L'altro giorno ho sentito una mia amica, era disperata.
Aveva ritirato delle analisi del sangue, fatte di routine a causa del suo lavoro, in cui veniva fuori un valore dubbio a proposito del virus dell'Epatite C. Non proprio una bella cosa.
Non risultava positiva, ma nemmeno negativa, sul referto c'era scritto "DUBBIO. RIPETERE". Naturalmente, nonostante tutti le dicessero di stare tranquilla non essendo un soggetto a rischio, vederci chiaro era d'obbligo.
Era stata dal dentista di recente? Aveva affrontato grossi interventi chirurgici? Subito trasfusioni? Incontrato scambi di sangue? Non che lei ricordasse.
Le poche cartelle cliniche che possedeva riportavano sempre un esito negativo accanto alle tre maledettissime lettere HCV. Cosa poteva essere successo?
Le ipotesi erano mille, il medico dell'ospedale propendeva per l'incompatibilità tra sangue e reagenti e le aveva rifatto un prelievo il cui esito sarebbe arrivato dopo almeno una settimana. Il medico di famiglia invece sosteneva che il virus malefico che l'anno prima le aveva colpito i muscoli del collo avesse favorito una risposta incrociata e stimolato anticorpi ora conteggiati dalle analisi.
L'unica soluzione era rifare il prelievo in un nuovo laboratorio, mettersi l'animo in pace e sperare. Così fece, dopo un tranquillo week end di paura, notti insonni, tentativi di ricostruire scene e momenti, domande, risposte, telefonate, pianti e digiuni, andò di nuovo in ospedale, si mise in coda e aspettò il suo turno in silenzio.
Per non pensare a niente, visto che di studiare non se ne parlava proprio, rimediava all'ansia correndo la sera e fissando le travi sul soffitto.
Improvvisamente ogni altra preoccupazione sembrava essere superflua, quello che fino alla settimana prima l'avrebbe agitata ora non le faceva alcun effetto.
Le feste erano finite, un nuovo anno era iniziato e lei era piombata in un inferno.
E pensare che, come me, lei odia le attese, quelle che non puoi fare nulla se non aspettare, quelle che ti rosicchiano i pensieri anche quando cerchi di leggere notizie demenziali o sfogli riviste di design casalingo.
Alla fine, con il modulo di ritiro in mano, morta di paura, la mia amica è andata a prendere i risultati: Negativo. Non c'era il virus, gli anticorpi erano non reattivi e i dubbi si sono impalliditi fino a sparire, in un attimo.
Per la prima volta, nonostante ne avesse passate tante, si era fermata a riflettere su cosa le rendesse così insopportabile l'idea di aver contratto una malattia, probabilmente per un errore di altri, che in realtà è più diffusa di quanto si immagini. La risposta l'aveva trovata subito, analizzando i sentimenti che provava. Certo era triste e sicuramente era spaventata, ma il sentimento padrone questa volta era la rabbia. Perché lei che sta attenta, che non rischia mai, che cura la sua salute da sempre nonostante ne capitino di tutti i colori (o forse proprio per quello), doveva affrontare una malattia, l'ennesima, che per di più si portava con sé una componente antisociale non proprio trascurabile?
Lei che sta imparando a badare a sé, volendosi bene, pensando al suo futuro, al suo amore, alla sua vita, rischiava di perdere l'equilibrio, quello vero, in un secondo.
Per fortuna non è andata così, l'ho sentita stasera, è tutto il giorno che gira con un sorrisone stampato in faccia, che riordina priorità, che lascia scorrere il tempo, fa shopping, chiacchiera, studia, prende aperitivi con gli amici e scrive.
martedì 8 gennaio 2013
sabato 5 gennaio 2013
Attese
Queste sono giornate appese, di attesa.
Si aspetta che finiscano le feste e ricominci la quotidianità del lavoro, si aspetta che inizino i saldi, si aspetta di iscriversi in palestra per smaltire i chili presi a Natale, si aspetta di cominciare quel nuovo corso che parte a Gennaio, si aspetta di mettersi a dieta, diminuire con l'alcool, fare volontariato, smettere di fumare.
Anche io, quest'anno, ho le mie personalissime attese. Sono attese grandi, che mi porteranno a risultati che cambieranno comunque la mia vita. Qualunque essi siano.
E io, purtroppo, le attese le odio.
Mi piace aspettare alla posta, in stazione, dal medico, dal fruttivendolo, al cinema, ma odio attendere i risultati. Odio i responsi, i giudizi, le valutazioni, i voti. La pressione generata dal non sapere come andrà, i consigli degli amici, le pacche sulle spalle, gli incoraggiamenti, mi sono insopportabili perché con la testa io sono già là, al risultato, senza poterlo vedere.
Non penso certo di essere l'unica, per carità, immagino che questo comportamento sia comune a molti. Per quanto riguarda me, credo risieda nella poca autostima di cui sono dotata: sentirmi già in partenza incapace di gestire il risultato, in particolare quello negativo, rende dolorosa l'attesa. Vivo nella fatica, mi faccio prendere dall'ansia, senza riuscire a tenere sveglio l'unico pensiero sensato in questo momento, ovvero "Non fasciarti la testa, finché non ci sarai non potrai sapere come comportarti".
Oggi, per gestire meglio il tempo, mi sono svegliata presto, ho studiato in modo da non perdere di vista un obiettivo importante e sono uscita a camminare, con la solita compagnia silenziosa al mio fianco. Sentieri, prati, case abbandonate, panorami, legno, odori e parole che sono carezze.
Tra poco un film al cinema mi assorbirà per un po' e domani, tra libri, formule chimiche e riassunti ricomincerò a riflettere su uno dei risultati che aspetto.
Quindi, cercando di distrarmi, rimanendo sul chi va là ma senza ossessioni, riflettendo sulle prossime mosse senza alienarmi e abbandonare quelle presenti, non mi resta che attendere. Dopo tutto, ogni attesa, credo insegni sempre qualcosa.
P.S. Credo di aver già usato una foto simile in passato, ma non è la stessa perché questa l'ho scattata oggi, con il naso all'insù. Quanto odio le attese tanto amo le sagome nere degli alberi.
Si aspetta che finiscano le feste e ricominci la quotidianità del lavoro, si aspetta che inizino i saldi, si aspetta di iscriversi in palestra per smaltire i chili presi a Natale, si aspetta di cominciare quel nuovo corso che parte a Gennaio, si aspetta di mettersi a dieta, diminuire con l'alcool, fare volontariato, smettere di fumare.
Anche io, quest'anno, ho le mie personalissime attese. Sono attese grandi, che mi porteranno a risultati che cambieranno comunque la mia vita. Qualunque essi siano.
E io, purtroppo, le attese le odio.
Mi piace aspettare alla posta, in stazione, dal medico, dal fruttivendolo, al cinema, ma odio attendere i risultati. Odio i responsi, i giudizi, le valutazioni, i voti. La pressione generata dal non sapere come andrà, i consigli degli amici, le pacche sulle spalle, gli incoraggiamenti, mi sono insopportabili perché con la testa io sono già là, al risultato, senza poterlo vedere.
Non penso certo di essere l'unica, per carità, immagino che questo comportamento sia comune a molti. Per quanto riguarda me, credo risieda nella poca autostima di cui sono dotata: sentirmi già in partenza incapace di gestire il risultato, in particolare quello negativo, rende dolorosa l'attesa. Vivo nella fatica, mi faccio prendere dall'ansia, senza riuscire a tenere sveglio l'unico pensiero sensato in questo momento, ovvero "Non fasciarti la testa, finché non ci sarai non potrai sapere come comportarti".
Oggi, per gestire meglio il tempo, mi sono svegliata presto, ho studiato in modo da non perdere di vista un obiettivo importante e sono uscita a camminare, con la solita compagnia silenziosa al mio fianco. Sentieri, prati, case abbandonate, panorami, legno, odori e parole che sono carezze.
Tra poco un film al cinema mi assorbirà per un po' e domani, tra libri, formule chimiche e riassunti ricomincerò a riflettere su uno dei risultati che aspetto.
Quindi, cercando di distrarmi, rimanendo sul chi va là ma senza ossessioni, riflettendo sulle prossime mosse senza alienarmi e abbandonare quelle presenti, non mi resta che attendere. Dopo tutto, ogni attesa, credo insegni sempre qualcosa.
P.S. Credo di aver già usato una foto simile in passato, ma non è la stessa perché questa l'ho scattata oggi, con il naso all'insù. Quanto odio le attese tanto amo le sagome nere degli alberi.
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domenica 30 dicembre 2012
You are my sunshine
Ci si alza la domenica mattina e si esce al sole.
La mia domenica è iniziata così, nei posti dell'infanzia, tra le colline che conosco, immersa nella luce, con l'emozione del primo giorno.
Camminare in silenzio, camminare parlando, camminare e basta.
Percorsi che già porto dentro, che un paio d'anni fa sono stati testimoni di momenti dolorosi e che oggi mi hanno accolta con comprensione, nel senso di capacità di capire.
Stanca dall'ultimo allenamento su un corpo per nulla pronto, ho attraversato il sentiero pensando quasi esclusivamente ai miei piedi, guardandoli posarsi sulle pietre, tra l'erba, nella terra. Poi bastava alzare gli occhi per farsi circondare dalla luce, bianchissima, che ha reso nere le sagome degli alberi (proprio come piace a me) e mi ha riempito il cuore ogni minuto.
Una schiena che conosco mi ha camminato davanti tutto il tempo, spesso in silenzio, a volte raccontando vita di montagna, a volte semplicemente fermandosi per aspettarmi. Qualche incontro nei momenti di riposo, per lo più cagnoloni pieni di voglia di giocare e tanti panorami da mozzare il fiato.
Ieri sera cinema, l'ultimo di Clint come ogni anno, niente di che secondo me, un po' di sana (e inquietante) autobiografia, una bella canzone che canto fin da quando ero piccola e che dà il titolo a questo post.
Ma, questa mattina, ciò che per me è sunshine era lì, sul mare d'argento, nel verde del muschio, all'ombra delle rocce, tra gli sterpi secchi, sul pino dritto in mezzo al sentiero, con i fiori viola della partenza, sul pile rosso che mi precedeva, nell'acqua fredda della fonte.
Non capisco mai nulla di me: le insicurezze, le paure, l'amore profondo, i ricordi, l'inadeguatezza e le speranze si fanno mille volte più potenti in questi giorni di casa, montagna e sole, ma ne vale sempre la pena.
Vale la pena di chiedersi, domandarsi, guardarsi dentro, guardarsi negli occhi, ascoltarsi, prendersi sul serio, riderci su, volersi bene e camminare.
La mia domenica è iniziata così, nei posti dell'infanzia, tra le colline che conosco, immersa nella luce, con l'emozione del primo giorno.
Camminare in silenzio, camminare parlando, camminare e basta.
Percorsi che già porto dentro, che un paio d'anni fa sono stati testimoni di momenti dolorosi e che oggi mi hanno accolta con comprensione, nel senso di capacità di capire.
Stanca dall'ultimo allenamento su un corpo per nulla pronto, ho attraversato il sentiero pensando quasi esclusivamente ai miei piedi, guardandoli posarsi sulle pietre, tra l'erba, nella terra. Poi bastava alzare gli occhi per farsi circondare dalla luce, bianchissima, che ha reso nere le sagome degli alberi (proprio come piace a me) e mi ha riempito il cuore ogni minuto.
Una schiena che conosco mi ha camminato davanti tutto il tempo, spesso in silenzio, a volte raccontando vita di montagna, a volte semplicemente fermandosi per aspettarmi. Qualche incontro nei momenti di riposo, per lo più cagnoloni pieni di voglia di giocare e tanti panorami da mozzare il fiato.
Ieri sera cinema, l'ultimo di Clint come ogni anno, niente di che secondo me, un po' di sana (e inquietante) autobiografia, una bella canzone che canto fin da quando ero piccola e che dà il titolo a questo post.
Ma, questa mattina, ciò che per me è sunshine era lì, sul mare d'argento, nel verde del muschio, all'ombra delle rocce, tra gli sterpi secchi, sul pino dritto in mezzo al sentiero, con i fiori viola della partenza, sul pile rosso che mi precedeva, nell'acqua fredda della fonte.
Non capisco mai nulla di me: le insicurezze, le paure, l'amore profondo, i ricordi, l'inadeguatezza e le speranze si fanno mille volte più potenti in questi giorni di casa, montagna e sole, ma ne vale sempre la pena.
Vale la pena di chiedersi, domandarsi, guardarsi dentro, guardarsi negli occhi, ascoltarsi, prendersi sul serio, riderci su, volersi bene e camminare.
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London Bridge is falling...
Ieri era il primo giorno dell'anno per me, mi sono alzata presto perché venivano i gemelli (mamma e zio) a portarmi il comò che ho comprato all'Ikea e che io e mamma non siamo riuscite a scaricare, troppo pesante.
Il comò è blu, con tre cassetti e tre buchi dove mettere le scatole, io le ho prese da principessa http://www.ikea.com/es/es/catalog/products/90201513/, poi cercherò uno specchio, ci metterò sopra una lampada e finalmente avrò quasi finito di arredare l'Albero. La colazione al N°1 e poi via da sola, a farmi un giro nei vicoli, come se mi fossi svegliata da un coma lunghissimo e visitassi Genova per la prima volta. Sono partita dalla zona di Macelli di Soziglia, la mia preferita, sono passata davanti a Klainguti e ho sorriso con il mento affondato nella giacca. Sono uscita senza un filo di trucco, pantaloni marroni di velluto a coste, maglione grigio con la spilla-fragola, piumino e berretto, capelli sciolti. In Macelli ho guardato i negozi dell'antiquariato, in particolare quelli di gioielli d'epoca, arrivata in Piazzetta del Ferro sono risalita in Via Garibaldi, volevo vedere l'anello che mi piacerebbe regalarmi, ma il negozio era chiuso. In compenso ho trovato un matrimonio, con la sposa in corto (come penso sarei io, che vorrei, se mai dovesse succedere, farlo d'autunno con un cappottino chiaro), altissima, tutta bianca, con i capelli neri mossi e il braccio sotto quello del suo lui.
Poi, qualche passo più in là, c'era il presepe di un cantiere, immagino lo abbiano fatto gli operai, tra il cemento, gli scavi, i fanali intermittenti e le grate di protezione. A rotta di collo nei vicoli bui mi sono fermata un secondo, sorridendo, davanti a due scritte, la prima recitava London Bridge is falling...ho scoperto essere una filastrocca del 700, inglese, che fa
così:
London Bridge is falling down,
Falling down, Falling down.
London Bridge is falling down,
My fair lady.
Poi ho visto quella quassù, e l'ho fotografata: è così, mi terrorizza.
Da Piazza Banchi sono arrivata al Porto, dove c'era una coda lunghissima per entrare all'Acquario, un attimo prima di fotografare il serpente di persone in fila ho pensato che la luce fosse bellissima, ho chiuso gli occhi e ho scattato un'immagine della mia ombra.
Ho girato attorno a Palazzo S.Giorgio e ho visto le bancarelle...evviva! Dovevo comprare formaggi e salumi per il cenone di Capodanno e non mi andava di prendere roba qualunque, speravo di trovare prodotti genuini, particolari, con una storia...e così è stato.
Ho conosciuto una Signora di Cogne, con cui ho chiacchierato un po', che mi ha venduto dei formaggi e regalato un vasetto di yogurt fatto da lei. Poi, arrivata a casa, mi sono accorta che mancava un pacchetto. Ci sono rimasta male e ho cercato un modo per recuperarla...nella borsa ho trovato lo scontrino (incredibile, di una bancarella!), con un numero di cellulare. Timidamente ho telefonato dicendo: “Scusi parlo con la signora che in questo momento sta alla bancarella di Piazza S. Giorgio?” e dall'altra parte “E io con la ragazza dal berretto marrone?”. Insomma, mi aveva cercata ovunque e io, nel pomeriggio, sono andata a riprendermi il formaggio!
Il mio giro è proseguito in San Lorenzo, sono arrivata sotto casa e sono rimasta incantata davanti alle vetrine di Betty Page, sono azzurre e hanno dei vestiti stupendi. Una volta salita sull'Albero ho sistemato un ciclamino nella pentola di alluminio inutilizzabile, l'ho posato sulla finestra e mi sono occupata dell'elicriso comprato poco prima, nella speranza che resista senza molto sole e mi regali il suo meraviglioso profumo, che sa di giornogiallo e di casa.
Il comò è blu, con tre cassetti e tre buchi dove mettere le scatole, io le ho prese da principessa http://www.ikea.com/es/es/catalog/products/90201513/, poi cercherò uno specchio, ci metterò sopra una lampada e finalmente avrò quasi finito di arredare l'Albero. La colazione al N°1 e poi via da sola, a farmi un giro nei vicoli, come se mi fossi svegliata da un coma lunghissimo e visitassi Genova per la prima volta. Sono partita dalla zona di Macelli di Soziglia, la mia preferita, sono passata davanti a Klainguti e ho sorriso con il mento affondato nella giacca. Sono uscita senza un filo di trucco, pantaloni marroni di velluto a coste, maglione grigio con la spilla-fragola, piumino e berretto, capelli sciolti. In Macelli ho guardato i negozi dell'antiquariato, in particolare quelli di gioielli d'epoca, arrivata in Piazzetta del Ferro sono risalita in Via Garibaldi, volevo vedere l'anello che mi piacerebbe regalarmi, ma il negozio era chiuso. In compenso ho trovato un matrimonio, con la sposa in corto (come penso sarei io, che vorrei, se mai dovesse succedere, farlo d'autunno con un cappottino chiaro), altissima, tutta bianca, con i capelli neri mossi e il braccio sotto quello del suo lui.
Poi, qualche passo più in là, c'era il presepe di un cantiere, immagino lo abbiano fatto gli operai, tra il cemento, gli scavi, i fanali intermittenti e le grate di protezione. A rotta di collo nei vicoli bui mi sono fermata un secondo, sorridendo, davanti a due scritte, la prima recitava London Bridge is falling...ho scoperto essere una filastrocca del 700, inglese, che fa
così:
London Bridge is falling down,
Falling down, Falling down.
London Bridge is falling down,
My fair lady.
Poi ho visto quella quassù, e l'ho fotografata: è così, mi terrorizza.
Da Piazza Banchi sono arrivata al Porto, dove c'era una coda lunghissima per entrare all'Acquario, un attimo prima di fotografare il serpente di persone in fila ho pensato che la luce fosse bellissima, ho chiuso gli occhi e ho scattato un'immagine della mia ombra.
Ho girato attorno a Palazzo S.Giorgio e ho visto le bancarelle...evviva! Dovevo comprare formaggi e salumi per il cenone di Capodanno e non mi andava di prendere roba qualunque, speravo di trovare prodotti genuini, particolari, con una storia...e così è stato.
Ho conosciuto una Signora di Cogne, con cui ho chiacchierato un po', che mi ha venduto dei formaggi e regalato un vasetto di yogurt fatto da lei. Poi, arrivata a casa, mi sono accorta che mancava un pacchetto. Ci sono rimasta male e ho cercato un modo per recuperarla...nella borsa ho trovato lo scontrino (incredibile, di una bancarella!), con un numero di cellulare. Timidamente ho telefonato dicendo: “Scusi parlo con la signora che in questo momento sta alla bancarella di Piazza S. Giorgio?” e dall'altra parte “E io con la ragazza dal berretto marrone?”. Insomma, mi aveva cercata ovunque e io, nel pomeriggio, sono andata a riprendermi il formaggio!
Il mio giro è proseguito in San Lorenzo, sono arrivata sotto casa e sono rimasta incantata davanti alle vetrine di Betty Page, sono azzurre e hanno dei vestiti stupendi. Una volta salita sull'Albero ho sistemato un ciclamino nella pentola di alluminio inutilizzabile, l'ho posato sulla finestra e mi sono occupata dell'elicriso comprato poco prima, nella speranza che resista senza molto sole e mi regali il suo meraviglioso profumo, che sa di giornogiallo e di casa.
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venerdì 28 dicembre 2012
Mai dire Maya
Eccoci qua, terzo post dei calzini: è la fine dell'anno.
Sono monotona e ogni volta mi accorgo che i buoni propositi di volta in volta non cambiano quasi. Oggi però aggiungerò delle novità, anche perché le novità ci sono già in entrata.
Intanto il mondo non è finito e come recitano le spille che Wincy e la Mary hanno distribuito nel nostro/loro ultimo aperitivo di Natale: "Mai dire Maya". Poi la casa nuova e tutto quello che comporta sono un incentivo ad aggiungere una buona speranza per il 2013: IMPARARE A VOLERMI BENE. Partiamo già alti.
Ripercorrendo, come già feci l'anno scorso, i buoni propositi prefissati, ecco cosa viene fuori:
PARLARE. Nel 2011 era al primo posto (devo dire quello che penso, devo far presente i miei sentimenti se serve), nel 2012 mi sentivo migliorata, nel 2013 sono regredita. Non so se sia un brutto segno, di sicuro sento maggiormente il bisogno di ascoltare e ascoltarmi piuttosto che di dire e tirare fuori cose.
GUIDARE. Ormai, per decenza, lo tolgo persino dai prossimi buoni propositi.
CONTINUARE A FARE ATTIVITA' FISICA. Ecco, vista la pessima partenza del 2012, con il collo bloccato e il corpo fermo di conseguenza, l'estate è stata ottima tra corse e nuotate e in questo momento scrivo a letto dopo un'ora di pilates tanto massacrante che fatico persino a lavare i piatti.
LEGGERE. Non mi pare di aver letto molto, non più del solito, quindi spero di riuscire a recuperare nell'anno che verrà.
LAVORARE. Qui il tasto si fa dolente, tra un lavoro in uscita su cui ancora non riesco e non voglio scrivere (chissà se mai lo farò), c'è una grossa possibilità in entrata, che potrebbe significare tranquillità economica per un paio d'anni, possibilità di dedicare agli altri piccoli impieghi il tempo che resta ma senza affanno, Vacanze (con la V maiuscola, anche di un paio di giorni, ma via da qui verso posti che non ho mai visto), cibo buono senza fare i salti mortali per comprarlo, giri da Feltrinelli con qualche scrupolo in meno se un libro mi rimane irrimediabilmente incollato alle mani.
STUDIARE. Se il lavoro sicuro di cui sopra dovesse effettivamente cominciare, studiare sarà indispensabile per svolgerlo al meglio, rispettando scadenze e consegne, portando avanti l'impegno del dottorato e sentendomi a posto dinanzi alle difficoltà inevitabili che ogni nuova esperienza porta con sè.
AMARE. Qui ho dato il meglio di me, amando all'improvviso gli occhi di una vita e dicendolo pure, dopo un sacco di tempo. Ho amato anche me stessa, concedendomi di guardarmi dentro e ascoltarmi in silenzio e solitudine, ho amato gli amici osservando da lontano gli affetti storici come la Ale e Fra e avvicinandomi un poco ai nuovi arrivi come Edu e ai ragazzi che adesso mi vivono attorno, in questa cornice cittadina. Ho amato i gesti di chi mi vuole bene e lo dimostra sempre, ho amato i luoghi dello Sminatore e quelli della mia infanzia, ho amato musiche, libri e film, ho amato profumi, gusti e momenti. Ho amato fare l'amore più di sempre, cucinare e prendermi cura di me. Insomma, ho amato tanto e mi è piaciuto.
I desideri per il 2013 sono simili a quelli passati, per forza di cose non posso non sperare nella serenità di mia mamma, degli amici più cari, delle mie persone.
Mi auguro di non rimanere delusa dalla gente come nel 2012, anno in cui ahimé è capitato più spesso di quanto potessi immaginare. Vorrei sentirmi meno frustrata nel lavoro, acquistare dignità in questo campo in cui così spesso mi lascio sopraffare senza motivo, trarre soddisfazione nell'imparare e nel mettermi alla prova.
Scrivo tutte queste cose consapevole di avere già molto: sono piena di sentimenti, vivo nel posto che ho costruito prima con il pensiero e poi nella realtà in un anno esatto, sono ancora capace di sorprendermi per le cose, anche piccole, che vedo ogni giorno, posso godere di buona compagnia ogni volta che lo desidero e ho una gattina meravigliosa...ma sperare in un anno buono è un diritto di tutti, anche mio!
Staremo a vedere...
Sono monotona e ogni volta mi accorgo che i buoni propositi di volta in volta non cambiano quasi. Oggi però aggiungerò delle novità, anche perché le novità ci sono già in entrata.
Intanto il mondo non è finito e come recitano le spille che Wincy e la Mary hanno distribuito nel nostro/loro ultimo aperitivo di Natale: "Mai dire Maya". Poi la casa nuova e tutto quello che comporta sono un incentivo ad aggiungere una buona speranza per il 2013: IMPARARE A VOLERMI BENE. Partiamo già alti.
Ripercorrendo, come già feci l'anno scorso, i buoni propositi prefissati, ecco cosa viene fuori:
PARLARE. Nel 2011 era al primo posto (devo dire quello che penso, devo far presente i miei sentimenti se serve), nel 2012 mi sentivo migliorata, nel 2013 sono regredita. Non so se sia un brutto segno, di sicuro sento maggiormente il bisogno di ascoltare e ascoltarmi piuttosto che di dire e tirare fuori cose.
GUIDARE. Ormai, per decenza, lo tolgo persino dai prossimi buoni propositi.
CONTINUARE A FARE ATTIVITA' FISICA. Ecco, vista la pessima partenza del 2012, con il collo bloccato e il corpo fermo di conseguenza, l'estate è stata ottima tra corse e nuotate e in questo momento scrivo a letto dopo un'ora di pilates tanto massacrante che fatico persino a lavare i piatti.
LEGGERE. Non mi pare di aver letto molto, non più del solito, quindi spero di riuscire a recuperare nell'anno che verrà.
LAVORARE. Qui il tasto si fa dolente, tra un lavoro in uscita su cui ancora non riesco e non voglio scrivere (chissà se mai lo farò), c'è una grossa possibilità in entrata, che potrebbe significare tranquillità economica per un paio d'anni, possibilità di dedicare agli altri piccoli impieghi il tempo che resta ma senza affanno, Vacanze (con la V maiuscola, anche di un paio di giorni, ma via da qui verso posti che non ho mai visto), cibo buono senza fare i salti mortali per comprarlo, giri da Feltrinelli con qualche scrupolo in meno se un libro mi rimane irrimediabilmente incollato alle mani.
STUDIARE. Se il lavoro sicuro di cui sopra dovesse effettivamente cominciare, studiare sarà indispensabile per svolgerlo al meglio, rispettando scadenze e consegne, portando avanti l'impegno del dottorato e sentendomi a posto dinanzi alle difficoltà inevitabili che ogni nuova esperienza porta con sè.
AMARE. Qui ho dato il meglio di me, amando all'improvviso gli occhi di una vita e dicendolo pure, dopo un sacco di tempo. Ho amato anche me stessa, concedendomi di guardarmi dentro e ascoltarmi in silenzio e solitudine, ho amato gli amici osservando da lontano gli affetti storici come la Ale e Fra e avvicinandomi un poco ai nuovi arrivi come Edu e ai ragazzi che adesso mi vivono attorno, in questa cornice cittadina. Ho amato i gesti di chi mi vuole bene e lo dimostra sempre, ho amato i luoghi dello Sminatore e quelli della mia infanzia, ho amato musiche, libri e film, ho amato profumi, gusti e momenti. Ho amato fare l'amore più di sempre, cucinare e prendermi cura di me. Insomma, ho amato tanto e mi è piaciuto.
I desideri per il 2013 sono simili a quelli passati, per forza di cose non posso non sperare nella serenità di mia mamma, degli amici più cari, delle mie persone.
Mi auguro di non rimanere delusa dalla gente come nel 2012, anno in cui ahimé è capitato più spesso di quanto potessi immaginare. Vorrei sentirmi meno frustrata nel lavoro, acquistare dignità in questo campo in cui così spesso mi lascio sopraffare senza motivo, trarre soddisfazione nell'imparare e nel mettermi alla prova.
Scrivo tutte queste cose consapevole di avere già molto: sono piena di sentimenti, vivo nel posto che ho costruito prima con il pensiero e poi nella realtà in un anno esatto, sono ancora capace di sorprendermi per le cose, anche piccole, che vedo ogni giorno, posso godere di buona compagnia ogni volta che lo desidero e ho una gattina meravigliosa...ma sperare in un anno buono è un diritto di tutti, anche mio!
Staremo a vedere...
sabato 22 dicembre 2012
Fronte
Io ho la fronte alta e non mi piace.
Ho sempre cercato, da quando ho lasciato crescere i capelli, di nasconderla con un po' di ciuffo, per un certo periodo ho anche portato la frangetta, ma non c'è verso, esce sempre allo scoperto, prepotente.
La mia fronte è piena di rughe, linee lunghe, profonde e fitte che la attraversano in orizzontale, soprattutto se mi stupisco e inarco le sopracciglia più del solito.
Io non le sopporto, in particolare ora che stanno spuntando i primi (tanti!) capelli bianchi, mi sembra una congiura per ricordarmi che ho superato i trenta e che il tempo scorre più velocemente di quanto sembri.
In realtà, di solito, le altre persone non mi guardano la fronte come se fosse brutta quanto pare a me, al limite mi chiedono informazioni sul neo tondo che sta sulla destra, mi domandano da quanto lo abbia, il perché non lo tolga, se per caso sia il pulsante dell'autodistruzione (ah ah), eccetera eccetera.
Le prime coccole della mamma che io ricordi erano proprio lì, leggeri passaggi del suo indice dal centro della fronte alla punta del naso. Anche più tardi, i gesti di maggiore tenerezza che ho ricevuto riguardavano sempre questa parte del corpo, una carezza, un bacio, un tocco del dito dove inizia il naso.
In particolare, anni fa, ricordo i numerosi tentativi per cercare di spianare il mio proverbiale "corrucciamento", che non so se sia mai sparito o diminuito, ma che sicuramente mi contraddistingue da quando sono piccola.
Serate di chiacchiere e di punta delle dita che indugiavano proprio lì, tra gli occhi, dove concentravo inesorabilmente i miei cattivi pensieri.
Ultimamente mi è di nuovo capitato di pensare alla mia fronte e, questa volta, mi sono concentrata sulla parola e sul suo significato. Fronte come parte del corpo e come fronte di guerra. La finestra di fronte, frontale, frontiera, fronte/retro, frontespizio, fronteggiare, a fronte, al fronte...ma la mia preferita è affrontare.
Forse che le rughe che passano sotto il mio ciuffo non siano altro che percorsi? Passaggi affrontati? Problemi, dolori, difficoltà, fronti di guerra? Ma anche espressioni buffe ripetute tante volte per fare ridere le mie persone, per giocare con i bambini, per guardare storto la gatta che mi morde il gomito mentre scrivo, per ridere di gusto con gli amici, stupirmi delle cose della vita, mettermi il mascara, provare piacere.
Sulla fronte calco i cappelli che in inverno non tolgo mai, espongo questa parte al sole d'estate ed è la prima a diventare rossa, la metto in mostra con la coda alta mentre corro, faccio pilates e altre cose che non si scrivono qui, spunta fuori inevitabilmente se mi vesto elegante e raccolgo i capelli in un muccio, si lascia massaggiare dalle mie dita quando ho male alla testa, si appoggia alle braccia conserte sul tavolo nelle pause di lavoro.
Una personale linea di battaglia, un cortile assolato in cui far correre le emozioni, uno spazio ampio, anche troppo, dove liberare e liberarmi dai pensieri.
Ho sempre cercato, da quando ho lasciato crescere i capelli, di nasconderla con un po' di ciuffo, per un certo periodo ho anche portato la frangetta, ma non c'è verso, esce sempre allo scoperto, prepotente.
La mia fronte è piena di rughe, linee lunghe, profonde e fitte che la attraversano in orizzontale, soprattutto se mi stupisco e inarco le sopracciglia più del solito.
Io non le sopporto, in particolare ora che stanno spuntando i primi (tanti!) capelli bianchi, mi sembra una congiura per ricordarmi che ho superato i trenta e che il tempo scorre più velocemente di quanto sembri.
In realtà, di solito, le altre persone non mi guardano la fronte come se fosse brutta quanto pare a me, al limite mi chiedono informazioni sul neo tondo che sta sulla destra, mi domandano da quanto lo abbia, il perché non lo tolga, se per caso sia il pulsante dell'autodistruzione (ah ah), eccetera eccetera.
Le prime coccole della mamma che io ricordi erano proprio lì, leggeri passaggi del suo indice dal centro della fronte alla punta del naso. Anche più tardi, i gesti di maggiore tenerezza che ho ricevuto riguardavano sempre questa parte del corpo, una carezza, un bacio, un tocco del dito dove inizia il naso.
In particolare, anni fa, ricordo i numerosi tentativi per cercare di spianare il mio proverbiale "corrucciamento", che non so se sia mai sparito o diminuito, ma che sicuramente mi contraddistingue da quando sono piccola.
Serate di chiacchiere e di punta delle dita che indugiavano proprio lì, tra gli occhi, dove concentravo inesorabilmente i miei cattivi pensieri.
Ultimamente mi è di nuovo capitato di pensare alla mia fronte e, questa volta, mi sono concentrata sulla parola e sul suo significato. Fronte come parte del corpo e come fronte di guerra. La finestra di fronte, frontale, frontiera, fronte/retro, frontespizio, fronteggiare, a fronte, al fronte...ma la mia preferita è affrontare.
Forse che le rughe che passano sotto il mio ciuffo non siano altro che percorsi? Passaggi affrontati? Problemi, dolori, difficoltà, fronti di guerra? Ma anche espressioni buffe ripetute tante volte per fare ridere le mie persone, per giocare con i bambini, per guardare storto la gatta che mi morde il gomito mentre scrivo, per ridere di gusto con gli amici, stupirmi delle cose della vita, mettermi il mascara, provare piacere.
Sulla fronte calco i cappelli che in inverno non tolgo mai, espongo questa parte al sole d'estate ed è la prima a diventare rossa, la metto in mostra con la coda alta mentre corro, faccio pilates e altre cose che non si scrivono qui, spunta fuori inevitabilmente se mi vesto elegante e raccolgo i capelli in un muccio, si lascia massaggiare dalle mie dita quando ho male alla testa, si appoggia alle braccia conserte sul tavolo nelle pause di lavoro.
Una personale linea di battaglia, un cortile assolato in cui far correre le emozioni, uno spazio ampio, anche troppo, dove liberare e liberarmi dai pensieri.
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mercoledì 19 dicembre 2012
Snowglobe e febbre
Quarto giorno di febbre, divano e mal di testa.
Oggi forse va leggermente meglio, ma guarire è un'altra cosa.
Questa mattina impegni di forza maggiore mi hanno tirata giù dal letto: un pezzo di vita da chiudere, non si può dire senza rimpianti, di sicuro senza rimorsi.
Poi di corsa al supermercato a comprare tutto l'occorrente per preparare le mie celebri Bombe di Natale (di cui ho già scritto pure qui, troverete il post sotto le Feste di due anni fa, direi) e avere così il pomeriggio pieno.
Negli ultimi giorni di isolamento forzato mi sono messa a costruire regali di Natale home made, con oggetti che trovavo in casa e che potevo comprare a prezzi ultra modici.
L'idea di quest'anno (l'anno scorso, se non sbaglio, erano gli alberelli in feltro e due anni fa i segnaposto personalizzati) ha previsto la realizzazione, in serie, di una decina di palle di vetro natalizie, di quelle con la neve dentro che usavano tanto quando ero piccola.
La spinta me l'hanno data diversi fattori: il racconto di un amico che aveva incontrato un oggetto simile sulla sua via qualche anno fa, la mancanza completa di soldi per comprare i regali, la voglia che si rinnova ogni anno di usare le mani e costruire qualcosa di personale, la semplicità con cui in rete ho trovato informazioni utili per reperire il materiale e realizzare la pallina, la necessità di stare chiusa in casa al caldo.
Ecco cosa occorre per una pallina:
- 1 barattolo di vetro con chiusura ermetica (qui a Genova si chiamano arbanelle)
- acqua distillata
- glicerina (si trova in farmacia)
- glitter o neve finta (io ho faticato a trovarla, ormai è quasi tutta spray)
- pupazzetti, possibilmente in plastica e di piccole dimensioni
- colla idrofuga
- feltro
Procedimento:
La parte più difficile in assoluto per me è stata...la rimozione delle etichette dai barattoli! Ormai il bisogno di "brandizzare" tutto porta ad usare colle super resistenti in ogni occasione, affinché la marca, il simbolo, insommma la pubblicità, siano pressoché eternamente appiccicate dove devono stare. Quindi, con l'aiuto di un toglicolla chimico che ha reso il mio bagno una camera a gas in 30 secondi, acqua calda, sapone per i piatti, sapone per le mani e spazzole varie ed eventuali, ho tolto le etichette e reso così neutro il mio barattolo.
La prima fase si svolge sul coperchio: occorre infatti coprire la base esterna con uno strato di feltro, cosìcché la palla appoggi sulla stoffa e non scivoli. Poi si scelgono i personaggi da attaccare all'interno del coperchio e che finiranno quindi immersi nell'acqua. Qui ci si può sbizzarrire con omini dei presepi (la mia condizione di atea mi ha fatto ripiegare per un'altra scelta ma l'idea comunque non é male), pupazzetti dei cartoni animati (decisamente più costosi), oggetti acquistabili presso i negozi di hobbistica (tipo miniature o simili) oppure, come ho fatto io, piccoli addobbi da appendere all'albero di Natale. Io ho trovato e preso al volo un'offerta di un grande magazzino, che vendeva a metà prezzo una scatola di Babbi Natale, pupazzi di neve, angioletti, abeti, campanelle e compagnia bella, pieni di colori e atmosfera festante. Unico difetto: sono di legno. Visto che l'acqua lavorerà sul suo contenuto temo che i pupazzi inseriti quest'anno non dureranno fino a Natale 2013, però chi può dirlo, ci si prova.
Quindi, una volta scelti i protagonisti occorre attaccarli, con una colla che non tema l'umido, alla base interna del tappo. Intanto che la colla asciuga bisogna riempire il barattolo d'acqua distillata, aggiungere un goccio di glicerina (poca!) e i glitter, io li ho scelti semplici color argento, ma si può optare per altri colori e forme.
Una volta che i pupazzi sono ben saldi e la colla è asciugata basta chiudere il barattolo...e scuotere!
L'effetto è antico, come l'idea che ho io della sfera di neve e di molte altre cose. Per coprire bene il tappo magari si può usare una striscia di feltro da chiudere attorno al barattolo con un fiocco, ma queste sono tutte idee che vengono in corso d'opera.
Il bello di questo regalo è la magia, il cosiddetto "effetto wow", ma anche la possibilità di personalizzarlo al massimo, sia sui propri gusti sia su quelli del destinatario. A partire dalla scelta del barattolo, forma e dimensioni sono variabilissimi (nella foto, a sinistra, la bottiglia di succo alla pera fatto in casa che ho restituito a Sturm), per arrivare ai personaggi inseriti all'interno e al colore della stoffa. L'unica miglioria per l'anno prossimo sarà costruire una base, non so ancora con che materiale di recupero, pensavo al "culetto" dei vasetti di yogurt che intanto io consumo in grandi quantità, per rialzare un po' i pupazzetti e renderli più visibili.
Tutto qui e Buon Natale, vado a farcire i datteri.
Oggi forse va leggermente meglio, ma guarire è un'altra cosa.
Questa mattina impegni di forza maggiore mi hanno tirata giù dal letto: un pezzo di vita da chiudere, non si può dire senza rimpianti, di sicuro senza rimorsi.
Poi di corsa al supermercato a comprare tutto l'occorrente per preparare le mie celebri Bombe di Natale (di cui ho già scritto pure qui, troverete il post sotto le Feste di due anni fa, direi) e avere così il pomeriggio pieno.
Negli ultimi giorni di isolamento forzato mi sono messa a costruire regali di Natale home made, con oggetti che trovavo in casa e che potevo comprare a prezzi ultra modici.
L'idea di quest'anno (l'anno scorso, se non sbaglio, erano gli alberelli in feltro e due anni fa i segnaposto personalizzati) ha previsto la realizzazione, in serie, di una decina di palle di vetro natalizie, di quelle con la neve dentro che usavano tanto quando ero piccola.
La spinta me l'hanno data diversi fattori: il racconto di un amico che aveva incontrato un oggetto simile sulla sua via qualche anno fa, la mancanza completa di soldi per comprare i regali, la voglia che si rinnova ogni anno di usare le mani e costruire qualcosa di personale, la semplicità con cui in rete ho trovato informazioni utili per reperire il materiale e realizzare la pallina, la necessità di stare chiusa in casa al caldo.
Ecco cosa occorre per una pallina:
- 1 barattolo di vetro con chiusura ermetica (qui a Genova si chiamano arbanelle)
- acqua distillata
- glicerina (si trova in farmacia)
- glitter o neve finta (io ho faticato a trovarla, ormai è quasi tutta spray)
- pupazzetti, possibilmente in plastica e di piccole dimensioni
- colla idrofuga
- feltro
Procedimento:
La parte più difficile in assoluto per me è stata...la rimozione delle etichette dai barattoli! Ormai il bisogno di "brandizzare" tutto porta ad usare colle super resistenti in ogni occasione, affinché la marca, il simbolo, insommma la pubblicità, siano pressoché eternamente appiccicate dove devono stare. Quindi, con l'aiuto di un toglicolla chimico che ha reso il mio bagno una camera a gas in 30 secondi, acqua calda, sapone per i piatti, sapone per le mani e spazzole varie ed eventuali, ho tolto le etichette e reso così neutro il mio barattolo.
La prima fase si svolge sul coperchio: occorre infatti coprire la base esterna con uno strato di feltro, cosìcché la palla appoggi sulla stoffa e non scivoli. Poi si scelgono i personaggi da attaccare all'interno del coperchio e che finiranno quindi immersi nell'acqua. Qui ci si può sbizzarrire con omini dei presepi (la mia condizione di atea mi ha fatto ripiegare per un'altra scelta ma l'idea comunque non é male), pupazzetti dei cartoni animati (decisamente più costosi), oggetti acquistabili presso i negozi di hobbistica (tipo miniature o simili) oppure, come ho fatto io, piccoli addobbi da appendere all'albero di Natale. Io ho trovato e preso al volo un'offerta di un grande magazzino, che vendeva a metà prezzo una scatola di Babbi Natale, pupazzi di neve, angioletti, abeti, campanelle e compagnia bella, pieni di colori e atmosfera festante. Unico difetto: sono di legno. Visto che l'acqua lavorerà sul suo contenuto temo che i pupazzi inseriti quest'anno non dureranno fino a Natale 2013, però chi può dirlo, ci si prova.
Quindi, una volta scelti i protagonisti occorre attaccarli, con una colla che non tema l'umido, alla base interna del tappo. Intanto che la colla asciuga bisogna riempire il barattolo d'acqua distillata, aggiungere un goccio di glicerina (poca!) e i glitter, io li ho scelti semplici color argento, ma si può optare per altri colori e forme.
Una volta che i pupazzi sono ben saldi e la colla è asciugata basta chiudere il barattolo...e scuotere!
L'effetto è antico, come l'idea che ho io della sfera di neve e di molte altre cose. Per coprire bene il tappo magari si può usare una striscia di feltro da chiudere attorno al barattolo con un fiocco, ma queste sono tutte idee che vengono in corso d'opera.
Il bello di questo regalo è la magia, il cosiddetto "effetto wow", ma anche la possibilità di personalizzarlo al massimo, sia sui propri gusti sia su quelli del destinatario. A partire dalla scelta del barattolo, forma e dimensioni sono variabilissimi (nella foto, a sinistra, la bottiglia di succo alla pera fatto in casa che ho restituito a Sturm), per arrivare ai personaggi inseriti all'interno e al colore della stoffa. L'unica miglioria per l'anno prossimo sarà costruire una base, non so ancora con che materiale di recupero, pensavo al "culetto" dei vasetti di yogurt che intanto io consumo in grandi quantità, per rialzare un po' i pupazzetti e renderli più visibili.
Tutto qui e Buon Natale, vado a farcire i datteri.
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