è più. Invece monterò ancora mobili nella vita e magari lo Sminatore sarà altrove, invece continuerò a perdermi da sola nella Tramontana e tu non la starai guardando con me. La cenere non guarda la Tramontana.
La soluzione autoreferenziale a tutto questo, imparare a fare da soli e per se stessi, a godere delle esperienze senza bisogno di condividerle, è ancora troppo lontana da me. Non so nemmeno se vorrei essere così, non so se mi piacerebbe bastarmi, non so se riuscirei a rimanere una persona dolce, piena di carezze nelle dita. Carezze che spesso non lascio andare, "carezze in potenza" pronte a stendersi su una guancia, carezze veloci dietro una nuca di velluto, carezze lente intorno a un occhio, un naso, una bocca. Carezze in mezzo a una schiena sudata, carezze piccole su un mento che sorride. Carezze che mi avvicinano al mondo anche se restano con me, carezze che non ho preso da te e dal tuo pessimo carattere. Carezze che forse mi ha passato mamma con le mille che mi ha dato da bambina o carezze che sono nate insieme a me, insieme ai miei capelli arruffati, ai miei occhi strani e alle mie mani piccole. Una carezza è per te papà, buon compleanno.

http://www.youtube.com/watch?v=9EcHYB_hr_4&feature=related

martedì 2 ottobre 2012

Stop me if you think you've heard this one before

In questi giorni ho conosciuto una ragazza, di quelle persone che ti sembra di aver visto mille volte ma che non riesci a ricordare dove vi siete incrociate.
Penso abbia più o meno la mia età, sembra sempre assorta in chissà quale pensiero ma in realtà credo che viva semplicemente in maniera molto rilassata, cosa che per me è quasi impossibile.
Mi sono sorpresa a invidiarla l'altra sera al Circolo, mentre cercava un accendino per illuminare la stanza di sopra: tenendo il lumino con due dita, il pollice e l'indice, attaccava la fiamma allo stoppino e poi passava al successivo, con calma e concentrazione. L'ho incontrata anche ieri sera al ristorante jap, ero con la Betta e il vicino-vicino, ci siamo solo scambiate un'occhiata, di quelle tra amiche che si conoscono da una vita. Ha ordinato un sashimi di salmone e l'ha mangiato tutto, lentamente, con gusto, tenendo i pezzi di pesce con le due bacchette, chiacchierando con i suoi amici, intingendo la carne nel wasabi e portandosela alla bocca senza pensare a niente, almeno così pareva a me.
Ho deciso di invitarla in palestra, mi è sembrata una persona adatta a praticare una disciplina come il pilates, dove la dilatazione del tempo, l'allungamento muscolare, la concentrazione sul respiro e sui propri muscoli sono le componenti principali.
Così questa mattina ci siamo date appuntamento davanti all'ingresso, un paio di parole veloci e via con la lezione. Sembrava aspettare questa ora da una vita, si muoveva con criterio, senza esagerare, si vedeva che qualcosa nella zona del collo le dava fastidio, sbagliava certi esercizi più che altro per la paura di farsi male, tendeva le gambe fino a sentirle una cosa distinta dal busto e da se stessa.
Finito l'allenamento mi ha salutata velocemente ed è corsa via a piedi, non so dove abiti ma la immagino percorrere la stessa strada che faccio io di solito quando torno a casa correndo. Penso però che lei veda le cose diversamente, che sappia vedere il buono che già esiste, che riesca per esempio a notare i ciuffi d'erba nati sul bordo del marciapiede grazie alle piogge di questi giorni, che osservi tra una falcata e l'altra le campane viola del rampicante a picco sul mare, che questa mattina erano anche ricoperte di pioggia e facevano tremare il cuore, che annusi l'aria salmastra e si faccia venire la pelle d'oca passando all'ombra del campeggio e che svoltando dalla curva, con il sole in faccia, canti a squarciagola gli Smiths che passano alla radio: Stop me oh oh oh Stop me, Stop me if you think you've heard this one before...

giovedì 5 luglio 2012

Il dilemma

Una canzone di Gaber, che è tutto il giorno che mi accompagna. Ne ho parlato stamattina con la Elli, la mia collega al circolo, senza poi riuscire a togliermela dalla testa.
E' un testo così vero, così doloroso e nello stesso tempo così pieno di dignità, da non aver bisogno di nessun commento, anzi.
Ulteriori parole sarebbero troppe, perché ognuno si identificherà in almeno una frase, ognuno sentirà un groppo in gola cogliendo un passaggio, ognuno si ritroverà con gli occhi velati davanti a una parola.
Se non fosse così, se leggere e ascoltare questa canzone non mi facesse nessun effetto, io mi preoccuperei davvero.

Il dilemma

In una spiaggia poco serena
camminavano un uomo e una donna
e su di loro la vasta ombra di un dilemma.
L'uomo era forse più audace
più stupido e conquistatore
la donna aveva perdonato, non senza dolore.
Il dilemma era quello di sempre
un dilemma elementare
se aveva o non aveva senso il loro amore.

In una casa a picco sul mare
vivevano un uomo e una donna
e su di loro la vasta ombra di un dilemma.
L'uomo è un animale quieto
se vive nella sua tana
la donna non si sa se ingannevole o divina.
Il dilemma rappresenta
l'equilibrio delle forze in campo
perché l'amore e il litigio sono le forme del nostro tempo.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un'antica usanza
che suole aver la gente.

Lui parlava quasi sempre
di speranza e di paura
come l'essenza della sua immagine futura.
E coltivava la sua smania
e cercava la verità
lei l'ascoltava in silenzio, lei forse ce l'aveva già.
Anche lui curiosamente
come tutti era nato da un ventre
ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa.

In un giorno di primavera
quando lei non lo guardava
lui rincorse lo sguardo di una fanciulla nuova.
E ancora oggi non si sa
se era innocente come un animale
o se era come instupidito dalla vanità.
Ma stranamente lei si chiese
se non fosse un'altra volta il caso
di amare e di restar fedele al proprio sposo.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
con le parole che ognuno sa a memoria
sapevan piangere e soffrire
ma senza dar la colpa
all'epoca o alla Storia.

Questa voglia di non lasciarsi
è difficile da giudicare
non si sa se è cosa vecchia o se fa piacere.
Ai momenti di abbandono
alternavano le fatiche
con la gran tenacia che è propria delle cose antiche.
E questo è il sunto di questa storia
per altro senza importanza
che si potrebbe chiamare appunto resistenza.

Forse il ricordo di quel Maggio
gli insegnò anche nel fallire
il senso del rigore, il culto del coraggio.
E rifiutarono decisamente
le nostre idee di libertà in amore
a questa scelta non si seppero adattare.
Non so se dire a questa nostra scelta
o a questa nostra nuova sorte
so soltanto che loro si diedero la morte.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
non per una cosa astratta
come la famiglia
loro scelsero la morte
per una cosa vera
come la famiglia.

Io ci vorrei vedere più chiaro
rivisitare il loro percorso
le coraggiose battaglie che avevano vinto e perso.
Vorrei riuscire a penetrare
nel mistero di un uomo e una donna
nell'immenso labirinto di quel dilemma.
Forse quel gesto disperato
potrebbe anche rivelare
come il segno di qualcosa che stiamo per capire.

Il loro amore moriva
come quello di tutti
come una cosa normale e ricorrente
perché morire e far morire
è un'antica usanza
che suole avere la gente.