È arrivato un altro Natale.
Quaggiù non era poi così scontato.
E invece siamo tornate al paesello per svernare qualche giorno, in casa è un andirivieni di vicini in visita, io sto persino riuscendo a leggere e a riprendere possesso della mia persona (leggi depilarmi, darmi lo smalto...).
Ieri abbiamo addirittura fatto l'albero, come i vecchi tempi, raccogliendo un ramo vicino a casa e addobbandolo con poche cose, ma buone. Quest'anno, in particolare, c'erano le decorazioni di ceramica prodotte al corso, a mamma piacevano un sacco e allora le abbiamo usate tutte senza pensarci su.
Detto ciò, non so nemmeno io perché stia scrivendo un post. Se dovessi essere istintiva chiuderei il pc all'istante e lo riaprirei solo per lavoricchiare un po', come ho fatto stamattina. Allo stesso tempo, però, sto cercando di mantenere una parvenza di normalità e di pensare alle cose positive che ci circondano, nonostante sia sul punto di scoppiare dalla rabbia un minuto sì e l'altro anche.
Se mi concentro sul qui e ora, che più qui e più ora non si può, c'è il tramonto arancione dietro alle sagome nere più familiari del mondo, c'è la passeggiata del dopo pranzo a vedere il mare, camminando una accanto all'altra, c'è Agata che dorme sul divano dopo aver passato in rassegna le piante sul terrazzo più e più volte, ci sono i datteri giganti nel frigo che aspettano solo di essere farciti, ci sono i fiori fucsia in giardino esplosi come fuochi d'artificio, ci sono i pantaloni di velluto marrone di quando andavo all'università che mi rientrano perfettamente, c'è il libro di Haruf appena terminato che vabbè, cosa ve lo dico a fare, c'è il libro di Paasilinna appena iniziato che mi garba parecchio, c'è il berretto nuovo che cresce sferruzzato da mamma, ci sono i ciclamini bianchi da piantare a Natale, c'è il mio pile Patagonia che mi scalda un sacco anche se non serve (grazie L'Altrosport!), ci sono le foto delle gite fatte come se ci fossi anche io, ci sono i menu che forse verranno disattesi o forse no, c'è l'opportunità così rara di cambiare piani anche all'ultimo minuto, ci sono le notti quasi tranquille e le colazioni in due, ci sono i pandolci con il latte per la sera, c'è il pilates sul pavimento del soggiorno.
Ci sono anche tante altre cose, in particolare c'è un senso di distacco enorme (e probabilmente tanto ipocrita quanto scontato) da tutto ciò che non conta un cazzo. Non che in passato fossi molto legata al Natale, mio padre è morto quasi quattordici anni fa e da allora abbiamo "festeggiato" in sordina una giornata che, quando la famiglia era ancora al completo, spesso portava con sé crisi, litigate e barcate di ansia.
Probabilmente è destino che proprio per me, che amo allestimenti, festoni, tavole decorate, inviti, pacchetti, biglietti, mazzi di fiori, candele e lucine, la vita abbia in serbo una sorta di educazione siberiana, di drastica conversione al sottotono, portata avanti senza pietà regalandomi periodicamente motivi enormi per non festeggiare mai una mazza.
Quest'anno poi, cara vita, ti sei davvero superata.
Buon Natale anche a te.
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lunedì 24 dicembre 2018
sabato 24 dicembre 2016
Natale arrabbiato
Musica.
Nei giorni scorsi ho pensato a lungo ai Natali di quando ero bambina. Di alcuni ho ancora le foto, di altri no. Ci sono quelle del gatto siamese seduto sotto l'albero, con la sua solita aria da "mi avete tutti rotto i coglioni", quelle con i pattini Fisher Price appena scartati e già indossati, quelle accanto alla Ferrari di Barbie e quelle con le mani affondate nel muschio del Presepe.
Non ho foto con i miei, non solo a Natale, proprio in generale.
Famosissimo, infatti, diventò l'aneddoto sulla mia presunta adozione: a scuola tutti portarono una foto del pancione, probabilmente in occasione di qualche festa della mamma, io non ne trovai nemmeno una e giunsi alla conclusione più pragmatica e ovvia. Ero stata adottata. Alla sera lo chiesi a casa, dove risero e mi dissero che no, non ero stata adottata, semplicemente ai miei non piaceva farsi fotografare. Punto.
Probabilmente per la medesima ragione esistono, in generale, poche mie fotografie negli scatoloni in fondo all'armadio e, se non sbaglio, delle feste di Natale alla Marconi non ne ho nemmeno una. La Marconi è il posto dove mio padre ha lavorato quando ero bambina, insieme a mio zio. Ogni anno veniva organizzata una serata natalizia per i figli degli operai e dei dipendenti, io e mia cugina partecipavamo sempre. Non ricordo con quale modalità si portassero a casa i regali, però ricordo benissimo che ero molto agitata in quel contesto e che quando rientrai con l'orso di peluche più grosso del mondo toccai vette di felicità mai più raggiunte. Di solito, i pupazzi che da bambini ci apparivano enormi una volta cresciuti sembrano improvvisamente di dimensioni normali, a volte persino modeste: ecco, quello no, quello è ancora l'orso più grande del mondo. Non l'ho mai gettato via, nonostante la polvere, nonostante sia stato la cuccia dei mille gatti passati nella nostra casa, nonostante ora sia una bomba di acari e pulci.
Io lo amo e sempre lo amerò.
Anche adesso, mentre scrivo, lui sta lì ai piedi del letto, con gli occhi languidi e il pelo marcio. Sì perché sono a casa di mamma, seduta in camera mia, con l'idea di terminare questo post iniziato ieri mattina e di sistemare un po' di lavoro per scaricare il più possibile la prossima settimana, data la mega gita in vista. Per ora non ne parlo, preferisco raccontarvela, come al solito, una volta vissuta: sentieri, rifugi, notti nel bosco e panorami meritano sempre un spazio tutto per loro.
Sono arrivata quasi alla fine di questo post e non so più dove sia finita la rabbia del titolo. Cioè, lo so, ma non ho voglia di tirarla fuori, perché è fatta di sentimenti mai provati fino a ora, come l'invidia o il desiderio di vendetta, indirizzati anche verso persone a cui voglio bene e a cui vorrei continuare a voler bene sempre, anche quando non riesco a percorrere la mia strada con la tranquillità che, lo dico forte e chiaro, MERITEREI.
Alla fine, però, è Natale, ho trascorso la mattina in un negozio che adoro, sono stata un'ora al vivaio, ho mangiato la mostarda e tra poco posso scivolare sotto le coperte con un libro. Ho il cuore leggero, aggrappato alle soddisfazioni e alle possibilità che spero diventino qualcosa di più, cosicché il grande salto che mi attende a inizio anno non si riveli, per la seconda volta nella mia vita, un enorme fallimento. La fiducia, quella grossa e vera, andrò a cercarla tra gli alberi.
P.S. Il libro in foto è "Eccomi" di Jonathan Safran Foer e qui potete trovare la mia recensione per A Casa di Cindy.
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venerdì 6 maggio 2016
Warriors o Worriors?
Ho in mente questo post da un bel po' di tempo, ma non riuscivo a farlo partire.
Questa settimana, complici alcune situazioni un tantino spiacevoli (leggi: che mi hanno fatta incazzare da morire), ho deciso di scriverlo davvero.
Sta tutto racchiuso nel titolo, il senso di quello che voglio tirare fuori.
Da qualche settimana ho iniziato a guardare una nuova serie in streaming, How to get away with a murderer; in questo modo ho fatto l'en plein con Shondaland. Non so ancora se mi piace, ma continuo a vedere puntate su puntate e, alla fine, mi lascio prendere dai casi di omicidio di ogni episodio. Cosa mi colpisce di più? Come al solito i dialoghi: non essendo abituata a guardare la tv, che ormai non possiedo più da anni, resto incantata quando i protagonisti parlano fitto fitto, quando si urlano contro, quando spiegano le cose. Dal momento che questa serie è basata quasi esclusivamente su momenti di arringhe, accuse e aule di tribunale, i dialoghi sono moltissimi.
Tutti gli streaming che guardo sono in inglese con i sottotitoli in italiano, sono convinta (ma non sono certo l'unica) che non ci sia nulla di più bello che godersi la recitazione originale, con le voci autentiche degli attori, le cadenze e le tonalità. Per darvi un'idea di cosa intendo ecco una scena di Scandal che ho amato moltissimo e che, diciamocelo, se fosse stata doppiata in italiano ci saremmo persi la meraviglia della voce di Joe Morton (premiatissimo per la sua interpretazione nella serie).
Ma, ritornando al titolo e al post, cosa vuol dire "Warriors o Worriors"? Intanto la prima parola esiste e la seconda no, se non in gergo. Warriors vuol dire guerrieri e worriors si può, forse, tradurre con "persone che tendono a preoccuparsi, a vivere la vita con preoccupazione". Da dove arriva questa idea? Da una puntata di How to get away with a murderer, quando Annalise, la protagonista, accusa uno dei suoi di essere un worrior. Io, ascoltando le battute in inglese senza soffermarmi troppo sui sottotitoli, subito non avevo capito, perché credevo avesse detto guerriero e, in quel contesto, mi sembrava non ci fosse nulla di sbagliato a comportarsi da guerrieri, anzi, mi pareva che la persona che si stava pigliando la sgridata non fosse affatto un gran lottatore. Poi ho fermato tutto, ho cercato di ascoltare meglio, ho spulciato il web e ho trovato le risposte: Annalise aveva detto preoccupone (mia personalissima traduzione della nuova parola imparata), non guerriero!
Questo errore di comprensione si è stabilito nel mio cervello, saldamente, da settimane. Perché io, alla fine, non credo ci sia poi così tanta differenza tra i due termini, per lo meno non dentro di me.
Certo, sono famosa per essere una che si preoccupa troppo, al liceo mi chiamavano miss paranoia e non avevano tutti i torti. Crescendo sono migliorata, anche perché essendo una persona molto razionale riesco abbastanza a tenere a bada i momenti di stress. Non tutti, però: nelle situazioni in cui avverto pericolo per i miei cari vado fuori di testa. Ma proprio che non ragiono più e non so come comportarmi. Sia chiaro, agli altri cerco di non mostrarlo, ma nel mio cuore muoio piano (neppure troppo, piano). E quindi lotto, lotto per resistere, per darmi una calmata, per tenere lontano i vecchi attacchi di panico, per non prendere più nessuna medicina, per non farmi deridere, per non essere di peso, per aiutare, per non sembrare isterica, per non venire allontanata, per non essere lasciata, per meritare ancora amore. Lotto fortissimo nel momento in cui sono più spaventata, fragile e preoccupata.
Una guerriera preoccupona. Ecco cosa sono.
Questa settimana, complici alcune situazioni un tantino spiacevoli (leggi: che mi hanno fatta incazzare da morire), ho deciso di scriverlo davvero.
Sta tutto racchiuso nel titolo, il senso di quello che voglio tirare fuori.
Da qualche settimana ho iniziato a guardare una nuova serie in streaming, How to get away with a murderer; in questo modo ho fatto l'en plein con Shondaland. Non so ancora se mi piace, ma continuo a vedere puntate su puntate e, alla fine, mi lascio prendere dai casi di omicidio di ogni episodio. Cosa mi colpisce di più? Come al solito i dialoghi: non essendo abituata a guardare la tv, che ormai non possiedo più da anni, resto incantata quando i protagonisti parlano fitto fitto, quando si urlano contro, quando spiegano le cose. Dal momento che questa serie è basata quasi esclusivamente su momenti di arringhe, accuse e aule di tribunale, i dialoghi sono moltissimi.
Tutti gli streaming che guardo sono in inglese con i sottotitoli in italiano, sono convinta (ma non sono certo l'unica) che non ci sia nulla di più bello che godersi la recitazione originale, con le voci autentiche degli attori, le cadenze e le tonalità. Per darvi un'idea di cosa intendo ecco una scena di Scandal che ho amato moltissimo e che, diciamocelo, se fosse stata doppiata in italiano ci saremmo persi la meraviglia della voce di Joe Morton (premiatissimo per la sua interpretazione nella serie).
Ma, ritornando al titolo e al post, cosa vuol dire "Warriors o Worriors"? Intanto la prima parola esiste e la seconda no, se non in gergo. Warriors vuol dire guerrieri e worriors si può, forse, tradurre con "persone che tendono a preoccuparsi, a vivere la vita con preoccupazione". Da dove arriva questa idea? Da una puntata di How to get away with a murderer, quando Annalise, la protagonista, accusa uno dei suoi di essere un worrior. Io, ascoltando le battute in inglese senza soffermarmi troppo sui sottotitoli, subito non avevo capito, perché credevo avesse detto guerriero e, in quel contesto, mi sembrava non ci fosse nulla di sbagliato a comportarsi da guerrieri, anzi, mi pareva che la persona che si stava pigliando la sgridata non fosse affatto un gran lottatore. Poi ho fermato tutto, ho cercato di ascoltare meglio, ho spulciato il web e ho trovato le risposte: Annalise aveva detto preoccupone (mia personalissima traduzione della nuova parola imparata), non guerriero!
Questo errore di comprensione si è stabilito nel mio cervello, saldamente, da settimane. Perché io, alla fine, non credo ci sia poi così tanta differenza tra i due termini, per lo meno non dentro di me.
Certo, sono famosa per essere una che si preoccupa troppo, al liceo mi chiamavano miss paranoia e non avevano tutti i torti. Crescendo sono migliorata, anche perché essendo una persona molto razionale riesco abbastanza a tenere a bada i momenti di stress. Non tutti, però: nelle situazioni in cui avverto pericolo per i miei cari vado fuori di testa. Ma proprio che non ragiono più e non so come comportarmi. Sia chiaro, agli altri cerco di non mostrarlo, ma nel mio cuore muoio piano (neppure troppo, piano). E quindi lotto, lotto per resistere, per darmi una calmata, per tenere lontano i vecchi attacchi di panico, per non prendere più nessuna medicina, per non farmi deridere, per non essere di peso, per aiutare, per non sembrare isterica, per non venire allontanata, per non essere lasciata, per meritare ancora amore. Lotto fortissimo nel momento in cui sono più spaventata, fragile e preoccupata.
Una guerriera preoccupona. Ecco cosa sono.
sabato 16 aprile 2016
Basta rimanere in silenzio
Inteso come "è sufficiente stare in silenzio".
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.
Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!
Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.
Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.
Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).
In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.
Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.
Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.
Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.
Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.
Avviso già che questo sarà un post ad alto tasso di giudizio e di profonda condanna per le persone che giudicano. Insomma, un controsenso assoluto.
Ho ricevuto un'educazione parecchio rigida, dovuta a un'età non giovanissima dei miei (per l'epoca, s'intende, ora sarebbero considerati dei genitori-bambini) e a una zona di crescita geograficamente più propensa alla chiusura. Per intenderci, sono nata in campagna e quando ho traslocato, a inizio adolescenza, sono andata a vivere in un posto servito da un autobus ogni ora e zero treni per raggiungere il primo centro (realmente) abitato. Avevo orari ferrei per tornare a casa, sono potuta rientrare dopo la mezzanotte solo poco prima dei diciotto anni, sono andata in vacanza con gli amici da sola per il Capodanno del duemila, tre giorni prima di diventare maggiorenne, con grandissimo disappunto di mio padre.
Me lo ricordo ancora:
Mamma: "Giancarlo, dai, compie gli anni il 3 gennaio..."
Papa: "Lo so, quindi ora ha 17 anni e decido io."
Ha vinto mamma, ma che sudata!
Ho fatto le mie cazzate, più o meno gravi, più o meno irrisolvibili. Ho fatto piangere i miei, pochissime volte, ma l'ho fatto. Li ho sicuramente preoccupati, soprattutto nell'età critica tra i 14 e i 19 anni, poi mi sono calmata e la vita ha fatto il resto, provando ad ammazzarmi e riuscendo ad ammazzare mio padre.
Ho abitato fino ai 28 anni con un'insegnante, che di rigore e disciplina se ne intende assai e di genitori di merda pure.
Ho studiato tutto quello che ho potuto studiare, ho lavorato in tutti i campi che mi sono capitati, sono stata (e sono) in analisi, ho vissuto relazioni quasi sempre lunghe e importanti, ho preso facciate medio-brutte, ho avuto parecchio paura di non farcela da sola.
Mio padre era una persona complicata, soprattutto per se stessa, e di conseguenza per gli altri. Il mini paesino in cui sono diventata adulta è un posto meraviglioso ma davvero difficile, se si è deciso di avere una vita. Ringrazierò sempre mia madre per avermi accompagnata a prendere il treno mille volte e la mia pazienza infinita per aver atteso ore autobus in perenne ritardo (e che spesso non arrivavano proprio).
In tutta questa fatica, che per me è sempre stata normale routine (e questo, fortunatamente, è un bagaglio di inestimabile valore, che mi fa sopportare e supportare scioperi e disagi cittadini senza fare rumore), io non mi sono mai sentita giudicata male. Né dalla mia famiglia (intesa come mamma e papà) né dai miei vicini più stretti. Quando ho iniziato a percepire che per me era il momento giusto me ne sono andata, consapevole che le cose cambiano, diventano altro, spesso peggiorano a causa del mondo che va avanti e non possiamo fare nulla, se non accettarle.
Non sempre mia madre e mio padre hanno apprezzato le mie scelte, mio padre a volte nemmeno le ha viste, preso com'era dalle sue difficoltà. Di certo non si sono mai permessi di farmi sentire sbagliata per quello che ero e che volevo fare.
Ora, sempre più spesso, non faccio altro che trovare cattiveria e soprattutto giudizio in tutte le persone che incontro. Sia chiaro, giudicare giudichiamo tutti, chi più chi meno, ma giudicare sempre e comunque... quello no, non lo capisco.
Non ne comprendo la necessità, non ne vedo lo scopo, il tornaconto, in particolare quando si tratta di parentela, di genitori-figli e figli-genitori. Le scelte di un figlio sono le sue, lo sono quando ha tre anni come quando ne ha trenta, con la differenza che a tre anni è compito di un genitore guidare il bambino nella scelta meno pericolosa, più "buona" per lui e per la sua salute; non necessariamente per la sua felicità, perché un errore che ci rende un po' tristi non ho mai pensato sia un dramma, piuttosto credo possa diventare un insegnamento. Se questo è il ruolo di una mamma e di un papà quando il figlio ha tre anni figuriamoci quando ne ha trenta e prende decisioni autonome e personali, come deve essere. Magari sono scelte distanti da quello che ci si aspetta, a volte sono opposte, ma non capirò mai cosa spinge un genitore a giudicarle, giudicarle e giudicarle ancora. Comprendo di più il taglio netto, la presa di posizione definitiva. Il giudizio perpetuo e sfiancante, per chi lo dà e chi lo riceve, proprio non lo capisco.
Questo discorso vale anche per gli amici, che si trattano male, si disprezzano in (nemmeno troppo) segreto e continuano a cercarsi non si sa bene perché, o per i conoscenti che sorridono in loop e intanto pensano le peggio cose possibili sul conto della persona a cui hanno rivolto un gioioso quanto falso saluto. Si fanno scelte, si hanno idee e sentimenti, si prendono posizioni. Non mi pare né difficile né sbagliato.
Prima di tutto questo, però, credo che basterebbe rimanere in silenzio davanti alle decisioni altrui, perché più spesso di quanto crediamo nascono da un vissuto che non abbiamo non solo nessun diritto di giudicare, ma probabilmente nemmeno di provare a capire. Possiamo solo rispettarlo, stando zitti.
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domenica 3 aprile 2016
La straniera
Erano anni che il cambio di stagione non ci andava giù così pesante.
Pure il passaggio dall'ora solare a quella legale non credo abbia aiutato.
Se poi ci aggiungiamo una settimana di antibiotici per scongiurare ipotetici morbi da puntura di zecca completiamo il disastroso quadro di stanchezza tremenda, sonno boia, stato confusionale semi costante.
Un esempio?
Ieri ho perso gli occhiali da vista. Stavo passeggiando in pieni Rolli Days e sono tornata alla polleria dove avevo pranzato, per controllare se magari li avessi dimenticati lì. Il locale era pienissimo, ho chiesto al ragazzo dietro al bancone se li avessero visti e lui, sorridendo, mi ha risposto:
"No cara, ma sai, noi non siamo mai usciti da qui, prova a vedere dove eri seduta. Però, non è che per caso sono quelli che hai appesi al collo, vero?".
Capito?
Non ce la posso fare.
In tutto questo lavorare, alzarsi, comunicare, spedire, scrivere, inviare, rispondere, accontentare, parlare, dire, fare, (baciare, lettera, testamento) io mi sento una straniera.
Come se non sapessi bene dove sono, né come esprimermi affinché gli altri mi capiscano. Il più delle volte, tra l'altro, mi pare di non comprendere io stessa quello che gli altri cercano di dirmi.
E non parlo solo di sconosciuti, persone appena incontrate sul mio cammino, nuove opportunità che si palesano all'improvviso: intendo anche gente che frequento da tipo dieci, dodici anni e che, di colpo, sembra parlare swahili.
Come sto cercando di ovviare al problema?
Facendo paragoni.
Il primo mi sta aiutando moltissimo ed è legato al corso di francese che seguo ormai da settembre. Ora che mi dedico alla conversation (da pronunciare rigorosamente alla francese) e che trascorro mattinate intere a mettere insieme frasi apparentemente insensate ma a volte incredibilmente corrette, ho capito perfettamente cosa significhi essere straniera, e tentare di integrarsi. Provo grande gioia quando, per esempio, riesco a tradurre mentalmente ciò che due turisti francesi si stanno dicendo in un negozio... la stessa felicità la sento quando capisco chi si rivolge a me in italiano ma sembra parlare un'altra lingua. Non solo, spesso mi sento più compresa balbettando in francese a lezione che dialogando in italiano nella vita di tutti i giorni.
Da cosa dipende tutto questo? Da me, ovviamente. Anche perché tutto (o quasi tutto) ciò che affrontiamo ci colpisce in modo diverso a seconda da come lo vediamo. Io non voglio arrabbiarmi, non voglio farmi mangiare dal nervoso, non voglio che mi capiti una volta a settimana nella stanza gialla, tanto meno voglio che succeda nella vita quotidiana. Quando mi accorgo che non c'è via d'uscita, che proprio non capisco un comportamento, una frase, una mail, un'azione e che non so assolutamente come comportarmi di conseguenza... divento francese. Oplà.
Il secondo paragone che uso (questo lo faccio da sempre e dopo ieri ancora di più) è legato alle piante che vivono in città, nate nella fessura di un muro, in una crepa sull'asfalto, tra i mattoni di un molo. Ieri ho partecipato a una passeggiata alla scoperta della biodiversità urbana e ho finalmente imparato alcuni nomi di coraggiosissime piantine resilienti, incontrandole qua e là tra automobili, turisti, barche e ringhiere. Le ho fotografate, catalogate sul mio taccuino e ammirate infinitamente per la loro pazienza. Ce ne sono alcune che si fingono morte nei periodi duri e ripartono più forti che mai appena il clima lo consente. Sono così avanti, in un ambiente in cui probabilmente nessuno le capisce, dove non ci sono alberi a proteggerle, uccelli e insetti a visitarle, acqua fresca a dissetarle, che non hanno nemmeno bisogno di diventare francesi per farcela.
Quale migliore esempio?
Io non voglio arrabbiarmi, voglio fiorire timida ad aprile trasformandomi in un sedum (francese).
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domenica 7 settembre 2014
All is full of love
Mio padre non lo sognavo da mesi.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.
Mesi.
Non so se sia stata colpa della tisana allo zenzero, delle solite fatiche con il cibo, o di qualcosa che ancora non so, sta di fatto che l'ho sognato. Fino alle quattro e mezza, più o meno, quando mi sono svegliata in preda a un attacco d'ansia e con in testa la canzone del titolo.
Il sogno era bellissimo: io facevo la mia vita e lui, con la tuta blu e in totale silenzio, mi seguiva. Stava negli angoli delle stanze, in piedi e immobile, mentre apparecchiavo la tavola, discutevo con gli amici, parlavo con mamma. Poi nel salotto di casa dei miei venivano radunate alcune persone, per verificare, suppongo, la mia follia. Ricordo che lo chiamavo, si avvicinava e lo abbracciavo fortissimo. Provavo a spiegare alla gente intorno a me che lui era lì, che era vero anche se invisibile, anche se in silenzio. Nessuno mi credeva fino a che Andrea si staccava dal gruppo e si metteva di fronte a me. Allungava una mano e apriva il palmo, così, nel vuoto, nello spazio che corrispondeva alla schiena di mio padre, dove c'è il cuore. Improvvisamente nella stanza cominciava ad echeggiare un debole battito, poi sempre più forte e profondo, e tutti capivano che non mi sbagliavo, che non stavo mentendo: ero semplicemente l'unica a poterlo vedere e a poterlo toccare, ma lui c'era davvero.
Cominciavo a piangere. Come un piccolo animale ferito, a bassa voce, esattamente come sto facendo ora mentre scrivo.
Non pensavo sarebbe successo così, di risognare mio padre intendo. Non ho ancora decifrato il significato di questa notte, ammesso che un significato davvero ci sia. Posso solo provare ad immaginare che sia legato al periodo che sto vivendo, circondata da persone che chiaramente non capiscono nulla di me, che pensano di potermi trattare come vogliono loro solo perché "non mi allarmo", che credono di avere a che fare con una pedina di legno, da muovere a proprio piacimento, da considerare solo quando se ne ha voglia, da rendere partecipe una volta ogni tanto.
E così, come al solito, me ne vado in uno dei miei mondi paralleli, dove le regole sono decise solo da me, dove c'è rispetto per quello che vedono gli altri, anche se è strano, anche se è diverso dal nostro sguardo, anche se ci sembra incomprensibile.
Un mondo dove tutto è pieno di amore.
giovedì 19 dicembre 2013
Una dose massiccia di vita
Oggi ho scoperto una cosa importantissima, che non sapevo o forse sì, ma che non ero in grado di fissare, a cui non ho mai dato un nome.
Oggi ho scoperto che i quattro sentimenti, quelli grandi e veri, hanno bisogno di una risposta altrettanto grande e vera e soprattutto precisa.
Rabbia, Paura, Tristezza, Gioia.
Cosa buona e giusta sarebbe intanto riconoscerli, sti sentimenti. Quando arrivano, quando vogliono uscire, quando un amico li sta provando, quando l'uomo della nostra vita è triste, quando la sorella è felice, quando siamo arrabbiati.
Io sono un disastro a riconoscerli, o anzi, faccio una cosa ancora peggiore: quando li riconosco li evito. Come l'HIV.
Non li tiro fuori, li nego a me stessa, li nascondo il più possibile agli altri e di solito ci riesco bene. Negli anni sono molto migliorata, ci sono persone a cui non posso assolutamente mentire, che mi leggono dentro e vedono che qualcosa non va, ci sono amici che mi conoscono, c'è mia mamma che sa come sono fatta, ma poco importa finché sarò bravissima a ingannare me stessa.
Ecco quindi che oggi ho scoperto che non solo è importante accogliere questi quattro cavalieri mascherati, ma che è importante pure essere ospitali con loro nel modo giusto. Faccio un esempio: abbiamo lavorato tutto il giorno, siamo andati in palestra, sono le 20.30 e andiamo a cena. Cosa ci servono nel piatto? Un'insalata semplice e una macedonia fresca. INUTILI.
Inutili tanto quanto: Andiamo a scuola, prendiamo un voto pessimo anche se abbiamo studiato tanto. Siamo arrabbiati, ci sentiamo ingiustamente valutati, arriviamo a casa e mamma dice "Ma cosa ti ha chiesto? Ma cosa hai risposto? Beh, però potevi dire meglio, se avessi introdotto quel concetto forse...se avessi approfondito quel capitolo magari...".
Ogni sentimento ha bisogno di una risposta precisa, per essere registrato, compreso e vissuto.
La rabbia vuole attenzione, deve essere ascoltata, vista.
La paura vuole comprensione, deve essere capita, abbracciata.
La tristezza vuole consolazione, deve essere coccolata, curata.
La gioia vuole condivisione, deve essere festeggiata, amata.
Io queste cose le ho sempre guardate negli altri, credo di essere un'amica discreta (in tutti i sensi) proprio perché abbastanza incline all'accoglienza, all'empatia, alla capacità di ascoltare un amico arrabbiato, di aiutare un'amica spaventata, di accarezzare un affetto triste e di fare i salti di gioia per le conquiste altrui.
Però, tutta questa grande capacità di risposta svanisce quando si tratta di me.
Negli ultimi giorni sono rimasta delusa e ho somatizzato (spero, perché al solito il mio cervello pensa ad altro) mostruosamente e in maniera pure piuttosto chiara ed evidente, proprio perché non ho saputo accogliere e buttare fuori la rabbia, in assoluto il sentimento che mi rifiuto maggiormente di provare, insieme alla gioia. Per quanto riguarda la paura, invece, sono maestra: la sento spesso, spessissimo, in maniera del tutto irrazionale, dannosa e fuori luogo. Non temo cose che ad altri farebbero cadere i capelli, affronto prove dure, di quelle toste e faticose, ma annego in un bicchier d'acqua perché da sola lo trasformo in un lago profondissimo.
La tristezza, invece, ogni tanto arriva e io quando posso mi sposto un po' più in là. A volte la confondo con la paura, a volte mi ci immergo come mi immergo nel piumone (in senso letterale: "Sono triste? Mi butto a letto"), a volte, molto raramente, la ascolto e me ne prendo cura.
Oggi però aver capito questi passaggi è stato utile, mi ha permesso di comprendere perché il senso di frustrazione e di irrisolto mi facesse visita anche quando mi pareva di aver risposto a un mio sentimento. Se si utilizza la reazione sbagliata, per esempio rispondendo alla rabbia comportandoci come se fossimo tristi, non riusciremo mai a superare il momento della difficoltà, ma anzi ci avvilupperemo in un groviglio di ansie, paure, paranoie e ossessioni difficilmente affrontabili.
Quindi, il prossimo grande passo potrebbe essere quello di accoppiare la carta A con la sua gemella, come in quei vecchi giochi da bambini in cui, inutile dirlo, sono sempre stata una frana.
Oggi ho scoperto che i quattro sentimenti, quelli grandi e veri, hanno bisogno di una risposta altrettanto grande e vera e soprattutto precisa.
Rabbia, Paura, Tristezza, Gioia.
Cosa buona e giusta sarebbe intanto riconoscerli, sti sentimenti. Quando arrivano, quando vogliono uscire, quando un amico li sta provando, quando l'uomo della nostra vita è triste, quando la sorella è felice, quando siamo arrabbiati.
Io sono un disastro a riconoscerli, o anzi, faccio una cosa ancora peggiore: quando li riconosco li evito. Come l'HIV.
Non li tiro fuori, li nego a me stessa, li nascondo il più possibile agli altri e di solito ci riesco bene. Negli anni sono molto migliorata, ci sono persone a cui non posso assolutamente mentire, che mi leggono dentro e vedono che qualcosa non va, ci sono amici che mi conoscono, c'è mia mamma che sa come sono fatta, ma poco importa finché sarò bravissima a ingannare me stessa.
Ecco quindi che oggi ho scoperto che non solo è importante accogliere questi quattro cavalieri mascherati, ma che è importante pure essere ospitali con loro nel modo giusto. Faccio un esempio: abbiamo lavorato tutto il giorno, siamo andati in palestra, sono le 20.30 e andiamo a cena. Cosa ci servono nel piatto? Un'insalata semplice e una macedonia fresca. INUTILI.
Inutili tanto quanto: Andiamo a scuola, prendiamo un voto pessimo anche se abbiamo studiato tanto. Siamo arrabbiati, ci sentiamo ingiustamente valutati, arriviamo a casa e mamma dice "Ma cosa ti ha chiesto? Ma cosa hai risposto? Beh, però potevi dire meglio, se avessi introdotto quel concetto forse...se avessi approfondito quel capitolo magari...".
Ogni sentimento ha bisogno di una risposta precisa, per essere registrato, compreso e vissuto.
La rabbia vuole attenzione, deve essere ascoltata, vista.
La paura vuole comprensione, deve essere capita, abbracciata.
La tristezza vuole consolazione, deve essere coccolata, curata.
La gioia vuole condivisione, deve essere festeggiata, amata.
Io queste cose le ho sempre guardate negli altri, credo di essere un'amica discreta (in tutti i sensi) proprio perché abbastanza incline all'accoglienza, all'empatia, alla capacità di ascoltare un amico arrabbiato, di aiutare un'amica spaventata, di accarezzare un affetto triste e di fare i salti di gioia per le conquiste altrui.
Però, tutta questa grande capacità di risposta svanisce quando si tratta di me.
Negli ultimi giorni sono rimasta delusa e ho somatizzato (spero, perché al solito il mio cervello pensa ad altro) mostruosamente e in maniera pure piuttosto chiara ed evidente, proprio perché non ho saputo accogliere e buttare fuori la rabbia, in assoluto il sentimento che mi rifiuto maggiormente di provare, insieme alla gioia. Per quanto riguarda la paura, invece, sono maestra: la sento spesso, spessissimo, in maniera del tutto irrazionale, dannosa e fuori luogo. Non temo cose che ad altri farebbero cadere i capelli, affronto prove dure, di quelle toste e faticose, ma annego in un bicchier d'acqua perché da sola lo trasformo in un lago profondissimo.
La tristezza, invece, ogni tanto arriva e io quando posso mi sposto un po' più in là. A volte la confondo con la paura, a volte mi ci immergo come mi immergo nel piumone (in senso letterale: "Sono triste? Mi butto a letto"), a volte, molto raramente, la ascolto e me ne prendo cura.
Oggi però aver capito questi passaggi è stato utile, mi ha permesso di comprendere perché il senso di frustrazione e di irrisolto mi facesse visita anche quando mi pareva di aver risposto a un mio sentimento. Se si utilizza la reazione sbagliata, per esempio rispondendo alla rabbia comportandoci come se fossimo tristi, non riusciremo mai a superare il momento della difficoltà, ma anzi ci avvilupperemo in un groviglio di ansie, paure, paranoie e ossessioni difficilmente affrontabili.
Quindi, il prossimo grande passo potrebbe essere quello di accoppiare la carta A con la sua gemella, come in quei vecchi giochi da bambini in cui, inutile dirlo, sono sempre stata una frana.
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venerdì 25 ottobre 2013
Il Dio delle piccole cose
Secondo giorno di Festival, primo giorno di ciclo in anticipo di un sacco, quarta ora di letto tra sonno, scrittura e pensiero. Devo mettermi in testa di lavorare al seminario per la prossima settimana, devo cercare di rilassarmi davanti alla tesi in ritardo mostruoso, perché per entrambe le cose l'unica soluzione è questa: lavorarci/rilassata. Senza isterismi, paranoie e crolli emotivi. E' solo che sono cose grosse (dal mio punto di vista, è naturale, vallo a dire a un bambino Afghano)e io, é inutile, non riesco ad affrontarle. In quelle piccole ci vivo: un sottobicchiere, una coperta, una colazione con un'amica un po' triste, una telefonata alla mamma, una "cena altrove", un libro bello, una ricetta nuova, un sentiero di terra e pietre, una collaborazione minuscola per un blog scoperto da poco ma portatore di quell'incanto delicato che piace a me. Del resto, quando ero piccola mi innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani, come canterebbe il buon Faber e ora non riesco ad arrendermi davanti alla soluzione così chiara e sicura che prevede di lasciare un po' perdere le piccole cose per dedicarmi a quelle più grandi. Progetti, scadenze, possibilità che hanno un grande difetto: l'imprescindibile condizione che io ci creda e che creda in me stessa. Giammai. E allora chiedo ancora aiuto a De André, che di solito ascolta e risponde, non regalate terre promesse a chi non le mantiene, mi sta dicendo e io sono d'accordo: la metà delle cose che non faccio restano in potenza perché non mi fido e mi difendo con i denti da chi mi promette e mi frega. Questo lo faccio da sempre e, vaffanculo, sempre lo farò, magari però un po' di discernimento in più non guasterebbe, ogni tanto. Dopotutto ho voltato la carta milioni di volte sul mio percorso, quando leggo il curriculum al contrario trovo questo: babysitting, ripetizioni, interviste di mercato, cameriera, animatrice, educatore ambientale, imprenditrice, collaboratore di redazione e forse qualcosa si é pure perso tra le righe e nel tempo. Di tutte queste avventure iniziate, continuate, concluse, quello che ricordo con un mezzo sorriso sono le piccole cose, i pomeriggi sul divano con le mie bimbe sorelle della mattina, il buio sui vetri dell'altra casa della sera, il primo sei di inglese di Chiara, le domeniche a ridere in cucina, i libri di storia dei fratellini ricchi, il ponteggio che oscilla su Genova, i pagamenti in marmellata, la costa calabra avvolta nella coperta di Campopisano con il gelo nelle dita e l'attesa nel cuore, la fila di cappellini colorati sui sentieri delle Cinque Terre... con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria. Chissà se mai riuscirò ad accantonare queste piccole emozioni, perché forse la vera soluzione che prevede di salvare bimbo acqua catino moglie ubriaca botte piena capre e cavoli e tutte le possibili combinazioni continua ad essere troppo distante per me. Aprirmi ai grandi progetti pensando anche alle piccole cose è come dire mettersi il rossetto rosso rimanendo sobrie ed eleganti, c'è chi ci riesce, per carità, ma non è cosa da tutti.
Non é cosa da me.
E allora, se devo cambiare, al "Dio delle piccole cose non credere mai", anche se, almeno per stasera, lasciatemi sorridere con questo
Non é cosa da me.
E allora, se devo cambiare, al "Dio delle piccole cose non credere mai", anche se, almeno per stasera, lasciatemi sorridere con questo
sabato 12 ottobre 2013
70
La mamma oggi sta preparando lo stoccafisso accomodato e, conoscendola, sta pensando che non è venuto bene, che tu l'avresti fatto diverso, che il tuo sarebbe stato più buono.
1943-2013: 70 anni. Oggi è, era, il tuo compleanno, mi sono svegliata incazzata, continuo ad essere incazzata e spero che in giornata, passando a trovarti, sto nervoso se ne vada.
Sono giorni, in verità, che mi lascio avvolgere e guidare dalla rabbia, con il mio modo maldestro di tirarla fuori non mi sto confortando granché, ma sicuramente il non rimuginare in silenzio un poco aiuta a sentirsi meno stupidi e meno immobili. C'è da dire che questa cosa della rabbia inespressa non l'ho proprio presa da te, capace a inveire contro chiunque, dicendo le peggio cattiverie, magari per delle cavolate senza senso, per poi sparire qualche giorno e tornare come se non fosse assolutamente accaduto nulla. Io zero. Io istintivamente faccio il contrario, non dico niente per mesi, me ne sto zitta zitta e poi bon, chiudo tutto e non ci sono richieste di spiegazioni che tengano. Bel modo di merda pure il mio, di risolvere le cose e i conflitti.
In mezzo ci sta, come al solito, il comportamento virtuoso, tipo quello di mamma che se qualcosa non va te lo dice, magari anche male, magari anche straccionandoti, ti fa capire (molto chiaramente) il suo punto di vista e poi se ti sei offeso pace, ti passerà.
Io invece sembro quei cani che si arrabbiano con la loro coda: me la guardo furente e lascio montare la rabbia per poi scagliarmici contro e cominciare a roteare su me stessa come un'idiota, sbattendo a terra stremata dopo aver inutilmente provato ad strappare quella cosa lunga attaccata alla mia stessa schiena. Perché ce l'ho con me in realtà, con le mie modalità, che piano piano lo so, stanno migliorando, ma che mi costano ancora una fatica immane e producono pochi risultati se li compariamo al disagio che provo ogni volta che dico cosa penso.
Se tu vedessi il modo in cui gestisco i miei rapporti di lavoro, per esempio, ti uscirebbe senza dubbio una delle tue più tipiche frasi della domenica: "Come fai ad essere così scema?" oppure, ancora più in linea con il tuo stile, mi diresti candidamente che sono troppo "abelinata" e che mi sta bene se vengo trattata a pesci in faccia senza che chi si raffronta con me abbia il minimo scrupolo di coscienza.
E scrivo dei rapporti di lavoro perché sono quelli su cui ritengo di dover agire con la testa, nell'amore l'ho fatto fin troppo in questi anni, il mio compito ora è quello di usare pancia e cuore per vivere gli affetti, l'Affetto, senza freni stupidi e con più spontaneità possibile.
Non so cosa penseresti di me se fossi ancora qui, chissà se comprenderesti la mia totale incapacità a gestire i guai di salute miei e degli altri (io dico di sì, visto che in questo eri davvero una frana), non so se staresti invecchiando in maniera un po' più serena o avresti continuato a rimanertene chiuso con i tuoi fantasmi.
Io, putroppo, ti sento sempre più lontano, ti sogno ormai poco, è come se avessi voltato l'angolo e fossi sparito in mezzo alla gente. E per quanto sia consapevole che è giusto così, che lasciarti andare è un gesto sano e pieno di speranza, che chiudere un poco con il passato vuol dire aprirsi al futuro, nonostante tutto questo, mi dispiace.
1943-2013: 70 anni. Oggi è, era, il tuo compleanno, mi sono svegliata incazzata, continuo ad essere incazzata e spero che in giornata, passando a trovarti, sto nervoso se ne vada.
Sono giorni, in verità, che mi lascio avvolgere e guidare dalla rabbia, con il mio modo maldestro di tirarla fuori non mi sto confortando granché, ma sicuramente il non rimuginare in silenzio un poco aiuta a sentirsi meno stupidi e meno immobili. C'è da dire che questa cosa della rabbia inespressa non l'ho proprio presa da te, capace a inveire contro chiunque, dicendo le peggio cattiverie, magari per delle cavolate senza senso, per poi sparire qualche giorno e tornare come se non fosse assolutamente accaduto nulla. Io zero. Io istintivamente faccio il contrario, non dico niente per mesi, me ne sto zitta zitta e poi bon, chiudo tutto e non ci sono richieste di spiegazioni che tengano. Bel modo di merda pure il mio, di risolvere le cose e i conflitti.
In mezzo ci sta, come al solito, il comportamento virtuoso, tipo quello di mamma che se qualcosa non va te lo dice, magari anche male, magari anche straccionandoti, ti fa capire (molto chiaramente) il suo punto di vista e poi se ti sei offeso pace, ti passerà.
Io invece sembro quei cani che si arrabbiano con la loro coda: me la guardo furente e lascio montare la rabbia per poi scagliarmici contro e cominciare a roteare su me stessa come un'idiota, sbattendo a terra stremata dopo aver inutilmente provato ad strappare quella cosa lunga attaccata alla mia stessa schiena. Perché ce l'ho con me in realtà, con le mie modalità, che piano piano lo so, stanno migliorando, ma che mi costano ancora una fatica immane e producono pochi risultati se li compariamo al disagio che provo ogni volta che dico cosa penso.
Se tu vedessi il modo in cui gestisco i miei rapporti di lavoro, per esempio, ti uscirebbe senza dubbio una delle tue più tipiche frasi della domenica: "Come fai ad essere così scema?" oppure, ancora più in linea con il tuo stile, mi diresti candidamente che sono troppo "abelinata" e che mi sta bene se vengo trattata a pesci in faccia senza che chi si raffronta con me abbia il minimo scrupolo di coscienza.
E scrivo dei rapporti di lavoro perché sono quelli su cui ritengo di dover agire con la testa, nell'amore l'ho fatto fin troppo in questi anni, il mio compito ora è quello di usare pancia e cuore per vivere gli affetti, l'Affetto, senza freni stupidi e con più spontaneità possibile.
Non so cosa penseresti di me se fossi ancora qui, chissà se comprenderesti la mia totale incapacità a gestire i guai di salute miei e degli altri (io dico di sì, visto che in questo eri davvero una frana), non so se staresti invecchiando in maniera un po' più serena o avresti continuato a rimanertene chiuso con i tuoi fantasmi.
Io, putroppo, ti sento sempre più lontano, ti sogno ormai poco, è come se avessi voltato l'angolo e fossi sparito in mezzo alla gente. E per quanto sia consapevole che è giusto così, che lasciarti andare è un gesto sano e pieno di speranza, che chiudere un poco con il passato vuol dire aprirsi al futuro, nonostante tutto questo, mi dispiace.
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sabato 28 settembre 2013
September morn
In realtà non è mattina, ma è settembre, fine settembre.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
Vicino a me tutti fanno qualcosa, di bello, di brutto, di utile, di divertente, di stupido, di speciale, di consueto, di interessante, di profondo, di spensierato. Io non faccio nulla.
Però guardo tantissimo, attorno a me, nel cielo, tra le pagine del poco che leggo, sul bus, nelle vetrine dei negozi, dentro i miei pensieri.
Ci sono almeno sette cose che dovrei fare: scrivere la tesi di dottorato, pensare alla visita guidata di novembre, preparare la conferenza di ottobre, organizzarmi per il seminario di dipartimento, lavorare al laboratorio del Festival, far crescere il blog di SDR, costruire dieci ore di power point. Nonostante tutto, non faccio nulla.
E persino scrivere qui ultimamente è diventato una fatica, anche se la parola "fatica" non è la più appropriata. Semplicemente non ne ho voglia, non ne traggo sollievo, non mi interessa, cosa che raramente in questi anni mi è accaduta.
Ho sempre trovato rifugio nell'idea di avere stanze alternative in cui chiudermi al bisogno, orizzonti diversi da quello del lavoro in Università, spazi dove coltivare le mie inclinazioni, dove pensare al passaggio di informazioni ai più piccoli con divertimento e scienza, dove guardare foglie, fotografare alberi, leggere libri sulla natura, senza che le mie paure vincessero su di me.
In questi giorni le stanze sono tutte chiuse e io la chiave l'ho persa. Immagino le cose che ci sono al di là, gli aerei di carta che mi attendono, i romanzi che profumano di pagine nuove, le fotografie di polveri e pigmenti da spiegare e non riesco a muovermi, come se mi avessero colato un secchio di cemento a presa rapida attorno alle caviglie.
Un timido e triste passo indietro, una richiesta d'aiuto indispensabile, mi ha fatto perdere fiducia nelle mie capacità (se mai ne avessi avuta), mostrandomi la realtà travestita da fallimento.
E anche la consapevolezza che tutto questo mio vagare, queste giornate passate a letto stravolta dalla stanchezza di non fare nulla, queste sere in punta di piedi nel silenzio di una casa vuota, siano semplicemente il riproporsi infinito e periodico di una dinamica stranota (a me, a chi mi conosce, persino a chi mi legge), non basta a farmi svegliare dal torpore né a impedirmi di morire di paura.
L'angoscia di ereditare uno scettro dorato, fatto di chiusura e di genetica incapacità alla vita, è troppo difficile da affrontare da sola, è subdola e si allea con personaggi normalmente lontani dal mio cuore, chiamati gelosia, rabbia e rancore.
Mi trasfiguro, non sono io, sono pesante e leggera, profonda e superficiale, divento aggressiva e mi sfugge di mano una dolcezza conquistata dopo anni di freno tirato, che amo tanto esprimere con mille carezze su quella nuca di velluto.
Non mi piaccio e non riesco a piacere, non posso piacere. Mi rivoglio indietro, senza sconti, mi piglierei a schiaffi per farmi svegliare, per farmi vedere le fortune immense che ho, per farmi mettere in moto il cervello, per risolvere velocemente gli obblighi inevitabili e dedicarmi con gioia a quello che mi riesce meglio.
Con i calzettoni al ginocchio, la maxi felpa rosa e la camomilla calda, passo e chiudo da questa stanza vuota.
martedì 4 giugno 2013
Menti Perdute
Sono a Rimini per lavoro.
Sto scrivendo su un foglio di carta riciclata, con una penna riciclata, consegnata direttamente attaccata a un quaderno riciclato chiuso in una valigetta di cartone riciclato. Sono a un congresso di chimica applicata all'ambiente e ai beni culturali e tutto questo riciclo è dovuto al taglio green del convegno. Lunch e coffee break al limite del biologico compensano un albergo in cui doccia e wc sono spaventosamente sinonimi. Il tempo fa schifo e Rimini, senza sole, mi sta deprimendo non poco.
Il ciclo in arrivo, la puzza di disinfettante ospedaliero che c'è in camera, le infradito ricoperte di polvere in vendita ad ogni isolato, la sensazione ormai nota di essere un pesce fuor d'acqua, rendono questo soggiorno una bella fatica.
Per fortuna che la mia collega silenziosa condivide con me queste ore di seminari interessanti e di alto livello, cibo, caldo ai piedi e inadeguatezza. Mal comune...
Ora un bell'intervento sul recupero delle pellicole cinematografiche distrae il mio sguardo dalle decine di scritte sui muri dell'aula, tra le quali “Menti Perdute” ha rapito la mia attenzione. “Menti Perdute”.
A parte il caldo insopportabile, il lungo viaggio in treno di ieri mi ha permesso di arrivare quasi alla fine del romanzo leggero cominciato qualche tempo fa, così, le prossime sere, tra un report e un progetto, potrò iniziare il volume sugli alberi che ho comprato da poco.
Ora parla una ragazza mora, occhi neri, con l'accento del sud, Napoli mi pare. Ha una bella maglia e una bella presentazione. E io mi sento sempre più fuori posto.
Nel cortile si vede un poco di sole, stasera ci sarà una specie di aperitivo legato al convegno, argomento: lavoro, ricerca e chimica. Bah.
Il programma è cambiato all'ultimo e, non avendolo controllato in tempo, resteremo qui quasi un giorno in più. Se il meteo rispetterà le previsioni pioverà. Il Tempio Malatestiano è chiuso per manutenzione, il Castello oggi era chiuso perchè é lunedì. Gli interventi della sessione scorsa hanno scatenato arrabbiate riflessioni sulla figura del chimico per i beni culturali, ma le soluzioni non mi sembrano solo lontane, mi sembrano impossibili.
Nella mia ricerca di spazio, nel mio tentativo di individuare una strada futura in cui praticare l'amore per me, per le mie cose, per le mie persone, io mi sento ancora una “Mente Perduta”.
P.S. Per dovere di cronaca: questo post è stato scritto ieri. Alla sera, tornando in albergo, mi hanno rubato il cellulare. Così, “perduto” pure questo. Ora me ne sto qui, più libera del solito, a leggere il mio nuovo bellissimo libro su cui scriverò presto qualcosa.
Sto scrivendo su un foglio di carta riciclata, con una penna riciclata, consegnata direttamente attaccata a un quaderno riciclato chiuso in una valigetta di cartone riciclato. Sono a un congresso di chimica applicata all'ambiente e ai beni culturali e tutto questo riciclo è dovuto al taglio green del convegno. Lunch e coffee break al limite del biologico compensano un albergo in cui doccia e wc sono spaventosamente sinonimi. Il tempo fa schifo e Rimini, senza sole, mi sta deprimendo non poco.
Il ciclo in arrivo, la puzza di disinfettante ospedaliero che c'è in camera, le infradito ricoperte di polvere in vendita ad ogni isolato, la sensazione ormai nota di essere un pesce fuor d'acqua, rendono questo soggiorno una bella fatica.
Per fortuna che la mia collega silenziosa condivide con me queste ore di seminari interessanti e di alto livello, cibo, caldo ai piedi e inadeguatezza. Mal comune...
Ora un bell'intervento sul recupero delle pellicole cinematografiche distrae il mio sguardo dalle decine di scritte sui muri dell'aula, tra le quali “Menti Perdute” ha rapito la mia attenzione. “Menti Perdute”.
A parte il caldo insopportabile, il lungo viaggio in treno di ieri mi ha permesso di arrivare quasi alla fine del romanzo leggero cominciato qualche tempo fa, così, le prossime sere, tra un report e un progetto, potrò iniziare il volume sugli alberi che ho comprato da poco.
Ora parla una ragazza mora, occhi neri, con l'accento del sud, Napoli mi pare. Ha una bella maglia e una bella presentazione. E io mi sento sempre più fuori posto.
Nel cortile si vede un poco di sole, stasera ci sarà una specie di aperitivo legato al convegno, argomento: lavoro, ricerca e chimica. Bah.
Il programma è cambiato all'ultimo e, non avendolo controllato in tempo, resteremo qui quasi un giorno in più. Se il meteo rispetterà le previsioni pioverà. Il Tempio Malatestiano è chiuso per manutenzione, il Castello oggi era chiuso perchè é lunedì. Gli interventi della sessione scorsa hanno scatenato arrabbiate riflessioni sulla figura del chimico per i beni culturali, ma le soluzioni non mi sembrano solo lontane, mi sembrano impossibili.
Nella mia ricerca di spazio, nel mio tentativo di individuare una strada futura in cui praticare l'amore per me, per le mie cose, per le mie persone, io mi sento ancora una “Mente Perduta”.
P.S. Per dovere di cronaca: questo post è stato scritto ieri. Alla sera, tornando in albergo, mi hanno rubato il cellulare. Così, “perduto” pure questo. Ora me ne sto qui, più libera del solito, a leggere il mio nuovo bellissimo libro su cui scriverò presto qualcosa.
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giovedì 16 maggio 2013
Pelle d'oca
Ho già usato un'immagine simile qualche anno fa, in un post intitolato "Un giorno Perfetto". E' una foto scattata dal terrazzo di Campopisano, quando abitavo lì, una sera di fuoco meraviglioso, di quelle che ti tolgono il fiato appena socchiudi la portoncina di metallo, di quelle che ogni secondo che passa la luce cambia, che ogni foto che scatti è più bella della precedente, che chiameresti tutti a vedere ma sei sola in casa e non ti resta che godere dello spettacolo raro, prezioso e potente che la natura ti ha offerto.
Oggi questo scatto ha un significato in più, anzi, in meno. Pressappoco al centro dell'immagine c'è una torre, un tubo lungo con un cappello rovesciato sulla cima, quella era la torre dei piloti. Tempo presente, tempo passato. La torre è crollata pochi giorni fa, un incidente nautico ancora non spiegato che ha causato morti, feriti e per ora il mare non ha ancora restituito l'ultimo corpo.
Non scrivo per entrare nel merito della tragedia, né per cercare colpe, attenuanti e fare ipotesi. Scrivo perché la mia città in questi giorni ha reagito in mille modi diversi e io, che ormai vivo nel suo cuore, che abito nei vicoli, che faccio la spesa grossa in Piccapietra e quella piccola tra le bancarelle del Ducale e quelle del Porto, ho osservato i movimenti di Genova davanti a tutto questo dolore.
Le sirene la notte dell'incidente, le ricostruzioni minuziose degli ex portuali in sala d'attesa dal medico la mattina dopo, i mugugni degli anziani in Piazza, le locandine spesso agghiaccianti e per me incomprensibili dei quotidiani, le bandiere a mezz'asta, le parole del Sindaco, la folla davanti a Palazzo S. Giorgio la mattina del disastro. Tante cose mi hanno fatto riflettere, una di queste è la nuova definizione coniata per l'occasione: "Gli Angeli del Porto". Dopo "Gli Angeli del Fango", nati l'anno scorso all'epoca dell'alluvione, si sentiva forse la necessità di stuzzicare la gente con un nuovo nome evocativo dal profumo un poco biblico? Era davvero necessario? Perché, non basta sapere che ci troviamo davanti a delle persone, a dei padri, a dei fratelli, a dei fidanzati, a dei mariti, a dei figli, a degli amici, che sono morti lavorando? Non sono angeli, sono lavoratori. Erano lavoratori. Come lo era Albert Kolgjeja, l'operaio morto l'8 novembre 2003 durante la costruzione del Galata Museo del Mare: per lui nessun funerale di stato, nessun "angelo" al posto del suo nome, solo una sentenza cinque anni dopo la sua morte. Beninteso, non intendo dire che i ragazzi di Molo Giano non meritassero le transenne in tutta la città, la visita del Presidente della Repubblica, le centinaia di Forze dell'Ordine, i maxischermi, le sale stampa...tutt'altro, penso invece che meritassero più rispetto. Il silenzio per esempio, lo stesso silenzio con cui i sommozzatori continuano a cercare l'ultima vittima ancora dispersa, lo stesso silenzio con cui la famiglia ha ringraziato per queste immersioni che non si arrendono, lo stesso silenzio degli striscioni comparsi qua e là per ricordare questi lavoratori morti mentre svolgevano la loro attività in una notte di maggio. Vivendo in una città in cui si è giocato a calcio il giorno dopo l'incidente e in cui al Porto i turisti con la macchina fotografica al collo non chiedevano dove fosse l'Acquario, ma domandavano la strada per Molo Giano, l'unico suono che sono riuscita a tollerare sono state le navi. Il lungo saluto di balena che oggi alle 18 mi ha tolto il respiro e fatto salire le lacrime agli occhi, un addio gridato da quei bestioni che ogni giorno passavano davanti alla torre e che, ironia della sorte, del suo crollo sono anche i responsabili. Quando le navi suonano a Capodanno mi viene sempre la pelle d'oca, ma di solito le urla, i brindisi, la festa si uniscono alla sirena...questa sera, al boato, si è unito solo un rispettoso silenzio.
Oggi questo scatto ha un significato in più, anzi, in meno. Pressappoco al centro dell'immagine c'è una torre, un tubo lungo con un cappello rovesciato sulla cima, quella era la torre dei piloti. Tempo presente, tempo passato. La torre è crollata pochi giorni fa, un incidente nautico ancora non spiegato che ha causato morti, feriti e per ora il mare non ha ancora restituito l'ultimo corpo.
Non scrivo per entrare nel merito della tragedia, né per cercare colpe, attenuanti e fare ipotesi. Scrivo perché la mia città in questi giorni ha reagito in mille modi diversi e io, che ormai vivo nel suo cuore, che abito nei vicoli, che faccio la spesa grossa in Piccapietra e quella piccola tra le bancarelle del Ducale e quelle del Porto, ho osservato i movimenti di Genova davanti a tutto questo dolore.
Le sirene la notte dell'incidente, le ricostruzioni minuziose degli ex portuali in sala d'attesa dal medico la mattina dopo, i mugugni degli anziani in Piazza, le locandine spesso agghiaccianti e per me incomprensibili dei quotidiani, le bandiere a mezz'asta, le parole del Sindaco, la folla davanti a Palazzo S. Giorgio la mattina del disastro. Tante cose mi hanno fatto riflettere, una di queste è la nuova definizione coniata per l'occasione: "Gli Angeli del Porto". Dopo "Gli Angeli del Fango", nati l'anno scorso all'epoca dell'alluvione, si sentiva forse la necessità di stuzzicare la gente con un nuovo nome evocativo dal profumo un poco biblico? Era davvero necessario? Perché, non basta sapere che ci troviamo davanti a delle persone, a dei padri, a dei fratelli, a dei fidanzati, a dei mariti, a dei figli, a degli amici, che sono morti lavorando? Non sono angeli, sono lavoratori. Erano lavoratori. Come lo era Albert Kolgjeja, l'operaio morto l'8 novembre 2003 durante la costruzione del Galata Museo del Mare: per lui nessun funerale di stato, nessun "angelo" al posto del suo nome, solo una sentenza cinque anni dopo la sua morte. Beninteso, non intendo dire che i ragazzi di Molo Giano non meritassero le transenne in tutta la città, la visita del Presidente della Repubblica, le centinaia di Forze dell'Ordine, i maxischermi, le sale stampa...tutt'altro, penso invece che meritassero più rispetto. Il silenzio per esempio, lo stesso silenzio con cui i sommozzatori continuano a cercare l'ultima vittima ancora dispersa, lo stesso silenzio con cui la famiglia ha ringraziato per queste immersioni che non si arrendono, lo stesso silenzio degli striscioni comparsi qua e là per ricordare questi lavoratori morti mentre svolgevano la loro attività in una notte di maggio. Vivendo in una città in cui si è giocato a calcio il giorno dopo l'incidente e in cui al Porto i turisti con la macchina fotografica al collo non chiedevano dove fosse l'Acquario, ma domandavano la strada per Molo Giano, l'unico suono che sono riuscita a tollerare sono state le navi. Il lungo saluto di balena che oggi alle 18 mi ha tolto il respiro e fatto salire le lacrime agli occhi, un addio gridato da quei bestioni che ogni giorno passavano davanti alla torre e che, ironia della sorte, del suo crollo sono anche i responsabili. Quando le navi suonano a Capodanno mi viene sempre la pelle d'oca, ma di solito le urla, i brindisi, la festa si uniscono alla sirena...questa sera, al boato, si è unito solo un rispettoso silenzio.
martedì 8 gennaio 2013
Dubbio. Ripetere
L'altro giorno ho sentito una mia amica, era disperata.
Aveva ritirato delle analisi del sangue, fatte di routine a causa del suo lavoro, in cui veniva fuori un valore dubbio a proposito del virus dell'Epatite C. Non proprio una bella cosa.
Non risultava positiva, ma nemmeno negativa, sul referto c'era scritto "DUBBIO. RIPETERE". Naturalmente, nonostante tutti le dicessero di stare tranquilla non essendo un soggetto a rischio, vederci chiaro era d'obbligo.
Era stata dal dentista di recente? Aveva affrontato grossi interventi chirurgici? Subito trasfusioni? Incontrato scambi di sangue? Non che lei ricordasse.
Le poche cartelle cliniche che possedeva riportavano sempre un esito negativo accanto alle tre maledettissime lettere HCV. Cosa poteva essere successo?
Le ipotesi erano mille, il medico dell'ospedale propendeva per l'incompatibilità tra sangue e reagenti e le aveva rifatto un prelievo il cui esito sarebbe arrivato dopo almeno una settimana. Il medico di famiglia invece sosteneva che il virus malefico che l'anno prima le aveva colpito i muscoli del collo avesse favorito una risposta incrociata e stimolato anticorpi ora conteggiati dalle analisi.
L'unica soluzione era rifare il prelievo in un nuovo laboratorio, mettersi l'animo in pace e sperare. Così fece, dopo un tranquillo week end di paura, notti insonni, tentativi di ricostruire scene e momenti, domande, risposte, telefonate, pianti e digiuni, andò di nuovo in ospedale, si mise in coda e aspettò il suo turno in silenzio.
Per non pensare a niente, visto che di studiare non se ne parlava proprio, rimediava all'ansia correndo la sera e fissando le travi sul soffitto.
Improvvisamente ogni altra preoccupazione sembrava essere superflua, quello che fino alla settimana prima l'avrebbe agitata ora non le faceva alcun effetto.
Le feste erano finite, un nuovo anno era iniziato e lei era piombata in un inferno.
E pensare che, come me, lei odia le attese, quelle che non puoi fare nulla se non aspettare, quelle che ti rosicchiano i pensieri anche quando cerchi di leggere notizie demenziali o sfogli riviste di design casalingo.
Alla fine, con il modulo di ritiro in mano, morta di paura, la mia amica è andata a prendere i risultati: Negativo. Non c'era il virus, gli anticorpi erano non reattivi e i dubbi si sono impalliditi fino a sparire, in un attimo.
Per la prima volta, nonostante ne avesse passate tante, si era fermata a riflettere su cosa le rendesse così insopportabile l'idea di aver contratto una malattia, probabilmente per un errore di altri, che in realtà è più diffusa di quanto si immagini. La risposta l'aveva trovata subito, analizzando i sentimenti che provava. Certo era triste e sicuramente era spaventata, ma il sentimento padrone questa volta era la rabbia. Perché lei che sta attenta, che non rischia mai, che cura la sua salute da sempre nonostante ne capitino di tutti i colori (o forse proprio per quello), doveva affrontare una malattia, l'ennesima, che per di più si portava con sé una componente antisociale non proprio trascurabile?
Lei che sta imparando a badare a sé, volendosi bene, pensando al suo futuro, al suo amore, alla sua vita, rischiava di perdere l'equilibrio, quello vero, in un secondo.
Per fortuna non è andata così, l'ho sentita stasera, è tutto il giorno che gira con un sorrisone stampato in faccia, che riordina priorità, che lascia scorrere il tempo, fa shopping, chiacchiera, studia, prende aperitivi con gli amici e scrive.
Aveva ritirato delle analisi del sangue, fatte di routine a causa del suo lavoro, in cui veniva fuori un valore dubbio a proposito del virus dell'Epatite C. Non proprio una bella cosa.
Non risultava positiva, ma nemmeno negativa, sul referto c'era scritto "DUBBIO. RIPETERE". Naturalmente, nonostante tutti le dicessero di stare tranquilla non essendo un soggetto a rischio, vederci chiaro era d'obbligo.
Era stata dal dentista di recente? Aveva affrontato grossi interventi chirurgici? Subito trasfusioni? Incontrato scambi di sangue? Non che lei ricordasse.
Le poche cartelle cliniche che possedeva riportavano sempre un esito negativo accanto alle tre maledettissime lettere HCV. Cosa poteva essere successo?
Le ipotesi erano mille, il medico dell'ospedale propendeva per l'incompatibilità tra sangue e reagenti e le aveva rifatto un prelievo il cui esito sarebbe arrivato dopo almeno una settimana. Il medico di famiglia invece sosteneva che il virus malefico che l'anno prima le aveva colpito i muscoli del collo avesse favorito una risposta incrociata e stimolato anticorpi ora conteggiati dalle analisi.
L'unica soluzione era rifare il prelievo in un nuovo laboratorio, mettersi l'animo in pace e sperare. Così fece, dopo un tranquillo week end di paura, notti insonni, tentativi di ricostruire scene e momenti, domande, risposte, telefonate, pianti e digiuni, andò di nuovo in ospedale, si mise in coda e aspettò il suo turno in silenzio.
Per non pensare a niente, visto che di studiare non se ne parlava proprio, rimediava all'ansia correndo la sera e fissando le travi sul soffitto.
Improvvisamente ogni altra preoccupazione sembrava essere superflua, quello che fino alla settimana prima l'avrebbe agitata ora non le faceva alcun effetto.
Le feste erano finite, un nuovo anno era iniziato e lei era piombata in un inferno.
E pensare che, come me, lei odia le attese, quelle che non puoi fare nulla se non aspettare, quelle che ti rosicchiano i pensieri anche quando cerchi di leggere notizie demenziali o sfogli riviste di design casalingo.
Alla fine, con il modulo di ritiro in mano, morta di paura, la mia amica è andata a prendere i risultati: Negativo. Non c'era il virus, gli anticorpi erano non reattivi e i dubbi si sono impalliditi fino a sparire, in un attimo.
Per la prima volta, nonostante ne avesse passate tante, si era fermata a riflettere su cosa le rendesse così insopportabile l'idea di aver contratto una malattia, probabilmente per un errore di altri, che in realtà è più diffusa di quanto si immagini. La risposta l'aveva trovata subito, analizzando i sentimenti che provava. Certo era triste e sicuramente era spaventata, ma il sentimento padrone questa volta era la rabbia. Perché lei che sta attenta, che non rischia mai, che cura la sua salute da sempre nonostante ne capitino di tutti i colori (o forse proprio per quello), doveva affrontare una malattia, l'ennesima, che per di più si portava con sé una componente antisociale non proprio trascurabile?
Lei che sta imparando a badare a sé, volendosi bene, pensando al suo futuro, al suo amore, alla sua vita, rischiava di perdere l'equilibrio, quello vero, in un secondo.
Per fortuna non è andata così, l'ho sentita stasera, è tutto il giorno che gira con un sorrisone stampato in faccia, che riordina priorità, che lascia scorrere il tempo, fa shopping, chiacchiera, studia, prende aperitivi con gli amici e scrive.
sabato 4 agosto 2012
Disintossicazione profonda
Primo post di Agosto, di un Agosto che si preannuncia caldissimo.
Io ho bisogno di disintossicarmi. Da cosa? Dal veleno che mi riempie, che scorre dalla punta dei miei piedi alla cima dei miei capelli. Da dove arrivi non lo so, o meglio posso immaginarlo, come si combatta mi è completamente ignoto.
Ignoto era anche il titolo della mia tesina di maturità, avrei dovuto già allora capire che non sarei stata una ragazza lieve. Non ricordo quasi nulla degli argomenti che avevo tentato di collegare nelle varie materie, so che per storia avevo parlato dei campi di concentramento come di un posto che nessuno conosceva prima di finirci, avevo portato il concetto di entropia per cercare di agganciare anche fisica, e avevo introdotto le teorie sui buchi neri per scienze.
Credo che in questi giorni potrei tranquillamente ridare l'esame di maturità con il massimo dei voti: non c'è quasi nessun campo in cui abbia una vaga idea di quello che mi aspetti. Il lavoro di cui non mi va di scrivere nulla, la mia salute che pare discreta fino a che non mi guardo allo specchio e vedo il mio trapezio sinistro più alto del destro di almeno tre centimentri o non osservo il cielo e con lui i fili neri che mi passano davanti gli occhi, la salute di mia mamma che è al centro dei miei pensieri in quanto non propriamente buona, la condizione della casa che procede con mille dubbi, ripensamenti, insicurezze, paure.
Non ci sarebbe nulla di particolarmente strano se non vivessi questa situazione con una sorta di rabbia perennemente incastrata tra i denti, che poi non viene sempre fuori come rabbia, ma piuttosto come veleno serpeggiante, sottoforma di risposte acide, preoccupazioni eccessive, insonnie notturne, aggressioni estemporanee.
Qualcosa mi aiuta, per esempio camminare (del resto il medico che me lo ha prescritto lo ha fatto nella speranza che mi servisse ad eliminare le perfide tossine post virus), oppure leggere perché mi immedesimo nelle vite di altri o mi limito a seguire le difficoltà altrui accantonando le mie.
In questa giornata fatta di mega negozi di mobili pieni gente e aria condizionata improponibile, sono riuscita a ritagliarmi un momento per infilare le scarpe da running e le cuffie e uscire con il sole che tramontava, per scrivere un articolo, per bermi una Moretti e, a brevissimo, per leggere un po'.
Notte.
Io ho bisogno di disintossicarmi. Da cosa? Dal veleno che mi riempie, che scorre dalla punta dei miei piedi alla cima dei miei capelli. Da dove arrivi non lo so, o meglio posso immaginarlo, come si combatta mi è completamente ignoto.
Ignoto era anche il titolo della mia tesina di maturità, avrei dovuto già allora capire che non sarei stata una ragazza lieve. Non ricordo quasi nulla degli argomenti che avevo tentato di collegare nelle varie materie, so che per storia avevo parlato dei campi di concentramento come di un posto che nessuno conosceva prima di finirci, avevo portato il concetto di entropia per cercare di agganciare anche fisica, e avevo introdotto le teorie sui buchi neri per scienze.
Credo che in questi giorni potrei tranquillamente ridare l'esame di maturità con il massimo dei voti: non c'è quasi nessun campo in cui abbia una vaga idea di quello che mi aspetti. Il lavoro di cui non mi va di scrivere nulla, la mia salute che pare discreta fino a che non mi guardo allo specchio e vedo il mio trapezio sinistro più alto del destro di almeno tre centimentri o non osservo il cielo e con lui i fili neri che mi passano davanti gli occhi, la salute di mia mamma che è al centro dei miei pensieri in quanto non propriamente buona, la condizione della casa che procede con mille dubbi, ripensamenti, insicurezze, paure.
Non ci sarebbe nulla di particolarmente strano se non vivessi questa situazione con una sorta di rabbia perennemente incastrata tra i denti, che poi non viene sempre fuori come rabbia, ma piuttosto come veleno serpeggiante, sottoforma di risposte acide, preoccupazioni eccessive, insonnie notturne, aggressioni estemporanee.
Qualcosa mi aiuta, per esempio camminare (del resto il medico che me lo ha prescritto lo ha fatto nella speranza che mi servisse ad eliminare le perfide tossine post virus), oppure leggere perché mi immedesimo nelle vite di altri o mi limito a seguire le difficoltà altrui accantonando le mie.
In questa giornata fatta di mega negozi di mobili pieni gente e aria condizionata improponibile, sono riuscita a ritagliarmi un momento per infilare le scarpe da running e le cuffie e uscire con il sole che tramontava, per scrivere un articolo, per bermi una Moretti e, a brevissimo, per leggere un po'.
Notte.
domenica 10 giugno 2012
Il cucchiaio di ghiaccio
Ho comprato un libro per i viaggi in treno. L'ho comprato di venerdì, il viaggio seguente sarebbe stato di lunedì. Ora ne sto scrivendo la mia personalissima e modesta recensione: è domenica. Due giorni e via, dovrò comprarne un altro.
Il primo libro di Gramellini mi è stato regalato anni fa, con una dedica bellissima. Questo mi è stato consigliato dalla stessa persona che mi donò L'ultima riga delle favole, con un pò di titubanza e un velo di preoccupazione. Chissà se Elena, orfana di padre, reggerà la lettura di questa autobiografia, sconfinatamente dolce e profondamente amara. In realtà Elena orfana di padre non lo è, come le disse anni fa la strizzacervelli si è orfani se si perde un genitore prima della maggiore età...bella fregatura. Per una vittima incallita come Elena sarebbe quindi stato difficile usare l'abbandono di un padre, per altro davvero poco presente anche da vivo, per essere trattata con rispetto "...pretendevo che qualcuno facesse il tifo per me...".
Questa è solo una delle decine di citazioni abbracciate dalla mia matita, solo una delle tante frasi in cui mi sono totalmente riconosciuta o che hanno acceso in me una piccola lampadina, destinata a diventare sempre più luminosa, pagina dopo pagina.
Non mi sono solo immedesimata, quello mi accade di continuo: poesie, canzoni, serie televisive, libri...sembrano tutti scritti per me. In questo romanzo ho trovato delle risposte a domande che mi pongo da anni, a situazioni in cui mi impantano di continuo da un tempo talmente lungo che sembra un millennio.
"...Pur di prevenire l'ansia di un possibile abbandono mi lasciavo andare soltanto con quelle su cui credevo di esercitare un controllo...", Gramellini scrive della sua immobilità, che sembra la mia e che non si combatte continuando a stare fermi, ma guardando dalla parte giusta, "...Il dolore apre squarci che consentono di guardarsi dentro. Ma io continuavo a guardare dalla parte sbagliata...".
Il dolore: "...sentii un cucchiaio di ghiaccio penetrarmi la pancia e svuotarmela tutta...", quali altre parole potrebbero essere più azzeccate? Un giorno, non ricordo più in quale libro, ho letto del dolore come una schiuma calda che ti riempie l'intestino. Il freddo del ghiaccio, il caldo della schiuma. E' proprio così. Alla frase "..ogni vittima tende a riproporre gli schemi del proprio passato..." mi sono arresa: questo libro era destinato a farmi male e ad aiutarmi a capire, a parlarmi di perdono, di verità, di mostri del cuore, di amore, di fallimento, di morte e di vita, che poi sono forse la stessa cosa.
Mi sono trovata, copertina chiusa, a cercare su internet l'indirizzo e-mail dell'autore, per scrivergli grazie, per chiedergli come ha fatto a farmi capire cose che sei anni di analisi mi hanno solo lasciato intuire.
"...In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo...".
Leggete questo libro, per favore.
Il primo libro di Gramellini mi è stato regalato anni fa, con una dedica bellissima. Questo mi è stato consigliato dalla stessa persona che mi donò L'ultima riga delle favole, con un pò di titubanza e un velo di preoccupazione. Chissà se Elena, orfana di padre, reggerà la lettura di questa autobiografia, sconfinatamente dolce e profondamente amara. In realtà Elena orfana di padre non lo è, come le disse anni fa la strizzacervelli si è orfani se si perde un genitore prima della maggiore età...bella fregatura. Per una vittima incallita come Elena sarebbe quindi stato difficile usare l'abbandono di un padre, per altro davvero poco presente anche da vivo, per essere trattata con rispetto "...pretendevo che qualcuno facesse il tifo per me...".
Questa è solo una delle decine di citazioni abbracciate dalla mia matita, solo una delle tante frasi in cui mi sono totalmente riconosciuta o che hanno acceso in me una piccola lampadina, destinata a diventare sempre più luminosa, pagina dopo pagina.
Non mi sono solo immedesimata, quello mi accade di continuo: poesie, canzoni, serie televisive, libri...sembrano tutti scritti per me. In questo romanzo ho trovato delle risposte a domande che mi pongo da anni, a situazioni in cui mi impantano di continuo da un tempo talmente lungo che sembra un millennio.
"...Pur di prevenire l'ansia di un possibile abbandono mi lasciavo andare soltanto con quelle su cui credevo di esercitare un controllo...", Gramellini scrive della sua immobilità, che sembra la mia e che non si combatte continuando a stare fermi, ma guardando dalla parte giusta, "...Il dolore apre squarci che consentono di guardarsi dentro. Ma io continuavo a guardare dalla parte sbagliata...".
Il dolore: "...sentii un cucchiaio di ghiaccio penetrarmi la pancia e svuotarmela tutta...", quali altre parole potrebbero essere più azzeccate? Un giorno, non ricordo più in quale libro, ho letto del dolore come una schiuma calda che ti riempie l'intestino. Il freddo del ghiaccio, il caldo della schiuma. E' proprio così. Alla frase "..ogni vittima tende a riproporre gli schemi del proprio passato..." mi sono arresa: questo libro era destinato a farmi male e ad aiutarmi a capire, a parlarmi di perdono, di verità, di mostri del cuore, di amore, di fallimento, di morte e di vita, che poi sono forse la stessa cosa.
Mi sono trovata, copertina chiusa, a cercare su internet l'indirizzo e-mail dell'autore, per scrivergli grazie, per chiedergli come ha fatto a farmi capire cose che sei anni di analisi mi hanno solo lasciato intuire.
"...In fondo la mia vita è la storia dei tentativi che ho fatto di tenere i piedi per terra senza smettere di alzare gli occhi al cielo...".
Leggete questo libro, per favore.
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sabato 19 maggio 2012
E' cosa buona e giusta
Questo è un post scritto a caso, senza una vera motivazione, o forse per riordinare tutte le cose che mi passano accanto quasi senza fare rumore. Per quanto mi piacciano gli elenchi, mi rifiuto di stilare una lista degli avvenimenti degni di nota che mi sono successi in questi dieci giorni di assenza. Scrivo poco, non ho tempo. Non ne ho nemmeno troppa voglia in verità, mi pare di non avere nulla da dire quando invece la mia testa sta scoppiando. Non ho foto da utilizzare perchè la mia schedina della macchina fotografica è andata persa in una delle decine di borse che lascio appoggiate qua e là e l'idea di comprarne una nuova non mi sfiora nemmeno un pò...perciò continuerò ad attingere dalle tante immagini scattate negli anni, quando finiranno, ci penserò.
E' forse questo il problema? "Quando finiranno, ci penserò". Il fatto che abbia scelto la foto della mia ombra non credo che sia un caso, è come se fossi smaterializzata. Non è certo la prima volta che mi capita, ma ora le cose che stanno accadendo è come se fossero semplicemente di passaggio, inutili, momentanee, senza sapore. Così immateriali che le vivo pensando "Vabbè facciamolo. Quando finirà ci penserò". Dopo quasi 48 ore senza medicine il collo ricomincia a tendersi e a farsi sentire, era prevedibile visto il periodo allucinante che sto vivendo e la probabile relazione tra la salute e la mia incapacità ad uscire dalle situazioni emotivamente insostenibili. Rispetto al passato c'è però una novità: sono finalemente in grado di vedere chiaramente le responsabilità delle cose, di godere dei momenti buoni e di riconoscerli subito, di prendere le distanze dalle occasioni di stress banale, da quelle situazioni cioè che semplicemente non si ha voglia di vivere ma che fino a pochi mesi fa avrei comunque accettato perché era quello che ci si aspettava da me. Nelle cose grosse sono ancora in alto mare, non sono capace di dire aiutatemi, di far capire agli altri con un pò di convinzione che la mia misura è colma e la mia forza quasi esaurita.
Ci sono però giorni in cui chiacchiero al Porto Antico con un po' di facce sorridenti e di teste intelligenti, che faccio animazione ad una classe di bambini così consapevoli delle difficoltà di questo mondo da essere commoventi, che mangio una pizza buonissima e passo il resto della serata esattamente come ho voglia di trascorrerlo, che lascio libera la mente qualche ora rimandando le cose di concetto a quando mi sentirò più riposata per affrontarle. Ci sono mattine in cui guardo passare gli aironi davanti a casa, elenco su un foglio le cose da fare e poi scopro di aver scritto:
- rilassare la schiena
- scrivere impegni sull'agenda
- riordinare la stanza
- dormire un poco
- leggere qualcosa
- farsi un caffè
- scrivere un post.
Leggo le cose che ho scritto e mi faccio tenerezza da sola perchè non ho dovuto ricordarmi di lavorare ma di dormire, perchè quando ho preso in mano l'agenda gli impegni li avevo già scritti e ho dovuto solo annotare una possibile (e tanto sperata!) cena dalla Ale, perché non è giusto prendere appunti sulle contratture muscolari o esortarsi da soli a leggere qualche pagina.
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martedì 28 febbraio 2012
Brucia
Chi non ha mai pensato "se dovessi salvare le mie cose, se avessi pochi minuti per trattenere con me oggetti e ricordi, cosa porterei via? Cosa strapperei, per esempio, alla furia del fuoco?". Io l'ho immaginato tante volte e domenica l'ho fatto.
Quando in questa notte di terrore, di rabbia, di impotenza e di dolore, ho dovuto scegliere, ecco cosa ho messo nel mio North Face sporco e stanco:
- il pc, con tutta il lavoro di una vita
- il carica batterie del cellulare
- un sacchetto di crocchette per la gatta
- una borraccia piena d'acqua
- le foto di papà e mamma da bambini, staccate dal muro, passando veloce in salotto
- i documenti più importanti
- la barca del nonno Luigi, fatta di fiammiferi e chiusa in una bottiglia
- la radio a galena di papà, raccolta dolcemente con le mani che tremavano, sotto la campana di vetro
- salamino, il mio cane di pezza
- la medicina di tutti i giorni
Con queste poche cose in un sacco ho chiuso la mia casa, ho voltato le spalle alla mia storia per salvare il mio futuro, ho chiuso le persiane in faccia a quelle maledette fiamme e ho pregato che bastasse.
Ho chiesto consiglio ai vigili del fuoco, stanchi, sconvolti dalla mancanza di idranti, atterriti dai sette (dico sette) bomboloni gpl addossati alle case compresa la mia, preoccupati per il fumo denso che metteva in pericolo i nostri respiri, impazienti di ricevere aiuto e autopompe piene d'acqua. Ho chiesto a loro cosa fare e loro mi hanno detto di andare. Abbiamo trascorso la notte in auto, nel parcheggio sulla strada, salendo a bagnare i nostri giardini a turno, in contatto costante coi ragazzi che spegnevano le loro case nel bosco, accanto al pompiere che si è visto quasi ammazzare dal coperchio di una bombola esplosa, un frisbee incandescente che attraversa gli alberi nella notte e si ferma a un metro da te.
Abbiamo aspettato il fuoco sulla strada, perché l'acqua a Vesima non c'è, il ghiaccio ha rotto i tubi, l'idrante non è mai stato istallato nonostante le richieste decennali e nel bosco senza acqua non si può entrare, si risparmia la poca che si ha e si aspettano le fiamme in strada, cercando di evitare l'incendio da chioma a chioma, che scappa veloce e passa da albero ad albero, da albero a siepe, da siepe a casa.
Non c'era nessuno con noi, nessuno che ci desse conforto, che aiutasse i pompieri, una donna coraggiosa che ha salvato il suo giardino con la famiglia ha trovato il tempo per preparare un caffè ai ragazzi, ma nessuno è stato mandato ad aiutare. Qualcuno a vedere c'era, i curiosi che rallentano con l'auto, che fanno la foto, ma nessuno è sceso. Non si poteva fare molto, questo io lo so e ringrazio chi era lì, le case erano poco in pericolo per fortuna, ma una parola di conforto ad un'anziana che piange, un sorriso a chi è terrorizzato, non saranno più belli di una cazzo di foto scattata col cellulare? Per fortuna che esistono gli amici, vicini e lontani, che bagnavano i nostri cortili, scrivevano e chiamavano pieni di affetto, che ancora oggi si informano sulla nostra terra e sulla nostra salute...ma chi dovrebbe organizzare tutto questo, chi sta seduto sulle sue poltrone, non mi venga a parlare adesso di boschi da pulire e impianti da sistemare. Quella notte ci siamo arrangiati e fatti battute tra noi, chi si accendeva una sigaretta dietro l'altra e chiedeva "da fastidio se fumo?", i pompieri stessi che cercavano le uova da fare "al tegamino" sul coperchio della bombola esplosa, le donne che al mattino decidevano di rispettare i propri impegni in città coperte di fuliggine senza poter fare una doccia. Alle 5 e mezza la nostra lunga notte è finita, attraversando la salita con bibbi tra le braccia ho pensato a tutto quello che sarebbe potuto succedere, sono entrata in casa con il fumo nei polmoni, gli occhi rossi e le gambe rigide e ho adorato non riuscire a dormire per quel rumore fortissimo: i canadair che salvavano i miei boschi. Gli elicotteri che passavano su di noi facendo tremare le pareti e bagnavano tutto: gli alberi, i pollai che avevano urlato una notte intera, i prati, gli orti, i fienili e i giardini, le nostre teste uscite a guardare l'erba nera, le auto diventate un rifugio puzzolente.
Ora la mia Vesima è scura, è ferita, è arrabbiata. Si riprenderà, ma i lecci centenari non me li ridarà più nessuno, la paura e i muscoli tesi staranno con noi chissà per quanto ancora, i danni dovranno essere riparati e il tempo aiuterà, come sempre, ma nessuno dovrà scordarsi mai che negli zaini sono stati infilati ricordi, necessità e affetti per colpa di chi alle vite degli altri non pensa mai.
p.s. La foto è la mia Vesima, con i suoi alberi colorati.
sabato 21 gennaio 2012
Non ci riesco

Quante volte, nella vita, ho detto "non riesco a stare nelle cose"?
Mille, duemila forse.
Ma è così, non riesco a stare nelle cose, in nessuna cosa.
Sgroppo come un cavallo male ammaestrato, come un bambino difficile in una classe di bimbi obbedienti, come un ricciolo ribelle che non sta nell'acconciatura.
Per Natale ho ricevuto il libro che c'è nella foto, dal vicino-vicino che l'aveva letto e aveva trovato un po' di me tra le pagine. E' stato facile capire che aveva ragione, già dalla copertina con la frase "Ma quante sono, pensavo, le persone che si nascondono?". Tantissime, penso io. E' la storia di una famiglia, raccontata dalla femmina di casa, la mamma il papà e il fratello si alternano nella sua vita tra difficoltà, lutti, fastidi, dolcezze, paure e cattiverie. Per spiegare le sensazioni che prova Bianca chiama spesso in aiuto il mondo degli insetti e le sue abitudini, le uova deposte dalle femmine, le antenne che si intrecciano, le formiche animali sociali. Inutile dire che non è stato semplice leggerlo, che sono entrata in contatto con me stessa più di quanto già non faccia di solito e che se potessi lo ricomincerei dall'inizio anche adesso. Nella vita di tutti i giorni le cose vanno rotolando e sono immobili allo stesso tempo, non so stare e non posso stare nelle storie, nelle situazioni e ultimamente mi sento lontana anche dagli impegni e dall'amicizia. Ieri sera ho ripreso ad arrampicare dopo moltissimo tempo, oggi mi restano le braccia indolenzite e qualcosa di sospeso nel cuore. Vorrei fare delle telefonate, vorrei spiegare, farmi capire, vorrei smetterla di far soffrire o per lo meno vorrei che fosse chiaro a tutti che non ci riesco. Il lavoro da babysitter saltato all'ultimo mi ha lasciato un amaro in bocca e una rabbia latente che sicuramente rosicchiano in silenzio, il nuovo lavoro con implicazioni sentimentali varie ed eventuali non è semplice da gestire, il Belleville alla sera spero aiuterà obbligandomi a staccare il motorino del cervello, la ditta non so, non so cosa dire.
Nella playlist Radical Face mi morde il cuore, sono ore che rassetto la stanza ma mi sembra di peggiorare le cose, forse il disordine che ho dentro lo sto riversando su mensole e scrivanie, forse dovrei lavarmi e uscire di qui.
Ho bisogno di boschi e di piangere. Ho bisogno di chilometri e di urlare. Di essere arrabbiata con chi non capisce, di rivendicare il diritto a me stessa, voglio me e nient'altro. Invece mangio ravioli da sola, se potessi sotto le coperte, penso al passato con una costanza che ha del patetico, odio l'idea di un futuro ancora così incerto e sospeso al giudizio altrui. Basta, ho bisogno di un caffè e di camminare.
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