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giovedì 9 marzo 2017

Gli esami non finiscono mai. Forse.

Prima di correre al lavoro mi ritaglio qualche minuto per scrivere questo post, a quasi due settimane di distanza dall'ultimo.
Che è successo nel frattempo? Nel frattempo ho studiato in tutti i momenti liberi (o quasi) che ho avuto.

Il perché dovessi studiare è una storia lunga, vi basti sapere che ho speso quattrocentoquarantaquattro euro per sostenere un esame in Università, che mi potesse consentire (forse) di rientrare (forse) nelle graduatorie per insegnare storia dell'arte (forse). Tutti questi forse risiedono nel fatto che, in verità, nelle graduatorie io già c'ero, poi fui esclusa proprio per la mancanza di un esame dal codice specifico. Cercare di capire come ovviare al problema non è affatto stato semplice: provveditorati, avvocati, sindacati e impiegati del MIUR non sono stati sufficienti e, tuttora, non ho idea di come andrà a finire.

Fatta la dovuta premessa ora sono qui che scrivo perché l'esame l'ho passato un paio d'ore fa, è andato bene benissimo e non mi resta altro che incatenarmi davanti agli uffici preposti (quali siano chi può dirlo) per regolarizzare la mia posizione in graduatoria.

L'ultimo post sul blog risale alla nascita del logo per la mia novella partita IVA nel campo della divulgazione scientifica e l'esame (in teoria) mi consentirà di insegnare storia dell'arte... che c'azzeccano??? Semplice: tutto e niente.
Sempre di divulgazione si tratta ma gli argomenti sono piuttosto distanti fra loro. Io non mi arrendo e provo a concentrarmi sul fatto che spiegare ai non addetti ai lavori qualcosa che conosco bene o abbastanza bene mi riesce facile e mi piace, il resto (si spera) verrà da sè.

Ad ogni modo, nelle ultime due settimane di lavoro e studio, studio e lavoro, mi sono concessa anche una gita bellissima. Dove sono stata lo vedete in foto, che cosa ho fatto dovrebbe indicarvelo la freccia. Dopo tanti ragionamenti abbiamo provato il sentiero super esposto che collega Camogli a San Fruttuoso, attraversando Passo del Bacio (la striscia a picco sul mare segnata nell'immagine), un percorso che non avevamo mai fatto perché le possibili vertigini ci preoccupavano un pochino, ma alla fine è andata molto bene!
La giornata era bellissima, abbiamo pranzato a pane e frittata di fronte al mare e una volta arrivati a San Fruttuoso una birretta fresca in spiaggia non ce l'ha tolta nessuno! Siamo rientrati a Camogli in battello, io fortunatamente non ho sofferto la barca come temevo e anzi ho potuto godermi il panorama scattando qualche foto (tipo quella quassù) o guardando da lontano le caprette bianche selvatiche appese sulla roccia.

Come ho già scritto su Instagram ormai qualche giorno fa, il periodo trascorso è stato bello tosto proprio a causa dell'esposizione a cui mi sono sentita costretta: nuovi laboratori da progettare, un esame da sostenere, la salute non proprio dalla mia parte e persino la gita sospesa nel vuoto. Adesso è il momento di tirare una riga su uno dei tanti punti in lista e fare spazio a cose nuove o ad arretrati che non vedevo l'ora di recuperare: uno su tutti il Leggermente per Cindy.
Ora, però, per un po' faccio tutto in sicurezza.
Olè.




martedì 13 gennaio 2015

Vi presento "Leggermente"

Premessa
Questo sarà un semplice post di presentazione: breve, essenziale, di servizio per così dire.
[In realtà, lo sappiamo tutti, non ci riuscirò e sarò prolissa come al solito :-D]

Oggi è uscita la mia rubrica, anzi la sua prima puntata, sul blog di Cinzia. Su A casa di Cindy per intenderci.
Tutte le informazioni le potete trovare direttamente lì, sul post fresco fresco, completo di foto e musica scelte da me, perché Cindy le cose le fa bene e ti lascia totale libertà di movimento. Che bellezza. Se penso a quando, in passato, scrivendo per conto di altri, dovevo accettare correzioni alle mie frasi con aggiunte tipo "caleidoscopio di emozioni", mi sento male.
Quindi, come si legge nella presentazione della rubrica, il mio compito sarà quello di parlare di libri, una volta al mese. Quali libri? Quelli che mi hanno colpita o appassionata, quelli che ho appena letto o che mi porto dietro da sempre, quelli che mi sono stati regalati o che ho comprato dopo mesi di ricerche. Sarebbe bellissimo che si riuscisse a scrivere di libri tutti insieme, che mi segnalaste voi qualcosa su cui riflettere, un racconto, un romanzo, una raccolta di poesie. Mi sono appena accorta che tra i commenti al post c'è già un suggerimento e io ne sono così felice che con una mano scrivo e con l'altra mi infilo i calzini per correre in libreria a cercare "Nove storie sull'amore" di Giovanna Zoboli e Ana Ventura (che se leggete la scheda correte in libreria pure voi, secondo me). La bellissima opportunità che Cindy mi ha regalato in una mattina di inverno natalizio sarà utile anche per continuare questo progetto, un pochino addormentato perché, lo confesso, sono in letargo da lettura. Una cosa che ciclicamente capita e poi rientra, ma che mi porta a non leggere nulla. Ad esempio? Ad esempio ho comprato Casa Facile ieri e, io che di solito la inizio a sfogliare in mezzo alla piazza, non l'ho ancora aperta. Perciò spero che Leggermente possa aiutarmi a riguardare il mondo fuori in un momento di totale chiusura, possa annaffiare il PNBProject, possa darmi una spinta per riprendere a divorare pagine e possa regalarmi una scusa per comprare libri...una delle mie attività preferite!
Chiudo con una brevissima spiegazione del titolo, che è stato una scelta un pochino sofferta (emotivamente) e che per me significa poter scrivere in maniera leggera del leggere, parlando dei libri e del loro rapporto con la mente di chi li legge.
Sono stata lunga.
Lo sapevo.
Ciao

sabato 20 dicembre 2014

C'era una volta un re...

Vesima, interno giorno.
E' mattina e scrivo nello studio illuminato dalla luce delle undici, quando il sole sta per fare capolino in giardino e inondare anche quest'ala della casa.
Nella foto quassù era interno notte (fonda) sull'Albero, e non c'era verso di dormire.
Settimana bianca, non di neve ma di sonno.

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."


Le ho provate tutte: la tisana, il libro, la respirazione calma e regolare (calma e regolare, calma e regolare), il qui e ora, i pensieri positivi, il prato fiorito (con l'odore di estate e i grilli, una delle mie tipiche visualizzazioni nel tentativo di lasciarmi dormire) e le filastrocche. Quella che ho ripetuto di più è "C'era una volta un re", sentita la prima volta in uno spettacolo di Davide Enia, che amo follemente. Se non lo aveste mai fatto leggete Così in terra, suo bellissimo libro.
Beh, la filastrocca "C'era una volta un re" (bafé biscotto e miné...), che trovate qui in versione integrale recitata live, non ha funzionato, o meglio, la mattina a colazione la canticchiavo ancora, ma ero morta di sonno.
Perché in questa settimana non ho dormito?
Non lo so.
Probabilmente per una serie di motivi, che trovano casa in primis nel mio cervello, ma anche in ufficio, dal ginecologo, in classe, al paesello, ovunque insomma.
C'è la notte che non ho dormito per le cose che si sgretolano, quella in cui ho pensato ininterrottamente al lavoro che finisce, quella che "ho paura per la mia salute e le eventuali scelte che dovrò fare", quella dedicata alle feste (maledette) che arrivano, quella impiegata a digerire, quella del "tutti vanno avanti tranne me", quella "dei progetti che iniziano oggi e magari la sveglia non suona".
Alla fine, dunque, non ho dormito e la scena nella foto si è ripetuta talmente tante volte che alle 3.50 ormai rispondevo alle mail di lavoro.
Tutto sommato, però, va bene così, perché a discapito di una presenza vera riesco a stare su tutto senza starci troppo da farmi travolgere. Come questa estate che però avevo l'aiutino, ora ci riesco di nuovo, senza l'aiutino.
Ci perdo in qualità, quello sì, e ci perdono in qualità anche le cose che faccio, perciò immagino che ci perdano in qualità anche le persone che passano del tempo con me, un tempo più evanescente, più calmo e tranquillo, ma anche più trattenuto, superficiale, separato. Un tempo distante.
Se però questa fase, perché di fase si tratterà sicuramente, potrà servire ad essere serena, non dico felice ma almeno serena, aiutandomi un po' non dico per sempre ma almeno durante le feste e durante quel delicato momento di passaggio tra 32-33 anni, tra assegnista-disoccupata, tra in salute-nella merda, sarà cosa gradita, non dico buona e giusta ma sicuramente gradita.
E quindi, sempre per stare in linea con i pensieri appena scritti, un week end da mamma tra pesto, cioccolatini alla viola di Torrielli, gatte grasse e gambe in spalla non potrà che fare bene. Non dico benissimo ma bene, non dico per sempre ma almeno fino a lunedì. Che poi da lunedì sarà tutto una cena, un pranzo, uno scambio regali, un viaggio a Milano, un brindisi e una dormita a pancia piena. Su quest'ultimo punto, alla fine, se le cose non dovessero funzionare e di nuovo il mio corpo non volesse occuparsi della mia parte notturna, mi resterà comunque questa:

"C’era una volta un Re,
bafè biscotto e minè
che aveva una figlia, bafigghia,
biscotto e minigghia..."



sabato 20 settembre 2014

Un posto al sole

Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.
Nulla di più falso.
Perché in realtà credo che siano molti, come me, che leggono qualunque cosa gli capiti a tiro, o quasi.
Oggi, sul treno, al ritorno dalla conferenza, leggevo il mio libro sul camminare e il signore seduto di fronte mi scrutava perplesso. Un bel tipo, sulla sessantina, abbronzato dalla montagna, con una camicia appena risvoltata sugli avambracci e un paio di pantaloni beige. Credo si domandasse come mai una figa di legno con i tacchi alti e la gonnella di seta stesse leggendo un libro sulla filosofia del movimento a piedi. E' rimasto col dubbio. Lo stavo (lo sto) leggendo perché mi interessa, perché è un argomento che fa (tanta) parte di me. Poi però mi lascio, con estrema lentezza, rapire da Murakami, divoro la Munro, mi perdo nelle storie del commissario Adamsberg, leggo fumetti. Funziono così.
Per questo stasera scrivo di due libri simili nel mio modo di vedere le cose, uno di Catherine Dunne e uno di Chiara Gamberale. Uno straniero e uno italiano. Entrambi scritti da donne. Due romanzi. Mi sono piaciuti? No. Sì. Non lo so.
Il primo si legge benissimo, è la storia di un'amicizia, di quelle eterne tra ragazze, che crescono e si vogliono sempre bene. Chepppalle...e invece alla fine è avvincente, ci sono errori, dolori, felicità, cose comuni da soap opera (ecco spiegato il titolo del post) che tutto sommato vanno benissimo nei pomeriggi d'estate sotto l'ombrellone. Anche il libro della Gamberale, diverso nella trama ovviamente, si porta con sé quello spirito da sceneggiato televisivo che lo rende leggero, magari per molti banale, ma alla fine i libri brutti sono altri.
Quando leggo mi succede come con la musica o con il cinema, difficile che un libro non mi piaccia, questo probabilmente fa di me una pessima recensora (l'ho cercato, esiste, ma forse preferisco recensitrice, anche se non lo so pronunciare).
Quindi, tornando a bomba, un giudizio per due libri, diversi ma neppure troppo, che comprerei ancora perché non avrei motivi per non farlo, che non hanno minimamente cambiato la mia esistenza, ma che sono felice di aver letto.

P.S. I libri sono Se stasera siamo qui della Dunne e Quattro etti d'amore, grazie della Gamberale.

giovedì 11 settembre 2014

Il colore viola

Come sempre succede quando sono catapultata ad un convegno o, ancora peggio, ad un seminario di presentazione di un convegno, sono due le vie di fuga che imbocco senza indugi:
- la fantasia
- la scrittura
Spesso queste strade coincidono pericolosamente.
Di solito penso al sesso o a cose simili, leggère, così tanto da farmi ridere bellamente sotto ai baffi. Oggi, invece, sono in linea con l'argomento del convegno, il colore, e mi guardo attorno alla ricerca di gruppi cromatici su cui posare l'attenzione. Il viola vince tutto. E' viola il ranuncolo sul desktop del relatore che parla, è viola la blusa della moglie del prof., è viola uno dei washitape incollati alla mia agenda, è viola il porta monete che ho in borsa e che vedete quassù (dopo che mi è caduto dalla borsa ndr). Credo siano viola anche i miei occhi stanchi e le mie guance impegnate nella digestione del gazpacho mangiato a pranzo, ma purtroppo io non posso vederli.
Sicuramente le follie che sto scrivendo potrebbero rientrare in uno dei post destinati ai Magnifici 5 (la vista, naturalmente), ma in questo caso l'argomento sarebbe troppo vasto per unirlo alla pagina di oggi e, soprattutto, per affrontarlo in un pieno pomeriggio digestivo.
Effettivamente è tutto il giorno che i miei momenti vengono scanditi dal colore: la stampa del poster sulla policromia, le foto al microscopio ottico scattate dalla tesista alle carotine colorate fatte qualche tempo fa, l'elaborazione digitale degli spettri di fluorescenza X, acquisiti sulle campiture cromatiche dell'opera analizzata lunedì.
E poi la mia bizzarra maglietta a pois sovrapposta alla canotta fucsia, il gazpacho meravigliosamente arancione, lo shampoo riflessante color rame che mi aspetta stasera dopo la palestra. Ecco subito un altro posto dove incontrerò un sacco di colore: i tappetini viola, le palle gialle e azzurre, la moquette verde, i pesi blu.
[...]
Che è successo?
Hai voglia di deliri sul colore, di occhi rossi, pensieri sconnessi, digestione faticosa...avevo (e ho ancora) la febbre!
Poca roba per carità e mi conosco abbastanza per darle un nome o per lo meno per intuirlo (crisi), però la maschera rame l'ho fatta lo stesso e ora ho una bella chioma fulva e luminosa, mentre, per tornare al viola, l'ho ritrovato nella tisana all'echinacea che ho bevuto poco fa. Dovrebbe favorire le difese immunitarie se non sbaglio, staremo a vedere.
Domani il convegno inizia sul serio e io spero di riuscire a sgusciare fuori dal letto prestino e a godermi i prossimi due giorni lontano dai muri freddi dell'ufficio, che poi sabato, se tutto va bene, ci si diverte davvero!

P.S. Ma se inventassi un altro progettino fotografico? Tipo se scegliessi un giorno alla settimana da dedicare al colore scattando foto tutte in tinta? Il venerdi? #fridayimincolorproject. Andata.

martedì 15 luglio 2014

Adesso però vattene

Oggi, 15 luglio 2014, dichiaro ufficialmente chiusa la battaglia. Basta, la guerra è finita. Sei "uscito a comprare le sigarette" nove anni fa e non sei più tornato. Non è che ci sia molto da aggiungere.
Grazie alla mia proverbiale capacità di rimozione io non ricordo quasi nulla di quel giorno, dei giorni dopo e neppure di quelli a venire, tanto che stamattina ho chiesto a un amico se lui suo padre morto se lo ricorda, tanto che poco fa mi sono messa a spulciare i mesi di luglio degli anni passati su questo blog.
Nel primo raccontavo tutto, con molto distacco magari, perché intanto i particolari li ho tirati fuori tutti parecchio tempo più avanti, nero su bianco, lontano dai riflettori. Nel 2011 c'era la novità del mareincucina, mentre sia il 2012 sia il 2013 sono trascorsi senza che il 15 luglio entrassi qui.
Oggi, invece, all'inizio del decimo anno di assenza, io ti saluto.
Saluto tutto quello che mi ricordo e tutto quello che non mi ricordo. Saluto ciò che mi ha insegnato essere tua figlia e ciò che mi ha tolto. Saluto la tua barba lunga e folta, i tuoi occhi verde acqua, i tuoi baffi gialli di nicotina, il tuo sorriso sornione come il mio, il tuo naso perfetto, il tuo corpo pesante, la tua pelle bianca, la tua nuca che guarda il mare, i tuoi sandali improbabili, le tue tute che lasciamo perdere, la tua pancia, la tua voce monocorda, i tuoi denti un po' così, i tuoi interminabili silenzi, le tue cene impareggiabili, i tuoi diciottomila caffè, i tuoi sonni lontani, il tuo gusto per il bello, le tue radio che parlano nel vuoto, i tuoi fiori, il tuo pudore, la tua ironia, il tuo carattere di merda, la tua presenza, la tua assenza.
Sei libero di andare, sei libero di lasciarmi libera. Sei libero di andare via dai miei anni di analisi, dalle mie pastiglie, dalle mie insonnie, dalle mie paure, dalle mie malattie, dalle mie conquiste, dai miei fallimenti, dalle mie gioie, dalle mie foglie, dai miei colori, dalle mie lacrime invisibili, dai miei urli abortiti, dalla mia imperdonabile incapacità di dichiararti morto ogni volta che lo dicevo a qualcuno. Chi mi conosce meglio di chiunque altro mi ha fatto notare, qualche giorno fa, come non abbia mai parlato di te con il trasporto e la presenza a se stessi con i quali bisognerebbe parlare di un genitore morto giovane. Beh, è così. Sembrava sempre che raccontassi del papà di un vicino di casa, dello zio del fruttivendolo, del tabaccaio in fondo alla via.
Poi però il destino ti porta all'obitorio e ti mette davanti a quello che non hai mai voluto guardare davvero e, quasi dieci anni dopo, esplodi. Milioni di immagini ti scorrono davanti, proprio come quando si muore, o almeno così dicono. E io, nello stesso modo, ho ricominciato a vivere. E tutto mi sembra bello, tutto mi sembra degno di essere vissuto, tutto mi sembra superabile, tutto mi sembra un'opportunità. La mia voce comincia ad avere un peso, il mio tempo a valere tanto quanto quello degli altri, le mie notti a fare meno paura.
Oggi, 15 luglio 2014, dichiaro ufficialmente chiusa la battaglia.
Tu puoi finalmente andare.
Io posso finalmente restare.

P.S. E il modo migliore per salutarti è con una colonna sonora che ti piaceva tanto, ma ho scelto questa versione, più divertente dell'originale di "Un tranquillo weekend di paura", che diciamocelo Pa, gran film, ma forse ero un po' piccola!

martedì 24 giugno 2014

Più rara che unica

"La storia della mia vita non esiste, proprio non esiste. Non c'è mai un centro, mai un percorso, una linea. Ci sono solo vaste zone dove sembrava ci fosse qualcuno, ma non era vero. Non c'era nessuno" (Marguerite Duras)
Scorrendo tra le milioni di foto fighissime che Pinterest ci offre ogni volta che vogliamo oggi ho trovato questa frase che non conoscevo. Diffido spesso delle citazioni perché a meno che io non sappia con certezza da dove vengono tendo a non fidarmi di quello che leggo qua e là, soprattutto se non sono presenti i riferimenti al testo originale.
Però questa volta ho pensato che comunque sia quelle parole mi colpiscono, le sento mie, profondamente mie, perciò credo sia giusto condividerle senza pormi troppe domande.
Oggi è una bella giornata, perché quel senso di vaste zone vuote che ho trovato nella frase quassù è stato un pochino colmato.
Dopo ormai tanti anni dalla vecchia e superata storia della gamba, ho aggiunto un tassello importante al tempo del mio futuro, ho dato (anzi, hanno dato) finalmente un posto alla mia condizione, hanno usato parole corrette, termini scientifici e pure qualche sorriso per dirmi che sì, sono stata sfortunata e che sì, ho diritto ad un appoggio, ad un piano terapeutico mio, ad una telefonata al bisogno, ad un percorso insomma, chiaro e tracciato dove non mi sarà possibile perdermi. E mentre il medico parlava, mentre compilava la scheda, mentre domandava a mia madre la sua storia prima di me, io ho improvvisamente capito quanto avessi bisogno di questa mattina. Quanto mi servisse avere la strada tracciata da tante piccole molliche di pane, quanto anche le prescrizioni che non mi aspettavo, quelle più complicate e pesanti, potessero rappresentare un punto saldo a cui aggrapparsi, un posto sicuro dove andare.
E quindi ho scoperto di essere rara (ma chi non lo è?), ho scoperto che un centro, un percorso, una linea volendo si trovano sempre, presto o tardi. Magari passeranno dieci anni, magari basteranno pochi mesi e forse anche il mio cuore, il mio lavoro, le mie passioni, troveranno allo stesso modo una via tracciata dove cominciare a camminare sicuri.
Domani è un giorno di festa qui e io ho già preparato tutto l'occorrente per fuggire al mare, cappello di paglia compreso. Cercherò di ascoltare il mio corpo un po' sotto pressione in queste ore e mi dedicherò alle cose che amo fare di più: leggere, camminare, immaginare invenzioni nate in un attimo dalle mie mani, sognare viaggi in paesi lontani, pieni di piante e di case in attesa. In attesa che qualcuno alzi il naso per guardare un balcone fiorito, che un obbiettivo scatti la foto al gatto sullo zerbino, che uno zaino si appoggi in terra accanto al tavolino di un bar, giusto il tempo per bere un bicchiere di vino e cercare la strada sulla cartina. Finalmente basterà un attimo.

lunedì 9 giugno 2014

Due

Il pretesto, ancora una volta, me lo ha dato Cindy con questo post. Anzi, me lo hanno dato Daria Pop che lo ha scritto (e che io ancora non conosco) e Cindy che ha ospitato i suoi pensieri.
Io ce l'ho un obiettivo?
Eh, bella domanda.
Per capirlo forse dovrei prima sapere chi sono e cosa faccio. Ma forse, anche a quel punto, sarei comunque confusa e piena di dubbi sul futuro e sulle mete che ho davanti. O che potrei raggiungere. O che boh.
Credo di avere due vite, forse pure tre, ugualmente importanti, ugualmente divertenti. Mentirei se dicessi che andare al lavoro mi piace quanto stare sull'albero a costruire con la mente prima ancora che con le mani o a scrivere come sto facendo ora, nel silenzio e nella calma più totali. Ma è pur vero che se la creatività fosse la mia primaria occupazione forse non mi piacerebbe così tanto e le mattinate a scoprire i segreti di un dipinto mi mancherebbero assai. Chi può dirlo.
Ho appena salvato la presentazione power point che dovrò usare la settimana prossima per dire chi sono ai miei compagni di corso, e così, in un attimo, sono saltata ne ilmareingiardino per buttarmi in questo post che mi pizzica dalla mattina.
Con uguale concentrazione e presenza di me ho scritto di analisi al microscopio e ho pensato a come rendere comprensibile il senso di dualità che mi caratterizza. O di trinità, dicevamo, ma così forse si fa troppo pretenzioso.
E' come se avessi una gemella siamese, come se fossimo attaccate una alla schiena dell'altra e ogni giorno c'è chi appoggia il primo piede sul parquet e inizia la nuova giornata. Cross section o garofani color salmone? Raggi X o pantone del libro nuovo? Resina epossidica o zucchine sul balcone?
La grande differenza credo stia innanzi tutto nel fatto che questo lavoro mi dà da mangiare, e bene pure. Ma questo lavoro che mi permette orari flessibili, uscite anticipate, vacanze improvvisate, viaggi rimborsati e pure qualche bella soddisfazione ogni tanto, il prossimo anno non ci sarà più. E quindi? Toccherà mica all'altra gemella farsi avanti? A quella dei semi-conigli (vedi foto), quella delle recensioni piene di cuore, quella dei pupazzi di lana e dei collage con la carta abrasiva?
Io non lo so e a volte vorrei proprio avere una sfera di cristallo in cui poter guardare il mio (nostro) domani senza la paura di ciò che non conosco. Giusto per avere il tempo di organizzarmi eh, giusto per capire se fotografare amarene o scrivere di vita, morte e erba verde possa davvero essere un lavoro. Qualcosa su cui investire. Qualcosa che si definisce un obiettivo.
Nel frattempo ho almeno tre progetti fotografici in mente, un'idea handmade perfettamente funzionante che non ho mai tempo, voglia, coraggio di portare avanti, uno spiccato gusto per il bello-bellissimo che è davvero un delitto chiudere in un cassetto, un sacco di parole scritte, in parte condivise, ma mai rese ordinate e accordate tra loro, un milione di piccole grandi passioni più o meno passeggere, da vera smandrappata, che mi riprometto sempre di fissare su un quaderno ma che alla fine restano un semplice soffio di vento.
Ora perdonatemi, ma devo inviare il power point al mio tutor e dire due parole alla menta sulla finestra.

giovedì 6 febbraio 2014

L'acquario

In questi giorni si parla di acquari, di giusta distanza (questa) e di ascensori che salgono e scendono obliqui.
Ho comprato quattro libri, non tutti per me in verità, ma tra gli sconti, la voglia di ricominciare a tuffarmi tra pagine e storie, il bisogno di passare direttamente a domani sera, non ho saputo resistere.
Sono andata per libri nello stesso modo in cui vado per cibo. Con la fame, quando mi accorgo di aver finito le scorte, di aver mangiato tutto quello che potevo e letto ogni cosa, comprese le etichette degli shampoo.
In realtà qualche cecio in dispensa, un po' di pasta nel barattolo e un paio di yogurt nel frigo c'erano ancora, come del resto, ad essere sinceri, non ho letto proprio tutto tutto, ma ci sono libri che vanno presi a pezzi, una pagina ogni tanto, un capitolo qua e là e io ora ho proprio bisogno di storie da divorare in una notte, di vite raccontate in duecento pagine e di personaggi nuovi.
In questo periodo sto seguendo blog interessanti, come questo e questo, trovando in quest'ultimo un sacco di spunti, sogni e letture stimolanti: uno degli acquisti di oggi arriva proprio da lì.
Da dietro il mio vetro spesso guardo gli altri che guardano me, immagino mondi miei di serenità e naturalezza, coltivo distacchi necessari, utili e (spero) definitivi, libero vicinanze spontanee, dolci e piene di tranquillità.
Ascolto il mio corpo parlare, senza ignorarlo come un tempo, lo curo con tutte le armi che ho mescolando la chimica alla corsa, la terapia al pilates, i lunghi sonni alle coccole, l'alimentazione attenta al vino buono.
Ho paura che il vetro si rompa e che tutto si mescoli di nuovo, temo confusione e dolore, ma quando mi rilasso, quando lascio andare le cose così come vogliono loro, allora tutto mi appare più facile, più mio, senza dovermi per forza arrendere alla freddezza, alla diffidenza, al rancore, ma semplicemente vivendo la vita. VIVENDO LA VITA. Cosa c'è di più banale? Cosa c'è di più difficile?
Sono tutti pensieri in libertà questi, mi rendo conto, sono le riflessioni che mi scopro a fare ad alta voce mentre preparo la cena o stendo il bucato, ma per me sono traguardi importanti, obiettivi che ho provato a raggiungere mille volte (in quanti post parlo di queste difficoltà???), motivi di frustrazioni grandi e di crisi lunghe e faticose.
Per questo mi piacerebbe inserire delle sane abitudini anche qui, qualche appuntamento fisso, come la canzone al mese che ho istituito con l'anno nuovo, un'idea che alleggerisca i toni, o che mescoli un po' le carte ogni tanto.
Ho in mente qualcosa in effetti, voglio pensarci ancora un po' su (magari questa voglia di novità mi passa, chissà) e non voglio decidere nessun calendario stabilito: nel mio nuovo acquario i tempi sono dilatati e pure parecchio casuali.
Per ora quello che so è che vorrei seguire il filo di un'idea che da qualche tempo mi si è attorcigliato a un dito, vorrei scrivere sotto al segno di QB, Qualcosa di Bello e Qualcosa di Brutto. Mi spiego meglio, in sostanza quaggiù non cambierà nulla, ci sarà solo un'etichetta in più, ma mi piacerebbe raccontare con cadenza più o meno regolare un'esperienza piacevole e una negativa, provando ad analizzarle nelle loro caratteristiche più visibili e pure in quelle più nascoste. Cosa rende una cosa bella o brutta per me? Senza limiti...potrà trattarsi di un piatto, di uno spettacolo teatrale, di un vestito, un libro, un film, un paio di orecchini, una domenica, una colazione o un concerto. QB.
Vedremo.




sabato 1 febbraio 2014

Silenzio stampa

Shhhhhhhhh
Come a volte (spesso) mi accade, quando devo leggere e scrivere parecchio per lavoro, non riesco né a leggere né a scrivere per piacere. Per questa ragione, posti come ilmareingiardino rimangono vuoti per un po'. In realtà, forse, i motivi sono anche altri, poche cose da condividere, molti pensieri da riordinare prima di tirarli fuori, scarsa necessità di mettere per iscritto la mia vita. Non so.
Sono giorni densi, pieni di scadenze, sono giorni un po' annebbiati e molto più semplici del previsto, sono giorni in cui per la prima volta nella mia vita faccio le cose senza una montagna d'ansia sulle spalle...e non ci sono affatto abituata.
Sono quindi giorni strani, che prendo un po' così, come vengono, che vivo cercando di arrivare alla sera con nuovi obiettivi raggiunti e un sorriso in più nato per caso. Dopo un paio di settimane (forse tre) di reclusione più o meno indispensabile sono uscita dalla tana: due turni Altrove, una cena con il vicino-vicino, persino un acquisto frivolo e colorato.
Tutto il resto è stato casa, ufficio, palestra e letto, con qualche meravigliosa parentesi su sentiero, tra cielo azzurro, vento forte e alberi solitari da amare alla follia. Come quello nella foto, alla fine di una strada in salita, davanti a un panorama da togliere il fiato, immobile e forte nella luce e nel sole.
Ancora sette giorni di power point da ripetere, abstract da correggere, articoli da mettere a posto e lanciare on line e poi, forse, avrò un titolo in più e un pensiero in meno. Cosa penso di questo percorso? Non lo so, è stato faticoso perché non retribuito, perché poco capito, a volte avvilito, a volte neppure considerato. E' stato un viaggio importante perché, come l'esperienza della ditta nata e morta in tre anni mi è servito a comprendere cosa non voglio per me, cosa sono in grado di fare da sola e cosa significhi dover sottostare alle regole, ai tempi e ai bisogni del resto del mondo, senza mai veder riconosciuti i propri sforzi.
E' stato però un viaggio in cui ho incontrato anche persone entusiaste, persone che hanno dato valore (e calore) al mio lavoro, anche quando ero io la prima a vestire tutto di nero, persone che sono riuscite a trasmettermi un po' di forza e di rispetto per i piccoli traguardi oltrepassati.
Quindi non me ne pento, forse non lo rifarei, ma, comunque vada la discussione, sono contenta di aver provato a seguire questa strada, appoggiata da chi mi ama e da chi ha sempre saputo vedere il buono che già esiste in ogni cosa, condividendo con me questa impagabile capacità.
Scrivo (e concludo) questo post, quindi, per giustificare un poco la mia latitanza, indubbiamente legata a questo nuovo e ancora poco accettato benessere, ma dovuta soprattutto al grande caos mentale che la conclusione di un dottorato di ricerca porta con sé, a cominciare da un frigorifero perennemente vuoto, per continuare con una cesta del bucato sporco che esplode, due vasi d'edera morti di sete e un blog un po' meno aggiornato.
A presto


mercoledì 20 novembre 2013

Quello che sono diventata

E' già un bel po' che non pubblico un elenco, ed è già un bel po' che non scrivo di mio padre. Ma questa volta è diverso, perché il periodo è diverso e io sono diversa. Nonostante le milioni di cose che dovrei fare (e non faccio), una su tutte dedicarmi alla tesi di dottorato, nonostante ci siano ancora molti aspetti della mia vita che dovrei affrontare e cercare di capire, sono felice.
Sono felice perché trascorro giorni belli, sensati, o forse perché trovo il senso in cose che prima per me non ne avevano affatto. Forse questo senso non lo cerco neppure e la mia anima sempre inquieta si è improvvisamente rasserenata. Mai come nelle ultime settimane sto dicendo cosa penso alle persone che amo, a quelle che non amo, agli amici, ai capi, persino ai vicini di casa. Mai come nelle ultime settimane tutto questo mi solleva. Faccio solo fatica a prendere sonno la sera, in quei minuti al caldo del piumone vengono a trovarmi pensieri cupi, dolorosi, colpevoli. Ma per il resto del giorno le ore scorrono tranquille, nonostante le difficoltà, nonostante il tempo non basti mai. Non mi affretto più come una volta, non mi struggo più per uno sciopero AMT che mi costringe a camminare quaranta minuti sotto la pioggia e mi fa arrivare tardi in laboratorio, non mi lascio cogliere dallo sconforto nonostante non riceva le risposte che vorrei da molte delle persone a cui chiedo qualcosa. E allora è in quel momento che entra in gioco mio padre, che sogno ormai pochissimo e al quale non mi viene più naturale rivolgermi, in queste pagine, come se stessi scrivendo a lui. L'altro giorno mentre compilavo la lista dei desideri per Cindy ho pensato a cosa avrebbe detto se gli avessi mostrato quello che mi piacerebbe comprare, fare e vedere. Sono passati quasi nove anni, gli anni dei grandi cambiamenti, delle scelte, delle porte chiuse, per tutti. Per me sono stati anni di problemi di salute, arrivati a cadenza regolare, come un pendolo, quasi a ricordarmi da dove nasco, qual è la mia genetica, cosa è successo alla mia famiglia, a mio padre. Ora mi pare distante quella striscia scura di luci spente, rumori da non fare, cene inaspettate, voci alzate, film sul divano e gatti che ronfano. Mi pare distante non solo nel tempo ma anche nella mia testa, mi pare distante in modo sano, umano. E allora mi esce spontaneo un elenco, che ho annotato senza accorgermene, negli anni. Una lista delle cose che sarei curiosa di sapere come prenderebbe mio padre, di novità, di gusti, scelte e opinioni che ho abbracciato diventando una donna e che lui non potrà mai commentare con me. Eccola:
- Sono andata a vivere nei vicoli, da sola (e no, non in Piazza della Posta Vecchia)
- Ho imparato (parola grossa) a scattare fotografie in manuale e ho anche una reflex, lui secondo me non aveva nemmeno visto la mia compatta
- Vado pazza per l'agrodolce, metto l'uvetta negli spinaci e caramello le cipolle!
- Bevo la birra!
- Ho aperto (e chiuso) un'azienda, mi sono laureata e mi sto per dottorare (forse). Lavoro pure in università adesso.
- Continuo a non guidare, la sua dissuasione direi che è stata molto efficace!
- Ho tenuto i capelli lunghi, per molti anni
- Ho convinto la mamma a prendere una gattina che ora vive con lei
- Ho imparato a cucinare! Una cosa che gli sembrerebbe a dir poco incredibile
- Continuo ad essere terrorizzata dai ragni
- Sono andata in moto un sacco, l'ultima volta ieri con una mia collega
- Collaboro con un gruppo che lavora con i robot, robe elettroniche. Assurdo
- Mangio i cavoli e i finocchi crudi e vado matta per il pesce
- Continuo a truccarmi poco e a non indossare abiti troppo trasparenti
- Metto i tacchi e ci cammino pure bene!
- Non ho perso la passione per i mercatini dell'antiquariato e per i negozi di vestiti usati
- Ho smesso di parlare con lui e, nonostante tutto, è più vicino di prima. Con serenità.


venerdì 25 ottobre 2013

Il Dio delle piccole cose

Secondo giorno di Festival, primo giorno di ciclo in anticipo di un sacco, quarta ora di letto tra sonno, scrittura e pensiero. Devo mettermi in testa di lavorare al seminario per la prossima settimana, devo cercare di rilassarmi davanti alla tesi in ritardo mostruoso, perché per entrambe le cose l'unica soluzione è questa: lavorarci/rilassata. Senza isterismi, paranoie e crolli emotivi. E' solo che sono cose grosse (dal mio punto di vista, è naturale, vallo a dire a un bambino Afghano)e io, é inutile, non riesco ad affrontarle. In quelle piccole ci vivo: un sottobicchiere, una coperta, una colazione con un'amica un po' triste, una telefonata alla mamma, una "cena altrove", un libro bello, una ricetta nuova, un sentiero di terra e pietre, una collaborazione minuscola per un blog scoperto da poco ma portatore di quell'incanto delicato che piace a me. Del resto, quando ero piccola mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani, come canterebbe il buon Faber e ora non riesco ad arrendermi davanti alla soluzione così chiara e sicura che prevede di lasciare un po' perdere le piccole cose per dedicarmi a quelle più grandi. Progetti, scadenze, possibilità che hanno un grande difetto: l'imprescindibile condizione che io ci creda e che creda in me stessa. Giammai. E allora chiedo ancora aiuto a De André, che di solito ascolta e risponde, non regalate terre promesse a chi non le mantiene, mi sta dicendo e io sono d'accordo: la metà delle cose che non faccio restano in potenza perché non mi fido e mi difendo con i denti da chi mi promette e mi frega. Questo lo faccio da sempre e, vaffanculo, sempre lo farò, magari però un po' di discernimento in più non guasterebbe, ogni tanto. Dopotutto ho voltato la carta milioni di volte sul mio percorso, quando leggo il curriculum al contrario trovo questo: babysitting, ripetizioni, interviste di mercato, cameriera, animatrice, educatore ambientale, imprenditrice, collaboratore di redazione e forse qualcosa si é pure perso tra le righe e nel tempo. Di tutte queste avventure iniziate, continuate, concluse, quello che ricordo con un mezzo sorriso sono le piccole cose, i pomeriggi sul divano con le mie bimbe sorelle della mattina, il buio sui vetri dell'altra casa della sera, il primo sei di inglese di Chiara, le domeniche a ridere in cucina, i libri di storia dei fratellini ricchi, il ponteggio che oscilla su Genova, i pagamenti in marmellata, la costa calabra avvolta nella coperta di Campopisano con il gelo nelle dita e l'attesa nel cuore, la fila di cappellini colorati sui sentieri delle Cinque Terre... con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria. Chissà se mai riuscirò ad accantonare queste piccole emozioni, perché forse la vera soluzione che prevede di salvare bimbo acqua catino moglie ubriaca botte piena capre e cavoli e tutte le possibili combinazioni continua ad essere troppo distante per me. Aprirmi ai grandi progetti pensando anche alle piccole cose è come dire mettersi il rossetto rosso rimanendo sobrie ed eleganti, c'è chi ci riesce, per carità, ma non è cosa da tutti.
Non é cosa da me.
E allora, se devo cambiare, al "Dio delle piccole cose non credere mai", anche se, almeno per stasera, lasciatemi sorridere con questo

mercoledì 12 giugno 2013

Una cattedrale di pioggia

Lunedì sono andata a S. Torpete, parrocchia a pochi passi da casa. C'era uno degli incontri di Paolo Farinella, Prete, come ama definirsi lui stesso. Il tema principale era la commemorazione di Don Andrea Gallo, in realtà gli argomenti affrontati sono stati tantissimi, complice anche la figura di Don Gallo, "così piena di cose da dire".
Io sono arrivata un pochino in ritardo, reduce da una seduta dall'osteopata, la seconda trascorsa sul lettino in un bagno di lacrime involontarie.
Vuoi il lavoro che sto facendo sul mio corpo, vuoi la circostanza di memoria in cui mi trovavo, vuoi i vari punti trattati, a S. Torpete le lacrime mi sono uscite chiaramente e me ne sono accorta bene.
Raccontando del giorno del funerale di Don Gallo, Farinella ha parlato di cattedrale di pioggia, un'immagine bellissima, secondo me, per descrivere la folla di fedeli fuori dal Carmine, riunita sotto al diluvio in un grande abbraccio attorno al suo prete. A questo proposito si è parlato del concetto di necessità, il bisogno di esserci il giorno delle esequie per poter salutare quel pezzo di noi che se n'è andato con Don Andrea.
Ripercorrendo la vita del suo amico, Don Farinella ha citato passi del Vangelo, aneddoti di gioventù, articoli di giornale alquanto datati, avvenimenti della scena ecclesiastica che io non conoscevo.
Sono atea, si sa, ma partecipare agli incontri organizzati a S. Torpete o leggere il prezioso blog di Farinella non c'entra nulla con la religione. C'entra con la cristianità e io a volte penso di essere molto più cristiana di tanti altri. "La persona è il suo messaggio, il suo agire, la sua coerenza e l’impronta che lascia, senza nemmeno sapere di lasciare qualcosa", ho parlato di concetti simili non molto tempo fa, quando davanti alla sensazione di non lasciare nulla di buono dietro di me mi è stato detto che non è così, che l'amorevole cura che metto nelle piccole cose ha il suo peso, marca la sua impronta. Forse è così, non so.
Nel memorandum pubblicato nel suo blog Farinella scrive "In nessuno come in Don Andrea ho visto sperimentato quanto ho scritto in un libro alcuni anni fa: l’altro come misura della propria identità; ognuno di noi scopre se stesso solo se è capace di conoscere e di riconoscere gli altri come diversi da sé perché solo la presenza dell’alterità mi permette di prendere coscienza della mia identità che si definisce a partire dalla differenza/diversità." Com'è vero...com'è vero che ci si conosce meglio guardandoci accanto agli altri, che non vuol dire facendo confronti (atteggiamento che io non smetto mai), ma significa camminando vicino a chi è differente da noi, osservando un altro passo, analizzando il nostro, cercando di comprendere in che modo strade tanto diverse finiscono per incontrarsi.
E, a volte, faticano a separarsi di nuovo.
Il momento che ha aperto i miei rubinetti e mi ha commossa in mezzo alla chiesa bella piena è stato quello dedicato a questo passaggio della Bibbia: "Le parole con cui il Dio sconosciuto si manifesta, in ebraico sono: «’èhyèh ‘ashèr ’èhyèh» che tradotto secondo le regole della linguistica testuale deve rendersi così: «Io sarò chi sono stato» e non «Io sono colui che sono» (Es 3,14)" e io, subito ho pensato a Erri che la mattina presto legge le sue scritture in ebraico antico, poi ho riflettuto su quelle parole e mi sono sembrate terribili. Non ho ancora capito come interpretare correttamente "Io sarò chi sono stato", non voglio credere che nel futuro mi possa aspettare solo quello che già ho avuto, quello che già ho fatto: ho davanti a me la sensazione di dover attendere il niente. Le cose goffamente costruite sino ad oggi sono davvero lo specchio di quelle di domani? Io lunedì sera avevo bisogno di sentirmi dire tutto l'opposto, sentivo la necessità di ricevere rassicurazioni sulla mia capacità, in futuro, di nutrire un amore semplice, di godere delle piccole cose, di lasciare un insegnamento a qualcuno, anche minimo, anche unico.
Alla fine ho concluso la serata di lunedì arrabbiata, con poca voglia di fare, con la sensazione che qualunque iniziativa io provi a intraprendere abbia il valore, il senso e la finalità del nulla.
Mentre l'idea di guardare le travi sul soffitto continua ad essere quella più istintiva.
Domani però parto, vado a Bologna per un workshop e mi fa molto piacere togliermi di qui, provare a camminare in un'altra città per lo meno per pensare ad altro, per cercare di formarmi senza continuare a riflettere sulle mie immobilità, sulle enormi nostalgie che mi accompagnano giorno e notte, sui sensi di colpa da cattiva amica, cattiva figlia e cattiva tutto il resto, sensi di colpa che non riesco a cacciare lontano.
Giusto per concludere e spiegare la foto che ho scelto (figlia del corso iniziato da un po'), racconto brevemente il sogno che ho fatto lunedì notte:
"Ero in giardino dai miei, in cielo una piccola colomba grigia si incontrava con un maschio bianco bellissimo che le porgeva grandi piume, bianche pure quelle. La colomba con quelle piume costruiva un nido, riparato sotto un cespuglio fiorito di piccoli fiori bianchi. Erano così belli quei due animali innamorati che chiamavo mio padre a vederli, lui usciva, si fermava sulla soglia di casa accanto a me, ma il colombo bianco non arrivava più. Tornava solo lei, dal bosco, senza l'ala sinistra, con metà corpo bruciato e lentamente, volando piegata su un lato, andava a morire nel suo vecchio nido, costruito con rifiuti di plastica e rami secchi".
Non ho nessuna intenzione di interpretare questo incubo, né il sogno di pochi giorni prima in cui partorivo con gioia e senza dolore un bel maschietto in salute, subito consegnato alle braccia gentili del nonno materno, mio padre, felice di poter tornare un po' qui e occuparsi del piccolo nipote.
Che dire, tutta l'immobilità della vita reale pare compensata dal mio emisfero notturno.
Di seguito il link al "pacchetto" di Don Paolo Farinella, per chi lo volesse leggere per intero.
http://paolofarinella.files.wordpress.com/2013/06/pacchetto-del-mercoledi-n-51-di-paolo-farinella-del-11-06-2013_don-gallo-andrea.pdf

giovedì 25 aprile 2013

Libere promesse

Domani è il 25 aprile, Festa della Liberazione.
Io tradisco di nuovo il Ponente e vado a trovare la Elli a Framura. E' previsto tempo buono, è previsto un treno, è previsto un gruppetto di amici, sono previste le zuppe inglesi avanzate al Circolo ieri sera, è prevista una lunga camminata nei luoghi che ben conosco attorno a Montaretto, è prevista un po' di libertà.
Libertà dalle cose di tutti i giorni, dal lavoro che va bene ma che ancora non ho ingranato nel verso giusto (ammesso che un verso giusto ci sia), dai pensieri da casalinga che mi vergogno quasi di avere (c'è da stendere il bucato, quanta polvere per terra, devo cucinare i pranzi per i prossimi giorni), da questo corpo che sta cambiando e che mi pare di non riuscire a controllare.
Negli ultimi mesi ho imparato a raccogliere con gli occhi piccoli momenti liberi sparsi qua e là, nel tempo e nello spazio. Oggi una mezz'ora di lettura al sole mi ha rimesso a posto dopo una mattina poco produttiva, questa sera la passeggiata post aperitivo con la De ha fatto emergere la giusta stanchezza per crollare nel sonno tra poco e staccare il cervello come si deve.
Un video scoperto per caso, un anellino da piede dorato fatto fare su misura, i biscotti a letto con la tisana calda, un profumo d'infanzia incontrato la mattina presto, un odore che amo nascosto nei panni stesi del vicino, la gobba a ponente della luna che domani eclisserà pure un poco, un pensiero riaffiorato che richiede veloce un mezzo sorriso.
Riuscire a vedere cose enormi nelle cose piccole è un dono che ho sempre invidiato a chi riesce a stupirsi delle semplicità e ora, improvvisamente, ne sono capace anche io. So bene a chi devo dire grazie per questo obiettivo raggiunto, saper vedere il buono dove già esiste è una cosa bellissima.
E così mi concentro su questo, sui momenti vissuti giorno per giorno, cercando di memorizzarli e di non farli passare senza che lascino traccia. Mi piacerebbe avere una macchina fotografica in grado di immortalare non solo l'immagine ma anche i suoni, gli odori e le sensazioni che provo, ma per ora l'unico modo di rivivere quei piccoli istanti di sorpresa è scriverne, immaginando di raccontarli a qualcuno con tutte le sfumature a disposizione.
In questo modo potrei spiegare un pezzetto del mio pomeriggio con il profumo di focaccia, il rumore degli operai, il calore dell'ardesia, l'odore delle pagine, la voce della mamma che chiama Viola distratta da un cagnolino, la luce che inonda tutto, il pizzicore della sciarpa sul collo sudato, la morbidezza del velluto marrone della giacca, l'aria di primavera che si infila ovunque.
E con questo video, trovato in uno dei blog che mi fanno sognare di più, mi preparo alla festa di domani e mi accoccolo sotto le nuove lenzuola gialle, che profumano di notte e di piccole libertà:
http://www.underthetreemag.com/

venerdì 11 gennaio 2013

Una tigre a testa in giù

Qualche giorno fa, uscendo di casa, ho visto una tigre a testa in giù.
Era il peluche di qualche piccolo vicino di fronte, appeso con una grossa molletta di legno fuori dalla finestra. Immagino fosse stato lavato e se ne stesse lì ad asciugare. Chissà cosa gli era successo, magari era caduto nella minestra, oppure l'aveva leccato il cane, o forse qualcuno ci aveva fatto la pipì sopra.
Quella tigre, animale forte e coraggioso, appesa a testa in giù, mi ha colpita perché mi ha ricordato me in questi giorni. Una settimana in cui ho tirato fuori tutta la forza che avevo per restare in piedi e l'unico risultato che ho ottenuto è stato non crollare ma rimanere capovolta. Non sono riuscita a reagire alla paura come speravo, mi sono chiusa e arrabbiata tanto, mi sono sentita come un animale feroce dentro ad una gabbia stretta. Come la tigre della Vita di Pi, da poco visto al cinema con lo Sminatore, che dondolava sulla barca in mezzo al nulla senza poter fare niente per fuggire. I giorni appena passati, tra attese e spaventi, mi hanno portato davanti ad un grande obiettivo, un traguardo che inseguivo da un anno e che determinerà il mio futuro: ho vinto una borsa di studio che mi permetterà di vivere tranquillamente per 24 mesi, senza pesare su nessuno, senza sentirmi fuori posto, facendo quello per cui ho studiato e lasciandomi del tempo sano per me.
Mi accorgo che mentre scrivo queste parole è come se te le sussurrassi a bassa voce, per questo domani verrò a trovarti e te lo dirò di persona. Mi metterò le scarpe giuste e attraverserò il sentiero nel bosco, fino ad arrivare da te, poi tornerò a casa costeggiando il mare. Ilmareingiardino.
Scrivo ascoltando Tempo di attesa di Ginevra Di Marco, con le sue frasi così appropriate per questo mio momento:

"...Liberami, proteggimi
Strada deserta ancora da tracciare
Liberami, proteggimi
Orizzonte costante da disabitare

Parlami una sola parola
Che è tempo di attesa
Tempo di cielo, di terra e di mare
Tempo da dove tutto può arrivare"


Questa mattina mi sono alzata presto, dopo aver finalmente dormito un sonno giusto, senza incubi, risvegli e occhi spalancati. Sono andata in palestra, ho allungato tutti i muscoli che potevo e, una volta a casa, ho disfatto gli addobbi natalizi e finito i mille lavori lasciati a metà.
Ora mi rilasso, ascolto la musica e mi preparo a prendere il treno, mi aspettano i festeggiamenti per il futuro che inizia e le coccole della gatta.
Sono felice e te lo vorrei proprio dire.
A domani

sabato 5 gennaio 2013

Attese

Queste sono giornate appese, di attesa.
Si aspetta che finiscano le feste e ricominci la quotidianità del lavoro, si aspetta che inizino i saldi, si aspetta di iscriversi in palestra per smaltire i chili presi a Natale, si aspetta di cominciare quel nuovo corso che parte a Gennaio, si aspetta di mettersi a dieta, diminuire con l'alcool, fare volontariato, smettere di fumare.
Anche io, quest'anno, ho le mie personalissime attese. Sono attese grandi, che mi porteranno a risultati che cambieranno comunque la mia vita. Qualunque essi siano.
E io, purtroppo, le attese le odio.
Mi piace aspettare alla posta, in stazione, dal medico, dal fruttivendolo, al cinema, ma odio attendere i risultati. Odio i responsi, i giudizi, le valutazioni, i voti. La pressione generata dal non sapere come andrà, i consigli degli amici, le pacche sulle spalle, gli incoraggiamenti, mi sono insopportabili perché con la testa io sono già là, al risultato, senza poterlo vedere.
Non penso certo di essere l'unica, per carità, immagino che questo comportamento sia comune a molti. Per quanto riguarda me, credo risieda nella poca autostima di cui sono dotata: sentirmi già in partenza incapace di gestire il risultato, in particolare quello negativo, rende dolorosa l'attesa. Vivo nella fatica, mi faccio prendere dall'ansia, senza riuscire a tenere sveglio l'unico pensiero sensato in questo momento, ovvero "Non fasciarti la testa, finché non ci sarai non potrai sapere come comportarti".
Oggi, per gestire meglio il tempo, mi sono svegliata presto, ho studiato in modo da non perdere di vista un obiettivo importante e sono uscita a camminare, con la solita compagnia silenziosa al mio fianco. Sentieri, prati, case abbandonate, panorami, legno, odori e parole che sono carezze.
Tra poco un film al cinema mi assorbirà per un po' e domani, tra libri, formule chimiche e riassunti ricomincerò a riflettere su uno dei risultati che aspetto.
Quindi, cercando di distrarmi, rimanendo sul chi va là ma senza ossessioni, riflettendo sulle prossime mosse senza alienarmi e abbandonare quelle presenti, non mi resta che attendere. Dopo tutto, ogni attesa, credo insegni sempre qualcosa.

P.S. Credo di aver già usato una foto simile in passato, ma non è la stessa perché questa l'ho scattata oggi, con il naso all'insù. Quanto odio le attese tanto amo le sagome nere degli alberi.

domenica 30 dicembre 2012

London Bridge is falling...

Ieri era il primo giorno dell'anno per me, mi sono alzata presto perché venivano i gemelli (mamma e zio) a portarmi il comò che ho comprato all'Ikea e che io e mamma non siamo riuscite a scaricare, troppo pesante.
Il comò è blu, con tre cassetti e tre buchi dove mettere le scatole, io le ho prese da principessa http://www.ikea.com/es/es/catalog/products/90201513/, poi cercherò uno specchio, ci metterò sopra una lampada e finalmente avrò quasi finito di arredare l'Albero. La colazione al N°1 e poi via da sola, a farmi un giro nei vicoli, come se mi fossi svegliata da un coma lunghissimo e visitassi Genova per la prima volta. Sono partita dalla zona di Macelli di Soziglia, la mia preferita, sono passata davanti a Klainguti e ho sorriso con il mento affondato nella giacca. Sono uscita senza un filo di trucco, pantaloni marroni di velluto a coste, maglione grigio con la spilla-fragola, piumino e berretto, capelli sciolti. In Macelli ho guardato i negozi dell'antiquariato, in particolare quelli di gioielli d'epoca, arrivata in Piazzetta del Ferro sono risalita in Via Garibaldi, volevo vedere l'anello che mi piacerebbe regalarmi, ma il negozio era chiuso. In compenso ho trovato un matrimonio, con la sposa in corto (come penso sarei io, che vorrei, se mai dovesse succedere, farlo d'autunno con un cappottino chiaro), altissima, tutta bianca, con i capelli neri mossi e il braccio sotto quello del suo lui.
Poi, qualche passo più in là, c'era il presepe di un cantiere, immagino lo abbiano fatto gli operai, tra il cemento, gli scavi, i fanali intermittenti e le grate di protezione. A rotta di collo nei vicoli bui mi sono fermata un secondo, sorridendo, davanti a due scritte, la prima recitava London Bridge is falling...ho scoperto essere una filastrocca del 700, inglese, che fa
così:

London Bridge is falling down,
Falling down, Falling down.
London Bridge is falling down,
My fair lady.


Poi ho visto quella quassù, e l'ho fotografata: è così, mi terrorizza.
Da Piazza Banchi sono arrivata al Porto, dove c'era una coda lunghissima per entrare all'Acquario, un attimo prima di fotografare il serpente di persone in fila ho pensato che la luce fosse bellissima, ho chiuso gli occhi e ho scattato un'immagine della mia ombra.
Ho girato attorno a Palazzo S.Giorgio e ho visto le bancarelle...evviva! Dovevo comprare formaggi e salumi per il cenone di Capodanno e non mi andava di prendere roba qualunque, speravo di trovare prodotti genuini, particolari, con una storia...e così è stato.
Ho conosciuto una Signora di Cogne, con cui ho chiacchierato un po', che mi ha venduto dei formaggi e regalato un vasetto di yogurt fatto da lei. Poi, arrivata a casa, mi sono accorta che mancava un pacchetto. Ci sono rimasta male e ho cercato un modo per recuperarla...nella borsa ho trovato lo scontrino (incredibile, di una bancarella!), con un numero di cellulare. Timidamente ho telefonato dicendo: “Scusi parlo con la signora che in questo momento sta alla bancarella di Piazza S. Giorgio?” e dall'altra parte “E io con la ragazza dal berretto marrone?”. Insomma, mi aveva cercata ovunque e io, nel pomeriggio, sono andata a riprendermi il formaggio!
Il mio giro è proseguito in San Lorenzo, sono arrivata sotto casa e sono rimasta incantata davanti alle vetrine di Betty Page, sono azzurre e hanno dei vestiti stupendi. Una volta salita sull'Albero ho sistemato un ciclamino nella pentola di alluminio inutilizzabile, l'ho posato sulla finestra e mi sono occupata dell'elicriso comprato poco prima, nella speranza che resista senza molto sole e mi regali il suo meraviglioso profumo, che sa di giornogiallo e di casa.

sabato 8 settembre 2012

Evocator

E' sabato sera, sono appena tornata da un matrimonio, ho ancora le unghie laccate di rosso, ma è tutto ciò che resta (a parte quei 15 chili in più che si posizioneranno sapientemente sul girovita).
Voglio scrivere questo post da qualche giorno, ma dovrei fare mille altre cose più urgenti: preparare un esame per esempio, riflettere sul preventivo dell'elettricista, cercare suggestioni per lafestadellefeste.
Però ora sono stanca, ho la pancia piena, fa caldo e ho voglia di musica, libro e lenzuola fresche. Quindi, scrivo questo e poi bon.
La settimana appena trascorsa è stata insolita: sono tornata a scuola.
Da lunedì a mercoledì ho seguito la Scuola di Robotica & Design, un'idea nata questa estate e concretizzata quasi senza accorgermene. Una bella idea però.
Con in ballo una possibile collaborazione futura mi sono buttata in questa avventura senza sapere nulla di robot, elettronica, informatica, tecnologie varie ed eventuali. Non ho il mac, non ho uno smartphone, non parlatemi di iphone, ipad, ipod, tablet, ebook e similari perché non so dire nulla e capisco ancora meno. Ma questa settimana mi sono divertita e, per la miliardesima volta negli ultimi tre anni, ho messo alla prova un pezzo di me. Educatore ambientale, animatore scientifico, barista, cameriera, aiutocuoca, imprenditrice, studentessa, giornalista, roba che alla fine non so più nemmeno chi sono, cosa mi piace davvero, dove riesco meglio, quanto posso reggere.
Ma sono fatta così, mille porte aperte, duemila ansie, tremila crisi esistenziali e tanta tanta pazienza. Innanzi tutto sono paziente con me, poi pure con gli altri non scherzo.
Comunque, bello il corso, belli i compagni, bella l'organizzazione, bravi i docenti, buono (e tanto!) il cibo, bella l'atmosfera. Primo giorno di scuola: ultima fila. Compagno di banco: il vicino-vicino. Una pacchia.
Abbiamo ascoltato, provato, sentito (cioé accolto sensazioni), riso, imprecato, acceso, spento, schiacciato, bevuto, progettato, parlato, mangiato, guardato, collegato, scritto, disegnato (tanto e compulsivamente, come al solito), riflettuto, immaginato, evocato.
Io ho evocato tantissimo. Il corso ha previsto una parte di lavoro di gruppo, in cui occorreva presentare un'"idea robotica", ovvero organizzare una possibile applicazione tecnologica, non per forza realizzabile adesso, non per forza realizzabile in futuro, ma per forza pensata insieme. Noi abbiamo inventato Evocator (figlio di Navigator, Terminator, Predator, Liquidator e compagnia cantante). Il nostro super sistema è in grado di riprodurre immagini, odori, suoni e pure sensazioni tattili, a comando. Magari mentre si legge un libro (e si vogliono vivere le pagine che ci scorrono tra le dita), magari mentre ci si rilassa in giardino (e l'odore di un fiore ci porta indietro nel tempo), magari mentre si pensa a chi non c'è più (e una musica, un profumo o un oggetto incontrato per caso ci trascinano da lui).
Ovviamente per me è stato inevitabile rotolare giù nella mia vita di prima, un continuo attacca-stacca cavi elettrici, resistenze, led, circuiti che puzzavano, un inconfondibile odore di elettronica sigillato in piccole scatole numerate, un senso di soddisfazione visto mille volte su una faccia che mi somiglia(va) un sacco.
Lo dice anche la foto no? Se si nasce da una persona che riordina(va) così i suoi transistor, come si fa a non divertirsi a un corso di robotica?

sabato 11 agosto 2012

Un senso

Sono successe tante cose sensate. Che hanno cioè dato un senso a questo periodo, a questo momento della mia vita in cui facevo un po' fatica a capire cosa dovessi fare per muovere le acque e sentirmi meno zombie. Non ho fatto nulla e tutto si è mosso da solo.
Una mail inaspettata ha girato in positivo la mia giornata di giovedì, alle 8.00 ero già così eccitata che mi sono scordata di fare colazione e quando è arrivata la Ale avevo così tante cose da condividere con lei che la fame non si è fatta più sentire fino a metà mattinata. Siamo andate alle Terme (il mio regalo di compleanno per la mia migliore amica), io sapevo dai racconti di mamma che era un posto pieno di sorprese, ma non credevo così tanto. Immersa nell'acqua della vasca a 35 gradi, piena di bolle che mi stimolavano le piante dei piedi, mi rovistavano la pancia, mi gonfiavano il costume, mi spianavano la schiena e mi massaggiavano il collo, ho pensato che in fondo siamo così simili agli ippopotami, a mollo nei fiumi quando fuori fa troppo caldo, vicini ai propri simili ma quasi ignorando la loro presenza. Alle Terme ho anche pensato al primo romanzo di Gramellini, quello che anni fa mi regalò lo Sminatore, ma ho fatto fatica a ricordarne i passaggi. Ho pensato anche alla Divina Commedia mentre entravo nella stanza del vapore a 50 gradi e poi passavo in quella fresca dell'aerosol termale. Ho trascorso un giorno intero come in una bolla, come in quei sogni così particolari che ti accorgi di essere addormentata proprio a causa dell'assurda atmosfera in cui ti trovi. Ho chiacchierato con Ale camminando in fiumi freddi e in fiumi tiepidi, spalmandoci olio di jojoba sdraiate al sole, mangiando l'insalata di pasta che avevo preparato la sera prima all'ombra di un gazebo. Ho dormito rannicchiata su un divano mentre Ale leggeva il suo libro sui Mori, sono rientrata in vasca, andata alla ricerca di una tisana e verso sera ho permesso che mi facessero il primo massaggio della mia vita. Relax naturalmente. Riposata, distesa, con i capelli a boccoli e il sorriso tranquillo sono tornata a casa e sono scesa al ristorante sulla spiaggia per cenare con mamma. Lì ho trovato lavoro: per tutto il mese di agosto darò una mano al bar e in sala, racimolando i soldi per comprarmi il frigorifero e forse pure qualcosa di più. Nel frattempo il primo articolo che scrissi per la rivista al momento dell'assunzione è stato pubblicato ed uscirà tra qualche giorno, uno è già di là sulla mia scrivania, uno è in stampa proprio in queste ore e uno mi è stato commissionato ieri mattina. Avrò poco tempo per prepararlo dato l'impegno nel locale, ma incastrerò come al solito tutti i pezzi e ricomincerò a costruire cose per me, compreso ritagliarmi lo spazio necessario per una nuotata o per una camminata a picco sul mare, almeno quando le mie gambe saranno un po' più allenate a trascorrere otto ore dietro al bancone di un bar.
Immagino che tra un po' dovrò anche pensare di fare un salto dal parrucchiere per gestire i serpentelli che si annidano nella mia testa e che in settimana dovrò trovare il modo di seguire i muratori che iniziano i lavori nell'Albero della Coccagna.
Tre giorni e mille cose, tre giorni e una sensazione di senso.

sabato 21 luglio 2012

A gambe incrociate

Da ieri sera alle cinque ho le chiavi di casa. Dopo aver salutato con un "a presto" i vecchi proprietari mi sono seduta al centro della sala nuova, a gambe incrociate sul parquet, con mezzo sorriso e tanti pensieri.
La prossima settimana mille corse negli uffici, volture per le utenze, cambi di residenza, sopralluoghi del muratore, misure da prendere. Poi scatole. Libri, vestiti, piatti, tazze, cd, creme, lenzuola, asciugamani, quadri...tutto impacchettato e portato via da qui.
Bisognerà arredare una sala, una camera da letto, una cucina, una dispensa e un bagno. Dovrò scegliere il letto, il comò, il divano, le librerie, il frigorifero, la credenza, le tende, lo specchio, il tavolo, le lampade. Per non parlare delle cose piccole come i copriletti, i vasi, il microonde, il porta sapone, lo scolapasta, i cuscini, l'appendiabiti, le pentole e tutte quelle robe inutili che sono sempre le prime a venirmi in mente.
Proverò, per gioco, ad aggiornare il mio blog con i vari acquisti, ad aggiungere foto degli oggetti comprati, regalati o trovati nella spazzatura che diventeranno gli abitanti della mia nuova, grande, tana.
Dovrò:
- dovrò decidere se portarmi dietro il primo stereo della mia vita, quello che mi regalò papà così tanti anni fa che ormai è equiparabile ad un grammofono;
- dovrò cercare il posto adatto per la sedia a dondolo, rigorosamente vicina ad una piantana per leggere in tranquillità;
- dovrò comprare la vernice-ardesia per dipingere una parete in cucina e trasformarla in una lavagna;
- dovrò scegliere il colore per il muro dietro al letto, tra mille sfumature di verde;
- dovrò trovare il punto giusto dove appendere le mie seggiole da campeggio;
- dovrò pensare a una soluzione per appoggiare diecimila vasi di fiori sulla finestra della cucina;
- dovrò scegliere uno zerbino per l'ingresso di casa che ricordi a tutti dove stanno entrando;
Dovrò pensare a tante cose ed ognuna mi servirà a pensare a me stessa, senza fare l'errore di considerare questo l'inizio di una nuova vita, ma semplicemente una crescita, fatta di passato, ricordi, bisogni e possibilità.

P.S. Nella foto i saluti della mia campagna, che mi regala libellule affettuose per dirmi ciao.