sabato 18 luglio 2015

Azzurro

[Avviso: post lunghissimo]

Senza girarci troppo intorno: il 15 luglio sono stati 10 anni che è morto mio padre.

In questi giorni di campi estivi, summer school, laboratori, bambini, progetti, sveglie presto, cene tardi, docce all'alba e a notte fonda non ho avuto molto tempo per pensare, per accogliere un poco il mio lutto, che seppur lontano, seppur forse meno doloroso, seppur in parte elaborato, è pur sempre un lutto.
Così questo post è iniziato in pieno Summer Camp con una serie di mini frasi nell'ultima pagina del quaderno su cui segnavo gli appunti delle lezioni e termina oggi, finalmente sabato, con mille cose manuali da fare e un caldo torrido, talmente torrido, che sento le cicale da casa. Nei vicoli.
Ho riflettuto un sacco su cosa scrivere e come sempre gli elenchi vincono su tutto. Anche l'anno scorso avevo tirato fuori il dolore scegliendo questo sistema, oggi però voglio aggiungerci le storie. Dieci storie, una per ogni anno, che abbracciano un ricordo legato a mio padre e al mio strano, davvero poco ortodosso, rapporto con lui.

1) Te stacco le braccia e te ce meno

Qualche giorno fa sono andata a cena alla Lanterna di Don Gallo (questo vecchio link di un ottimo sito che seguo non racconta la recentissima risistemazione del locale), proprio la sera prima della ricorrenza. Per distrarmi, per mangiare uno dei suoi piatti preferiti (il pesce), per farmi una coccola. Mentre finivamo di cenare alla cassa si sono avvicinati dei ragazzi dal fortissimo accento romano: discutevano su chi avrebbe dovuto e non dovuto pagare e uno di loro insisteva per dividere e restituire i soldi all'amico. Ad un certo punto la frase: "se provi a damme ancora st'euro te stacco le braccia e te ce meno". Immediato il ricordo di mio padre che mi prende un polso e ridendo come un matto mi schiaffeggia con la mia stessa mano...quanto mi divertiva quel gioco! Quante volte lo abbiamo fatto!
2) Gli scampi con la salsa rosa
Il suo piatto forte, anche se scegliere è davvero difficile visto che cucinava benissimo. Di solito preparava gli scampi a Capodanno, se era in vena di festeggiare. Li scottava sulla griglia e li serviva con un goccio di limone, ma la protagonista era la salsa rosa. Non un condimento qualsiasi, erano bannati i barattoli e i prodotti pre confezionati: usava tutti gli ingredienti necessari, dalla salsa worchestershire al concentrato di pomodoro e passava addirittura con il colino il rosso dell'uovo sodo. Una meraviglia per gli occhi e per il palato.
3) I pantaloni a righe arancioni comprati per mamma
In un grande magazzino, a pochi pochissimi euro. Ricordo perfettamente il momento in cui decidemmo di prendere sia la versione color crema sia quella arancione, non riuscivamo a scegliere e preferimmo non farlo. Ero già grande, probabilmente si trattava di una delle mattine in cui mi accompagnava a fare il prelievo settimanale per la coagulazione e poi la mega colazione al bar...si stava per scatenare l'inferno, io avevo già rischiato grosso pochi mesi prima, ma lo ricordo come uno dei periodi più belli della mia vita.
4) I disegni a carboncino appesi in tinello
Perché disegnava benissimo. Copiava dal vero per lo più: protagonisti Disney per me (c'era Cucciolo sopra il tavolo da pranzo), nature morte, volti, strade di paese e, spessissimo, i gatti di casa. Questi ultimi li ritraeva a matita, di solito a colori: c'erano Fulmine con il pelo rosso e il siamese con le orecchie scure e gli occhi celesti.
5) Il reganisso
Il bastoncino di liquirizia che quando l'ho visto da Melissa Erboristeria tra un po' mi piglia un colpo. Lo succhiava sempre e a me piaceva da matti. Non avevo accesso di frequente a questa buonissima radice perché credo che ai bambini non faccia benissimo, ma quando ero piccola, soprattutto sulla spiaggia dove tenevamo il gozzo, di signori incartapecoriti dal sole con il reganisso in bocca se ne vedevano assai. E quanto mi divertiva e mi faceva sentire grande andare a comprarlo dal tabacchino!
6) La gita a Dolcedo
Ero già al liceo, anzi forse era il primo anno di università. Sono venuti a trovarmi i miei mentre stavo in vacanza nella casa di campagna del mio ex. Amavo quel posto come pochi altri al mondo e il mercatino dell'antiquariato una domenica (o era lunedì?) al mese mi rendeva impaziente e felice come una Pasqua. Quel giorno non credevo ai miei occhi: mio padre si sarebbe spostato per venire a vedere le bancarelle con me. Ricordo che Andrea per l'occasione cucinò l'arrosto al latte, una ricetta tedesca di sua nonna e ricordo che a me era parso tutto perfetto.
7) L'inizio (e la fine) di ER
Quando cominciò su Rai 3 questa nuova serie TV noi iniziammo a seguirla fedeli. Non ne perdevamo nemmeno una puntata. Sono convinta che il mio amore folle per i medical drama arrivi da lì, da quel figo di Clooney poco più che ragazzino, da quei ricoveri d'urgenza pieni di pathos, da quelle aggressioni in ospedale che facevano fuori i miei personaggi preferiti, da quelle morti improvvise che mi lasciavano di stucco. A distanza di vent'anni almeno, con Grey's Anatomy, non è cambiato nulla. Anzi sì: lo guardo da sola.
8) La sveglia con la proiezione sul muro
Uno dei regali che mi portò dalla fiera di elettronica a cui andava ogni anno. Una sveglia dal design terrificante che però, se la pigiavi, proiettava l'ora esatta sul soffitto, senza costringerti ad accendere la luce. Un oggetto brutto, inutile, che non butterò mai via.
9) A pranzo con il fuoristrada
Di questa cosa ho un ricordo davvero molto vago: ero piccola, era domenica e si stava andando a pranzo in trattoria, sulle alture. Ricordo che c'era anche mio nonno in auto, ricordo che soffrivo come sempre la macchina, ricordo che c'era la strada sterrata e ricordo che ero così felice di mangiare fuori con mamma e papà insieme che non vomitai nemmeno. Nonostante le curve, nonostante la jeep, nonostante i dossi, nonostante i ravioli, nonostante il nonno.
10) Il motorino Garelli
Il grande acquisto che gli permise di andare a comprare i suoi due pacchetti al giorno, nel tabacchino sotto casa, senza nemmeno fare lo sforzo di percorrere duecento metri a piedi. Pantaloncini, ciabatte, canotta, cappello bianco da pescatore e motorino minuscolo, così piccolo che l'effetto era "orso del circo sul monociclo", così buffo che ti faceva pensare "dai, vabbè, ma ora si rompe", così assurdo che solo mio padre poteva inventarselo.

Questo lungo, lunghissimo post finisce qui, anche se potrei scrivere che, fondamentalmente, quello che mi fa più male e mi confonde tantissimo le idee è che in realtà non so davvero chi mi manchi: sono passati dieci anni e io ho fatto talmente tante cose, talmente tanti errori, talmente tante scelte e talmente tanti passi avanti che non so che rapporto avremmo adesso. Avrebbe approvato? Ci parleremmo ancora? Sarebbe felice e fiero di me? Mi avrebbe diseredata? Non lo so, non so come sarebbe stato essere sua figlia a trentatré anni, perciò preferisco non pensarci e ricordare com'era esserlo a tre, tredici e ventitré.

P.S. Ah, l'azzurro era il suo colore preferito.

giovedì 9 luglio 2015

Io e loro

Oggi fa un caldo incredibile. Non sono una persona che patisce l'estate, sudo a malapena e gestisco bene anche le temperature più alte, ma non mi era mai successo di bruciarmi le piante dei piedi con l'asfalto bollente, indossando le scarpe.

Devo confessare che con una gamba colpita, seppur un decennio fa, da una bella trombosi, non è facile zampettare per la città, salire sui bus, trasportare materiali più o meno pesanti e ingombranti, tenere laboratori quasi sempre in piedi, con cinquanta gradi secchi. In questo periodo ho scelto consapevolmente di non indossare il gambaletto elastico perché mi sembrava una tortura ancora peggiore costringere il polpaccio in quella morsa spessa, ma le conseguenze che sto pagando sono un gran male a tutta la gamba, la sensazione di avere un bambino di due anni costantemente appeso al ginocchio e l'arrivo di una bella varice verde, la prima così visibile, proprio sotto al punto X.

Tutto questo spiegone un po' lamentoso e di stampo medico per dire che invece i ciclamini no, loro proprio no, non sentono il caldo. La foto quassù, infatti, non risale a febbraio ma a un'ora fa, mentre stendevo i panni e controllavo le mie care compagne di viaggio (e di vita, che poi è la stessa cosa).
Il post di oggi sarà tutto dedicato alle coinquiline con cui divido la casa, chiacchiero la mattina, commento le giornate appena concluse.
Chi mi conosce bene, ma anche chi mi conosce appena, e pure chi non mi conosce affatto, sa che adoro le piante, gli alberi, le foglie, i fiori, la campagna, l'erba, i monti e tutto quello che riguarda la natura in senso più generale. Sono cresciuta circondata da ciò che amo: come ho già scritto da qualche parte, il primo ricordo che ho riguarda l'enorme magnolia che viveva nel cortile di fronte a casa e non ci sono momenti belli della mia vita di bambina in cui il verde non fosse presente. Quando sono andata a vivere da sola, come prima cosa mi sono immaginata e procurata delle piante (non esattamente in quest'ordine!) e le ho sistemate ovunque: in bagno, cucina, sala, ma anche sui balconi più luminosi. Ho piante da interni, da esterni, fiori, verdure, alberi da frutto, piante sospese e appoggiate, piante pendule e rampicanti, piante grasse e tillandsie.
Si potrebbe pensare che la loro vita nella mia casa sia sempre andata a gonfie vele e che i magnifici fiori bianchi, completamente fuori stagione, del ciclamino quassù siano solo l'ennesima esplosione verde tra queste mura buie e stritolate dai vicoli della mia città.

Bene, vi smentirò perché non è affatto così.
Le piante con cui sono venuta a vivere qui quasi tre anni fa sono morte tutte, tranne una. L'unica superstite è quella che vedete posata sul davanzale interno, con il bruco di metallo piantato nel vaso: lei ha resistito irriducibile, ma tutte le sue compagne sono morte strada facendo. A parte le primule che cambio ogni anno, ho dovuto dire addio ad edere, succulente e bulbi un sacco di volte, senza capire dove stesse il problema, cosa avessi fatto di sbagliato, quali parassiti fossero responsabili delle mie perdite.

Poi, improvvisamente, hanno smesso di morire.

Anche in questo caso ho provato a ragionare sui motivi: forse avevo azzeccato il vaso giusto, magari anche la quantità d'acqua e la terra erano migliorate...mille domande finché non ho capito cosa fosse cambiato davvero.
La risposta sono io.
Io sono cambiata, il mio rapporto con questa casa è differente da quello degli anni scorsi e, finalmente, ho fatto pace con un sacco di sensi di colpa e di pensieri negativi che mi hanno accompagnata per molto tempo.
E' come se le piante avessero percepito che la precarietà stava finendo, come se avessero capito che questa poteva essere davvero la loro casa perché poteva essere davvero la mia.
Ho iniziato a chiacchierare con loro ogni giorno, con costanza le saluto appena sveglia mentre apro le persiane, le incoraggio mentre do loro da bere, le curo togliendo foglie secche e rami di troppo. Ultimamente ho accolto anche alcuni nuovi arrivi da casa di Raffaele: due pothos giganti e un paio di altre piantine da interni...pensavo non avrebbero sopportato il passaggio da un appartamento luminoso al mio piccolo bunker e invece, per ora, ce la fanno.

Quindi, insieme ai bei ciclamini della foto, vivono con me tante edere rampicanti, due piccoli ulivi, qualche cactus, dei vasi tipici da lotteria di paese che però sono cresciuti a dismisura e ora popolano i miei balconi. I contenitori sono spesso abitati anche da oggetti, come dinosauri di plastica, lanterne, Mini Pony, libellule di stoffa e ballerine che sculettano ad energia solare.
Io sono felice così, con le coinquiline che misurano il mio stato d'animo ogni giorno, buttando fuori nuovi getti o seccando una foglia qua e là, raggiungendo una parete lontana o schiudendo un fiore.
In questo modo riesco a capire e quasi a sentire vicina una frase che ho sentito per la prima volta ieri sera al cinema, guardando Youth di Paolo Sorrentino:

Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre (Novalis)

venerdì 3 luglio 2015

Thismustbetheblog #2: L'inventore di Mostri

Scrivo questo post sotto una cascata di foglie di roverella e davanti a un cortile di pini battuti da un sole fortissimo.

Sono nel Parco dove ho trascorso più tempo: qui ho imparato a scattare fotografie e ho scoperto che mi piaceva. Qui ho fumato sigarette nell'ora di educazione fisica nascosta dietro ad un albero. Qui mi sono immersa nel fango del lago con galosce e taccuino per gli appunti. Qui ho camminato nel bosco con il naso all'insù cercando di riconoscere alcune delle essenze elencate in un plico di documenti ottocenteschi che portavo sempre con me. Qui ho scoperto il significato di piante ruderali e accarezzato le foglie lisce e scure del lauroceraso.

Qui ho deciso di scrivere la seconda puntata (ecco la prima) di #Thismustbetheblog, quella dedicata ad una persona che le storie le sa raccontare bene davvero: Valeria, L'inventore di Mostri.

Ho conosciuto Valeria per caso, che più per caso di così non si può. Nella vita virtuale non ricordo ormai nemmeno come, credo attraverso Instagram: probabilmente mi sono imbattuta in una foto che mi è piaciuta, ho cercato blog e siti annessi e mi sono ritrovata catapultata nella valigia di storie che è L'inventore di Mostri. Nella vita reale, invece, Valeria ed io ci siamo conosciute a Torino, in una città che non è né la mia né la sua, ma che ci ha ospitate per motivi diversi negli stessi giorni. Sempre grazie ad Instagram Valeria ha scoperto che ero lì a due passi da lei e mi ha scritto in posta privata su Facebook (questo per sottolineare quanto i social network possano essere preziosi, se usati in maniera sensata), tempo di un pranzo al volo e ci siamo viste all'incrocio tra due vie.
Come lo racconto? Sembravamo innamorate. Io camminavo agitata e non sapevo cosa aspettarmi, ero appena uscita da Melissa Erboristeria dove avevo conosciuto l'altra meravigliosa Valeria e vivevo ancora mezza immersa tra tisane e creme per il corpo, lei arrivava trascinandosi dietro un trolley gigante e portava con sé un paio di occhi verdi bellissimi e il rossetto rosso. Ci siamo abbracciate, anzi, a dir la verità è Valeria ad avermi chiesto un abbraccio, io come al solito ho dimostrato la stessa affettività fisica di un gatto incazzato. Comunque, subito dopo l'incontro al crocevia, abbiamo cercato un bar per un caffè.

Una volta sedute è stato tutto un susseguirsi di parole, risate, vita privata, lavoro, blog, speranze, passioni. Valeria è come la immaginavo: piccoletta (siamo in due!), sorridente e con lo sguardo vispo di chi vuole vedere il mondo da tutti i punti di vista. Nel tempo di un caffé abbiamo dovuto riassumere il passato il presente e il futuro...ma sapete che c'è? Ci siamo riuscite. Dopotutto cosa è quello che ci riesce meglio? Raccontare storie, no?

Ci "vediamo" alla prossima puntata di #Thismustbetheblog (che sarà di nuovo una figata pazzesca...vi basti pensare che tra un'oretta vado a prendere Cindy in stazione!)

venerdì 26 giugno 2015

Sentieri uniti contro il disagio

In questi giorni mi sento profondamente a disagio.

Al lavoro, con il mio corpo, con il resto del mondo. Sono poche, pochissime, le persone con cui riesco a stare volentieri e altrettanto poche le situazioni in cui mi sento di dire: "Ok, eccomi." L'ultima ieri in un campo di zucchine, tra impianti d'irrigazione anarchici e cestini rossi.
Come spesso mi capita non trovo il mio posto nel mondo, ma nemmeno nella città in cui abito o in quelle vicine. E' ormai chiaro che si tratti di un problema legato a me, a questo carattere che non si arrende a diventare stronzo e a desensibilizzarsi, nonostante rispetto al passato lo so solo io quanto abbia imparato a non sentire le cose. Sempre di più. Sempre peggio.

Eppure spesso non basta e questo è un periodo in cui non basta.

Perciò mi aggrappo con le unghie e con i denti alle cose che mi salvano, a quei momenti piccoli ma per me enormi che funzionano come una perfetta zattera, pronta a traghettarmi da una sponda all'altra del Fiume Sconforto.
Come sempre, il regno dei ragni è quello che mi tratta con i guanti, che mi avvolge e mi protegge tenendomi fuori da tutto, che mi permette di camminare e scivolare senza (quasi) farmi male, che mi regala attimi di meraviglia inaspettata e silenzi dal valore inestimabile.
Io di tutto questo non sono mai capace di scrivere e mi affido, come al solito, agli elenchi:

- un giglio di San Giovanni appena sbocciato che ospita una piccola farfalla a pois
- una foresta di foglie verdi che diventano psichedeliche appena ti azzardi ad alzare il naso verso il cielo
- un'adunanza di scarabei che non abbiamo saputo spiegarci
- una merenda nella radura delle merende
- un paguro di montagna protetto dal legno e uno appeso per un filo di bava
- una ginestra che ha finito i suoi fiori
- una piuma a righe azzurre e blu che spunta tra le foglie secche e mi lascia a bocca aperta
- una "famiglia di volpi" che nasce da una pineta malata
- un panorama che chiamarlo Paradiso era inevitabile
- una storia di aerei che sanno dove andare che ancora non conoscevo
- un piede che scivola, una schiena che si sbilancia e un culo che atterra
- un picchio che batte in lontananza
- un giardino botanico bizzarro che conserva davvero quello che promette
- un cane che quando beve fa un rumore conosciuto
- un'aquilegia viola sulla sponda che scende
- un panino col prosciutto che pare il più buono di sempre
- una dose sufficiente di serenità per affrontare la settimana di difficoltà che sarebbe cominciata di lì a poco

Questo è successo lo scorso weekend, quando i sentieri si sono uniti contro il disagio, in una lotta lunga, bella, impari e non ancora conclusa.


domenica 21 giugno 2015

Thismustbetheblog #1: Melissa Erboristeria

Qualche giorno fa avevo scritto qui del mio nuovo progetto Thismustbetheblog: un viaggio non più solo virtuale per conoscere di persona le blogger che seguo e che, in qualche modo, fanno parte delle mie giornate.

Nel frattempo ho frequentato un corso alla Holden che mi ha aperto gli occhi su molti aspetti di scrittura per il web che decisamente ignoravo, facendomi però sentire anche abbastanza esperta di questa strana materia che è il digital writing. Non ho nessuna intenzione di stare qui a parlare di SEO, copyright, snippet o tracciabilità, ma sono curiosa di scoprire se le cose che ho imparato influiranno in qualche modo sulle letture del mio piccolo, verde blog.

Per tornare all'argomento del titolo, dunque, oggi vi racconto la prima tappa del viaggio #thismustbetheblog. Perché ho scelto di pubblicarlo ora? Perché davanti a me c'è un giga pacco di prodotti che ho comprato da Melissa Erboristeria. Qualcuno di voi ancora non conosce questo luogo magico? Ecco dove trovare info utili, foto splendide e tanta poesia:
Il catalogo
Il mondo Instagram
La pagina Facebook
Il sito web
Per me è andata così: taccuino rosso alla mano (lo stesso su cui sto scrivendo adesso, dal treno, come mi capita spessissimo quando viaggio) con la "lista della spesa" sono entrata nel negozio di mattoni e fiori a 65 passi dalla Mole. Valeria era un momento sul retro e ad accogliermi è stata la mamma, dolcissima, piena di premure e subito pronta a raccontarmi la sua passione per le tisane, gli infusi e le erbe in generale. Mentre stavamo chiacchierando è arrivata Valeria, che è ancora più alta, bella e gentile di come la si immagina seguendola sul web. Vestito blu a pois, zoccoli argentati, cintura alta per un vitino che nemmeno Marilyn, rossetto corallo, e centomila consigli.
Io giravo con il taccuino, lei mi portava davanti ad ogni scaffale e riempiva la borsa verde con le nostre scelte, i miei acquisti.

Alla fine ho svaligiato il negozio, erano mesi che non compravo nulla per la cura del corpo e raschiavo i fondi dei barattoli perché sapevo che sarei andata a Torino, perciò non mi sono granché limitata [e meno male che il gel all'aloe si può pure mangiare perché temo sarò costretta anche a nutrirmene]. Visto l'ingombro della maxi spesa ho optato per l'invio a Genova e ho tenuto con me solo la mousse detergente da viaggio (uno dei regali che mi ha fatto Valeria) e la mia nuova Tangle Teezer arancione vitamina, perché, come al solito, avevo dimenticato la spazzola a casa.

I prodotti che ho comprato sono così belli, profumati e buoni che mi verrebbe voglia di scrivere un post tutto dedicato a loro (com'è che si dice? Haul?), per ora mi limito a piantare la prima puntina sulla cartina del lungo viaggio di #thimustbetheblog, consapevole che non avrei potuto iniziarlo in un luogo migliore. Grazie infinite, Valeria, per la splendida accoglienza!


venerdì 12 giugno 2015

This must be the blog

Per la colonna sonora di questo post affidatevi a quella di This must be the place.

Ieri, la stanza bianca non era più bianca. Era più grande, più colorata, con delle lampade bellissime.
Anche Lastanza, tutto attaccato e con la L maiuscola era diversa: soffitti altissimi, pareti color crema (ho persino contribuito nella scelta della tinta), più seggiole, poltrone, tappeti e...quella finestra. Con quegli alberi. Con quella luce.
Ho parlato per la prima volta del mio progetto davanti alle foglie di ippocastano, ho continuato davanti a un mojito e un margarita.
Il via a questa folle idea lo ha dato il film che regala anche titolo e colonna sonora al post di oggi: This must be the place di Paolo Sorrentino. Come diceva Gipi la settimana scorsa "la gente s'ammazza su Sorrentino". C'è chi lo ama, c'è chi lo odia, c'è chi perde giornate intere partecipando a infinite gogne sui social network o inneggiando allo splendido regista del secolo. Ecco, io ho visto Il Caimano, Le conseguenze dell'amore, This must be the place e un pezzo di La Grande Bellezza. Mi sono piaciuti tutti molto. Stop. E This must be the place mi è piaciuto più degli altri: per la fotografia innanzi tutto, per le musiche, per Sean che è bravo assai e per la sceneggiatura. Delle frasi che bam!, ti spezzano le ossa. Non le riporto qui, perché voglio scrivere di altro e perché in rete si trovano facilmente, vi basti "Io ho capito solo che a volte la gente se ne va". (bam!)
Quindi, che c'entra il film con il mio nuovo progetto? C'entra eccome, perché mentre Cheyenne va alla ricerca di un uomo e in realtà fa un lungo percorso per (ri)trovare se stesso io ho deciso che darò una voce, un volto, uno sguardo, una gestualità, alle persone con cui ho stretto relazioni sul web in questi anni, senza averle mai viste dal vivo. Mi rendo conto che possa sembrare folle ma ho deciso che i commenti, i like, gli scambi di opinione, gli incoraggiamenti, le mail e i tag non bastano più. Perciò parto e vengo a cercarvi. Potrei nominarvi tutte ma probabilmente dimenticherei qualcuna. Voi sapete chi siete e io spero che vi farà piacere prendervi un caffè con me.
Oggi sono a Torino, perché domani mi aspetta questo corso alla Holden (non vedo l'ora, lo ammetto), così, questa mattina, dopo un giretto in centro e una sosta nel bed and breakfast più bello del mondo, sono andata da Melissa con la lista della spesa e uno zaino di curiosità sulle spalle. L'ho incontrata, abbiamo parlato un po', mi ha riempita di consigli e regalini e poi non scrivo oltre perché a lei voglio dedicare il primo post del tour (che nasce on line, diventa reale e torna on line con l'hashtag #thismustbetheblog).
Appena sono uscita dal negozio di Valeria e ho cominciato a camminare sotto la pioggerella fine, mi è arrivato un messaggio di un'altra Valeria, l'inventore di mostri per intenderci, che era a Torino ancora per poche ore e...si è presa un caffè con me! Due tappe del mio viaggio in un solo giorno, un sacco di risate, parole a raffica e tanta comprensione.
Anche per lei ci sarà un post tutto speciale.
Non mi resta che andare a dormire, non senza aver prima salutato Mario e Patata, i gatti di casa, e sorriso ancora una volta a questo periodo pieno di incastri e coincidenze segni del destino.

P.S. Il nome del progetto è tutto merito del vicino-vicino, che quando finalmente svilupperà il suo sito internet potrò anche mettere il link. :-)
P.P.S.S. Prima che i "Sorrentiniani" (o i "Morettiani") mi scannino, lo so, Il Caimano è di Moretti, e Sorrentino è "solo" tra gli attori con un cameo.

domenica 7 giugno 2015

"Ha dimenticato quanto può essere crudele la pelle degli alberi?"

Allora,
è successo questo: è successo che da una settimana non faccio altro che imbattermi in coincidenze.
Non è la prima volta che capita, figuriamoci, ma me ne sto accorgendo di più, più profondamente, più dolorosamente.
Ma dolorosamente è un avverbio bello, positivo intendo, è un dolore buono che rimonta pezzi smontati.
Martedì ho visto un polletto, un figlio di merlo che provava a volare sotto lo sguardo benevolo di merlo padre e merla madre. Mercoledì sono tornata a casa mia e un polletto identico stava sullo zerbino, occhi piccoli e bocca spalancata. Ho provato a prenderlo e si è buttato dalla finestra, hanno provato ad acchiapparlo le vicine di sopra ma secondo me polletto è riuscito a fuggire.
Due giorni e due polletti diversi. E' la stagione direte voi, e io questo lo so, ma non riesco a non trovarci la coincidenza inaspettata. Venti chilometri tra un polletto e l'altro sono una coincidenza inaspettata. Punto.
Poi è successo che a Genova, come sempre, sono scoppiate le cose da fare. C'è l'Andersen Festival a Sestri Levante, c'è la Biennale della Prossimità, c'è la Repubblica delle Idee. E poi c'è Gipi.
Gipi al Museo Luzzati, dove è allestita la sua mega mostra, è venuto due giorni fa. Io sono andata ad ascoltare Smargiassi al Ducale e poi sono andata a Porta Siberia, con "Una Storia" nella borsa e cinquanta euro per comprarmi tutto quello che potevo. Ho preso il catalogo, ho preso una borsa di tela con l'albero bianco (io compro borse di tela e compro alberi, figuriamoci se non compro una borsa di tela con un albero stampato sopra. Qualcuno potrebbe dire che "E' la modernità che lo domanda", bene, lo dice anche l'albero quindi state sereni). Mi hanno pure regalato una calamita.
La scorsa settimana ho pubblicato questo post, dove ho scritto così: "Ho paura che tutto mi scapperà di mano senza che nessuno se ne accorga, ho paura che quello che vedo ogni giorno e che è così bello da farmi quasi male possa restarmi dentro e scoppiare. Come se togliessi la linguetta a una bomba e poi non riuscissi a lanciarla lontano".
Ecco, stavo ascoltando Gipi e lui ha parlato di cosa che scoppia, di cuore che non regge ed esplode, ha parlato di bisogno di raccontare, ha parlato della sua capacità di "farsi arrapare" anche dalla panchina dove ha passato l'adolescenza.
Polletto per due.
E' capitato di nuovo così, a distanza di pochissimi giorni ho trovato lo stesso mio pensiero nelle parole di qualcun altro e mi è persino venuto da vomitare, perché avrei voluto alzarmi e dirgli "Cazzo sì! E' quello! E' quella cosa lì!".
Poi ha parlato di Fiducia nell'acqua, o meglio, ha raccontato della tecnica che usa per dipingere qualcosa senza farsi guidare dalla parte di cervello (la sinistra) che quella cosa l'ha registrata e tende quindi a prendere il sopravvento e a dirigere il tratto, portandosi dietro preconcetti e sovrastrutture, penalizzando l'istinto e la forma primaria. Non credo di essermi spiegata ma di sicuro una cosa io l'ho capita: è possibile spegnere la parte sinistra e dare respiro a quella destra anche quando si scrive. Io a volte lo faccio ma non lo faccio di proposito, anche se mi piacerebbe molto esserne capace; di sicuro non scrivo come Gipi disegna, ma quello che ha detto io davvero l'ho capito.
Per curiosità sono poi andata a casa e ho guardato un video che era stato citato come valida spiegazione della tecnica divisoria di Gipi (destra/sinistra). Non so se si comprenda davvero guardando una mezz'ora di acquerello, di sicuro si vede chiaramente quanto il lavoro di questo artista (il corsivo è d'obbligo, sennò poi s'arrabbia!) sia una roba di testa, corpo, pancia, jeans, barba, phon, bestemmie e pomodori ripieni. Una meraviglia senza senso, esattamente come vorrei che fosse per me la scrittura e quest'anno che me lo stanno chiedendo, di scrivere intendo, mi allenerò tutti i giorni a farlo così, con un emisfero, con due, in piedi, seduta, da sola, in compagnia, con qualche punto luminoso di terra chiara coprente. Oppure senza.

"Anche se io non vorrei una pianura, vorrei dei boschi di montagna, per favore, se è possibile averli" (Gipi)