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martedì 16 gennaio 2018
And in the day, everything's complex
Musica
Sono sparita, è un dato di fatto.
Questo è il primo post del 2018 e non mi era (quasi) mai successo, in tanti anni di onorato blogging, di stare così a lungo senza scrivere qui, ma ho le mie ragioni. Che non sono buone, ma sono comunque ragioni.
La verità è che non sono molto in forma e, di solito, quando sto male non mi va di aggiornare Ilmareingiardino.
Sotto Natale ho avuto l'influenza (come credo quasi tutte le persone che conosco), poco prima ero stata piegata (sul water) dall'accidente intestinale del secolo e non sono riuscita a ripigliarmi tra l'una e l'altra sciagura. A quanto pare un virus ha deciso di tenermi compagnia ancora per un po', devo stare dietro a un sacco di medici, visite ed esami, sono bella imbottita di medicine e per ora non so cos'altro mi riserverà questo 2018 iniziato scoppiettante più che mai.
Io, se possibile, per quest'anno avrei dato.
Fatte le dovute premesse, passo a spiegare la foto quassù, un origami giallo banana a forma di gru. Quando l'ho trovato a terra nella metro di Milano, in un momento in cui dire che stavo di mxxxa è usare un dolce eufemismo, ho subito pensato che fosse un airone, l'animale che più mi fa pensare a mio padre per una serie di coincidenze inanellate negli ultimi tredici anni. Tanto, dopo Folle di Scienza, che sono avvezza a superstizioni e riti lo sanno tutti, ormai, anche i colleghi scienziati che più stimo, sparsi in giro per l'Italia.
Quindi, trovato il segnale ultraterreno, ho deciso di tenerlo con me, a chiusura di un anno caratterizzato dal giallo banana in tutte le sue declinazioni, dal guscio da montagna alla parete della cucina (cavoli dell'orto urbano compresi).
I due giorni a Milano, organizzati al volo per il mio compleanno, sono stati molto belli nonostante stessi proprio male. Siamo andati a vedere la mostra Giro Giro Tondo, quella sul design del giocattolo: una meraviglia. In Triennale siamo rimasti un sacco e ne è valsa davvero la pena.
La sera è saltata causa aironi in metropolitana e il giorno dopo giro sui navigli e visita al Mudec. Al ritorno Trenitalia ci ha riservato un trattamento di favore rompendo il treno a Voghera e ritardandoci il rientro a casa di un paio d'ore. Olè.
Dopo la fuga milanese, il (quasi) niente.
Nelle ultime due settimane ho rallentato molto, ho trascorso tanto tempo in casa, ho lavorato un po' meno in classe (santi i colleghi che mi hanno sostituita) perché di stare in mezzo a tanti bimbi piccoli, da sola, proprio non me la sentivo. Sono riuscita, però, a seguire progetti importanti, ho comunque organizzato laboratori a cui tengo molto
e ho continuato il lavoro da casa, quello sui Social, come se nulla fosse.
Oggi ho pure preso coraggio e sono uscita a farmi un giro in solitaria, un'oretta nei vicoli. Sono stata premiata per l'audacia e ho portato a casa con me un sacco di cose dal mio negozio vintage preferito. Non facevo acquisti da mesi e l'affare di oggi è stato un meritatissimo autoregalo di compleanno, arrivato un poco in ritardo: quattro maglie, un paio di scarpe e un poncho-cappotto al prezzo di due maglioni. Non vedo l'ora di sfoggiare casette di lana colorata, doppi colli, mantelle col cappuccio e ballerine assurde. Magari, però, non tutto insieme.
Ecco, direi che il blog è ripartito e io posso ritenermi soddisfatta. Non mi resta che continuare a riattaccare i miei pezzi, armandomi della santa pazienza che mi contraddistingue e mantenendo vivo il fuoco degli impegni... solo tenuto più basso. Un po' come si fa con il brasato.
P.S. La colonna sonora è stata istintiva, conosco quel CD a memoria, come il novanta per cento della mia generazione e il titolo del post non poteva che essere quello di una delle sue canzoni che amo di più. Un grande dispiacere, per una ragazza dalla voce incredibile e dagli occhi familiari.
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lunedì 20 febbraio 2017
Il Gigante e la Farfalla
Ieri, finalmente, gita.
Dopo una serie di weekend almeno parzialmente lavorativi questa volta sono (quasi) riuscita a lasciare a casa il dovere. Scrivo quasi perché, in realtà, per la prima parte della mattinata ho permesso che il cervello ragionasse su tre laboratori, elencando mentalmente i materiali da comprare, scegliendo i titoli, valutando età di riferimento e tempistiche.
Poi, per fortuna, ho incontrato lei e in un attimo tutto mi è parso lontano, rimandabile, fuori luogo. Magari sbagliando abbiamo pensato, vista l'evidente instabilità delle zampe e le ali stropicciate, che la farfalla avesse fatto capolino dalla sua crisalide poco tempo prima.
Nel caso fosse stato davvero così: che bel segnale!
Per ora, io, più che sentirmi somigliante a un lepidottero fresco di nascita, mi immedesimo meglio nella statua del Gigante di Monterosso, ovvero sento un gran peso sulla schiena (non solo a livello figurato, visto il male che ho) e tanta stanchezza nelle gambe. Avevo deciso che sarebbe stata la foto che ho scattato al Gigante prima di imboccare il sentiero ad accompagnare questo post, ma quando sono arrivata nel piccolo spiazzo che vedete nell'immagine quassù ho cambiato idea. Di solito in gita comincio a scrivere sul blog con il pensiero, appena inizio a camminare e a guardarmi intorno. Lo faccio senza quasi rendermene conto, perciò, quando ritornando da Punta Mesco alla volta di Levanto ho visto tutti questi ometti di pietra in equilibrio precario eppure magicamente fermi nel sole ho pensato che loro fossero la risposta. A cosa? A tutte le domande che mi sto ponendo.
Un sasso sopra l'altro, quello sotto importante quanto quello sopra perché nulla crolli.
Ciò che è stato prima e ciò che verrà poi.
Il passato e il futuro.
Nel frattempo somatizzo come non mi capitava da un (bel) po', cerco di incastrare l'incastrabile e ci riesco a spese di sonno, schiena e/o digestione. Non è una sorpresa, che la partita IVA sarebbe stata per certi versi liberatoria e per
Ormai però siamo in ballo e io ho senso del ritmo da vendere, sono timida, non mi sciolgo subito, ma appena trovo il mio posto nel mondo mi ci accoccolo come un gatto nella scatola del trasloco (rilassata, sempre con un orecchio in allerta). Non mi resta che continuare a guardarmi attorno come quando vado in gita, aspettare che il resto del mondo si distragga e infilarmi sotto una montagna di pluriball, al riparo da attenzioni eccessive e richieste impossibili da soddisfare. Se poi riuscissi anche a evitare un po' di aggressività diffusa sarebbe bellissimo.
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lunedì 8 febbraio 2016
La tecnica del croco
Ogni anno, verso la fine dell'inverno, il croco fiorisce.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie, nonostante il suo colore viola non c'entri nulla con il marrone monocorde del paesaggio.
L'ho sempre incontrato durante le mie passeggiate e l'ho fotografato spesso, perché lo trovo bello, coraggioso quanto fragile e se il sentiero che sto percorrendo attraversa una radura popolata dai crochi mi emoziono come se fosse la prima volta che ne vedo uno.
Il croco fiorisce quando nessuno, o quasi, ha il coraggio di farlo. Quando potrebbe ancora nevicare, quando di notte potrebbe scendere il gelo, quando gli altri fiori dormono ancora beati sotto la terra fredda.
Io, in questo periodo, al croco e alla sua tenacia penso ogni giorno.
Appena mi alzo.
Appena vado a dormire.
Ho sempre fatto (molta) fatica a entusiasmarmi. No, forse non è vero, forse devo spiegarmi meglio.
Ho sempre creduto poco nelle cose belle che mi capitano, che io le abbia cercate, fortemente volute o incontrate per caso. Non fidandomi mai, il mio entusiasmo è sempre piuttosto rallentato, sotto tono, controllato. Mi succede anche con le persone, con gli incontri nuovi, con le relazioni, con le amicizie, con i rapporti di lavoro.
Questo però non pregiudica mai il mio rendimento. Ovvio, quando una cosa mi piace molto è probabile che la curi di più, che mi risulti più semplice occuparmene, ma anche i compiti meno interessanti, più faticosi, o semplicemente lontani da me li ho sempre svolti al massimo delle mie capacità, senza particolare entusiasmo.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie
Mi sono accorta che il mio piacere a fare ciò che prima amavo molto è cambiato, in certi casi addirittura svanito, a causa delle delusioni.
Questo mi addolora tantissimo e sto lavorando quotidianamente per risolvere le cose, per tirarmi fuori da qui, per ricominciare a trovare meraviglia dove prima la raccoglievo a manciate.
Voglio usare la tecnica del croco e voglio lasciarmi contagiare da chi l'entusiasmo lo grattugia pure sulla pastasciutta.
Guardo le persone entusiaste come strani alieni verdi e blu, non le capisco e mi fanno persino un po' paura. Credo però che sia tempo di prendere esempio da loro cercando di mettere da parte la scorza dura e lasciandomi coinvolgere.
Quello che mi pare buffo è che negli entusiasti incontrati fino ad oggi non ho però mai trovato molta disponibilità effettiva a fare, ma soltanto, appunto, tanto entusiasmo. Voglio vedere se io sarò capace di coltivare entrambe le cose, rimanendo pronta a mettermi all'opera anche quando non toccherebbe a me, credendoci fortissimo. Oppure credendoci forte e moderando un poco la mia patologica capacità di sbattimento: sarebbe perfetto.
Ma come si fa? Dovrei chiedere al croco, lui lo sa.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie
Dovrei fare come Cindy, che sta seguendo una pratica molto sana e saggia, ovvero quella di ringraziare per qualcosa ogni giorno. Credo che di motivi, anche piccoli, per dire "uh, grazie", ne abbiamo tutti. Nel post di oggi ho trovato un po' il senso del mio vagare: provando a voltarmi indietro anche solo di un anno vedo tante conquiste che probabilmente non avrei mai sperato di ottenere, nonostante mi sembri sempre di non aver fatto nulla, nonostante non ne parli mai con nessuno, nonostante le nasconda in un cassetto per non crederci troppo.
Magari questa cosa dell'entusiasmo servirà anche a sottolineare gli obiettivi raggiunti, a vederli meglio e a goderne di più.
Chissà.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie, nonostante il suo colore viola non c'entri nulla con il marrone monocorde del paesaggio.
L'ho sempre incontrato durante le mie passeggiate e l'ho fotografato spesso, perché lo trovo bello, coraggioso quanto fragile e se il sentiero che sto percorrendo attraversa una radura popolata dai crochi mi emoziono come se fosse la prima volta che ne vedo uno.
Il croco fiorisce quando nessuno, o quasi, ha il coraggio di farlo. Quando potrebbe ancora nevicare, quando di notte potrebbe scendere il gelo, quando gli altri fiori dormono ancora beati sotto la terra fredda.
Io, in questo periodo, al croco e alla sua tenacia penso ogni giorno.
Appena mi alzo.
Appena vado a dormire.
Ho sempre fatto (molta) fatica a entusiasmarmi. No, forse non è vero, forse devo spiegarmi meglio.
Ho sempre creduto poco nelle cose belle che mi capitano, che io le abbia cercate, fortemente volute o incontrate per caso. Non fidandomi mai, il mio entusiasmo è sempre piuttosto rallentato, sotto tono, controllato. Mi succede anche con le persone, con gli incontri nuovi, con le relazioni, con le amicizie, con i rapporti di lavoro.
Questo però non pregiudica mai il mio rendimento. Ovvio, quando una cosa mi piace molto è probabile che la curi di più, che mi risulti più semplice occuparmene, ma anche i compiti meno interessanti, più faticosi, o semplicemente lontani da me li ho sempre svolti al massimo delle mie capacità, senza particolare entusiasmo.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie
Mi sono accorta che il mio piacere a fare ciò che prima amavo molto è cambiato, in certi casi addirittura svanito, a causa delle delusioni.
Questo mi addolora tantissimo e sto lavorando quotidianamente per risolvere le cose, per tirarmi fuori da qui, per ricominciare a trovare meraviglia dove prima la raccoglievo a manciate.
Voglio usare la tecnica del croco e voglio lasciarmi contagiare da chi l'entusiasmo lo grattugia pure sulla pastasciutta.
Guardo le persone entusiaste come strani alieni verdi e blu, non le capisco e mi fanno persino un po' paura. Credo però che sia tempo di prendere esempio da loro cercando di mettere da parte la scorza dura e lasciandomi coinvolgere.
Quello che mi pare buffo è che negli entusiasti incontrati fino ad oggi non ho però mai trovato molta disponibilità effettiva a fare, ma soltanto, appunto, tanto entusiasmo. Voglio vedere se io sarò capace di coltivare entrambe le cose, rimanendo pronta a mettermi all'opera anche quando non toccherebbe a me, credendoci fortissimo. Oppure credendoci forte e moderando un poco la mia patologica capacità di sbattimento: sarebbe perfetto.
Ma come si fa? Dovrei chiedere al croco, lui lo sa.
Nonostante faccia freddo, nonostante sia solo un fiore tra cento alberi e mille foglie
Dovrei fare come Cindy, che sta seguendo una pratica molto sana e saggia, ovvero quella di ringraziare per qualcosa ogni giorno. Credo che di motivi, anche piccoli, per dire "uh, grazie", ne abbiamo tutti. Nel post di oggi ho trovato un po' il senso del mio vagare: provando a voltarmi indietro anche solo di un anno vedo tante conquiste che probabilmente non avrei mai sperato di ottenere, nonostante mi sembri sempre di non aver fatto nulla, nonostante non ne parli mai con nessuno, nonostante le nasconda in un cassetto per non crederci troppo.
Magari questa cosa dell'entusiasmo servirà anche a sottolineare gli obiettivi raggiunti, a vederli meglio e a goderne di più.
Chissà.
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domenica 13 dicembre 2015
"e la foglia scivola via"
Qualche sera fa mi sono imbattuta in questa poesia di strada.
Genova è tappezzata di fogli del Movimento per l'Emancipazione della Poesia e devo dire che molti dei versi che trovo per caso, camminando nei vicoli, non mi dispiacciono affatto, anzi (qui trovate il sito).
"Non siamo mai troppo lontani dalla...", c'è scritto. Lontani da cosa? Quei puntini di sospensione mi danno fastidio, perché vorrei una risposta.
In realtà vorrei una risposta a moltissime delle domande che mi pongo in questo periodo, domande che nascono da situazioni in cui mi ritrovo quasi sempre per sbaglio, mai per mia volontà e che si materializzano nell'aria rimanendo sospese, appunto, senza risposta.
...
Come ho già scritto nell'ultimo post sto facendo fatica ad aggiornare il mio blog. Non che sia un dramma, capita, però mi fa strano. Sono stata abbastanza costante sin dall'inizio e, soprattutto negli anni più recenti, ho pubblicato qualcosa ogni settimana. Ora non riesco, e il perché è una delle tante domande sospese. Ho tempo libero, lavorando da casa, eppure non ne trovo mai per entrare qui. Faccio tante cose, anche belle, eppure non ho voglia di condividerle qui. Scopro e vedo meraviglie tutti i giorni, eppure non mi viene da parlarne qui.
Allora ho pensato che di solito, quello che mi viene in aiuto quando sono bloccata, quando non so da che parte cominciare, quando mi pare di avere troppe cose da fare e tutte ugualmente urgenti, è l'elenco.
Quindi ecco un elenco sommario di ciò che sto facendo in questo periodo strano:
1. Scrivo, per il libro, per aggiornare i social network dell'associazione con cui collaboro, per Cindy (in partenza la produzione dell'ultimo Leggermente 2015!).
2. Studio, per il terzo esame di francese, poi anche questa avventura sarà finita e mi spiace proprio tanto: è stato divertente e mi è parso, finalmente, di fare qualcosa per me.
3. Ingrasso, come mai nella vita. Probabilmente i lieviti hanno deciso di rompere di nuovo i maroni, con un tempismo perfetto, considerando le vacanze di Natale e i trecentomila pranzi e/o cene a cui dovrò andare.
4. Partecipo, seppur un po' più defilata del solito, a due piccoli progetti natalizi: questo e il Secret Santa di Cindy. Il primo è un vero e proprio calendario dell'avvento fotografico; mi sto divertendo a scattare foto a tema (sbagliando per tipo cinque giorni di fila l'hashtag , ma vabbé) e mi piace l'idea di una parola precisa da provare a inseguire. Il secondo, chi non lo conosce? Il mio pacchettino è già stato spedito!
5. Costruisco, perché quando ho bisogno di rilassarmi è quello che faccio più volentieri, oltre a cucinare. Le ultime produzioni sono questo centro tavola Natalizio e questa collana, assemblata mettendo insieme un pezzo di gioiello trovato per strada, un ciondolino recuperato da mamma e una catenina di metallo.
6. Parlo, con chi mi ascolta, per provare a trovare quelle risposte di cui scrivevo prima. Non riesco a sciogliere il bandolo della matassa, ma non sentirmi sbagliata mi aiuta molto.
7. Cammino, facendo gite divertenti come quella di oggi. Un giro sulla cremagliera, una passeggiata facile ma lunghetta, una folle raccolta di bacche e rametti per abbellire la cucina (vedi punto 5).
8. Progetto, corsi che vorrei fare, cose che vorrei imparare. Prima tra tutte, per ora, la costruzione di timbri in gomma. In che senso? In questo. Una figata pazzesca, lo so.
9. Presso, le foglie che trovo, come se non ci fosse un domani. Nella foto che ho scelto per il post c'è la scatola di latta piena di foglie e fiori raccolti questo autunno e schiacciati con la mia meravigliosa Tessa La Pressa.
10. Sto ferma, ascoltando e guardando quello che succede. Mi costa una fatica boia, perché nonostante qualcuno mi dica che vivo alla giornata, sono umana pure io e a volte mi piacerebbe avere voce in capitolo, vedere che una mia azione genera una reazione più o meno nota, almeno un pochino prevedibile e non, nel migliore dei casi, completamente diversa dalle aspettative. Nel peggiore (e ultimamente molto frequente) dei casi, invece, quello che accade è l'opposto di quello che mi aspetto o che vorrei.
Io, imperterrita, respiro e sto a guardare, sperando che le prossime risposte siano facili. Non dico giuste. Ma facili.
Genova è tappezzata di fogli del Movimento per l'Emancipazione della Poesia e devo dire che molti dei versi che trovo per caso, camminando nei vicoli, non mi dispiacciono affatto, anzi (qui trovate il sito).
"Non siamo mai troppo lontani dalla...", c'è scritto. Lontani da cosa? Quei puntini di sospensione mi danno fastidio, perché vorrei una risposta.
In realtà vorrei una risposta a moltissime delle domande che mi pongo in questo periodo, domande che nascono da situazioni in cui mi ritrovo quasi sempre per sbaglio, mai per mia volontà e che si materializzano nell'aria rimanendo sospese, appunto, senza risposta.
...
Come ho già scritto nell'ultimo post sto facendo fatica ad aggiornare il mio blog. Non che sia un dramma, capita, però mi fa strano. Sono stata abbastanza costante sin dall'inizio e, soprattutto negli anni più recenti, ho pubblicato qualcosa ogni settimana. Ora non riesco, e il perché è una delle tante domande sospese. Ho tempo libero, lavorando da casa, eppure non ne trovo mai per entrare qui. Faccio tante cose, anche belle, eppure non ho voglia di condividerle qui. Scopro e vedo meraviglie tutti i giorni, eppure non mi viene da parlarne qui.
Allora ho pensato che di solito, quello che mi viene in aiuto quando sono bloccata, quando non so da che parte cominciare, quando mi pare di avere troppe cose da fare e tutte ugualmente urgenti, è l'elenco.
Quindi ecco un elenco sommario di ciò che sto facendo in questo periodo strano:
1. Scrivo, per il libro, per aggiornare i social network dell'associazione con cui collaboro, per Cindy (in partenza la produzione dell'ultimo Leggermente 2015!).
2. Studio, per il terzo esame di francese, poi anche questa avventura sarà finita e mi spiace proprio tanto: è stato divertente e mi è parso, finalmente, di fare qualcosa per me.
3. Ingrasso, come mai nella vita. Probabilmente i lieviti hanno deciso di rompere di nuovo i maroni, con un tempismo perfetto, considerando le vacanze di Natale e i trecentomila pranzi e/o cene a cui dovrò andare.
4. Partecipo, seppur un po' più defilata del solito, a due piccoli progetti natalizi: questo e il Secret Santa di Cindy. Il primo è un vero e proprio calendario dell'avvento fotografico; mi sto divertendo a scattare foto a tema (sbagliando per tipo cinque giorni di fila l'hashtag , ma vabbé) e mi piace l'idea di una parola precisa da provare a inseguire. Il secondo, chi non lo conosce? Il mio pacchettino è già stato spedito!
5. Costruisco, perché quando ho bisogno di rilassarmi è quello che faccio più volentieri, oltre a cucinare. Le ultime produzioni sono questo centro tavola Natalizio e questa collana, assemblata mettendo insieme un pezzo di gioiello trovato per strada, un ciondolino recuperato da mamma e una catenina di metallo.
6. Parlo, con chi mi ascolta, per provare a trovare quelle risposte di cui scrivevo prima. Non riesco a sciogliere il bandolo della matassa, ma non sentirmi sbagliata mi aiuta molto.
7. Cammino, facendo gite divertenti come quella di oggi. Un giro sulla cremagliera, una passeggiata facile ma lunghetta, una folle raccolta di bacche e rametti per abbellire la cucina (vedi punto 5).
8. Progetto, corsi che vorrei fare, cose che vorrei imparare. Prima tra tutte, per ora, la costruzione di timbri in gomma. In che senso? In questo. Una figata pazzesca, lo so.
9. Presso, le foglie che trovo, come se non ci fosse un domani. Nella foto che ho scelto per il post c'è la scatola di latta piena di foglie e fiori raccolti questo autunno e schiacciati con la mia meravigliosa Tessa La Pressa.
10. Sto ferma, ascoltando e guardando quello che succede. Mi costa una fatica boia, perché nonostante qualcuno mi dica che vivo alla giornata, sono umana pure io e a volte mi piacerebbe avere voce in capitolo, vedere che una mia azione genera una reazione più o meno nota, almeno un pochino prevedibile e non, nel migliore dei casi, completamente diversa dalle aspettative. Nel peggiore (e ultimamente molto frequente) dei casi, invece, quello che accade è l'opposto di quello che mi aspetto o che vorrei.
Io, imperterrita, respiro e sto a guardare, sperando che le prossime risposte siano facili. Non dico giuste. Ma facili.
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mercoledì 2 dicembre 2015
Gli alberi lo sanno
Gli alberi sanno come ci si sente, perché lo fanno tutto il giorno.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.
Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.
Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.
Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.
Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.
Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.
Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.
Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.
Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.
Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.
Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.
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domenica 30 agosto 2015
Valigie
Una delle cose che amo di più è svegliarmi al fresco, con la gatta sui piedi e il rumore delle motoseghe che puliscono i giardini attorno a casa.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.
Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.
Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.
C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte
C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.
L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.
Quando capita, va da sé, sono da mamma.
Questa mattina è andata così, ho aperto gli occhi abbastanza presto e, gatta esclusa perché a sto giro aveva scelto un altro letto, sono stata accolta da tutto quello che più mi piace. Moka compresa, uccellini e cicale pure.
Sono giorni un po' rovinati da un piede dolorante, con visite mediche, fluidificanti e antinfiammatori annessi, sono giorni in cui provo a tenere a bada l'ansia e per ora ci riesco. Sono giorni in cui l'ipotesi di dover stare ferma mi sembra impossibile, con il lavoro che comincia, il Festival della Mente che mi aspetta e molti altri strascichi d'estate che vorrei tanto salvare: le corse al calare del sole, le gite, gli aperitivi all'aperto e le nuotate in piscina.
Ad ogni modo, come sempre, si vedrà e se la mia coagulazione ribelle ha deciso di rompere le palle proprio adesso, se i tendini o le ossa o quello che è di una caviglia già massacrata hanno voglia di farsi sentire così tanto, un buon motivo lo avranno. Per esperienza, è completamente inutile opporsi.
Quindi, questa mattina, mi sono alzata serena nonostante tutto, ho sorriso e ho iniziato il nuovo giorno con un libro, pensando d'istinto alla mattina di un paio di settimane fa, quando a svegliarmi alle cinque era stato un odore familiare. E orribile.
In realtà a quella notte penso tutti i giorni e ieri pomeriggio, mentre sopra alla mia testa passava il canadair che vedete in foto, ci ho pensato ancora di più.
Se c'è un incendio nei paraggi il mio naso lo avverte in un secondo. Ho sentito l'odore del ristorante che bruciava vicino a casa quando il rumore delle sirene era lontano anni luce e sono uscita in canotta, pantaloncini e ciabatte mentre i pompieri stavano ancora sfondando le porte per entrare. L'esperienza di tre anni fa mi ha insegnato molto, innanzi tutto un odore di cui avere paura. Poi mi ha insegnato che il mio corpo ha una capacità fisica di reazione agli avvenimenti psicologicamente duri che mai avrei pensato potesse esistere. Quella notte, con una contrazione fuori dal normale dei muscoli del collo, ho cominciato a camminare lungo le strade della fibromialgia e non mi sono più fermata.
C'è un'altra cosa, però, che ho imparato davanti al paesello circondato dalle fiamme: ho imparato che ognuno è la propria valigia.
Gli oggetti che, messa alle strette dai vigili del fuoco, io avevo scelto di portare via sono elencati nel post di quel 28 febbraio. Ma la mia borsa non è stata l'unica ad essere riempita di notte, in poco tempo e con tanta paura addosso.
C'era la valigia dei vicini, con i documenti medici indispensabili per la loro bimba
C'erano gli zaini con i computer dei ragazzi che lavoravano come informatici e che lì dentro tenevano tutto
C'era la busta con il rogito della casa, perché per gli anziani era la cosa più importante
C'era il sacchetto delle medicine, perché con la pressione alta non si sgarra e chissà quando ci faranno rientrare
C'era il faldone della pensione di mia madre, che mica poteva rischiare di perdere quarant'anni di lavoro in una notte
C'era quello che conta davvero.
Ognuno aveva affidato la propria vita ad una borsa e lo aveva fatto senza poterci ragionare sopra. Penso spesso che se non fosse stato un momento così tragico, fatto di silenzi da pelle d'oca, sguardi muti, gocce d'acqua su pareti di fuoco, freddo polare in un bosco rovente, avrei dovuto scattare delle foto. Aprire le borse, mettere in fila le cose, immortalare le vite degli altri per ricordarle ad ognuno, me stessa per prima, una volta terminata la paura. Quando sembra andare tutto storto, quando non pare esserci soluzione e invece magari non c'è nemmeno il problema.
Quando, come oggi, permetto ad una caviglia malandata di costringermi a girare in tondo, sull'orlo del baratro, fermamente convinta a stare in equilibrio e altrettanto spaventata all'idea di caderci dentro.
L'odore di fuoco delle cinque di due settimane fa è stato come aprire una di quelle valigie e scattare una foto: bisogna ricordare sempre cosa sia davvero l'urgenza, cosa meriti veramente la premura, in tutti i sensi.
sabato 1 agosto 2015
Summertime Sadness
Colonna sonora
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.
Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato
Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.
Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.
Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.
Qui a casa di mamma lo studio è tappezzato di fogli. Poesie, aforismi, testi di canzoni, stralci di libri, citazioni.
Ieri sera, da una famosissima poesia della Szymborska, ho agganciato con gli occhi questa frase: "so che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo" e ho pensato che è proprio così. Non credo di essere l'unica, beninteso, che boicotta i propri successi, che affonda speranze e illusioni, che davanti a qualcosa che funziona mette sempre quello che non riesce. Però ecco, questa frase pinzata per caso, in una sera più difficile di molte e più semplice di tante altre, mi è rimasta in mente perché nel mio cervello si collega in un lampo ad un'altra frase, che non conoscevo, e che un mio caro amico mi ha detto qualche giorno fa.
Nadie me quita lo bailao
Nessuno può toglierti quello che hai ballato
Lì per lì ho pensato che fossero poche parole, rivoluzionarie. Poi ho scoperto che è un modo di dire sudamericano molto comune, e che il senso è proprio quello che salta all'occhio alla prima lettura. Anche se le cose vanno male, nessuno può toglierti quello che è andato bene. Ciò che hai ballato.
E così ho "deciso" (quando mai riesco a decidere qualcosa ed alimentare un pensiero positivo per più di, diciamo, ventiquattro ore?) che una buona idea potrebbe proprio essere quella di voltarmi a riguardare i miei vecchi balli e provare a proiettarli nel futuro. Se c'è un momento che non va, se vivo un periodo immobile, di quelli che odio e che sembrano ricordarmi costantemente in che razza di palude io mi sia cacciata, posso sempre immaginare quanti altri balli mi aspettano. Perché anche nelle circostanze più difficili ci siamo rialzati, più o meno tutti, e abbiamo ricominciato a danzare.
Mentre scrivo penso a questi giorni appena trascorsi nel dolore fisico, che prepotente (e per nulla imprevedibile) si è fatto strada a ridosso delle ferie, non appena ho provato a fermarmi e a dedicarmi a quello che preferisco (camminare, scrivere, leggere, fotografare, guardarmi intorno).
E poi penso all'autunno in cui potrebbe cambiare tutto o non cambiare nulla, con enormi conseguenze in entrambi i casi.
Penso al mare che sta a duecento metri da questo pc e alle nuotate che voglio concedermi non appena tornerà il sole.
Penso alle corse che mi regalo ogni giorno e che mi fanno stare bene.
Penso alla passeggiata di questa mattina, in totale solitudine, sotto una pioggerella leggera, costeggiando l'acqua fino al piccolo cimitero lassù, per un saluto veloce.
Penso a chi si trova esattamente dove vorrebbe essere e a chi invece ha davanti a sé settimane e mesi difficili.
Penso alle vite che dondolano nelle pance delle mie amiche e ai viaggi di nozze che stanno per iniziare.
Penso alle mille commissioni che ho già sbrigato e a quelle che mi attendono la prossima settimana.
Penso al corso di francese che comincerà a settembre e che dovrò incastrare con i laboratori per il bando che ho vinto, prima che inizi il Festival e prima che il mio cervello venga assorbito dall'enorme disagio che quel periodo si porterà con sé, come ogni volta.
Penso a ciò che mi spettava e che non mi è stato dato. E questo pensiero, nuovo e sconosciuto, mi fa inorridire.
Penso che potevo essere meglio, ma anche molto, ma molto peggio.
Termino questo post e vedo che sta proprio qui l'errore, che qui è tutto sbagliato. L'elenco che ho appena scritto è un inno al non farcela e al concentrare pensieri, forze e attenzioni su mille cose tranne che sul qui e ora. Ma io non lo so fare. Il mio qui e ora non mi piace. Magari il qui e ora che ci sarà tra cinque minuti sì, ma questo proprio no.
venerdì 26 dicembre 2014
Intrecci
Per scrivere bilanci è ancora presto e poi io non sono molto brava in quel genere di post, tendo a deprimermi dalla terza riga in poi. Ogni anno, attorno al primo di gennaio, mi faccio una foto con i calzini a righe sull'uscio di casa e butto giù riflessioni, propositi e cose simili (ecco l'ultima volta che l'ho fatto), credo che lo farò anche tra una settimana, ma ho ben poche idee per adesso su cosa scriverò.
Oggi è Natale, sono reduce da un pranzo super buono a casa di amici di mamma e ho persino infilato leggings e scarpe da running per correre un po', all'imbrunire, con la musica nelle orecchie e il capponmagro di traverso.
Dopo secoli non sono ancora finita al pronto soccorso durante le Feste, che non sono ancora terminate quindi non si sa mai, ma mi sento blandamente ottimista. Sono giorni di intrecci, di cose che finiscono, di tempi incastrati, di insicurezze che si mescolano a certezze, di tentativi, errori, obiettivi da raggiungere.
Giusto ieri scrivevo su Facebook:
In 24 ore ho:
Pranzato per l'ultima volta in mezzo alle persone con cui ho lavorato cinque anni.
Comprato i regali con mamma nelle botteghe storiche della mia città.
Festeggiato la nuova casa di due amici portando nella mia tazze piene di me.
Scambiato i regali con chi parte per un viaggio speciale.
Comprato i biglietti per il festival più bello che c'è.
Cenato venezuelano con la mia barba preferita.
Fatto la colazione di natale con il vicino-vicino.
Ricevuto il Secret Santa di Cindy.
Per me può iniziare il 2015. Sono pronta!
Ed è tutto vero, piccole cose attorcigliate che hanno reso serene queste ultime ore, un fatto non banale visti i continui riferimenti a morti, rimpianti, assenze, fatiche, fallimenti e altre natalizie amenità.
Il mio lavoro è ufficialmente giunto al termine, a gennaio avrò giusto il tempo di produrre i report di fine assegno, infilare le mie (poche) cose in una scatola di cartone e liberare la stanza. Poi dovrò cercare di sopravvivere (e diciamo che quest'ultima affermazione è già un buon riassunto della mia incapacità a guardare in grande: avrei dovuto scrivere "Poi cercherò una nuova dimensione dove provare a realizzarmi e a mettere in campo le mie qualità", e invece parlo di "sopravvivenza").
Scuola di Robotica e le sue attività imbastite durante gli ultimi mesi dovrebbero permettermi di respirare fino a fine marzo, dopodiché non ho davvero idea di come potranno andare le cose: troppo vecchia come apprendista, troppo qualificata per fare la lavapiatti, troppo distante geograficamente per un lavoro di didattica della scienza in cui speravo, troppo inadeguata per un altro a cui ho mandato un bel cv infiocchettato.
L'ideale sarebbe che riuscissi a vivere di attimi, intrecciando incontri e opportunità, cavalcando la mia fantasia, sfruttando la creatività che ho così tanto sviluppato quest'anno, rovistando nell'ansia alla ricerca di una briciola di fiducia nel futuro e, soprattutto, in me stessa. Oggi però è già più difficile di ieri e per quanto mi sforzi di darmela a bere, ci sono troppe cose che sto affrontando in un modo evidentemente sbagliato.
Persino questo post mi sta deludendo.
Perché è Natale edovrei vorrei essere circondata da lucine, bambini che corrono, musica tintinnante, e programmi di festa per i prossimi giorni, invece mi muovo con i passi felpati nella speranza che non si rompa nulla, che il precario equilibrio che ho raggiunto resti tale fino all'otto gennaio, senza scricchiolii sinistri e senza sorprese inaspettate.
[...]
La piega che questo post natalizio stava prendendo era talmente deprimente che mi sono autocensurata, ho spento tutto, ci ho dormito su (con una buona dose di prevedibili incubi) e ho ricominciato a scrivere in un nuovo giorno di sole e di aria fresca. Sono andata a correre anche questa mattina, con una luce fortissima e il mare metallico a fianco, sgombrando la testa e pensando ai ravioli del pranzo sull'Albero: oggi si mangia nella mia casa, lontano da fantasmi e passati ingombranti.
I prossimi giorni saranno di bellezza e amici, almeno così vorrei che fossero, e mi piacerebbe provare a vedere tutta questa incertezza lavorativa (e non solo) come un'opportunità. Non so cosa farò, non so se troverò un impiego, non so di cosa mi occuperò, quanto tempo libero avrò, ma quello che so è che devo ricominciare, non da capo ma quasi, come ho fatto stamattina con questo post, provando magari(!) a migliorare le cose e a vedere possibile anche quello che istintivamente mi sembra solo un'utopia.
Io dico che ce la farò.
Oggi è Natale, sono reduce da un pranzo super buono a casa di amici di mamma e ho persino infilato leggings e scarpe da running per correre un po', all'imbrunire, con la musica nelle orecchie e il capponmagro di traverso.
Dopo secoli non sono ancora finita al pronto soccorso durante le Feste, che non sono ancora terminate quindi non si sa mai, ma mi sento blandamente ottimista. Sono giorni di intrecci, di cose che finiscono, di tempi incastrati, di insicurezze che si mescolano a certezze, di tentativi, errori, obiettivi da raggiungere.
Giusto ieri scrivevo su Facebook:
In 24 ore ho:
Pranzato per l'ultima volta in mezzo alle persone con cui ho lavorato cinque anni.
Comprato i regali con mamma nelle botteghe storiche della mia città.
Festeggiato la nuova casa di due amici portando nella mia tazze piene di me.
Scambiato i regali con chi parte per un viaggio speciale.
Comprato i biglietti per il festival più bello che c'è.
Cenato venezuelano con la mia barba preferita.
Fatto la colazione di natale con il vicino-vicino.
Ricevuto il Secret Santa di Cindy.
Per me può iniziare il 2015. Sono pronta!
Ed è tutto vero, piccole cose attorcigliate che hanno reso serene queste ultime ore, un fatto non banale visti i continui riferimenti a morti, rimpianti, assenze, fatiche, fallimenti e altre natalizie amenità.
Il mio lavoro è ufficialmente giunto al termine, a gennaio avrò giusto il tempo di produrre i report di fine assegno, infilare le mie (poche) cose in una scatola di cartone e liberare la stanza. Poi dovrò cercare di sopravvivere (e diciamo che quest'ultima affermazione è già un buon riassunto della mia incapacità a guardare in grande: avrei dovuto scrivere "Poi cercherò una nuova dimensione dove provare a realizzarmi e a mettere in campo le mie qualità", e invece parlo di "sopravvivenza").
Scuola di Robotica e le sue attività imbastite durante gli ultimi mesi dovrebbero permettermi di respirare fino a fine marzo, dopodiché non ho davvero idea di come potranno andare le cose: troppo vecchia come apprendista, troppo qualificata per fare la lavapiatti, troppo distante geograficamente per un lavoro di didattica della scienza in cui speravo, troppo inadeguata per un altro a cui ho mandato un bel cv infiocchettato.
L'ideale sarebbe che riuscissi a vivere di attimi, intrecciando incontri e opportunità, cavalcando la mia fantasia, sfruttando la creatività che ho così tanto sviluppato quest'anno, rovistando nell'ansia alla ricerca di una briciola di fiducia nel futuro e, soprattutto, in me stessa. Oggi però è già più difficile di ieri e per quanto mi sforzi di darmela a bere, ci sono troppe cose che sto affrontando in un modo evidentemente sbagliato.
Persino questo post mi sta deludendo.
Perché è Natale e
[...]
La piega che questo post natalizio stava prendendo era talmente deprimente che mi sono autocensurata, ho spento tutto, ci ho dormito su (con una buona dose di prevedibili incubi) e ho ricominciato a scrivere in un nuovo giorno di sole e di aria fresca. Sono andata a correre anche questa mattina, con una luce fortissima e il mare metallico a fianco, sgombrando la testa e pensando ai ravioli del pranzo sull'Albero: oggi si mangia nella mia casa, lontano da fantasmi e passati ingombranti.
I prossimi giorni saranno di bellezza e amici, almeno così vorrei che fossero, e mi piacerebbe provare a vedere tutta questa incertezza lavorativa (e non solo) come un'opportunità. Non so cosa farò, non so se troverò un impiego, non so di cosa mi occuperò, quanto tempo libero avrò, ma quello che so è che devo ricominciare, non da capo ma quasi, come ho fatto stamattina con questo post, provando magari(!) a migliorare le cose e a vedere possibile anche quello che istintivamente mi sembra solo un'utopia.
Io dico che ce la farò.
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venerdì 5 dicembre 2014
Atti di fede
Ormai al giovedì si parla solo di fiducia.
Nella piazza vicina c'è un tappeto di foglie secche enorme e così alto che quando ci cammino in mezzo affondo fino alle caviglie. Sembrano di carta e fino a qualche settimana fa stavano sugli aceri ormai spogli che si dividono lo spazio con le magnolie ancora cariche e verdissime.
Accanto a questa oasi dove trovo riparo e concentrazione c'è l'appartamento bianco, è lì che si parla di fiducia. Un tempo non avevo per nulla fiducia in me, ma ne riponevo una grande quantità negli altri. Sempre con un velo sottile di sospetto e di attenzione, una sorta di statt accuort di sicurezza, che tenevo a mente come un mantra. Adesso non ho più bisogno di questa velata raccomandazione: non mi fido più. Non solo di me stessa, ma proprio di nessun altro. Ed è davvero impressionante la profondità, la tenacia e la certezza di questa sensazione. E' più forte di qualunque altra cosa dentro di me, e riguarda ogni aspetto della mia vita. Non so nemmeno io come sia successo, solo che è successo. E chi si trova in questa situazione sa bene come sia difficile intraprendere qualsiasi cosa e qualsiasi relazione, quanto sembri lontano e sconveniente abbracciare progetti (e persone), come ogni buona notizia venga bloccata all'ingresso "perché intanto, da qualche parte, ci sta la fregatura".
Detto questo, ci sono azioni che migliorano un poco questa condizione, per esempio le attività ripetitive e di precisione.
Se il cielo vuole, è Natale. Cosa c'è di più ripetitivo che confezionare i regali per una appassionata di fai da te come me? Forse il pilates, che infatti ho finalmente ripreso con somma gioia e (diciamolo piano, per l'appunto) con costanza.
Quindi, in questi giorni di stanchezza infinita (ho ripreso pilates no?) e di serate più o meno sgombre dapensieri impegni, mi sto dedicando alla costruzione. Ho un biglietto per un compleanno importante che mi aspetta sulla scrivania, un erbario monodose (dal quale sto seriamente pensando di trarre un progetto eterno, di quelli che accompagneranno per sempre i miei regali), almeno otto pacchetti da riempire e un pensiero complicato quanto ambizioso da strutturare. Ho il menu di Natale da immaginare, perché quest'anno voglio pranzare qui sull'Albero, lontano da frane e smottamenti, reali o emotivi che siano. Ho la relazione di fine assegno da compilare, il lavoro della tesista da correggere, un laboratorio e un paio di lezioni da preparare, il nuovo progetto robotico da avviare, la partenza da definire.
Un elenco lungo di azioni ripetitive, che non richiedono molta fiducia, solo tempo, costanza, metodo e precisione.
Da me dipendono la fermezza della mano mentre dipingo le lampadiyne, la fantasia mentre scrivo i biglietti di auguri o scelgo i washitape per i pacchetti, la concentrazione quando leggo la tesi e scrivo la relazione, la concretezza mista a creatività per laboratori, lezioni e progetti robotici: probabilmente quest'ultima è la parte più complessa. Lascio fuori la partenza perché quella è difficile ma sempre più possibile e con il tempo ogni tassellino sta magicamente andando al suo posto, poi si vedrà.
Dicevo, tutte queste belle cose dipendono unicamente da me, persona della quale si è detto che mi fido poco, ma so come lavoro, so quando cedo e necessito di una pausa, so quando mi servono aria, gambe e alberi per staccare la spina.
Il problema è là fuori, dove gira il resto del mondo, credo però che finché mi imbatterò in cose come il Secret Santa di Cindy o il PtitZelda di Zelda, sarà tutto più facile. In questo modo riesco a partecipare senza esserci, o anzi, all'opposto, riesco ad esserci senza partecipare, perché per adesso fare tutto il resto è un atto di fede troppo grosso.
Per adesso perché le cose miglioreranno. Lo so.
E lo faranno perché a me fidarmi degli altri piaceva tantissimo.
P.S. Nella foto ci sono i tre cormorani che ho incontrato lo scorso weekend, mentre camminavo svelta sotto una pioggia fine e costante, per andare a trovare mio padre. Quando sono tornata indietro sullo scoglio era rimasto un solo cormorano; mi è dispiaciuto per lui, avrei voluto prestargli qualcuno dei miei amici, che zitti zitti ci sono sempre, anche quando io sono più lontana che mai.
Nella piazza vicina c'è un tappeto di foglie secche enorme e così alto che quando ci cammino in mezzo affondo fino alle caviglie. Sembrano di carta e fino a qualche settimana fa stavano sugli aceri ormai spogli che si dividono lo spazio con le magnolie ancora cariche e verdissime.
Accanto a questa oasi dove trovo riparo e concentrazione c'è l'appartamento bianco, è lì che si parla di fiducia. Un tempo non avevo per nulla fiducia in me, ma ne riponevo una grande quantità negli altri. Sempre con un velo sottile di sospetto e di attenzione, una sorta di statt accuort di sicurezza, che tenevo a mente come un mantra. Adesso non ho più bisogno di questa velata raccomandazione: non mi fido più. Non solo di me stessa, ma proprio di nessun altro. Ed è davvero impressionante la profondità, la tenacia e la certezza di questa sensazione. E' più forte di qualunque altra cosa dentro di me, e riguarda ogni aspetto della mia vita. Non so nemmeno io come sia successo, solo che è successo. E chi si trova in questa situazione sa bene come sia difficile intraprendere qualsiasi cosa e qualsiasi relazione, quanto sembri lontano e sconveniente abbracciare progetti (e persone), come ogni buona notizia venga bloccata all'ingresso "perché intanto, da qualche parte, ci sta la fregatura".
Detto questo, ci sono azioni che migliorano un poco questa condizione, per esempio le attività ripetitive e di precisione.
Se il cielo vuole, è Natale. Cosa c'è di più ripetitivo che confezionare i regali per una appassionata di fai da te come me? Forse il pilates, che infatti ho finalmente ripreso con somma gioia e (diciamolo piano, per l'appunto) con costanza.
Quindi, in questi giorni di stanchezza infinita (ho ripreso pilates no?) e di serate più o meno sgombre da
Un elenco lungo di azioni ripetitive, che non richiedono molta fiducia, solo tempo, costanza, metodo e precisione.
Da me dipendono la fermezza della mano mentre dipingo le lampadiyne, la fantasia mentre scrivo i biglietti di auguri o scelgo i washitape per i pacchetti, la concentrazione quando leggo la tesi e scrivo la relazione, la concretezza mista a creatività per laboratori, lezioni e progetti robotici: probabilmente quest'ultima è la parte più complessa. Lascio fuori la partenza perché quella è difficile ma sempre più possibile e con il tempo ogni tassellino sta magicamente andando al suo posto, poi si vedrà.
Dicevo, tutte queste belle cose dipendono unicamente da me, persona della quale si è detto che mi fido poco, ma so come lavoro, so quando cedo e necessito di una pausa, so quando mi servono aria, gambe e alberi per staccare la spina.
Il problema è là fuori, dove gira il resto del mondo, credo però che finché mi imbatterò in cose come il Secret Santa di Cindy o il PtitZelda di Zelda, sarà tutto più facile. In questo modo riesco a partecipare senza esserci, o anzi, all'opposto, riesco ad esserci senza partecipare, perché per adesso fare tutto il resto è un atto di fede troppo grosso.
Per adesso perché le cose miglioreranno. Lo so.
E lo faranno perché a me fidarmi degli altri piaceva tantissimo.
P.S. Nella foto ci sono i tre cormorani che ho incontrato lo scorso weekend, mentre camminavo svelta sotto una pioggia fine e costante, per andare a trovare mio padre. Quando sono tornata indietro sullo scoglio era rimasto un solo cormorano; mi è dispiaciuto per lui, avrei voluto prestargli qualcuno dei miei amici, che zitti zitti ci sono sempre, anche quando io sono più lontana che mai.
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sabato 1 novembre 2014
OK
Premessa:
Questo post è in realtà di ieri, ma si sa, durante il Festival il tempo è quello che è e si fa quel che si può.
Finalmente ho trovato un modo per usare la parte finale del catalogo del Festival. La sezione Memo. Quella che sta dopo gli Eventi Ospite. E' l'ora di pranzo, sono in treno, vado a Nervi a vedere un laboratorio che più mio di così non credo si possa: Piante Guerriere.
C'è un sole bellissimo stamattina, ho persino dovuto cambiare giacca, lasciare il cappotto di lana rossa a casa e infilare al volo il blazer di velluto marrone, quello da uomo. E' un giorno di regali, uno pensato per chi compirà gli anni tra poco e uno concesso a me: pranzo con girella gigante all'uvetta e caffè.
Sono trascorse settimane vissute alla giornata, alla spera in Dio per usare un detto, alla ti ma riesci per dirla in dialetto, alla cazzo di cane per andare subito al sodo. Pensieri di fuga sempre più o meno presenti (un poco pure tentati, inutilmente), momenti di sconforto, attimi di entusiasmo, rivendicazioni di spazi, tempi, diritti e attenzioni.
Dopo questo periodo che ancora non so se sia stato sensato o magari addirittura dannoso, è l'ora di tracciare una strada più chiara, mettere dei punti fermi, compilare un memo, dopotutto la pagina dopo gli Eventi Ospite dice così, no?
[pausa lab]
Quindi, "riordinando" le idee:
1) Ok.Devo Voglio uscire di più a fare cose belle. Rimpiermi gli occhi, il cuore, la pelle di cose belle. Senza per forza pensare di viaggiare, le cose belle sono pure qui, dietro casa. La foglia di ginkgo biloba che ho raccolto stamattina e lo scoiattolo che ho incontrato poco fa non avevano proprio nulla da invidiare alle meraviglie di Roma.
2) Ok. Non devo smettere mai di credere nelle mie capacità. Il lavoro è poco per tutti. Quando a Gennaio mi troverò quasi completamente disoccupata non dovrò provare vergogna a lasciarmi aiutare da mia madre fino a che non troverò un altro impiego. Non importa quanto ci vorrà. Ce la farò.
3) Ok. Non voglio aspettare gli altri per essere felice. L'avrò già scritto, detto, pensato diecimila volte. Le persone che desiderano condividere con me un momento, un sentiero, una mostra, un concerto, una cena, arriveranno. Basta smettere di aspettarle e cominciare a lavorare su quanto possano essere belli un tramonto, un quadro, una canzone o un albero pieno di foglie gialle anche se li vivo da sola, anche se nessuno è accanto a me quando incontro una di queste meraviglie (oggi però nel parco di Nervi, tra gli scoiattoli, c'era pure Luca Mercalli. Sì, quello della TV).
4) Ok. Voglio riprendere piano piano e con costanza ad andare in palestra, ignorando la tosse che mi scuote da due settimane e tutti i ricordi mostruosi che si porta con sé. Così come voglio chiudere fuori il dolore al collo e la mezza faccia che trema, lei al posto mio.
5) Ok. Voglio camminare, è pure questo lo dico sempre. Ma magari anche correndo, combattendo il freddo che arriverà e seguendo il proposito al punto uno.
6) Ok. Voglio finire il lavoro che mi ha accompagnata per due anni senza massacrarmi l'anima per la perdita. Sono statafortunata fortunatissima per un sacco di tempo e va bene così. Inutile fare di più, inutile rendersi ancora (troppo) disponibile. Finire quello che ho iniziato (e che per ora giace da un po') e ricominciare da qualcosa di nuovo.
7) Ok. Voglio riaprire i libri che stanno lì a guardarmi sul comodino e che, come al solito quando galleggio, non riesco a divorarli ma nemmeno a leggerli ogni tanto. Proprio no.
8) Ok. Voglio organizzare una festa d'autunno per me e i miei amici, non appena sarò capace di pensare positivo per più di quindici minuti di seguito.
Epilogo:
Essendo passate ventiquattro ore posso già dire qualcosa su come stiamo andando io e i miei propositi:
Ieri sono stata in giro tutto il giorno e ho fatto il pieno di cose belle (punto 1), tipo qui dal mio amico Edu e davanti a bicchiere di Rossese con Sardina, nell'attesa di andare a sentire La notte dei libri viventi.
Sono anche andata a pilates ma la conseguenza è che ora sto a letto piena di Brufen. Temo dunque di avere un tantino fallito il punto 4 e, di conseguenza, di sentire lontano il punto 5. Inoltre mi sono persa Nespoli al Ducale e mi spiace proprio tantissimo.
Non ho ripreso in mano i libri sul comodino ma oggi mamma, che è telepatica come me, mi ha portato in laboratorio questa meraviglia qui.
Per il resto siamo ancora in alto mare, ma ci lavorerò.
Da domani.
Forse.
Ok.
Questo post è in realtà di ieri, ma si sa, durante il Festival il tempo è quello che è e si fa quel che si può.
Finalmente ho trovato un modo per usare la parte finale del catalogo del Festival. La sezione Memo. Quella che sta dopo gli Eventi Ospite. E' l'ora di pranzo, sono in treno, vado a Nervi a vedere un laboratorio che più mio di così non credo si possa: Piante Guerriere.
C'è un sole bellissimo stamattina, ho persino dovuto cambiare giacca, lasciare il cappotto di lana rossa a casa e infilare al volo il blazer di velluto marrone, quello da uomo. E' un giorno di regali, uno pensato per chi compirà gli anni tra poco e uno concesso a me: pranzo con girella gigante all'uvetta e caffè.
Sono trascorse settimane vissute alla giornata, alla spera in Dio per usare un detto, alla ti ma riesci per dirla in dialetto, alla cazzo di cane per andare subito al sodo. Pensieri di fuga sempre più o meno presenti (un poco pure tentati, inutilmente), momenti di sconforto, attimi di entusiasmo, rivendicazioni di spazi, tempi, diritti e attenzioni.
Dopo questo periodo che ancora non so se sia stato sensato o magari addirittura dannoso, è l'ora di tracciare una strada più chiara, mettere dei punti fermi, compilare un memo, dopotutto la pagina dopo gli Eventi Ospite dice così, no?
[pausa lab]
Quindi, "riordinando" le idee:
1) Ok.
2) Ok. Non devo smettere mai di credere nelle mie capacità. Il lavoro è poco per tutti. Quando a Gennaio mi troverò quasi completamente disoccupata non dovrò provare vergogna a lasciarmi aiutare da mia madre fino a che non troverò un altro impiego. Non importa quanto ci vorrà. Ce la farò.
3) Ok. Non voglio aspettare gli altri per essere felice. L'avrò già scritto, detto, pensato diecimila volte. Le persone che desiderano condividere con me un momento, un sentiero, una mostra, un concerto, una cena, arriveranno. Basta smettere di aspettarle e cominciare a lavorare su quanto possano essere belli un tramonto, un quadro, una canzone o un albero pieno di foglie gialle anche se li vivo da sola, anche se nessuno è accanto a me quando incontro una di queste meraviglie (oggi però nel parco di Nervi, tra gli scoiattoli, c'era pure Luca Mercalli. Sì, quello della TV).
4) Ok. Voglio riprendere piano piano e con costanza ad andare in palestra, ignorando la tosse che mi scuote da due settimane e tutti i ricordi mostruosi che si porta con sé. Così come voglio chiudere fuori il dolore al collo e la mezza faccia che trema, lei al posto mio.
5) Ok. Voglio camminare, è pure questo lo dico sempre. Ma magari anche correndo, combattendo il freddo che arriverà e seguendo il proposito al punto uno.
6) Ok. Voglio finire il lavoro che mi ha accompagnata per due anni senza massacrarmi l'anima per la perdita. Sono stata
7) Ok. Voglio riaprire i libri che stanno lì a guardarmi sul comodino e che, come al solito quando galleggio, non riesco a divorarli ma nemmeno a leggerli ogni tanto. Proprio no.
8) Ok. Voglio organizzare una festa d'autunno per me e i miei amici, non appena sarò capace di pensare positivo per più di quindici minuti di seguito.
Epilogo:
Essendo passate ventiquattro ore posso già dire qualcosa su come stiamo andando io e i miei propositi:
Ieri sono stata in giro tutto il giorno e ho fatto il pieno di cose belle (punto 1), tipo qui dal mio amico Edu e davanti a bicchiere di Rossese con Sardina, nell'attesa di andare a sentire La notte dei libri viventi.
Sono anche andata a pilates ma la conseguenza è che ora sto a letto piena di Brufen. Temo dunque di avere un tantino fallito il punto 4 e, di conseguenza, di sentire lontano il punto 5. Inoltre mi sono persa Nespoli al Ducale e mi spiace proprio tantissimo.
Non ho ripreso in mano i libri sul comodino ma oggi mamma, che è telepatica come me, mi ha portato in laboratorio questa meraviglia qui.
Per il resto siamo ancora in alto mare, ma ci lavorerò.
Da domani.
Forse.
Ok.
domenica 12 ottobre 2014
Ci sono cose che voi umani...
Avviso: non è un post sull'alluvione.
E la foto allora? La foto c'è perché sì, siamoancora finalmente in allerta meteo e ieri sono stata nei luoghi colpiti dove ho scattato un'unica foto del disastro, quella quassù appunto.
Non ho intenzione però di fare dietrologie, cercare responsabilità, analizzare le cose accadute e quelle non accadute, perché qui non lo faccio mai, per scelta. Sono stati rari i post con un po' di cronaca e/o polemica, ne ricordo uno sull'otto marzo, uno sul crollo della torre dei piloti, e pochi altri. Sicuramente ci sono colpe, inadempienze, anche criminali se vogliamo chiamarle tali, visto che c'è una vittima, ci sono milioni di danni e soprattutto c'è una ricorrenza di questi fenomeni sempre più preoccupante e certamente non casuale.
Se proprio devo dire la mia opinione mi trovo d'accordo con chi parla di territorio violentato dalla cementificazione scellerata, di opere di bonifica, idraulica, edilizia che non sono state completate e spesso nemmeno iniziate, di natura che si riprende gli spazi che le abbiamo tolto senza porci minimamente il problema. Patisco invece moltissimo chi si improvvisa, nell'ordine, ingegnere, progettista, architetto, meteorologo, giudice, politico, tecnico e potrei continuare all'infinito. Parole, parole, parole vane che si sommano a un mare di opportunismo, uno sciacallaggio non certo migliore di quello vero e proprio, con mezzi politicanti che da un dramma cercano di strappare voti, visibilità e futuro.
Ma questo non sarà un post sull'alluvione.
Sarà un post di somme tirate, e non tirate, di riflessioni da domenica casalinga, con i calzettoni di lana, la camicia a scacchi e tantissimo lavoro da portare a termine. Il curriculum europeo è quasi pronto, tempo di recuperare i certificati richiesti e di farlo leggere a qualcuno di competente e poi via, si spedisce e chissà come andrà. Il bando è sempre fermo e nessuno mi risponde alle e-mail, immagino già una prossima settimana da incubo con la scadenza imminente e il silenzio totale delle istituzioni. Il viaggio che arriva tra poco mi emoziona, perché oltre a vedere meraviglie e a girovagare per Roma, credo riuscirò finalmente a finire il percorso di giusta distanza che ho iniziato da un po'. Che per carità, è una roba che faccio da sempre, a cadenza regolare come il cambio degli armadi, ma adesso ho deciso che non sarà più un problema: evidentemente ogni tot devo aggiustare il tiro perché lo scenario cambia e non tutti i mirini che ho sono adatti.
Poi c'è la questione torre o lumachina che dir si voglia, ma a risolverla ci provo già ogni giovedì, il resto della settimana cerco solo di non fare cazzate. E così in questi giorni di terrore per la mia città e pure per me che non amo moltissimo svegliarmi nel cuore della notte con la sensazione di essere da sola in mezzo al nulla, io metto insieme i pezzi. Con una fatica boia, in verità, e non poco scoramento. Certamente che cambiare prospettiva e fare le cose anche con attenzione per me stessa è molto utile, perciò a spalare il fango vado nel posto che rappresenta più di ogni altro le gioie della mia infanzia: il Museo di Storia Naturale, ma con un occhio fisso alla situazione a casa di mamma. E poi ok la domenica a lavorare, ma con il permesso accordato di prendermi una pausa ogni tanto per pensare a un compleanno speciale che sarebbe oggi ma che ormai non si festeggia più. E lo smalto rosso alle unghie, il colore rame ai capelli, la tisana di malga per scaldare la pancia sottosopra, il mantra positivo nel cervello che mi ricorda che in qualche modo ne uscirò. Una soluzione la troverò, una possibilità per il mio futuro da qualche parte ci sarà.
Per me e per la mia città distrutta, ancora una volta.
E la foto allora? La foto c'è perché sì, siamo
Non ho intenzione però di fare dietrologie, cercare responsabilità, analizzare le cose accadute e quelle non accadute, perché qui non lo faccio mai, per scelta. Sono stati rari i post con un po' di cronaca e/o polemica, ne ricordo uno sull'otto marzo, uno sul crollo della torre dei piloti, e pochi altri. Sicuramente ci sono colpe, inadempienze, anche criminali se vogliamo chiamarle tali, visto che c'è una vittima, ci sono milioni di danni e soprattutto c'è una ricorrenza di questi fenomeni sempre più preoccupante e certamente non casuale.
Se proprio devo dire la mia opinione mi trovo d'accordo con chi parla di territorio violentato dalla cementificazione scellerata, di opere di bonifica, idraulica, edilizia che non sono state completate e spesso nemmeno iniziate, di natura che si riprende gli spazi che le abbiamo tolto senza porci minimamente il problema. Patisco invece moltissimo chi si improvvisa, nell'ordine, ingegnere, progettista, architetto, meteorologo, giudice, politico, tecnico e potrei continuare all'infinito. Parole, parole, parole vane che si sommano a un mare di opportunismo, uno sciacallaggio non certo migliore di quello vero e proprio, con mezzi politicanti che da un dramma cercano di strappare voti, visibilità e futuro.
Ma questo non sarà un post sull'alluvione.
Sarà un post di somme tirate, e non tirate, di riflessioni da domenica casalinga, con i calzettoni di lana, la camicia a scacchi e tantissimo lavoro da portare a termine. Il curriculum europeo è quasi pronto, tempo di recuperare i certificati richiesti e di farlo leggere a qualcuno di competente e poi via, si spedisce e chissà come andrà. Il bando è sempre fermo e nessuno mi risponde alle e-mail, immagino già una prossima settimana da incubo con la scadenza imminente e il silenzio totale delle istituzioni. Il viaggio che arriva tra poco mi emoziona, perché oltre a vedere meraviglie e a girovagare per Roma, credo riuscirò finalmente a finire il percorso di giusta distanza che ho iniziato da un po'. Che per carità, è una roba che faccio da sempre, a cadenza regolare come il cambio degli armadi, ma adesso ho deciso che non sarà più un problema: evidentemente ogni tot devo aggiustare il tiro perché lo scenario cambia e non tutti i mirini che ho sono adatti.
Poi c'è la questione torre o lumachina che dir si voglia, ma a risolverla ci provo già ogni giovedì, il resto della settimana cerco solo di non fare cazzate. E così in questi giorni di terrore per la mia città e pure per me che non amo moltissimo svegliarmi nel cuore della notte con la sensazione di essere da sola in mezzo al nulla, io metto insieme i pezzi. Con una fatica boia, in verità, e non poco scoramento. Certamente che cambiare prospettiva e fare le cose anche con attenzione per me stessa è molto utile, perciò a spalare il fango vado nel posto che rappresenta più di ogni altro le gioie della mia infanzia: il Museo di Storia Naturale, ma con un occhio fisso alla situazione a casa di mamma. E poi ok la domenica a lavorare, ma con il permesso accordato di prendermi una pausa ogni tanto per pensare a un compleanno speciale che sarebbe oggi ma che ormai non si festeggia più. E lo smalto rosso alle unghie, il colore rame ai capelli, la tisana di malga per scaldare la pancia sottosopra, il mantra positivo nel cervello che mi ricorda che in qualche modo ne uscirò. Una soluzione la troverò, una possibilità per il mio futuro da qualche parte ci sarà.
Per me e per la mia città distrutta, ancora una volta.
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martedì 2 settembre 2014
Within the sound of silence
Il via me lo ha dato lei, la solita Cindy, con questo post.
Io, per rispondere alla sua ultima domanda, non lo so come sto.
Ho ricominciato ad andare al lavoro, abbastanza blandamente in verità, e non mi sembra sia cambiato nulla. Meglio così forse. O forse no.
Ho ricominciato ad andare a pilates e questo è assolutamente un bene. Sono stanca dopo la lezione di ieri sera (e dopo la lunga camminata sotto al sole di questo pomeriggio) e quindi spero di addormentarmi presto e buonanotte.
Anche io, come Cindy, prego tutti di fare silenzio e mi chiedo se sia giusto, normale, avere così tanto bisogno di pace. Sono mondana come mia nonna, non che sia mai stata una donna da party ma, accidenti, in questo periodo rasento la casa di riposo. E poi mi struggo perché mi sento sola, perché anche questa estate è trascorsa senza che i miei occhi vedessero posti nuovi, senza che le mie gambe attraversassero strade sconosciute. Dopo mesi (anni?) di assenza tornano prepotenti le isole felici: mi basta pensare alla Mari e Monti in arrivo o alla semplice idea di un giorno sulla spiaggia di settembre con un libro e un sogno nuovo e mi pare già di stare meglio.
La lotta con la chimica si è conclusa da un po' ormai, ne sono uscita vincitrice, sempre che si possa considerare una vittoria la sensazione in cui sto adesso.
Si attendono i risultati degli esami per capire cosa abbia fracassato la mia pelle (e magari pure il mio metabolismo), si aspetta l'esito dei bandi su cui ho lavorato durante le ferie (qualche pallida buona notizia l'abbiamo già avuta oggi, ma chissà), si organizzano riunioni operative (cinque solo in questa settimana), si finiscono libri che insomma, potevano andare meglio.
Un po' dei propositi di Cindy li ho messi in pratica da tempo e devo dire che concentrarmi sul bello che ho attorno e cercare di non pensare ad altro è ormai diventato il mio sport preferito.
Dai social network mi sono già tolta, con il risultato di essere ancora più fuori dal mondo per quanto riguarda notizie e novità (che tristezza eh...) e di dovermi reinventare di sana pianta intere serate. E' un bene, direte voi, e lo dico anche io, se non fosse che quando si è giù di morale, a dieta, con braccia e gambe piene di bolle che prudono e nessuna buona nuova all'orizzonte, potersi almeno beare delle belle vite degli altri di certo aiuta. Almeno me. Anche se so che Facebook è un filtro, anche se so che di reale c'è ben poco, non mi importa, era un modo come un altro (e così per fortuna l'ho sempre vissuto) per tenere contatti e guardare il mondo da un oblò. Rientraci, direte voi. Ancora no, dico io.
Nel frattempo maturo cose da condividere, produco spille, fermagli per capelli, lampadiyne colorate e progetto collane enormi e decisamente importabili.
E poi vado al mare di sera, se posso per davvero, se non posso ci vado con il pensiero, quando il cielo si tinge di rosa e con lui anche i sassi, gli ombrelloni, le case, gli alberi, gli scogli, i gabbiani e noi.
Noi che stiamo seduti in silenzio, proprio come vorrebbe Cindy, proprio come voglio io, accoccolata sul mio divano bianco, avvolta dalla coperta verde e dalla luce della lampada, mentre guardo l'angioletto preferito del vicino-vicino andare su e giù.
P.S. L'avrò già usata gli anni passati, non ricordo, non importa. Anche se non è ancora l'ultimo giorno d'estate è il momento di questa, nel mio cervello dalle prime ore del mattino.
Io, per rispondere alla sua ultima domanda, non lo so come sto.
Ho ricominciato ad andare al lavoro, abbastanza blandamente in verità, e non mi sembra sia cambiato nulla. Meglio così forse. O forse no.
Ho ricominciato ad andare a pilates e questo è assolutamente un bene. Sono stanca dopo la lezione di ieri sera (e dopo la lunga camminata sotto al sole di questo pomeriggio) e quindi spero di addormentarmi presto e buonanotte.
Anche io, come Cindy, prego tutti di fare silenzio e mi chiedo se sia giusto, normale, avere così tanto bisogno di pace. Sono mondana come mia nonna, non che sia mai stata una donna da party ma, accidenti, in questo periodo rasento la casa di riposo. E poi mi struggo perché mi sento sola, perché anche questa estate è trascorsa senza che i miei occhi vedessero posti nuovi, senza che le mie gambe attraversassero strade sconosciute. Dopo mesi (anni?) di assenza tornano prepotenti le isole felici: mi basta pensare alla Mari e Monti in arrivo o alla semplice idea di un giorno sulla spiaggia di settembre con un libro e un sogno nuovo e mi pare già di stare meglio.
La lotta con la chimica si è conclusa da un po' ormai, ne sono uscita vincitrice, sempre che si possa considerare una vittoria la sensazione in cui sto adesso.
Si attendono i risultati degli esami per capire cosa abbia fracassato la mia pelle (e magari pure il mio metabolismo), si aspetta l'esito dei bandi su cui ho lavorato durante le ferie (qualche pallida buona notizia l'abbiamo già avuta oggi, ma chissà), si organizzano riunioni operative (cinque solo in questa settimana), si finiscono libri che insomma, potevano andare meglio.
Un po' dei propositi di Cindy li ho messi in pratica da tempo e devo dire che concentrarmi sul bello che ho attorno e cercare di non pensare ad altro è ormai diventato il mio sport preferito.
Dai social network mi sono già tolta, con il risultato di essere ancora più fuori dal mondo per quanto riguarda notizie e novità (che tristezza eh...) e di dovermi reinventare di sana pianta intere serate. E' un bene, direte voi, e lo dico anche io, se non fosse che quando si è giù di morale, a dieta, con braccia e gambe piene di bolle che prudono e nessuna buona nuova all'orizzonte, potersi almeno beare delle belle vite degli altri di certo aiuta. Almeno me. Anche se so che Facebook è un filtro, anche se so che di reale c'è ben poco, non mi importa, era un modo come un altro (e così per fortuna l'ho sempre vissuto) per tenere contatti e guardare il mondo da un oblò. Rientraci, direte voi. Ancora no, dico io.
Nel frattempo maturo cose da condividere, produco spille, fermagli per capelli, lampadiyne colorate e progetto collane enormi e decisamente importabili.
E poi vado al mare di sera, se posso per davvero, se non posso ci vado con il pensiero, quando il cielo si tinge di rosa e con lui anche i sassi, gli ombrelloni, le case, gli alberi, gli scogli, i gabbiani e noi.
Noi che stiamo seduti in silenzio, proprio come vorrebbe Cindy, proprio come voglio io, accoccolata sul mio divano bianco, avvolta dalla coperta verde e dalla luce della lampada, mentre guardo l'angioletto preferito del vicino-vicino andare su e giù.
P.S. L'avrò già usata gli anni passati, non ricordo, non importa. Anche se non è ancora l'ultimo giorno d'estate è il momento di questa, nel mio cervello dalle prime ore del mattino.
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martedì 12 agosto 2014
QB: una goccia nonostante
Qualcosa di brutto.
Oggi la mia lotta con la chimica mi vede in netto vantaggio. Anzi quasi pareggio. 1 a 0 per lei. Una goccia. Poi basta.
E mi sento bene.
Però nel frattempo sono diventata una fragilona. Passano gli anni e le cose peggiorano, negli ultimi mesi poi...piango anche per quello che, effettivamente, dovrebbe farmi piangere. I morti per esempio.
Ne ho visti tanti senza versare una lacrima, anche di molto vicini a me. Di giovani. Di vecchi. Di morti bene (ammesso che si possa morire bene). Di morti male. Ora patisco pure per quelli che non conosco, pure per quelli famosi.
Oggi, per esempio, è uscita la notizia che è morto Robin Williams, l'attore. S'è ammazzato.
E io, che non sopporto le frasi sui Social Network, le foto, i pezzi di film, i saluti e le cose così, non ho letto nulla. Poi stasera mamma mi chiama e mi dice che si è impiccato e che aveva il polso sinistro un po' tagliato.
Io, davanti a questo, non ce la faccio. Non che un altro suicidio sia meno grave, non che annegarsi, lanciarsi sotto al treno, bersi tutta la boccetta di gocce, sia diverso, assolutamente no. Ma non faccio che pensare a quest'uomo che si taglia un polso, che magari era destro e che quindi quando ha dovuto impugnare il coltello con la sinistra ferita non è riuscito ad andare avanti. E che comunque non ha rinunciato. Ha avuto tempo e ha continuato. Cintura, porta. 911.
Cosa succede in quei minuti?
Non lo sa nessuno credo.
Né ho intenzione io, che lotto ormai solo con una goccia (yeeee!), di scrivere un pensiero qualunque sull'argomento.
Parlavo poco fa con il vicino-vicino di quell'insegna luminosa che dice EXIT e per fortuna che lui, come sempre, ha trovato il modo per affrontare un argomento serio e per fornirmi/ci all'improvviso una via di fuga veloce. E pure divertente (molto divertente).
E alla fine, se ci penso bene, questo QB: qualcosa di brutto, forse non è così terribile, perché si porta con sé una nuova capacità: soffrire per quello che è sofferenza vera. Come fanno tutti, o quasi.
In questo giorno di lavoro nonostante le ferie, di tempo grigio nonostante l'estate, di acquisti vintage nonostante il negozio fosse un centro estetico, in questo giorno di nonostante voglio essere felice. Nonostante.
E magari rivolgere un pensiero volante a una persona che non è riuscita a continuare, che ha aperto quella maledetta porta EXIT, nonostante fosse famosa o lo fosse stata, nonostante fosse conosciuta, amata, apprezzata.
Quel nonostante l'ha fregata.
Che peccato.
Oggi la mia lotta con la chimica mi vede in netto vantaggio. Anzi quasi pareggio. 1 a 0 per lei. Una goccia. Poi basta.
E mi sento bene.
Però nel frattempo sono diventata una fragilona. Passano gli anni e le cose peggiorano, negli ultimi mesi poi...piango anche per quello che, effettivamente, dovrebbe farmi piangere. I morti per esempio.
Ne ho visti tanti senza versare una lacrima, anche di molto vicini a me. Di giovani. Di vecchi. Di morti bene (ammesso che si possa morire bene). Di morti male. Ora patisco pure per quelli che non conosco, pure per quelli famosi.
Oggi, per esempio, è uscita la notizia che è morto Robin Williams, l'attore. S'è ammazzato.
E io, che non sopporto le frasi sui Social Network, le foto, i pezzi di film, i saluti e le cose così, non ho letto nulla. Poi stasera mamma mi chiama e mi dice che si è impiccato e che aveva il polso sinistro un po' tagliato.
Io, davanti a questo, non ce la faccio. Non che un altro suicidio sia meno grave, non che annegarsi, lanciarsi sotto al treno, bersi tutta la boccetta di gocce, sia diverso, assolutamente no. Ma non faccio che pensare a quest'uomo che si taglia un polso, che magari era destro e che quindi quando ha dovuto impugnare il coltello con la sinistra ferita non è riuscito ad andare avanti. E che comunque non ha rinunciato. Ha avuto tempo e ha continuato. Cintura, porta. 911.
Cosa succede in quei minuti?
Non lo sa nessuno credo.
Né ho intenzione io, che lotto ormai solo con una goccia (yeeee!), di scrivere un pensiero qualunque sull'argomento.
Parlavo poco fa con il vicino-vicino di quell'insegna luminosa che dice EXIT e per fortuna che lui, come sempre, ha trovato il modo per affrontare un argomento serio e per fornirmi/ci all'improvviso una via di fuga veloce. E pure divertente (molto divertente).
E alla fine, se ci penso bene, questo QB: qualcosa di brutto, forse non è così terribile, perché si porta con sé una nuova capacità: soffrire per quello che è sofferenza vera. Come fanno tutti, o quasi.
In questo giorno di lavoro nonostante le ferie, di tempo grigio nonostante l'estate, di acquisti vintage nonostante il negozio fosse un centro estetico, in questo giorno di nonostante voglio essere felice. Nonostante.
E magari rivolgere un pensiero volante a una persona che non è riuscita a continuare, che ha aperto quella maledetta porta EXIT, nonostante fosse famosa o lo fosse stata, nonostante fosse conosciuta, amata, apprezzata.
Quel nonostante l'ha fregata.
Che peccato.
domenica 3 agosto 2014
Impronte sulla neve
"Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare impronte" dice un proverbio turco, e santiddio quanto è vero.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.
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giovedì 31 luglio 2014
QB: che fatica...
Che fatica, signori miei.
Questo è uno dei pochi (forse l'unico?) QB dedicato a Qualcosa di Brutto. Che poi non è neppure una tragedia, intendiamoci, semplicemente sono affaticata. Da cosa? Da tutto. Principalmente dalla lotta con la chimica.
Quando parlo di fatica intendo fisica, non mentale, a quella sono più che abituata. Come l'anno scorso qualche chilo in più ha deciso di venirmi a trovare proprio ora (il mio tempismo con la prova costume è sempre perfetto) e immagino che in parte siano colpevoli i soliti alimenti incriminati che d'estate mi concedo più spesso. La chiusura del dipartimento e quindi l'arrivo delle pseudo ferie si avvicinano, le possibilità di stare a riposo aumentano, eppure sono terribilmente stanca. Ho scoperto che se alla mattina riesco a dormire un poco di più la giornata è gestibile, meno svarioni, meno disagio. Resta il fatto che sempre più spesso sento la necessità di chiudermi nel mio personalissimo "rehab" a ritagliare, dipingere, cucinare, scrivere. Il lavoro è come al solito un argomento un po' delicato, ai rapporti cerco di non pensare, mi compro taccuini bellissimi per organizzare le idee e sogno vacanze al mare o in mezzo alle nebbie del nord.
Sopra a tutto questo è arrivata Lei, prepotente come non mai: la voglia di camminare. Che vista la situazione della mia gamba sinistra non sono neppure abbastanza in forma per darci dentro quanto vorrei, anzi, ma lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e avrei cominciato a contemplare l'ipotesi di ricominciare a macinare chilometri in salita, anche da sola se necessario. Se poi qualcuno avesse voglia di dirmi "Ehi, fatti lo zaino che si va" io sarei ancora più contenta!
Poi è vero che due scale mi uccidono, che di correre per ora non se ne parla (domani ci riprovo, a costo di svitarmi il femore) e che tutto quello che il mio corpo sembra desiderare è un materasso. Pure al mare non nuoto, resto sdraiata lì, un po' inutile e un po' in crisi, con un libro da leggere e la borraccia dell'acqua ormai tiepida.
Quindi oggi, dopo un'ora di terapia e un'altra ora dall'osteopata, mi pare di avere un collo lunghissimo e un peso meno duro (o magari semplicemente ormai noto) da sopportare, mi pare di possedere qualche piccolo strumento in più per arrivare a fine giornata, anche quando sono così stanca da non riuscire neppure a scrivere un post o a dipingere una lampadiyna.
[...]
Ecco, per darvi un'idea della stanchezza, mi sono addormentata mentre scrivevo (!) e ho ripreso questa pagina solo dodici ore dopo.
Adesso è mattina, indosso un paio di pantaloni a pois e tra un attimo esco a mangiare all'aperto. Ecco. Sono stanca come non mai, mascara e smalto rosso tentanotimidamente inutilmente di darmi un tono, ma io me ne frego e vado avanti. Cià.
Questo è uno dei pochi (forse l'unico?) QB dedicato a Qualcosa di Brutto. Che poi non è neppure una tragedia, intendiamoci, semplicemente sono affaticata. Da cosa? Da tutto. Principalmente dalla lotta con la chimica.
Quando parlo di fatica intendo fisica, non mentale, a quella sono più che abituata. Come l'anno scorso qualche chilo in più ha deciso di venirmi a trovare proprio ora (il mio tempismo con la prova costume è sempre perfetto) e immagino che in parte siano colpevoli i soliti alimenti incriminati che d'estate mi concedo più spesso. La chiusura del dipartimento e quindi l'arrivo delle pseudo ferie si avvicinano, le possibilità di stare a riposo aumentano, eppure sono terribilmente stanca. Ho scoperto che se alla mattina riesco a dormire un poco di più la giornata è gestibile, meno svarioni, meno disagio. Resta il fatto che sempre più spesso sento la necessità di chiudermi nel mio personalissimo "rehab" a ritagliare, dipingere, cucinare, scrivere. Il lavoro è come al solito un argomento un po' delicato, ai rapporti cerco di non pensare, mi compro taccuini bellissimi per organizzare le idee e sogno vacanze al mare o in mezzo alle nebbie del nord.
Sopra a tutto questo è arrivata Lei, prepotente come non mai: la voglia di camminare. Che vista la situazione della mia gamba sinistra non sono neppure abbastanza in forma per darci dentro quanto vorrei, anzi, ma lo sapevo che prima o poi sarebbe successo e avrei cominciato a contemplare l'ipotesi di ricominciare a macinare chilometri in salita, anche da sola se necessario. Se poi qualcuno avesse voglia di dirmi "Ehi, fatti lo zaino che si va" io sarei ancora più contenta!
Poi è vero che due scale mi uccidono, che di correre per ora non se ne parla (domani ci riprovo, a costo di svitarmi il femore) e che tutto quello che il mio corpo sembra desiderare è un materasso. Pure al mare non nuoto, resto sdraiata lì, un po' inutile e un po' in crisi, con un libro da leggere e la borraccia dell'acqua ormai tiepida.
Quindi oggi, dopo un'ora di terapia e un'altra ora dall'osteopata, mi pare di avere un collo lunghissimo e un peso meno duro (o magari semplicemente ormai noto) da sopportare, mi pare di possedere qualche piccolo strumento in più per arrivare a fine giornata, anche quando sono così stanca da non riuscire neppure a scrivere un post o a dipingere una lampadiyna.
[...]
Ecco, per darvi un'idea della stanchezza, mi sono addormentata mentre scrivevo (!) e ho ripreso questa pagina solo dodici ore dopo.
Adesso è mattina, indosso un paio di pantaloni a pois e tra un attimo esco a mangiare all'aperto. Ecco. Sono stanca come non mai, mascara e smalto rosso tentano
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venerdì 16 maggio 2014
Sottobosco
Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Mi mal dispongo? Mal dispongo gli altri?
Forse la prima. Forse la seconda. Probabilmente entrambe.
A me la parola sottobosco piace, anzi, mi piace proprio il sottobosco in generale. Il rumore delle foglie secche quando le calpesti in una passeggiata di autunno, l'odore della terra umida dopo un poco di pioggia, il colore verde scuro così intenso e vivo, la morbidezza dei cuscini di muschio che sembrano velluto sotto i polpastrelli, i funghi che spuntano qua e là tra le rocce fredde, gli insetti che camminano svelti e si nascondono in un attimo, i rami che fanno crack sotto il peso di un passo.
Quindi le parole sottobosco e negativo per me insieme non stanno bene, anzi non stanno proprio.
Ieri ho ritirato le lenzuola stese e sono uscita, quando sono rientrata a casa e ho cominciato a piegare il bucato la stoffa era ancora tiepida di sole. Lo avrei urlato al mondo. In camera c'era odore di caldo, di aria tiepida, di vento, di Tramontana e io non avevo nessuno lì vicino a me a cui far toccare quel cotone bianco e pulito.
Ho rifatto il letto con le stesse lenzuola e ho dormito dentro a quel piccolo pomeriggio di fine primavera. Ho dormito bene.
Ieri ho lavato tre bottigliette di ginger ale, le ho decorate con un washi tape a quadretti verdi e le ho legate insieme con un po' di rafia. Nei vasetti ho infilato delle calle fresche. Ora stanno sul tavolo, in cucina e sono belli.
Ieri ho scritto una lettera di motivazione per entrare in una scuola estiva, l'ho scritta a matita su un piccolo quaderno verde, avvolta dalla luce e circondata da righe azzurre, mentre un gruppo di bambini in mutande dipingeva con le tempere da dita.
Ieri ho comprato un vaso di margherite per un'amica che compieva gli anni, non avevo carta da regalo e l'ho avvolto nella velina con cui vengono ricoperte le arance di Sicilia, un po' di spago bianco e il pacchetto era pronto. Era buffo. Era carino.
Ieri ho camminato un sacco, sono arrivata nella piazza piena di magnolie, sono entrata nella piccola stanza che sa sempre di fumo e poi, quando la porta bianca si è aperta mi sono seduta sulla poltrona arancione. Come tutti i giovedì pomeriggio.
Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Oggi il tempo è peggiorato, non c'è più quell'aria calda che ieri intiepidiva le lenzuola, né la luce che illuminava il mio quadernino verde.
Oggi pomeriggio mi chiuderò nella camera del microscopio e poi mi ingegnerò per recuperare l'ennesima cosa volata dalla finestra e caduta nel giardino sotto casa. E' la federa bianca della nonna, quella con le iniziali ricamate, non voglio che resti immersa nella terra quando comincerà a piovere.
Non sono una persona semplice, questo io lo so.
O forse lo sono troppo e così è più facile e divertente prendersi gioco di me e del mio sottobosco.
Già.
E quindi?
Mi mal dispongo? Mal dispongo gli altri?
Forse la prima. Forse la seconda. Probabilmente entrambe.
A me la parola sottobosco piace, anzi, mi piace proprio il sottobosco in generale. Il rumore delle foglie secche quando le calpesti in una passeggiata di autunno, l'odore della terra umida dopo un poco di pioggia, il colore verde scuro così intenso e vivo, la morbidezza dei cuscini di muschio che sembrano velluto sotto i polpastrelli, i funghi che spuntano qua e là tra le rocce fredde, gli insetti che camminano svelti e si nascondono in un attimo, i rami che fanno crack sotto il peso di un passo.
Quindi le parole sottobosco e negativo per me insieme non stanno bene, anzi non stanno proprio.
Ieri ho ritirato le lenzuola stese e sono uscita, quando sono rientrata a casa e ho cominciato a piegare il bucato la stoffa era ancora tiepida di sole. Lo avrei urlato al mondo. In camera c'era odore di caldo, di aria tiepida, di vento, di Tramontana e io non avevo nessuno lì vicino a me a cui far toccare quel cotone bianco e pulito.
Ho rifatto il letto con le stesse lenzuola e ho dormito dentro a quel piccolo pomeriggio di fine primavera. Ho dormito bene.
Ieri ho lavato tre bottigliette di ginger ale, le ho decorate con un washi tape a quadretti verdi e le ho legate insieme con un po' di rafia. Nei vasetti ho infilato delle calle fresche. Ora stanno sul tavolo, in cucina e sono belli.
Ieri ho scritto una lettera di motivazione per entrare in una scuola estiva, l'ho scritta a matita su un piccolo quaderno verde, avvolta dalla luce e circondata da righe azzurre, mentre un gruppo di bambini in mutande dipingeva con le tempere da dita.
Ieri ho comprato un vaso di margherite per un'amica che compieva gli anni, non avevo carta da regalo e l'ho avvolto nella velina con cui vengono ricoperte le arance di Sicilia, un po' di spago bianco e il pacchetto era pronto. Era buffo. Era carino.
Ieri ho camminato un sacco, sono arrivata nella piazza piena di magnolie, sono entrata nella piccola stanza che sa sempre di fumo e poi, quando la porta bianca si è aperta mi sono seduta sulla poltrona arancione. Come tutti i giovedì pomeriggio.
Ti crei un sottobosco tuo negativo
Già.
E quindi?
Oggi il tempo è peggiorato, non c'è più quell'aria calda che ieri intiepidiva le lenzuola, né la luce che illuminava il mio quadernino verde.
Oggi pomeriggio mi chiuderò nella camera del microscopio e poi mi ingegnerò per recuperare l'ennesima cosa volata dalla finestra e caduta nel giardino sotto casa. E' la federa bianca della nonna, quella con le iniziali ricamate, non voglio che resti immersa nella terra quando comincerà a piovere.
Non sono una persona semplice, questo io lo so.
O forse lo sono troppo e così è più facile e divertente prendersi gioco di me e del mio sottobosco.
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mercoledì 16 aprile 2014
QB: senza sapere da che parte sono
Senza sapere da che parte sono vuol dire che non so se sto scrivendo un QB su qualcosadibello oppure su qualcosadibrutto.
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
- La ricrescita :-)
In un giorno cambio umore mille volte, perché mille sono gli avvenimenti, piccoli e grandi, che si alternano tra angoscia, nervosismo, tristezza, paura e gioia, entusiasmo, ottimismo e tranquillità.
Sono stanca, ma questo poco conta. Conta il fatto che non riesco a trovare il tempo per fare cose che mi mettono in pace con il mondo e che in passato facevo spesso, come leggere una rivista (di leggere un libro per ora non se ne parla), come mettere a posto casa, come cucinare e come andare a correre.
Per facilitarmi un po' il compito di questa sera, scrivere un post che mi aiuti innanzi tutto a riordinare le idee, potrei affidarmi ad un mezzo infallibile per la mia organizzazione mentale: l'elenco.
Provo pure a dividerlo in due parti, qualcosadibello e qualcosadibrutto.
Qualcosa di Bello
- Il riscontro che ha avuto il mio post sulla lettera al nostro sé adolescente, ne ho parlato con tante persone e alcune continuano a scriverne. Come Andrea, per esempio
- Il corso di fotografia che ho appena iniziato e che promette benissimo, perché mi diverto, sperimento e imparo (uno dei miei primi scatti sta proprio quassù)
- Il sole che almeno fino a domani dovrebbe durare e che mi tira su il cuore anche quando sembra essere pesantissimo
- La pasta con le sarde che ho mangiato (e cucinato) ieri sera, buonissimissima!
- Questo film che non vedo l'ora di vedere
- Questa iniziativa a cui voglio assolutamente provare a partecipare
- Un bel po' di idee hand made che mi frullano per la testa e che prevedono collage, cornici, fettucce, dita, colla, forbici, timbri e robe che fanno piangere
- La Pasquetta che sarà fatta di amici, pioggia, cibo, chiacchiere, musica, risate, nanne e scodinzolii
- Un sacco di blog nuovi che seguo e che mi riempiono gli occhi e il cuore di idee, bellezza e possibilità
- Questo libro, che sta già di là nel mio bagno tra i volumi di psicologia, di flora e fauna regionali, di viaggio, di fai da te
- Questo pezzo che ho deciso essere la canzone di Aprile, anche se l'ho risentita stasera dopo un sacco di tempo. Ma mi ha ridato un po' di allegria e quindi merita il mese.
Qualcosa di Brutto
- Un po' di persone attorno a me che si prendono un tantino sul serio e complicano tutto, che peccato
- Il mio edicolante morto all'improvviso che però fino a ieri era lì fra i suoi giornali e oggi il cardinale in persona diceva il rosario per lui e i vicini in piazzetta piangevano dinanzi alla serranda abbassata
- La mia attuale incapacità di leggere, che mi pesa da matti e mi intristisce, ma è così: Haruki a sto giro dovrà aspettarmi
- La lontananza da prati e boschi di casa, dettata da tante cose e pesante come un sasso
- Le feste in arrivo che come al solito rischiano di trascinarsi appresso malumori, nostalgie e fatiche assortite
- Un acciacco duro a morire, fastidioso e assai indicativo, che palle
- La mollezza diffusa di cui ho scritto all'inizio del post, che mi tiene distante dalle tante cose che vorrei fare, compreso correre e prendermi cura di ciò che più amo
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martedì 24 dicembre 2013
La bicicletta verde
E' la Vigilia di Natale, quest'anno sono da mamma.
Ho passato il pomeriggio a incartare regali e a dormicchiare sotto al piumone, con la gatta sui piedi.
Devo rimettermi a scrivere la tesi più velocemente possibile, il doppio laboratorio nel weekend con blog da aggiornare e foto da sistemare mi ha assorbito tempo ed energie.
Domani ravioli con la carne da sugo, spumante e chissà, magari la solita buonissima insalata russa del vicino.
Io, nel frattempo, sto malissimo, che così male era tempo che non stavo. Non ne scriverò, perché sono spaventata, sono poco lucida (per nulla lucida, in verità), perché oggi va un pochino meglio di ieri, perché magari è solo che mi sono tenuta troppe cose dentro, perché sto mangiando a bomba tutto quello che fino a poco tempo fa evitavo, perché è Natale, perché sono in ritardo su tutto, perché boh, è così.
Quindi cerco di vivermi bene questa serata, pensando che ieri ho mantenuto fede al punto D---D: la gioia vuole essere condivisa, amata e io l'ho fatto, ho condiviso e amato la gioia di chi mi sta vicino con rispetto, affetto, severità e coraggio.
Valli fredde, nebbia leggera, neve a bordo strada e qua e là tra i cigli erbosi, profumo di legna bruciata e di terra bagnata, macchine stracolme che viaggiano senza paura, biciclette verdi.
Non ho ancora avuto la voglia, la forza, di aprire il post 2012 sui propositi per l'anno nuovo, perché come sempre ho saputo rimuovere e ricordo appena ciò che ho scritto. Chissà se mi deluderò, se scoprirò che ho fatto tanto, che ho fatto bene, che ho fatto. So per certo di aver provato, quello sì, a fare meglio, ad essere meglio per gli altri e per me, ma su questo ultimo punto non sono ancora tanto brava: alla soglia dei trentadue anni in arrivo tra poco più di sette giorni non mi pare un grande risultato.
Non sarà però questo un post di bilanci, per quello voglio attendere la vera fine dell'anno, né sarà un post di lamentele, paure, riflessioni amare e tristezze. Impiego già sufficienti energie per rovinare a me e ai miei cari il Natale così vicino, credo sia giusto cercare, almeno qui nel mio sfogo abituale, di vedere al di là della malattia, della morte, della follia, del tempo che va via.
Io in questi giorni sono stata felice, felice della felicità altrui, felice per una bicicletta verde, per un presepe bellissimo dove ci sono addirittura piccole ceste piene di bambole ancora più piccole, felice per le foto del bimbo nato da poco, felice per la gatta che sta meglio e ha scelto il mio poncho di lana per i suoi riposini. E' una grande fortuna potere e sapere essere felici per gli altri, facendo diventare tua una gioia che non parte da te e non fa parte di te.
Credo di dover pensare a questo ora, lo faccio perché so che è la cosa giusta e perché non ho molte alternative, lo faccio anche perché magari così mi sveglierò e tutto mi sembrerà più semplice e raggiungibile.
Quindi, mettiamola così, invece di riflettere sui buoni propositi 2013 e 2014 pensiamo a domani, anzi, a stasera, che è già più che sufficiente.
Auguri.
Ho passato il pomeriggio a incartare regali e a dormicchiare sotto al piumone, con la gatta sui piedi.
Devo rimettermi a scrivere la tesi più velocemente possibile, il doppio laboratorio nel weekend con blog da aggiornare e foto da sistemare mi ha assorbito tempo ed energie.
Domani ravioli con la carne da sugo, spumante e chissà, magari la solita buonissima insalata russa del vicino.
Io, nel frattempo, sto malissimo, che così male era tempo che non stavo. Non ne scriverò, perché sono spaventata, sono poco lucida (per nulla lucida, in verità), perché oggi va un pochino meglio di ieri, perché magari è solo che mi sono tenuta troppe cose dentro, perché sto mangiando a bomba tutto quello che fino a poco tempo fa evitavo, perché è Natale, perché sono in ritardo su tutto, perché boh, è così.
Quindi cerco di vivermi bene questa serata, pensando che ieri ho mantenuto fede al punto D---D: la gioia vuole essere condivisa, amata e io l'ho fatto, ho condiviso e amato la gioia di chi mi sta vicino con rispetto, affetto, severità e coraggio.
Valli fredde, nebbia leggera, neve a bordo strada e qua e là tra i cigli erbosi, profumo di legna bruciata e di terra bagnata, macchine stracolme che viaggiano senza paura, biciclette verdi.
Non ho ancora avuto la voglia, la forza, di aprire il post 2012 sui propositi per l'anno nuovo, perché come sempre ho saputo rimuovere e ricordo appena ciò che ho scritto. Chissà se mi deluderò, se scoprirò che ho fatto tanto, che ho fatto bene, che ho fatto. So per certo di aver provato, quello sì, a fare meglio, ad essere meglio per gli altri e per me, ma su questo ultimo punto non sono ancora tanto brava: alla soglia dei trentadue anni in arrivo tra poco più di sette giorni non mi pare un grande risultato.
Non sarà però questo un post di bilanci, per quello voglio attendere la vera fine dell'anno, né sarà un post di lamentele, paure, riflessioni amare e tristezze. Impiego già sufficienti energie per rovinare a me e ai miei cari il Natale così vicino, credo sia giusto cercare, almeno qui nel mio sfogo abituale, di vedere al di là della malattia, della morte, della follia, del tempo che va via.
Io in questi giorni sono stata felice, felice della felicità altrui, felice per una bicicletta verde, per un presepe bellissimo dove ci sono addirittura piccole ceste piene di bambole ancora più piccole, felice per le foto del bimbo nato da poco, felice per la gatta che sta meglio e ha scelto il mio poncho di lana per i suoi riposini. E' una grande fortuna potere e sapere essere felici per gli altri, facendo diventare tua una gioia che non parte da te e non fa parte di te.
Credo di dover pensare a questo ora, lo faccio perché so che è la cosa giusta e perché non ho molte alternative, lo faccio anche perché magari così mi sveglierò e tutto mi sembrerà più semplice e raggiungibile.
Quindi, mettiamola così, invece di riflettere sui buoni propositi 2013 e 2014 pensiamo a domani, anzi, a stasera, che è già più che sufficiente.
Auguri.
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martedì 17 dicembre 2013
I am enough
La presentazione di ieri è andata bene, seppure fossi meno preoccupata del previsto era comunque un passo da fare, e l'ho fatto. Mancano solo la consegna della tesi e l'esame finale, poi anche questo capitolo sarà chiuso.
Oggi quindi me la sono presa con un po' più di calma, salto dal medico stamattina, spesa veloce, tesi. Avevo anche pensato di andare a stretching alle cinque, ma poi mi sono persa, sto procedendo a rilento e preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, senza corse inutili.
Nella pausa caffè, gironzolando in rete, mi sono imbattuta in un video. Un cartone animato sulla differenza tra empatia e simpatia uscito su Internazionale. Carino. Poi però ne ho letto la provenienza e ho visto che era collegato ad un TED di Brené Brown, una ricercatrice dei rapporti umani che sulla home del suo blog scrive "Maybe stories are just data with a soul". Venti minuti, che non sono tanti ma neppure pochi. Ho pensato "Ok, lo vedrò, ora ho da fare"...però il titolo (Il potere della vulnerabilità ) è venuto a punzecchiarmi gli alluci per una buona mezz'ora, mentre cercavo di orientarmi tra spettri XRF e microfotografie.
E allora vabbè, al diavolo, vediamolo, mi sono detta. E l'ho visto, con iniziale piacere perché lei è davvero in gamba, è simpatica, preparata, regge benissimo la telecamera, è chiara e mai banale. Poi verso la metà del discorso le sue parole cominciano a spingermi, mi entrano dentro e improvvisamente mi raccontano, nel senso che raccontano me stessa, i miei dati con anima annessa. Spiegano a tutti la lunga analisi dalla psicoterapeuta, le interminabili e bellissime serate a parlare sull'auto azzurra, le notti insonni, l'attesa davanti al telefono, le travi sul soffitto.
Credo che questo intervento sia così illuminante e fondamentale, pur essendo anche ovvio probabilmente e per molti scontato o addirittura noioso, che dovrebbe essere proiettato a scuola e che tutti dovrebbero guardarlo almeno una volta nella vita.
Io lo metto qui sotto e vi consiglio davvero di darci un'occhiata, per una volta non ho pianto davanti alle gioie di una nascita, alle storie d'amore di un film, alle avventure di un animaletto coraggioso...per una volta mi sono commossa (e quanto!) davanti alla mia vita. Perché I am enough.
Brené Brown: Il potere della vulnerabilità.
Oggi quindi me la sono presa con un po' più di calma, salto dal medico stamattina, spesa veloce, tesi. Avevo anche pensato di andare a stretching alle cinque, ma poi mi sono persa, sto procedendo a rilento e preferisco prendermi tutto il tempo che mi serve, senza corse inutili.
Nella pausa caffè, gironzolando in rete, mi sono imbattuta in un video. Un cartone animato sulla differenza tra empatia e simpatia uscito su Internazionale. Carino. Poi però ne ho letto la provenienza e ho visto che era collegato ad un TED di Brené Brown, una ricercatrice dei rapporti umani che sulla home del suo blog scrive "Maybe stories are just data with a soul". Venti minuti, che non sono tanti ma neppure pochi. Ho pensato "Ok, lo vedrò, ora ho da fare"...però il titolo (Il potere della vulnerabilità ) è venuto a punzecchiarmi gli alluci per una buona mezz'ora, mentre cercavo di orientarmi tra spettri XRF e microfotografie.
E allora vabbè, al diavolo, vediamolo, mi sono detta. E l'ho visto, con iniziale piacere perché lei è davvero in gamba, è simpatica, preparata, regge benissimo la telecamera, è chiara e mai banale. Poi verso la metà del discorso le sue parole cominciano a spingermi, mi entrano dentro e improvvisamente mi raccontano, nel senso che raccontano me stessa, i miei dati con anima annessa. Spiegano a tutti la lunga analisi dalla psicoterapeuta, le interminabili e bellissime serate a parlare sull'auto azzurra, le notti insonni, l'attesa davanti al telefono, le travi sul soffitto.
Credo che questo intervento sia così illuminante e fondamentale, pur essendo anche ovvio probabilmente e per molti scontato o addirittura noioso, che dovrebbe essere proiettato a scuola e che tutti dovrebbero guardarlo almeno una volta nella vita.
Io lo metto qui sotto e vi consiglio davvero di darci un'occhiata, per una volta non ho pianto davanti alle gioie di una nascita, alle storie d'amore di un film, alle avventure di un animaletto coraggioso...per una volta mi sono commossa (e quanto!) davanti alla mia vita. Perché I am enough.
Brené Brown: Il potere della vulnerabilità.
venerdì 21 giugno 2013
"Cadranno mille petali di rose..."
Primo giorno d'estate, oggi.
Un terremoto lieve, una visita dall'osteopata, un'ora di pilates, una mostra di fotografia, una pizza e due passi con la Elli.
La situazione del mio fisico è buona, a parte l'enormità di chili presi che non riesco a spiegarmi. Le sedute per ora hanno dato i loro frutti e, non c'è dubbio, la spalla è quasi dritta, gli allenamenti in palestra non mi danneggiano più come in passato, i dolori al collo sembrano diminuire.
Il problema, se di problema si tratta, è la testa. O meglio, quello che c'è dentro. Oggi s'è parlato di omeopata, non so, una possibilità a questa opzione penso la darò, ma la verità è che mi sembra di essere rotolata indietro, in fondo al sentiero percorso in questi ultimi tre anni.
Giornate trascorse ad aspettare che finiscano. Sonni che dire leggeri, inutili e a volte terribili è poco. Entusiasmo sul lavoro pari a zero. Entusiamo in generale, a dire il vero, pari a zero. Il corso di foto, che sembra anche andare bene, rimane una cosa che faccio e non condivido. I libri che leggo mi piacciono ma restano lì, comodino-borsa-mensola.
Le serate con gli amici passano leggere, anche se non le cerco quasi mai io e quasi mai ho la sensazione di essere di compagnia.
Mi manca il motore, un motore qualsiasi, mi manca la voglia di pensare a una estate, la prima dopo anni, in cui potrò permettermi qualche giorno di ferie. Mi manca la forza di iniziare a scrivere la tesi di dottorato, obiettivo quasi raggiunto e così lontano. Mi manca il senso delle cose che faccio, ne trovo molto di più in quelle che non faccio.
Ore a fissare le travi sul soffitto ho idea che mi servano maggiormente che chiacchierate, confronti e riflessioni.
Eppure esco quasi tutti i giorni per andare al lavoro, faccio attività fisica almeno due volte a settimana, mi nutro in maniera dignitosa (anche se i tempi della cucina sono ormai finiti, supermercato e cena pronta hanno sostituito le mie belle serate ai fornelli e le mie torte di verdura). Ho raggiunto livelli di disillusione a dir poco storici, anche se la consapevolezza di essere molto fortunata è chiarissima e forte dentro di me. Resta l'apprensione per la salute di mamma e i prossimi responsi, resta l'immaginario lontano della fine della borsa, resta una sempre più debole speranza di uscire da questa situazione.
Che diritto ho di sentirmi così inutile?
Ma, del resto, in cosa dovrei sentirmi utile? Per chi?
So fare molte attività diverse ma in tutte sono mediocre, non c'è un campo in cui mi sento bene, in cui sono brava, non c'è un'attitudine che mi accompagna.
E se come da molti anni a questa parte a mangiar pesci sotto l'albero ero circondata "solo" da amici la responsabilità è unicamente mia.
Una persona senza una vera passione non potrà mai attirare persone appassionate. Potrà essere la confidente di molti, una figlia premurosa, una collaboratrice affidabile, una persona gentile, ma poi, per se stessa, sarà solo la confidente di molti, una figlia premurosa, una collaboratrice affidabile, una persona gentile.
"Tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose" e io comincio seriamente a pensare che sarò sempre qui, a scrivere della mia immobilità, di questi lunghi periodi di apatia che presto mi allontaneranno, giustamente, anche dalle amicizie, di tutte le insicurezze nelle mie incapacità che da sempre si mangiano pezzi di me.
Della Elena che guida l'auto, della Elena che vola a conoscere un posto nuovo, della Elena che esprime i propri sentimenti con determinazione, della Elena che dimostra di saper fare una cosa qualunque, fosse anche cucire un bottone, della Elena che si prende cura con costanza degli altri e delle loro difficoltà.
Un terremoto lieve, una visita dall'osteopata, un'ora di pilates, una mostra di fotografia, una pizza e due passi con la Elli.
La situazione del mio fisico è buona, a parte l'enormità di chili presi che non riesco a spiegarmi. Le sedute per ora hanno dato i loro frutti e, non c'è dubbio, la spalla è quasi dritta, gli allenamenti in palestra non mi danneggiano più come in passato, i dolori al collo sembrano diminuire.
Il problema, se di problema si tratta, è la testa. O meglio, quello che c'è dentro. Oggi s'è parlato di omeopata, non so, una possibilità a questa opzione penso la darò, ma la verità è che mi sembra di essere rotolata indietro, in fondo al sentiero percorso in questi ultimi tre anni.
Giornate trascorse ad aspettare che finiscano. Sonni che dire leggeri, inutili e a volte terribili è poco. Entusiasmo sul lavoro pari a zero. Entusiamo in generale, a dire il vero, pari a zero. Il corso di foto, che sembra anche andare bene, rimane una cosa che faccio e non condivido. I libri che leggo mi piacciono ma restano lì, comodino-borsa-mensola.
Le serate con gli amici passano leggere, anche se non le cerco quasi mai io e quasi mai ho la sensazione di essere di compagnia.
Mi manca il motore, un motore qualsiasi, mi manca la voglia di pensare a una estate, la prima dopo anni, in cui potrò permettermi qualche giorno di ferie. Mi manca la forza di iniziare a scrivere la tesi di dottorato, obiettivo quasi raggiunto e così lontano. Mi manca il senso delle cose che faccio, ne trovo molto di più in quelle che non faccio.
Ore a fissare le travi sul soffitto ho idea che mi servano maggiormente che chiacchierate, confronti e riflessioni.
Eppure esco quasi tutti i giorni per andare al lavoro, faccio attività fisica almeno due volte a settimana, mi nutro in maniera dignitosa (anche se i tempi della cucina sono ormai finiti, supermercato e cena pronta hanno sostituito le mie belle serate ai fornelli e le mie torte di verdura). Ho raggiunto livelli di disillusione a dir poco storici, anche se la consapevolezza di essere molto fortunata è chiarissima e forte dentro di me. Resta l'apprensione per la salute di mamma e i prossimi responsi, resta l'immaginario lontano della fine della borsa, resta una sempre più debole speranza di uscire da questa situazione.
Che diritto ho di sentirmi così inutile?
Ma, del resto, in cosa dovrei sentirmi utile? Per chi?
So fare molte attività diverse ma in tutte sono mediocre, non c'è un campo in cui mi sento bene, in cui sono brava, non c'è un'attitudine che mi accompagna.
E se come da molti anni a questa parte a mangiar pesci sotto l'albero ero circondata "solo" da amici la responsabilità è unicamente mia.
Una persona senza una vera passione non potrà mai attirare persone appassionate. Potrà essere la confidente di molti, una figlia premurosa, una collaboratrice affidabile, una persona gentile, ma poi, per se stessa, sarà solo la confidente di molti, una figlia premurosa, una collaboratrice affidabile, una persona gentile.
"Tornerà un altro inverno, cadranno mille petali di rose" e io comincio seriamente a pensare che sarò sempre qui, a scrivere della mia immobilità, di questi lunghi periodi di apatia che presto mi allontaneranno, giustamente, anche dalle amicizie, di tutte le insicurezze nelle mie incapacità che da sempre si mangiano pezzi di me.
Della Elena che guida l'auto, della Elena che vola a conoscere un posto nuovo, della Elena che esprime i propri sentimenti con determinazione, della Elena che dimostra di saper fare una cosa qualunque, fosse anche cucire un bottone, della Elena che si prende cura con costanza degli altri e delle loro difficoltà.
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