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martedì 16 gennaio 2018

And in the day, everything's complex


Musica

Sono sparita, è un dato di fatto.
Questo è il primo post del 2018 e non mi era (quasi) mai successo, in tanti anni di onorato blogging, di stare così a lungo senza scrivere qui, ma ho le mie ragioni. Che non sono buone, ma sono comunque ragioni.
La verità è che non sono molto in forma e, di solito, quando sto male non mi va di aggiornare Ilmareingiardino.
Sotto Natale ho avuto l'influenza (come credo quasi tutte le persone che conosco), poco prima ero stata piegata (sul water) dall'accidente intestinale del secolo e non sono riuscita a ripigliarmi tra l'una e l'altra sciagura. A quanto pare un virus ha deciso di tenermi compagnia ancora per un po', devo stare dietro a un sacco di medici, visite ed esami, sono bella imbottita di medicine e per ora non so cos'altro mi riserverà questo 2018 iniziato scoppiettante più che mai.
Io, se possibile, per quest'anno avrei dato.

Fatte le dovute premesse, passo a spiegare la foto quassù, un origami giallo banana a forma di gru. Quando l'ho trovato a terra nella metro di Milano, in un momento in cui dire che stavo di mxxxa è usare un dolce eufemismo, ho subito pensato che fosse un airone, l'animale che più mi fa pensare a mio padre per una serie di coincidenze inanellate negli ultimi tredici anni. Tanto, dopo Folle di Scienza, che sono avvezza a superstizioni e riti lo sanno tutti, ormai, anche i colleghi scienziati che più stimo, sparsi in giro per l'Italia.
Quindi, trovato il segnale ultraterreno, ho deciso di tenerlo con me, a chiusura di un anno caratterizzato dal giallo banana in tutte le sue declinazioni, dal guscio da montagna alla parete della cucina (cavoli dell'orto urbano compresi).

I due giorni a Milano, organizzati al volo per il mio compleanno, sono stati molto belli nonostante stessi proprio male. Siamo andati a vedere la mostra Giro Giro Tondo, quella sul design del giocattolo: una meraviglia. In Triennale siamo rimasti un sacco e ne è valsa davvero la pena.
La sera è saltata causa aironi in metropolitana e il giorno dopo giro sui navigli e visita al Mudec. Al ritorno Trenitalia ci ha riservato un trattamento di favore rompendo il treno a Voghera e ritardandoci il rientro a casa di un paio d'ore. Olè.

Dopo la fuga milanese, il (quasi) niente.

Nelle ultime due settimane ho rallentato molto, ho trascorso tanto tempo in casa, ho lavorato un po' meno in classe (santi i colleghi che mi hanno sostituita) perché di stare in mezzo a tanti bimbi piccoli, da sola, proprio non me la sentivo. Sono riuscita, però, a seguire progetti importanti, ho comunque organizzato laboratori a cui tengo molto
e ho continuato il lavoro da casa, quello sui Social, come se nulla fosse.

Oggi ho pure preso coraggio e sono uscita a farmi un giro in solitaria, un'oretta nei vicoli. Sono stata premiata per l'audacia e ho portato a casa con me un sacco di cose dal mio negozio vintage preferito. Non facevo acquisti da mesi e l'affare di oggi è stato un meritatissimo autoregalo di compleanno, arrivato un poco in ritardo: quattro maglie, un paio di scarpe e un poncho-cappotto al prezzo di due maglioni. Non vedo l'ora di sfoggiare casette di lana colorata, doppi colli, mantelle col cappuccio e ballerine assurde. Magari, però, non tutto insieme.

Ecco, direi che il blog è ripartito e io posso ritenermi soddisfatta. Non mi resta che continuare a riattaccare i miei pezzi, armandomi della santa pazienza che mi contraddistingue e mantenendo vivo il fuoco degli impegni... solo tenuto più basso. Un po' come si fa con il brasato.


P.S. La colonna sonora è stata istintiva, conosco quel CD a memoria, come il novanta per cento della mia generazione e il titolo del post non poteva che essere quello di una delle sue canzoni che amo di più. Un grande dispiacere, per una ragazza dalla voce incredibile e dagli occhi familiari.








venerdì 22 dicembre 2017

Nothing's gonna change my world

Oggi, ultimo giorno di lavoro.
Oggi, primo giorno di febbre.

E Buone Feste a tutti.

In realtà, come dice il titolo di questo post pre natalizio, Nothing's gonna change my world, figuriamoci l'ennesimo virus.
Del resto bastava vaccinarsi. In mia discolpa il fatto che meno di un mese fa stavo a 38.7 e il tempo per ripigliarmi e andare a farmi punzecchiare non l'ho avuto. Pace, tocca fermarsi un po'.

Sì, perché a parte le ferie estive, un paio di fine settimana fuori e delle trasferte allungate di un giorno per rendermi conto di dove fossi, non mi sono fermata quasi mai quest'anno. I miei primi dodici mesi da libera professionista sono passati, direi velocissimi se mi volto indietro, ma se invece sfoglio l'album dei laboratori che ho organizzato ci sono talmente tante foto del 2017 da farmi girare la testa e pensare: "ma come caxxo ho fatto?".

Giusto ieri sera alle dieci mangiavo una focaccia al formaggio di ritorno da un giorno e mezzo nella capitale per un corso di formazione al MIUR, roba grossa per me che me la canto e me la suono da sola, roba grossissima essendo andata per conto di Scuola di Robotica e avendo, quindi, doppia responsabilità sui risultati.
Il workshop è andato bene, i viaggi un po' meno (undici ore non sono proprio una passeggiata, se condensate in poco più di una giornata). Infatti, oggi, sono rimasta a malapena in piedi per il laboratorio pomeridiano a scuola e poi, quando stavo per farmi aggiustare la frangia dal parrucchiere e iniziare ufficialmente le vacanze, le articolazioni hanno cominciato a suonare le sirene e, tempo di controllare l'orto, stendere il bucato e sistemare i materiali, la febbre era bella che arrivata.
Come al solito si è portata dietro la fame del secolo, non smetterei mai di mangiare, ma questa è un'altra storia.

Tornando al titolo, forse mi sbaglio e non è adatto.
Il mio mondo, infatti, è cambiato molto nell'ultimo anno e nonostante le soddisfazioni innegabili non sono così contenta di come sia diventato.
Ho lavorato molto e "lavorato al lavoro", chi è libero professionista (e non solo) sa cosa intendo. Alle poche ore in classe ne corrispondono molte altre di preparazione. Che sia un'attività per bambini (occorre provare i materiali, calcolare i tempi, cercare approfondimenti e collegamenti curricolari, trovare un filo conduttore, essere semplici ma completi) o per adulti (bisogna recuperare link e fonti utili, dare esempi pratici, anticipare le curiosità e le domande, fare fronte alle possibili perplessità), molto, moltissimo tempo se ne va ben prima del laboratorio vero e proprio. Poi ci sono le foto da sistemare e pubblicare, i post per il blog da scrivere (se il lavoro è fatto per l'associazione), i materiali da sistemare e riassortire, le faccende burocratiche da sbrigare, i fili da continuare a mantenere perché significano professionalità, disponibilità e gentilezza, ovvero quello da cui non vorrei prescindere mai.

Quindi, dopo tutto questo elenco di cose da considerare, sarà facile capire che il tempo per leggere, per sgambettare in palestra, per fare una passeggiata, per scrivere, per andare a trovare mamma con la stessa frequenza del passato non c'è stato più.
So che è normale, so che forse in futuro la faccenda migliorerà, ma magari anche no.
Quindi?
Quindi devo fare in modo che il mondo (di prima) torni di nuovo un poco in superficie, innanzi tutto perché altrimenti ne risentiranno molti aspetti della mia vita, lavoro compreso. Non so come mi muoverò, non credo ricomincerò ad andare in palestra perché l'abbonamento disatteso mi mette più ansia che altro e non penso che mi dedicherò di più allo shopping (non compro cose per me da secoli) perché l'argomento soldi, almeno fino a giugno, è tabù.
Vorrei però riuscire a ritagliarmi due momenti fissi durante il giorno, quello per il movimento e quello per la lettura: non credo ci sia ragione per non trovare due ore su ventiquattro.

Nel 2018 inizierò probabilmente anche dei corsi universitari che attualmente mi entusiasmano come un riccio nelle mutande, però dai, non si può dare nulla per scontato e magari anche questa avventura (che toglierà altro tempo al tempo) alla fine mi piacerà. Vedremo.

Quindi, direi che il post sconclusionato (a sto giro però ho la scusa) può terminare qui. Non è il classico post di bilanci, né di buoni propositi, preferisco solo dire, innanzi tutto a me stessa, le cose come stanno e scendere a patti con la parte di me che quando non organizza robe di lavoro si arrabbia o si dispera per robe di lavoro.
Non ne ho motivo, è stato un anno pieno e quasi perfetto.
Quindi, cara Elena, mollaci.

E Buon Natale.




giovedì 9 marzo 2017

Gli esami non finiscono mai. Forse.

Prima di correre al lavoro mi ritaglio qualche minuto per scrivere questo post, a quasi due settimane di distanza dall'ultimo.
Che è successo nel frattempo? Nel frattempo ho studiato in tutti i momenti liberi (o quasi) che ho avuto.

Il perché dovessi studiare è una storia lunga, vi basti sapere che ho speso quattrocentoquarantaquattro euro per sostenere un esame in Università, che mi potesse consentire (forse) di rientrare (forse) nelle graduatorie per insegnare storia dell'arte (forse). Tutti questi forse risiedono nel fatto che, in verità, nelle graduatorie io già c'ero, poi fui esclusa proprio per la mancanza di un esame dal codice specifico. Cercare di capire come ovviare al problema non è affatto stato semplice: provveditorati, avvocati, sindacati e impiegati del MIUR non sono stati sufficienti e, tuttora, non ho idea di come andrà a finire.

Fatta la dovuta premessa ora sono qui che scrivo perché l'esame l'ho passato un paio d'ore fa, è andato bene benissimo e non mi resta altro che incatenarmi davanti agli uffici preposti (quali siano chi può dirlo) per regolarizzare la mia posizione in graduatoria.

L'ultimo post sul blog risale alla nascita del logo per la mia novella partita IVA nel campo della divulgazione scientifica e l'esame (in teoria) mi consentirà di insegnare storia dell'arte... che c'azzeccano??? Semplice: tutto e niente.
Sempre di divulgazione si tratta ma gli argomenti sono piuttosto distanti fra loro. Io non mi arrendo e provo a concentrarmi sul fatto che spiegare ai non addetti ai lavori qualcosa che conosco bene o abbastanza bene mi riesce facile e mi piace, il resto (si spera) verrà da sè.

Ad ogni modo, nelle ultime due settimane di lavoro e studio, studio e lavoro, mi sono concessa anche una gita bellissima. Dove sono stata lo vedete in foto, che cosa ho fatto dovrebbe indicarvelo la freccia. Dopo tanti ragionamenti abbiamo provato il sentiero super esposto che collega Camogli a San Fruttuoso, attraversando Passo del Bacio (la striscia a picco sul mare segnata nell'immagine), un percorso che non avevamo mai fatto perché le possibili vertigini ci preoccupavano un pochino, ma alla fine è andata molto bene!
La giornata era bellissima, abbiamo pranzato a pane e frittata di fronte al mare e una volta arrivati a San Fruttuoso una birretta fresca in spiaggia non ce l'ha tolta nessuno! Siamo rientrati a Camogli in battello, io fortunatamente non ho sofferto la barca come temevo e anzi ho potuto godermi il panorama scattando qualche foto (tipo quella quassù) o guardando da lontano le caprette bianche selvatiche appese sulla roccia.

Come ho già scritto su Instagram ormai qualche giorno fa, il periodo trascorso è stato bello tosto proprio a causa dell'esposizione a cui mi sono sentita costretta: nuovi laboratori da progettare, un esame da sostenere, la salute non proprio dalla mia parte e persino la gita sospesa nel vuoto. Adesso è il momento di tirare una riga su uno dei tanti punti in lista e fare spazio a cose nuove o ad arretrati che non vedevo l'ora di recuperare: uno su tutti il Leggermente per Cindy.
Ora, però, per un po' faccio tutto in sicurezza.
Olè.




domenica 3 aprile 2016

La straniera


Erano anni che il cambio di stagione non ci andava giù così pesante.
Pure il passaggio dall'ora solare a quella legale non credo abbia aiutato.
Se poi ci aggiungiamo una settimana di antibiotici per scongiurare ipotetici morbi da puntura di zecca completiamo il disastroso quadro di stanchezza tremenda, sonno boia, stato confusionale semi costante.
Un esempio?
Ieri ho perso gli occhiali da vista. Stavo passeggiando in pieni Rolli Days e sono tornata alla polleria dove avevo pranzato, per controllare se magari li avessi dimenticati lì. Il locale era pienissimo, ho chiesto al ragazzo dietro al bancone se li avessero visti e lui, sorridendo, mi ha risposto:
"No cara, ma sai, noi non siamo mai usciti da qui, prova a vedere dove eri seduta. Però, non è che per caso sono quelli che hai appesi al collo, vero?".

Capito?
Non ce la posso fare.


In tutto questo lavorare, alzarsi, comunicare, spedire, scrivere, inviare, rispondere, accontentare, parlare, dire, fare, (baciare, lettera, testamento) io mi sento una straniera.
Come se non sapessi bene dove sono, né come esprimermi affinché gli altri mi capiscano. Il più delle volte, tra l'altro, mi pare di non comprendere io stessa quello che gli altri cercano di dirmi.
E non parlo solo di sconosciuti, persone appena incontrate sul mio cammino, nuove opportunità che si palesano all'improvviso: intendo anche gente che frequento da tipo dieci, dodici anni e che, di colpo, sembra parlare swahili.

Come sto cercando di ovviare al problema?
Facendo paragoni.

Il primo mi sta aiutando moltissimo ed è legato al corso di francese che seguo ormai da settembre. Ora che mi dedico alla conversation (da pronunciare rigorosamente alla francese) e che trascorro mattinate intere a mettere insieme frasi apparentemente insensate ma a volte incredibilmente corrette, ho capito perfettamente cosa significhi essere straniera, e tentare di integrarsi. Provo grande gioia quando, per esempio, riesco a tradurre mentalmente ciò che due turisti francesi si stanno dicendo in un negozio... la stessa felicità la sento quando capisco chi si rivolge a me in italiano ma sembra parlare un'altra lingua. Non solo, spesso mi sento più compresa balbettando in francese a lezione che dialogando in italiano nella vita di tutti i giorni.

Da cosa dipende tutto questo? Da me, ovviamente. Anche perché tutto (o quasi tutto) ciò che affrontiamo ci colpisce in modo diverso a seconda da come lo vediamo. Io non voglio arrabbiarmi, non voglio farmi mangiare dal nervoso, non voglio che mi capiti una volta a settimana nella stanza gialla, tanto meno voglio che succeda nella vita quotidiana. Quando mi accorgo che non c'è via d'uscita, che proprio non capisco un comportamento, una frase, una mail, un'azione e che non so assolutamente come comportarmi di conseguenza... divento francese. Oplà.

Il secondo paragone che uso (questo lo faccio da sempre e dopo ieri ancora di più) è legato alle piante che vivono in città, nate nella fessura di un muro, in una crepa sull'asfalto, tra i mattoni di un molo. Ieri ho partecipato a una passeggiata alla scoperta della biodiversità urbana e ho finalmente imparato alcuni nomi di coraggiosissime piantine resilienti, incontrandole qua e là tra automobili, turisti, barche e ringhiere. Le ho fotografate, catalogate sul mio taccuino e ammirate infinitamente per la loro pazienza. Ce ne sono alcune che si fingono morte nei periodi duri e ripartono più forti che mai appena il clima lo consente. Sono così avanti, in un ambiente in cui probabilmente nessuno le capisce, dove non ci sono alberi a proteggerle, uccelli e insetti a visitarle, acqua fresca a dissetarle, che non hanno nemmeno bisogno di diventare francesi per farcela.

Quale migliore esempio?
Io non voglio arrabbiarmi, voglio fiorire timida ad aprile trasformandomi in un sedum (francese).

domenica 21 febbraio 2016

Mari e Monti


Quarantotto, le ore di un week end.
Otto, le ore trascorse al mare.
Sette, le ore trascorse dormendo.
Di nuovo otto, le ore trascorse in montagna.

Inizio questo post così, seduta al tavolo del rifugio, con la tovaglia a quadretti rossi e la stufa ancora tiepida.
Ieri mattina sono andata all'Acquario e sono rimasta lì fino a metà pomeriggio. Non ci tornavo, secondo me, da quando ha aperto e meditavo da un bel po' di visitarlo di nuovo. Quindi, appena si è presentata questa opportunità non me la sono lasciata scappare. In occasione del battesimo di tre cuccioli nati da poco, infatti, l'ufficio stampa ha invitato alcuni instagramers e bloggers per coprire l'evento a livello mediatico, proponendo loro un tour un po' speciale, differente dal percorso canonico.
Oltre a presenziare alla festa per Striscia, Tino e Indy, siamo stati accompagnati nel "dietro le quinte" dell'Acquario, dove abbiamo potuto osservare quello che quotidianamente accade lontano dagli occhi dei visitatori. Tubature enormi, filtri, nursery per minuscoli cavallucci marini, vasche piene di meduse di ogni età, stanze di monitoraggio delle tartarughe e tantissime altre curiosità che non avevo minimamente idea esistessero.
Cos'altro ho fatto? Ho visto l'addestramento dei delfini.
E, nonostante la mia proverbiale fatica davanti ad animali che rispondono così automaticamente alle richieste di un essere umano, le spiegazioni sul concetto di gioco e sulla vita in cattività mi hanno aiutata a comprendere e apprezzare anche questa parte del tour. Tra i cuccioli in odore di battesimo c'era Striscia, piccolo squalo zebra, che però a righe lo nasce soltanto: ora, in verità, è un meraviglioso animale a pois!
La tappa che mi è piaciuta di più è stata sicuramente quella davanti a Tino, cucciolo di lamantino timido e talmente tenero che me lo sarei portato subito a casa, se solo fosse possibile tenere un cucciolo di lamantino in casa. Purtroppo, poco prima della festa per Indy sono dovuta scappare al Museo del Mare, dove i bimbi del mercoledì mi aspettavano per visitare insieme la mostra dei loro lavori sul mondo marino e per partecipare alla premiazione.

Ieri è stato un giorno lungo, un giorno di mare. E oggi?

Oggi mi hanno accolta i monti, perché insieme ai vicini fotografi sono andata qui. Abbiamo deciso di partecipare soltanto all'ultimo minuto, anche se l'idea ci aveva stuzzicato fin da subito.
Perciò, questa mattina presto siamo partiti armati di macchine fotografiche e speranza e siamo arrivati al Rifugio Pratorotondo in tempo per un tè caldo e per una marea di bianchissima e compattissima nebbia. Un muro di latte che non ci ha mai abbandonati, per tutto il giorno, tra i faggi, i prati, i sentieri, le rocce e i cespugli.
Nebbia, nebbia e ancora nebbia.
Obiettivi fradici, fotocamere nascoste dentro la giacca, piedi nel fango, nella neve e nel ghiaccio, dita congelate.
Abbiamo sperato in un raggio di sole che ci aiutasse un pochino, giusto per scattare una foto che sapesse davvero di paesaggio e che non si limitasse a sagome nere, rami soffusi, gocce appese per miracolo e foglie secche... ma non è mai arrivato.
Non ci siamo minimamente fatti scoraggiare e abbiamo partecipato al concorso, condendo il tutto con taglierini, polenta e salsiccia. Non abbiamo vinto ma ci siamo lo stesso divertiti un sacco.
Dopotutto, se ci fossimo lasciati abbattere e fossimo rientrati subito a casa, quando avrei imparato a fare foto nella nebbia?
Probabilmente mai.

In questi due giorni super intensi sono stata fortunatissima, perché il caso mi ha regalato delle belle opportunità. Ora sono stanca morta ma felice, una delle sensazioni che senza dubbio amo di più.

martedì 14 aprile 2015

...e penso a me

Bisogna ammettere che lo dicevo da un bel po'.
Che non riuscivo a respirare, intendo.
Ora sono a letto, febbre e bronchite bella tosta, costretta a riposarmi e a pensare a me.
Devo dire, però, che ultimamente mi sono concessa molti momenti di bellezza, attimi più o meno lunghi e ugualmente preziosi, per trovare equilibrio e dare una svolta positiva alle mie giornate.
Ho ripreso a leggere, terminando una raccolta di racconti che vegetava da troppo tempo tra il comodino e le tasche della borsa, ho comprato un libro illustrato che avevo puntato da un po' e che presto penso vedrete su Leggermente e ho letto un fumetto che avevo trovato a Roma questo autunno, di cui magari prima o poi vi racconterò.
Questa sera mi lascio coccolare dagli strascichi della giornata di ieri: passeggiata da San Rocco di Camogli alle Batterie, Punta Chiappa, Porto Pidocchio e di nuovo San Rocco, con il sole, tantissima erba, il mare profumato e una scoperta di quelle che mi esaltano assai. Lo avrete già capito, immagino, sto parlando del libro quassù, impossibile da lasciare sul banco del Centro Visita Batterie, leggero e maneggevole, pieno di tavole interessanti per scoprire e riconoscere le felci presenti in abbondanza e grande varietà tra i sentieri del Parco.
Sulla via del ritorno ho raccolto qualche piccolo rametto e ora, avvolta nel piumone e tremante di febbre, sto cercando di individuare quali esemplari ho trovato. In questo modo penso a me.
E non sono l'unica, e dire il vero: negli ultimi giorni ben due persone mi hanno detto di avermi pensata, prima in libreria davanti a un illustrato sugli alberi (che tra l'altro credo pure di possedere) e poi ad una mostra fotografica, dove l'autore ha portato avanti un progetto sulle mani e sulla loro immagine.
[Pausa delirio]
Uno dei modi migliori per pensare a me, per esempio, è stato smettere di scrivere questo post quando gli occhi hanno cominciato a farmi troppo male e la febbre a salire troppo alta. E' nel frattempo trascorsa una notte (quasi bianca) e mia madre è arrivata in soccorso con una zuppa di riso e lenticchie e una mela sbucciata, l'ennesimo modo per pensare a me.
Ho pensato a me quando, facendo una fatica impressionante, ho disdetto gli impegni di oggi e di domani e penserò a me sotto una doccia calda e profumata, o avvolta nelle lenzuola pulite che mamma ha già intenzione di preparare mentre mangio il mio pranzo con il termometro sotto l'ascella.
Ne facevo a meno di pensare a me costretta da una bronchite assassina, ma ormai che ci sono, pensiamomi.

domenica 22 marzo 2015

Ho bisogno

Colonna sonora
Ho bisogno di ricordare.
Cose, persone e motivi. Motivi per essere felice e per non avere paura, motivi per mettercela tutta e per non interrompere la mia ricerca della gioia.
Che è peccato mortale smettere di cercare.
E' il secondo (per l'esattezza terzo) giorno di Primavera, piove a dirotto e stanotte ho sognato mio padre, dopo mesi.
Si vede che ne avevo bisogno.
Come ho bisogno di prendermi del tempo per capire che direzione imboccare, ma non appena faccio questo pensiero vengo presa dall'ansia dell'immobilità e mi rimetto a correre. Che lo dovrei sapere, ormai, con tutti i sentieri che ho percorso, veri e figurati, che correndo non si va da nessuna parte, ci si stanca soltanto. In questo periodo, poi, che di fiato ne ho già poco per i fatti miei, proprio non posso permettermi di rimanere senza aria.
I nuovi laboratori con le nuove associazioni, i corsi della provincia che pare inizieranno e, guarda un po', sono stata selezionata, il lavorone per la Soprintendenza quasi finito, il progetto sulla sicurezza in rete che pure lui sta giungendo al termine, le opportunità da valutare (e io non sono per nulla brava in questo!), i nuovi bimbi da aprile, la mia piccola vita robotica che continua e continua anche bene.
Ho bisogno di ricordare che la sorpresa ci salverà, non le sorprese eh, che quelle proprio non le sopporto, ma la sorpresa. La capacità di rimanere a bocca aperta, di sussultare, di battere le mani davanti a una cosa che non si conosceva fino ad un secondo prima e che ora sembra impossibile non averla mai vista. Lavorare con i bambini aiuta moltissimo da questo punto di vista: anche se sempre meno del passato, i piccoli sanno sorprendersi e sorprenderci con la loro sorpresa.
La settimana scorsa ho tenuto un laboratorio in chiatta, con una serie di bimbi affetti da forme di disagio e disabilità più o meno gravi. Cosa mi ha sorpreso di più? La sincerità che non hanno mai lesinato, lasciandoci spesso a bocca aperta. Venerdì ho visto lo stupore negli occhi "delle mie ragazze" quando con le caramelle gommose che avevo consegnato hanno acceso il circuito di MakeyMakey e suonato la tastiera del piano.
Ho bisogno di ricordare i momenti di sorpresa e ho bisogno che mi basti il ricordo per "vedere il buono dove già esiste".
Non leggo.
Non scrivo quasi, e chi mi conosce se ne sarà accorto.
E' come se fossi completamente assorbita dal tentativo di capire come fare, dove andare e non mi accorgo che sto già facendo, sto già andando. E mi sto sorprendendo.
Come poco fa, che mi sono alzata per andare in bagno e ho visto la foto del vicino vicino che vedete quassù. Sta sopra il mio letto da anni, da prima che arrivassi qui sull'Albero, eppure mi sorprende sempre. Io che amo gli ombrelli, che amo i colori, che amo i ricordi, in questa foto ritrovo gli orti di casa con l'ombrello di carta di riso fuxia piantato in mezzo ai filari di piselli, con la musica di sottofondo, l'estate che esplode e molto fiato in più.

sabato 14 marzo 2015

Chanson egocentrique

Colonna sonora
Qualche giorno fa, con mamma, ho immaginato una storia. Eravamo sedute sul 20, all'ora di cena, reduci dall'ultimo esame di una serie infinita di visite mediche.
Un elettrocardiogramma.
Un ecocardiogramma.
Un ecodoppler.
E non è ancora finita.
Io non miglioro granché, ma per ora nemmeno peggioro, si vedrà.
Insomma che lì, sballottata dalla corsa veloce del filobus, stavo impazzendo dal mal di testa e ho immaginato che dalla fronte si aprisse una crepa e il cranio si spaccasse a metà, lasciando il cervello scoperto, grigio chiaro e con qualche sfumatura di lilla proprio come lo smalto per le unghie che mi sono appena comprata.
Allora mia madre mi ha chiesto: "Cosa ne faresti del tuo cervello?"
"Lo tirerei fuori un attimo, mamma, giusto per riposarmi un po'", le ho risposto.
E abbiamo continuato a fantasticare, su di me che mi sfilo quella poltiglia un poco soda dalla testa e la appoggio sul mobile della sala, per provare a rilassarmi e a non pensare a niente, almeno per qualche ora.
"Ma poi come faresti a ritrovarlo? Senza cervello non potresti vedere"
"Ah, cazzo, giusto...Dovresti venire anche tu allora, per rimettermelo a posto quando ho finito di riposarmi"
Oppure, abbiamo convenuto entrambe, potrei togliermelo in un posto che conosco bene e poi, a tentoni, recuperarlo quando mi sono stufata di stare senza.
Non so se le persone sul bus ci abbiano sentite, ad ogni modo dovevamo sembrare quantomeno bizzarre.
Sono nel frattempo trascorsi un paio di giorni e io ho sempre più voglia di togliermi i pensieri dalla testa, visto che i sintomi fisici fanno più resistenza del previsto.
Così mi riempio le giornate di cose da fare: due lavori nuovi in forse, uno piccolino in partenza da aprile, mille piedi in duemila scarpe, nel tentativo di non lasciare scampo a ragionamenti faticosi e sensi di colpa.
Come sempre le terapie migliori sono camminare, cucinare, fare cose belle (tipo andare a teatro a vedere questo spettacolo e quest'altro) e scrivere. Mercoledì scorso su A Casa di Cindy è uscita la puntata di marzo di Leggermente, la "rubrica libraria" a cui ormai sono talmente affezionata che la aspetto con impazienza, come se non fosse la mia.
Non so di cosa parlerò nel prossimo post, non sto leggendo per adesso, o per lo meno non ho nulla di recente di cui vorrei scrivere...probabilmente andrò a ripescare qualche vecchio amore, di quelli che non si scordano mai.
E quindi basta, continuiamo questo sabato dal tempo incerto, iniziato con un ciuffo di viole, le coccole della gatta, una bella passeggiata sul mare e un secchio di zuppa di fagioli alla palermitana.
Stasera turno Altrove.
Con il vestito nuovo e lo smalto color cervello.





domenica 18 gennaio 2015

Le montagne di Milano

Se Milano fosse sui monti ci sarebbero distese di colline innevate, cortili inumiditi dal freddo della notte, cascine dai sapori genuini, mucche, pecore, musei dedicati al legno e alla sua lavorazione, vette da conquistare.
Ma Milano non è sui monti.
Ma a Milano ieri c'erano tutte queste cose lo stesso, almeno per me.
Siamo partiti prestino e siamo andati diretti a Cantù, per visitare questa meraviglia qui. Cosa mi ha colpito di più?
Per farla breve, perché potrei scrivere un elenco infinito: gli sgabelli di mille legni diversi che sembravano dipinti, il tavolo Sant'Andrea (e te pareva) che sarebbe perfetto per le cene con gli amici se solo avessi una cucina tre volte più grande della mia, l'angolo profumatissimo dei mobili in cedro, la fila di biciclette d'epoca ognuna per un mestiere diverso (io sarei sicuramente stata "venditrice di pianeti della fortuna", con a bordo ben due pappagalli vivi e verdissimi) e le vetrine di coloranti per legno o segature di ogni albero possibile.
Da Cantù ci siamo spostati a Milano, parcheggio, metro e pranzo qua. Era una vita che volevo andarci, perché ogni racconto di amici che già c'erano stati era entusiasta e si concludeva sempre con "a te piacerebbe da matti". Infatti, mi è piaciuto da matti. Un'isola di verde nel cemento, un'aia di campagna tra i palazzi, in una via dal nome che ricorda un po' troppo quella di casa, tra tavoli colorati, banconi di legno e bimbi che urlano domandando "ma oggi non ci sono laboratori???". Laboratori per bambini in una fattoria con orto, giardino e bistrot incorporati. Lasciatemi lì.
Da Cascina Cuccagna siamo andati diretti a vedere la mostra delle fotografie di Bonatti, quelle scattate nel periodo in cui lavorava per Epoca (e non solo). Bella, tanta gente, tanti spunti di riflessione, tanti scatti che se si pensa ai mezzi a disposizione a quel tempo ci si chiede come sia stato possibile. Nelle foto tra i ghiacci, i deserti, le foreste e le praterie compare quasi sempre anche lui, come uomo avventuroso che gira il mondo e lo riporta a casa racchiuso in un'immagine. Una foto che tiene con sé, come Walter stesso dichiarava, anche l'attimo prima e quello dopo il click. Ma come faceva a fotografarsi da solo in cima a una duna, senza assistenti o autoscatto? Con i comandi a distanza. Prima via cavo, poi a trasmissione, posizionando le macchine su cavalletti, scegliendo lenti, messa a fuoco, inquadratura e ricominciando a camminare.
Tra le didascalie della mostra ho trovato questa frase di Bonatti, e in un periodo in cui anche i romanzi che sto leggendo e le mie personali riflessioni sulla vita e lo scorrere continuo delle cose mi parlano di realtà, ho pensato fosse bello annotarla sul taccuino e condividerla:
Una "realtà", dopotutto, non dipende anche dalla nostra capacità di immaginarla?
Sono circondata da gente che non è più (o forse non è mai stata) capace di immaginare una realtà. Non per forza bella e piena di soddisfazioni eh...anzi, vedo spesso persone che se non la possono immaginare perfetta non la immaginano proprio e fanno prima. Facile no?
Ad ogni modo, se non vi piace la montagna, se l'avventura vi spaventa, se Bonatti vi stava antipatico, andateci comunque a vedere la mostra, non fosse altro che per questa foto (la schiena di Walter, soggetto alquanto ricorrente).
Usciti dal Palazzo della Ragione abbiamo girovagato attorno e dentro al Duomo, siamo entrati in Galleria e da Rizzoli, dove c'è chi ha comprato un libro e chi (nella fattispecie io) si è innamorata di un piccolo oggetto di carta, una sorta di pop up che pop up non è, il primo lavoro di Emma Giuliani (una grafica francese di trentacinque anni, se non ricordo male quello che ho letto sul retro) che ha realizzato un capolavoro sulla vita davvero meraviglioso.
Il libro si intitola Vedere il giorno, edizioni Timpetill, e con pochi colori, forme semplici e costruzioni interattive dosate nella loro linearità, racconta tutto. La nascita, l'amore, l'amicizia, la morte in poche pagine. Dovevo comprarlo, ma la borsa già piena e la pioggia fuori mi hanno fatta desistere, nonostante il piccolo libro sia protetto da un sacchetto di plastica trasparente, come se dentro nascondesse davvero la vita. Mi rendo conto, queste sono le seghe mentali di un'innamorata della carta, ma non vedo l'ora che sia domani per correre in libreria a ordinarlo e magari scriverne qui o A casa di Cindy tra qualche tempo.
L'ultima tappa della giornata è stata la mostra di Segantini a Palazzo Reale, per fortuna avevamo comprato i biglietti on line direttamente da casa perché la coda in ingresso era interminabile. Dentro abbiamo trovato tanta (troppa) gente e delle sale poco pronte ad accogliere un flusso simile di visitatori; l'esposizione però è bellissima e ci sono opere che tolgono letteralmente il fiato. La mia personale e probabilmente banale classifica vede al primo posto Ave Maria a trasbordo e al secondo L'ora mesta, il perché non lo so dire, è troppo difficile spiegare le emozioni che si provano davanti a un quadro.
Quando siamo usciti dalla bolgia diluviava, corsa in metro fino al parcheggio, viaggio svelto verso Genova, pizza e farinata sotto casa.
Quindi ieri come è andata la mia gita a Milano, città di montagna?
Bene direi, tornata stanca ma piena di nuove cose in testa, e con un'immagine su tutte nel cuore: lo stormo di gabbiani che si alzano dalla banchina di ghiaccio mentre l'aereo di Walter si solleva per riportarlo a casa (vedi foto quassù, scattata stamattina in mezzo alla luce del giorno che inizia).


sabato 13 settembre 2014

M&M

Io e mamma abbiamo sempre camminato insieme.
Oggi, mentre poco più avanti di noi una bimba arrancava dietro al papà, ci siamo ricordate di quando io, piccolissima, risalivo i sentieri quasi sempre senza lamentarmi.
Scrivo quasi perché resta memorabile quel giorno che domandai, stravolta: "mamma ma muoiono prima le mamme o le bambine?" Mia madre, certamente un po' interdetta, mi rispose "beh, di solito le mamme" e continuò a camminare. Pare che io, dopo aver proseguito in silenzio la lunga marcia, a un certo punto cominciai a piagnucolare, accusandola di avermi mentito.
"In che senso, Elena?"
"Nel senso che ora io sto morendo, ma tu sei ancora viva"
C'è sempre stato grande ottimismo dentro di me e pure una buona dose di consapevole resa, occorre ammetterlo.
Oggi, come tante volte nel passato e come l'anno scorso, abbiamo percorso insieme la Mari e Monti di Arenzano, scegliendo l'itinerario A.
E' andata bene, ci siamo divertite e nemmeno stancate troppo. Pochi gli inconvenienti, se non contiamo il mio solito piede sinistro più mal preso che mai, la pietra che, come si dice da queste parti, "ha fatto lippa" e si è schiantata contro un malleolo di mamma e il primo giorno di ciclo, che mi ha costretta ad acrobazie igieniche non proprio banali.
E' andata bene perché il tempo è stato perfetto, fresco e con poco pochissimo sole in quota, più caldino una volta arrivate quasi in paese. Abbiamo bevuto il tè caldo al rifugio, sgranocchiato mele e pane con la marmellata, risparmiato il fiato chiacchierando il minimo indispensabile e imprecato contro le "comitive spezza passo" (quei gruppi che non sanno cosa sia la fila indiana, che non contemplano l'ipotesi di essere superati, che camminano come se fossero tra gli scaffali del supermercato parlando di detersivi e cibo esotico). Siamo andate piano, tutto sommato, in sei ore, comprese le soste, abbiamo percorso quasi venti chilometri e mille metri di dislivello. Insomma, all'andata si saliva parecchio e io l'avevo già fatta una volta quella strada, senza però arrivare al rifugio e mi era piaciuta da matti.
Al ritorno, in proporzione, il giro si allunga e la discesa, seppur ripida, è meno strong della salita, che resta comunque la mia parte preferita.
Arrivate alla base un panino e una birra non ce li ha tolti nessuno, così come la pizza stasera e al diavolo la dieta senza lieviti e carboidrati!
Mentre la lavatrice con i vestiti di oggi va, e il microonde fa bip per dirci che la nostra tisana è pronta, io ripenso a quando ero piccola e saltellare intorno a mia madre, in montagna, mi pareva la cosa più faticosa e normale del mondo. Come oggi.

giovedì 11 settembre 2014

Il colore viola

Come sempre succede quando sono catapultata ad un convegno o, ancora peggio, ad un seminario di presentazione di un convegno, sono due le vie di fuga che imbocco senza indugi:
- la fantasia
- la scrittura
Spesso queste strade coincidono pericolosamente.
Di solito penso al sesso o a cose simili, leggère, così tanto da farmi ridere bellamente sotto ai baffi. Oggi, invece, sono in linea con l'argomento del convegno, il colore, e mi guardo attorno alla ricerca di gruppi cromatici su cui posare l'attenzione. Il viola vince tutto. E' viola il ranuncolo sul desktop del relatore che parla, è viola la blusa della moglie del prof., è viola uno dei washitape incollati alla mia agenda, è viola il porta monete che ho in borsa e che vedete quassù (dopo che mi è caduto dalla borsa ndr). Credo siano viola anche i miei occhi stanchi e le mie guance impegnate nella digestione del gazpacho mangiato a pranzo, ma purtroppo io non posso vederli.
Sicuramente le follie che sto scrivendo potrebbero rientrare in uno dei post destinati ai Magnifici 5 (la vista, naturalmente), ma in questo caso l'argomento sarebbe troppo vasto per unirlo alla pagina di oggi e, soprattutto, per affrontarlo in un pieno pomeriggio digestivo.
Effettivamente è tutto il giorno che i miei momenti vengono scanditi dal colore: la stampa del poster sulla policromia, le foto al microscopio ottico scattate dalla tesista alle carotine colorate fatte qualche tempo fa, l'elaborazione digitale degli spettri di fluorescenza X, acquisiti sulle campiture cromatiche dell'opera analizzata lunedì.
E poi la mia bizzarra maglietta a pois sovrapposta alla canotta fucsia, il gazpacho meravigliosamente arancione, lo shampoo riflessante color rame che mi aspetta stasera dopo la palestra. Ecco subito un altro posto dove incontrerò un sacco di colore: i tappetini viola, le palle gialle e azzurre, la moquette verde, i pesi blu.
[...]
Che è successo?
Hai voglia di deliri sul colore, di occhi rossi, pensieri sconnessi, digestione faticosa...avevo (e ho ancora) la febbre!
Poca roba per carità e mi conosco abbastanza per darle un nome o per lo meno per intuirlo (crisi), però la maschera rame l'ho fatta lo stesso e ora ho una bella chioma fulva e luminosa, mentre, per tornare al viola, l'ho ritrovato nella tisana all'echinacea che ho bevuto poco fa. Dovrebbe favorire le difese immunitarie se non sbaglio, staremo a vedere.
Domani il convegno inizia sul serio e io spero di riuscire a sgusciare fuori dal letto prestino e a godermi i prossimi due giorni lontano dai muri freddi dell'ufficio, che poi sabato, se tutto va bene, ci si diverte davvero!

P.S. Ma se inventassi un altro progettino fotografico? Tipo se scegliessi un giorno alla settimana da dedicare al colore scattando foto tutte in tinta? Il venerdi? #fridayimincolorproject. Andata.

giovedì 31 luglio 2014

QB: che fatica...

Che fatica, signori miei.
Questo è uno dei pochi (forse l'unico?) QB dedicato a Qualcosa di Brutto. Che poi non è neppure una tragedia, intendiamoci, semplicemente sono affaticata. Da cosa? Da tutto. Principalmente dalla lotta con la chimica.
Quando parlo di fatica intendo fisica, non mentale, a quella sono più che abituata. Come l'anno scorso qualche chilo in più ha deciso di venirmi a trovare proprio ora (il mio tempismo con la prova costume è sempre perfetto) e immagino che in parte siano colpevoli i soliti alimenti incriminati che d'estate mi concedo più spesso. La chiusura del dipartimento e quindi l'arrivo delle pseudo ferie si avvicinano, le possibilità di stare a riposo aumentano, eppure sono terribilmente stanca. Ho scoperto che se alla mattina riesco a dormire un poco di più la giornata è gestibile, meno svarioni, meno disagio. Resta il fatto che sempre più spesso sento la necessità di chiudermi nel mio personalissimo "rehab" a ritagliare, dipingere, cucinare, scrivere. Il lavoro è come al solito un argomento un po' delicato, ai rapporti cerco di non pensare, mi compro taccuini bellissimi per organizzare le idee e sogno vacanze al mare o in mezzo alle nebbie del nord.
Sopra a tutto questo è arrivata Lei, prepotente come non mai: la voglia di camminare. Che vista la situazione della mia gamba sinistra non sono neppure abbastanza in forma per darci dentro quanto vorrei, anzi, ma lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e avrei cominciato a contemplare l'ipotesi di ricominciare a macinare chilometri in salita, anche da sola se necessario. Se poi qualcuno avesse voglia di dirmi "Ehi, fatti lo zaino che si va" io sarei ancora più contenta!
Poi è vero che due scale mi uccidono, che di correre per ora non se ne parla (domani ci riprovo, a costo di svitarmi il femore) e che tutto quello che il mio corpo sembra desiderare è un materasso. Pure al mare non nuoto, resto sdraiata lì, un po' inutile e un po' in crisi, con un libro da leggere e la borraccia dell'acqua ormai tiepida.
Quindi oggi, dopo un'ora di terapia e un'altra ora dall'osteopata, mi pare di avere un collo lunghissimo e un peso meno duro (o magari semplicemente ormai noto) da sopportare, mi pare di possedere qualche piccolo strumento in più per arrivare a fine giornata, anche quando sono così stanca da non riuscire neppure a scrivere un post o a dipingere una lampadiyna.
[...]
Ecco, per darvi un'idea della stanchezza, mi sono addormentata mentre scrivevo (!) e ho ripreso questa pagina solo dodici ore dopo.
Adesso è mattina, indosso un paio di pantaloni a pois e tra un attimo esco a mangiare all'aperto. Ecco. Sono stanca come non mai, mascara e smalto rosso tentano timidamente inutilmente di darmi un tono, ma io me ne frego e vado avanti. Cià.

domenica 6 luglio 2014

Il diario verde

Ho perso la carta prepagata e così, prima di andare dai carabinieri per la denuncia ho messo sottosopra la mia vecchia stanza a casa di mamma...niente da fare. E' sparita.
In compenso però, dopo due giorni di sole, mare, amici, uncinetto, frutta e persino una vittoria al Palio del Gallinaccio 2014, mettendo in ordine (o in disordine) scatole, cassetti e scaffali ho trovato il mio diario.
Il blog di quando ero piccola insomma. Ed è il più recente di quelli che ho scritto. Aprirlo e rileggerlo tutto è stato così doloroso, commovente e a tratti pure divertente che ho deciso di fermarmi e non cercare anche gli altri miei scritti.
Terrò il piccolo libro rosa per la prossima volta, stasera mi basterà andare a dormire con in mente qualche brano del diario verde.
Ricordo benissimo dove andavo a comprare le agende per scrivere i miei pensieri, in Piazzetta del Ferro, dove ancora oggi credo ci sia la bottega che rilega e confeziona oggetti con la carta. Costavano cari e la scelta era difficilissima. Non volevo righe né quadretti, preferivo gli spazi bianchi da gestire sul momento, anche incollando frasi, biglietti o foglie secche, come sempre.
Rileggendo indietro nel tempo (il primo "post" è del 2002) ho trovato la solita me in difficoltà, spaventata dagli abbandoni, piena di forza e tenacia nelle relazioni, stanca di studiare e dare esami per poi non andare in vacanza, non concedersi due giorni di svago, sfiancata dal carattere impossibile di papà e dalle fatiche di mamma. Ho trovato una Elena in fuga, che non faceva altro che scrivere quanto desiderasse scappare, ora però, tutto questo bisogno, non lo ricordo per nulla.
Credo di aver rimosso moltissime cose, nel mio cervello si confondono le date e si accavallano gli avvenimenti, tra analisi, macchie nei polmoni di tre persone diverse, ospedali, prelievi, funerali, candele, treni, gatti e auto in fiamme non saprei ricostruire a memoria tutto quello che ho visto in quegli anni. Ma l'ho scritto. E oggi l'ho ritrovato.
Mi sono seduta sul pavimento, schiena contro il muro, e ho letto tutto d'un fiato i miei pensieri di dodici anni fa.
Stasera ne riporto un pezzo, perché mi ha lasciata sorpresa, forse pure un po' ammirata, di sicuro mi ha inumidito gli occhi.

05-03-2003
La mia vita sta cambiando un'altra volta. Col trapano di mio padre e Wild Horses come sottofondo mi accorgo di questo. Non posso fermarla forse perché non voglio o perché non si può bloccare il vento sugli anni.
Gli anni giovani sono i più sottili, dondolano più degli altri, fanno venire la nausea al cuore e pensare che io soffro persino l'automobile. La mia vita sta cambiando perché il vento è sempre più forte e non riesco più a rimettere gli anni al loro posto, rimangono scompigliati. Ciò che mi resta è spezzare quelli che appesantiscono la pianta più grande che esista, la vita più grande che esista.
La mia vita è la più grande che esista, certe sue parti sono marce e da tagliare via certe sono solo da potare ma devo lasciare che le rondini vi riposino, creino altra vita alla mia vita. Sono vuota, infetta nella pancia di una malattia vegetale. Sono bella di poesia e di cuore e di miele e di sangue.
Sono muta di parole di accidenti di malumori.
Sono calda di cielo di mare e di sale.
Sono vitale di speranze e di rese.

Quello che mi viene da pensare è che già scrivevo di piante, di mondo vegetale, di natura che vive e cresce. Nel giorno in cui ho terminato Una barca nel bosco di Paola Mastrocola sentendomi parte totale del delirio verde del protagonista e della sua inadeguatezza verso il resto del mondo, ho trovato parole che a ventun anni non riuscivo a trattenere. Avevo ventuno anni accidenti, e doveva ancora iniziare l'inferno.
Ho grandi ragioni, ma enormi davvero, per essere indulgente con me stessa, per volere più bene a quel mio primo amore così affaticato, per guardare indietro e capire da dove trascino il senso di incapacità che non riesco mai ad appoggiare. Quanto sentimento ho sottovalutato! Quante difficoltà ho superato! E meno male che ho scritto tutto, come al solito, meno male che ho le prove per ricordare al mio peggior giudice che sono stata proprio brava.

mercoledì 16 aprile 2014

QB: senza sapere da che parte sono

Senza sapere da che parte sono vuol dire che non so se sto scrivendo un QB su qualcosadibello oppure su qualcosadibrutto.
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
- La ricrescita :-)


domenica 15 dicembre 2013

Nuovi semi

Post serale, dopo più di una settimana dall'ultimo. Cosa è successo? Nulla, ho dovuto semplicemente scrivere altro. Accantonata la tesi per un attimo, mi sono dedicata alla preparazione della presentazione di domani pomeriggio: l'avanzamento del terzo anno di dottorato. Ho finito l'ultima slide dieci minuti fa, stasera non si ripete, mi addormenterei sicuramente. Visto che la riunione sarà alle quattro avrò tutto il tempo prima per cronometrarmi e ascoltarmi all'infinito, quindi ora mi regalo un po' di relax pre sonno, giusto per concludere la domenica in tranquillità.
E' stata una settimana impegnativa, soprattutto emotivamente, iniziata con una gioia gigante: una nascita! E' arrivato tra noi un piccolo uomo, aspettato con pazienza proprio fino al giorno della scadenza prevista e coccolato per nove mesi da un grande gruppo di vicini di casa affettuosi. Questa sera sono andata a trovarlo, a portargli la famosa scatola, un contenitore di cartone dove ho raccolto un po' di regali per lui, per la mamma, per il papà e pure per il cane, impacchettati pian piano nel corso di tutta la gravidanza. Qualche settimana fa avevo per caso trovato questo articolo e avevo subito pensato che il mio dono somigliasse al contributo del governo finlandese, tanto che ormai la scatola di cartone è diventata per tutti l'omaggio dalla Finlandia.
Dopo il lunedì di gioia sono trascorsi giorni di scrittura, come dicevo all'inizio: il blog di Scuola di Robotica, la presentazione di domani, un paio di pagine per un sito da riguardare al volo, la tesi e le solite duecento email. Impegni di lavoro pure la sera, pomeriggi faticosi a guardarmi dentro e via di corsa verso il week end, dove ho potuto rallentare, comprare qualche regalo per Natale, andare a trovare mamma, tagliarmi i capelli, chiacchierare a lungo, dormire un po' e concludere questi sette giorni con i respiri delicati di un bimbo che sogna.
Ora è tardi, ho bisogno di infilare il pigiama, chiudere la porta, posare come al solito il mazzo di chiavi sul piatto egiziano dei nonni, lavare i denti, leggere un paio di pagine del romanzo in dirittura d'arrivo e chiudere gli occhi. Domani ci sarà un altro passo, un nuovo seme, un avanzamento in ogni caso, che sia davvero avanti o che sia un salto indietro.
Buonanotte...

domenica 11 agosto 2013

Storia di Alì

Alì è un piccione, ma non un piccione qualsiasi: Alì è un piccione viaggiatore.
All'inizio dell'estate il suo proprietario lo ha regalato ad un amico, un colombofilo come lui che partecipa alle gare da poco e sta cercando di incrementare la sua piccola colombaia.
All'inizio di questa storia Alì non si chiama Alì, ha un altro nome che nessuno sa, forse Alì è addirittura una femmina, la sua testina aggraziata e lo sguardo delicato si addicono di più a una giovane colomba, in effetti.
Il giorno del viaggio Alì non è in forma, ha un sacco di pensieri e non si sente pronto, deve volare fino alla Francia ma non ha capito dove, teme il vento, teme il mare, teme gli altri uccelli, teme i colombi come lui che lo attendono all'arrivo.
Alì parte stanco e si scoraggia quasi subito, prova a farsi forza, a stendere bene le ali, a bilanciarsi con la coda, a sgombrare la testa dalle preoccupazioni: "Tieni duro", pensa, "Arriverai prima di quando te lo aspetti, quante volte pensavi di non farcela e invece la meta era già così vicina, gli altri piccioni così simpatici, l'acqua così fresca e le granaglie così buone!". Ma l'istinto di Alì ha ragione, non è un bel giorno per volare, il vento che gira all'improvviso, la stanchezza già troppo pesante ancora prima di partire, le nuvole basse: "Non ce la faccio", pensa, "Devo fermarmi, o quando lo farò sarà troppo tardi e finirò dritto nella bocca di un gatto o sotto le ruote di un'auto sulla camionale".
Attorno a lui solo tetti, antenne, pali della luce, terrazzi, ringhiere e corde del bucato, le finestre sono tutte chiuse, alcune hanno addirittura le imposte serrate, ma è agosto e le città si svuotano per le ferie. Deve resistere ancora un poco Alì, deve cercare di raggiungere la campagna e magari, se è fortunato, riesce ad incontrare una colombaia dove fermarsi qualche ora, qualche giorno. Ricorda di un suo compagno l'anno prima, che in occasione di una gara era stato ritrovato una settimana dopo da una famiglia gentile, era stato rifocillato, fatto visitare addirittura da un dottore, fino a che il loro padrone aveva preso la jeep, caricato la gabbia sul retro ed era andato a riprenderlo, sbuffando e lamentandosi più per la brutta figura fatta con i colleghi in gara che per per il disturbo.
Mentre si perde tra i pensieri e si lascia un poco trasportare dal vento Alì entra in un bosco, i rami sono fitti, non si vede quasi nulla e volare diventa difficile. Prova a scendere, saltella qua e là, becca qualche seme posato sulla terra calda, sale su un tronco abbattuto e si riposa..."Solo un poco" si dice, "Solo il tempo di ritrovare le forze".
Quando si sveglia è quasi buio, occorre rimettersi subito in viaggio se si vuole raggiungere un villaggio dove trovare riparo. Saldo sulle zampe inanellate Alì spicca il volo, attraversa il fogliame estivo, sente un ramo graffiargli forte l'ala sinistra, ma stringe il becco ed esce dal bosco, c'è un po' di vento, a favore finalmente, e seguire l'aria è facile come fare una discesa sullo scivolo. Dopo una mezz'ora di volo tranquillo, dietro una collina, in fondo alla gola, Alì vede delle luci: "Che ore saranno?", forse le nove di sera, forse ancora più tardi, il cielo è ancora chiaro, ma i lampioni illuminano già le strette strade del borgo di mare.
Alì si sente sollevato: un paese di campagna, con poche case, tanto verde, qualche orto e sicuramente qualcuno disposto a lasciarlo riposare, magari anche ad accudirlo, a parlargli, a controllargli quella ferita sull'ala che comincia a fargli davvero male.
Scende in picchiata verso le case e si ferma su un grande tetto rosso, lì le finestre sono tutte chiuse, c'è un giardino curato, qualche albero tagliato da poco e tanto prezioso silenzio. Il piccolo palazzo di fronte, invece, è decisamente abitato, tre giardini vivi, con il bucato che sbatte al vento della sera, i gatti che sonnecchiano sui tavoli di plastica, una signora che chiama il marito nell'orto. E poi, le finestre sono quasi tutte illuminate.
Alì riflette, non sa cosa sia giusto fare, è la prima volta che si perde, è la prima volta che ha bisogno di aiuto. Dopo qualche minuto prende coraggio, apre le ali, prova a stirare con cautela quella sinistra e punta la finestra più in alto, da cui proviene una fioca luce blu, intermittente, delicata, deve essere un televisore acceso.
Scende piano sul davanzale, cercando di non fare rumore, con discrezione sbircia dentro e sul divano vede una signora anziana, che guarda le immagini scorrere sullo schermo ma sembra assorta in altri pensieri, più lontani e più importanti di quello sceneggiato estivo. Incuriosito e ormai carico di coraggio Alì decide di spostarsi sulla finestra accanto, dall'appartamento escono voci piccole, chiacchiere adulte, musiche in rima e battiti di mani. Appena le sue zampe toccano l'ardesia ancora tiepida quattro occhi lo osservano sbigottiti: "Nonna nonna! Guarda!". Due bimbi seduti sulla medesima poltrona lo stanno indicando tutti eccitati, una signora si avvicina piano piano alla finestra mentre un uomo, assorto nella lettura del giornale, alza appena lo sguardo dal quotidiano disteso sul tavolo.
Sono tutti indaffarati là dentro, chi prova a chiamarlo con il verso che si usa per attirare i gatti, chi si alza sulla punta dei piedi per guardarlo meglio, chi ipotizza ferite e malattie osservando la sua ala malconcia. Dopo poco la signora sparisce e ritorna accompagnata da altre due donne, una invoca il ragù di piccione guardandolo però con dolcezza tra i riccioli tagliati corti, l'altra si confronta con la padrona di casa sul significato di piccione viaggiatore, facendolo sentire importante e prezioso.
E' ormai notte, c'è troppo interesse in quel posto, rimanere lì significa rischiare di farsi prendere, la finestra dell'anziana signora sembra essere più tranquilla: Alì spicca il volo e atterra poco più in là. Ora la donna è in piedi, la televisione è spenta, lentamente cammina in soggiorno tenendo una mano sulla schiena del divanno, come se fosse una robusta ringhiera immaginaria. Improvvisamente lo vede e, con grande stupore del colombo, gli parla. Lo ringrazia di essere venuto, si rivolge a qualcuno che però in casa Alì non vede, sembra commuoversi perfino e, sempre lentamente, si allontana verso una stanza buia, lasciandolo tranquillo sul davanzale. Prima di sparire dietro a una porta semichiusa, una mano delicata spegne l'ultima luce.
Cicale, uccelli, rumore di auto in manovra, urla lontane di giovani al mare, rombi di motoseghe in azione, persiane che si aprono...Alì tira fuori il becco dalle piume del dorso, spalanca gli occhi e, d'istinto, spicca il volo: "Che ore sono?", "Dove mi trovo?". In pochi secondi atterra pesante sul tetto rosso, il primo incontrato al suo arrivo e si guarda intorno, improvvisamente ricorda la luce blu del televisore, le piccole dita di bimbo che lo puntano, gli occhi benevoli della ragazza con i capelli corti.
L'ala sinistra è ancora dolorante, aprirla e chiuderla con calma gli dà un po' di sollievo, ha fame e sete, deve capire cosa ha intorno e dove può recuperare del cibo. Spicca il volo nel pieno sole del mattino, supera la casa color salmone, si avvicina a quella gialla e si posa su un filo elettrico: campi coltivati, orti abbandonati, prati, terrazzi, boschi. In una casa lontana, lasciata al lavoro instancabile del tempo, vede una vecchia colombaia vuota: "Chissà quanti piccioni ha ospitato", pensa. Riaperte le ali e ripreso il volo Alì torna verso il mare, ma questa volta cambia finestra, scende di un piano e si ferma oltre una sottile zanzariera tirata. E' mattina presto, in casa tutto è immobile, la luce è forte ma il caldo è sopportabile, fermarsi lì può essere una buona idea; improvvisamente, alle sue spalle, uno strano verso lo insulta, un misto tra un miagolio isterico e un gorgheggio da neonato arriva dal pavimento e lo investe completamente. E' un gatto, una gatta forse, bianca, sporca, decisamente poco aggraziata, che lo punta nervosa e sbatte la coda nera con frenesia e preoccupazione. In pochi secondi arrivano le due donne della sera precedente, quella esperta in colombi e quella che si limita a guardarlo, è proprio lei ad aprire la zanzariera con una piccola scatola di cartone in mano terrorizzandolo a morte. Il tetto rosso continua, per tutto il giorno, ad essere il suo rifugio, da lì Alì spicca il volo spesso, si posa sul palo, sulle tegole delle case vicine, sul parapetto di un terrazzo assolato dove la ragazza con i capelli mossi gli allunga qualcosa da mangiare, un mucchietto di palline gialle, probabilmente uno strano e poco soddisfacente cibo straniero, che mangerebbe pure se non fosse continuamente insultato da quella stupida gatta bianca. Il sole tramonta, si alza un po' di vento, la signora anziana gli rivolge parole dolci e domande su persone che lui mica conosce, i bimbi battono le mani, gli adulti guardano l'anello che gli stringe la zampa sinistra e stanno al telefono a dire numeri per ore e lui pensa, dopotutto, che rimanere lì potrebbe anche essere un'idea. Chissà perché poi, in quel posto, lo chiamano Alì.



lunedì 29 luglio 2013

Ciao, come stai?

Ultimo (forse) post di luglio, mi sa. Questo mese ho scritto poco, ma ho fatto e pensato molto. Ora sono da mamma, in ritiro nel "giardino incantato" per un paio di giorni, recupero del week end trascorso lavorando.
E' tutta la mattina che piove, previsioni azzeccatissime: tuoni, acquazzoni, la gatta che entra ed esce inquieta, la connessione che va e viene, il vestito giallo con il golfino bianco sopra, le cicale comunque instancabili, l'odore di terra bagnata.
Ho male al collo, ieri sera non ho asciugato la testa e forse ho preso freddo; magari, la notte mal dormita e piena di ricordi e pensieri tristi, ha contribuito.
Tuttavia, se qualcuno oggi mi chiedesse "Ciao, come stai?" risponderei bene. Anche se mamma non è in forma, anche se sono stanca, anche se il mio rapporto con i pasti, dalla preparazione alla digestione, continua ad essere complicato, anche se mi sembra di non avere tempo per il lavoro e per la tesi di dottorato, anche se le ultime notizie delle persone vicine non sono buone, io sto bene, è giusto imparare a riconoscerlo.
Mesi (anni forse?) fa scrissi un pezzo sulla "giusta distanza", non ricordo nemmeno di cosa parlasse, ricordo solo che riflettevo sull'incapacità e necessità di tirare su dei muri tra la mia vita e le cose dure attorno a me. Ancora oggi e forse per sempre, dovrò combattere con la mia attitudine istintiva a farmi coinvolgere troppo, anche in cose che non posso in alcun modo manovrare, su cui non si può assolutamente intervenire, che arrivano e basta, occorre solo accettarle.
Sono stanca e sempre meno multitasking, chi mi vuole bene lo nota. Lo vede. In questi due giorni di corso con i bambini ho fatto più fatica a mantenere la calma, mi sono innervosita prima e durante, ho rischiato di non riuscire bene nei laboratori che avevo preparato perché ci sono arrivata sommersa da mille altre cose. Non deve accadere più, è necessario prendere aria e calcolare ancora una volta la giusta distanza, ponendomi dei limiti, accettando la mia fallibilità, dicendo semplicemente NO.
Ho trascorso questa mattina a mandare e-mail arretrate, aggiornamenti e comunicazioni, intendo dedicarmi un po' alla tesi buttando giù i report tecnici delle ultime settimane super intense tra analisi, trabatelli, corridoi al sole e depositi polverosi, ma voglio anche uscire a fare due passi, annusare il mare finchè sarà troppo gonfio per andarci vicino, condividere un caffè con la De, giocare in giardino con la mia piccola gatta bianca.
Perciò, con la playlist di Stereomood puntata su Cloudy, ripenso ai trenta occhioni curiosi di questi ultimi due giorni, a quelli grandi e interrogativi di Arturo, a quelli chiari e arrabbiati di Alice, a quelli azzurri e taglienti di Corinne, a quelli limpidi e ghiacciati di Zeno, a quelli furbi e belli di Asia, a quelli scuri e coraggiosi di Federico e a tutti gli altri, puntati su di me che spiego il galleggiamento partendo da "Eureka!" e arrivando a una pallina di carta stagnola sul fondo della vaschetta trasparente. Quindi, dopo tanto tempo, riporto qui qualcosa di pratico e mi allontano un po' (la giusta distanza) dalle mie difficoltà...
Nel prossimo post tre esperimenti veloci che potete fare con i più piccoli per spiegare il galleggiamento, le fonti di ispirazione sono state le innumerevoli pagine web sull'argomento, l'esperienza accumulata negli anni, la reperibilità degli "ingredienti" e la semplicità di realizzazione.
Buon divertimento!

domenica 7 luglio 2013

Sulla collina

C'è un sentiero, pieno di curve. Terra polverosa e bianca, un po' di pendenza e il sole forte che brucia tutto. Gli odori sono violenti, non si vedono nuvole, non c'è speranza di conforto immediato. Il fagotto pesa, quadretti blu, sulla punta del bastone storto e scomodo, come in una favola con il viandante che arriva all'ostello.
Niente riposo stavolta, le gambe sono pesanti, fanno male le cosce, il fiato è corto e doloroso sotto alle costole tese. Sudore, paura, sicurezza di non farcela, rabbia, arresa.
Pensieri sul perché stia succedendo tutto questo, la notte calda non porta aiuto, si somma solo il buio ad altro buio e i terrori si moltiplicano, si accoppiano, si sdoppiano. E' una malattia? E' impossibile curarla? E' davvero solo la testa? C'è davvero quell'unica soluzione nel bicchiere la mattina perché davvero si è deciso di non proseguire oltre?
Occhi chiusi e si cercano pensieri freschi, la castagnola con la coda divisa a metà che stuzzica le dita pucciate nel mare, il piccolo granchio coraggioso che attraversa il mondo in orizzontale e non teme le onde enormi capaci di stravolgere la sua mappa. Gli animali non hanno sensi di colpa.
Una solida, commovente sicurezza, la porta la mente che inquadra l'unico grande rapporto che basta a se stesso e che rende degno un cammino così: due donne vicine che davanti a grossi massi hanno saputo salirci sopra e guardare al di là, senza dividersi alla base per superarli e senza tornare indietro. Solo con questo pensiero si supera la paura della notte, si calma il cuore in affanno, si ignorano le immagini più brutte.
La mattina arriva con le cicale, l'odore di erba secca che punge le narici, i bastoncini duri che graffiano la schiena sdraiata, la sete e, di nuovo, le gambe che non reggono. La collina è grande, sugli altri sentieri le persone camminano a passo svelto, chiacchierano, salutano chi è arrivato sulla cima e sta tornando indietro, per cercare un nuovo viaggio.
Qui tra la terra gialla c'è solo un'impronta, che ogni tanto si ferma e così sul sentiero si confondono i segni delle suole mentre si cerca l'acqua nel fagotto, mentre improvvisamente non si trattiene più la paura di mollare e si scoppia a piangere senza smettere mai, mentre la sensazione di aver sbagliato strada avanza prepotente. Arrivano tutti in cima e qui si resta fermi. Ci si fanno le foto di gruppo, si festeggia, giacche colorate, sorrisi bianchi e non importa se qualcuno è rimasto indietro, se non si è teso la mano, se si è fatto del male, non ci si pensa più.
Le persone lasciate, quelle che si potevano aiutare, quelle non capite, quelle ferite per errore, per paura, per semplice umanità, chi cammina sul sentiero di polvere le tiene nel fagotto a quadretti blu e cerca di portarle fino in cima. E qualche volta i boschi freschi vicini ai ruscelli, i giardini incantati, i vini buoni, i libri belli, le ombre sul muro, non bastano per trovare la forza di mettere un piede davanti all'altro e continuare a salire lassù, sulla collina.


martedì 2 luglio 2013

Amici di blog

Un post serale, come facevo una volta, di quelli scritti sotto le coperte, con la tisana calda accanto.
Sono giorni terribili, senza motivi apparenti, per lo meno senza motivi sicuri, ma sono terribili davvero. Nonostante in meno di dieci anni abbia visto malattie spaventose portarsi via i miei cari lentamente o in un batter d'occhio, nonostante io stessa abbia passato momenti non proprio felici dal punto di vista della salute, nonostante quindi sappia bene quali siano le ragioni vere per cui vale la pena disperarsi, in quesi giorni ho raggiunto livelli di tristezza tali che non ricordo di aver mai provato. Non so perché, una delle ipotesi che si stanno facendo avanti è la famigerata "intolleranza alimentare", che spiegherebbe anche l'aumento di peso, la ritenzione idrica galoppante, i dolori alle gambe, le afte in bocca, lo stomaco gonfio, la pancia dolorante.
Spero quindi, tra rimedi omeopatici per curare le crisi di pianto e rabbia incontrollate, test sulle intolleranze, sedute dall'osteopata, ore in palestra, dieta completamente nuova, di ritrovare la forma fisica, l'equilibrio mentale e la voglia di provarci, almeno un minimo, a riuscire nelle cose che faccio.
Sorvolando sulla situazione al lavoro, sulla condizione dei miei sentimenti e su tutte le implicazioni di totale apatia che queste due grandi difficoltà si portano dietro, volevo spendere due parole su una cosa dolce che capita qui, tra le pagine ormai datate di questo piccolo blog.
Ci sono poche persone che mi leggono con assiduità, una fra queste è la mamma. Navigando tra i post e i commenti di qualche lettore si incontrano altri blogger passati di qua, una su tutti la mia compaesana MissFletcher (http://dearmissfletcher.wordpress.com/), attivissima scrittrice di pezzi splendidi sulla nostra meravigliosa terra, completi di foto perfette per descrivere caruggi, scorci, vasi fioriti, barche, tetti, gatti, creuze e tutto quello che una città come Genova sa offrire a chi ha voglia di scoprirla. Qualche tempo fa MissFletcher ha organizzato una bella visita alla Grotta Doria, affascinante ancora più del Palazzo che la ospita e mia mamma, accompagnata da un'amica, ha partecipato entusiasta a questa gita tornando poi a casa felice e piena di cose da raccontare. Buffo pensare che grazie a questo piccolo mio mondo scritto si sia creata un'opportunità, per la mia più assidua lettrice, di entrare nei luoghi che ho studiato così tanto ai tempi delle mie lauree sui giardini storici!
Un'altra bella scoperta è Barbara, l'"Anonimo" che spesso commenta i miei post, condividendo pensieri e riflessioni in linea con il mio sentire. Vicina al mio amore per le piante, per la natura e per quella parte verde che mi porto dietro fin da quando ero bambina, Barbara mi ha spedito un libro che promette di avvicinare l'uomo alla forza immensa degli alberi. Non l'ho ancora iniziato perché ho molte letture da terminare, tutta questa tristezza mi toglie la voglia di fare ogni cosa, ma intendo cominciare presto a sfogliare quelle pagine lucide e piene di illustrazioni, simboli e magia.
Tra queste righe leggere, dunque, prima di abbandonare il computer sotto i crampi allo stomaco regalati dalla cena (una semplice e scarsa minestra con un poco di pasta), mi piacerebbe ringraziare chi ogni tanto passa di qui e lascia un suo segno, sia piccolo sia grande, allargando la mia vita e aggiungendo un nuovo punto di vista sulle cose.
Buonanotte

sabato 22 giugno 2013

Sono

Foglietto illustrativo

Sono un tranquillante,
agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte -
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.
So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l'assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della pietà chimica.
Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.
Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.
Un altro diavolo non c'è più.

Wislawa Szymborska