Ciao.
Ho iniziato ad ascoltarlo da ragazzina.
Prima di riflesso come fan dei Queen, poi consapevole sulla Peugeot.
Non ho mai, proprio mai, smesso.
Ho consumato il cd, ho imparato quasi tutti i testi a memoria, li ho cantati da sola e insieme agli amici ai concerti di Edu, li ho letti, riletti, scritti su foglietti, a volte capiti e a volte no.
Quando ho conosciuto gli Arcade Fire, pochi anni fa, ho pensato che mi ricordavano il suo modo particolare di stare al mondo e di fare musica. Il loro attuale status su Facebook è questo:
David Bowie was one of the band's earliest supporters and champions. He not only created the world that made it possible for our band to exist, he welcomed us into it with grace and warmth. We will take to the grave the moments we shared; talking, playing music and collaborating as some of the most profound and memorable moments of our lives. A true artist even in his passing, the world is more bright and mysterious because of him, and we will continue to shout prayers into the atmosphere he created.
Non voglio scrivere un post su David Bowie, anche se ho trascorso una mattina intera a leggere e parlare di lui non più tardi di una settimana fa, per il suo compleanno. Non ne scriverò perché sono proprio addolorata e perché credo che la mia opinione su questa cosa sia più inutile della birra analcolica.
Però la sua musica mi accompagnerà mentre racconto come è iniziato questo anno, con progetti vecchi e nuovi, con presenze vecchie e nuove.
Il lavoro di prima c'è ancora, ma c'è pure un (grosso, grasso) lavoro nuovo. Non ho firmato nulla, ma mi sto già muovendo con le cose da fare, con le riunioni, le scadenze, i compiti. Sono felice perché si tratta di tornare a parlare con le pietre, con i muschi e i licheni che le abitano, con le intemperie che le sfiancano, con l'inquinamento che le ammala. Significherà dedicarmi a loro e alla loro conservazione, facendo conoscere agli altri quali problemi le affliggono e come risolverli, aiutando i restauratori negli interventi di recupero, scrivendo e facendo milioni di foto. Non vado oltre perché oltre ancora non so, ma sono contenta davvero.
Nel frattempo ieri ho ripreso i laboratori con i bambini, un bel gruppo rumoroso ma simpatico, che resterà con me per dieci settimane. Esploreremo il mondo, sotto l'acqua e sotto la terra, lo faremo usando un libro e ci divertiremo, lo sento!
Per quanto riguarda il mio, di libro, le cose procedono: tutti i capitoli sono consegnati, la grafica è al lavoro, io sono agitata (strano) e spero che tutto vada per il meglio. Dodici laboratori, disegni, approfondimenti curiosi, scienza e creatività, materiali di recupero...insomma, una marea di parole chiave che mi descrivono perfettamente. Sembra che questa cosa si potrebbe portare dietro anche altre scritture, ma per ora è prematuro parlarne (pensarci però si può!).
Sono anche andata dalla fioraia vicino a casa che cerca un collaboratore. Non potrò aiutarla nel modo che serve a lei, perché finalmente sembra che pure io quest'anno sarò molto occupata, ma potrò darle una mano durante gli allestimenti. Mi ha chiamata esperta. Mi ha resa felice.
Naturalmente, di fronte a tutte queste meraviglie, a queste opportunità davanti alle quali mi sento sempre una absolute beginner, potevo non farmi venire un attacco di fibromialgia coi fiocchi? Ovviamente no. Che poi, forse, c'è di mezzo pure un ascesso, non so, sta di fatto che mezza faccia e tutto il collo hanno deciso di farmi un male boia e scioperare dalle loro più comuni funzioni (tipo permettermi di guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada).
Ad ogni modo, bolle un sacco di roba in pentola e il profumo è buonissimo.
Concludo con la mia preferita (credo).
[disclaimer: entrambi i video sono orribili, lo so, ma sono live in cui lui è davvero alieno. Come sempre del resto]
giovedì 14 gennaio 2016
lunedì 4 gennaio 2016
Quel mazzolin di cuori
[Termino e pubblico ora un post iniziato qualche giorno fa, in piene vacanze natalizie e in totale relax]
È il due di Gennaio, nevica, e sono felice.
Domani compio gli anni, a mezzanotte starò festeggiando insieme agli amici, in montagna, probabilmente con un bicchiere in mano, lontano da quello che mi fa più paura (quindi da un sacco di cose).
Oggi, mentre camminavo nella neve, con gli scarponi azzurri e il berretto da volpe, non pensavo a nulla: mi guardavo intorno e, nel silenzio sospeso che solo le nevicate sanno portare, osservavo le cose incontrate sul mio cammino.
Un mazzolino di cuori color crema, un cespuglio di bacche rosse, una gallina (!) poco convinta di appoggiare le zampe, le orme di un cane piccolo, un signore con il cappello giallo.
Questi giorni di vacanze natalizie che hanno in qualche modo sospeso il giudizio e rimandato "al dopo" verdetti, decisioni e scelte mi sono serviti per non pensare a niente. Come sospettavo, non pensando a niente ho in realtà pensato a tutto.
A cominciare dallo scorso week end nel Parco di Portofino, quando una camminata a picco sul mare, talmente esposta da impedirmi di riflettere su qualunque cosa che non fosse evitare di cadere, mi ha regalato un sacco di ricordi a cui tornare nei momenti più tristi e difficili.
Anche in questi giorni di montagna è successo, ho riempito lo zaino di esperienze piccole e ho capito che è quello che voglio perseguire nel 2016, lungo il mio trentaquattresimo anno d'età: voglio sfruttare le giornate di festa, di gioia, di camminate e di viaggi per non pensare a nulla e fare il pieno di ricordi belli. Fino ad oggi, quando le cose non andavano per il verso giusto, rivedevo il passato e i suoi istanti belli con nostalgia e guardavo al futuro riponendo in esso aspettative e speranze (le mie famose isole felici) che spesso finivano infrante facendomi stare malissimo. Ora vorrei, invece, trarre energia dai ricordi, usandoli come incentivo a ricercare piccoli momenti felici, senza arrendermi e senza perdermi in eccessive malinconie.
Comincio subito e butto giù trentaquattro pensieri positivi, uno per ogni anno che sono al mondo, che questo 2015 mi ha lasciato in eredità:
1. I sori gialli delle felci (quelli di due settimane fa, poi, erano spettacolari), 2. La prima corsa dell'anno (ma anche tutte le altre) nei luoghi in cui sono cresciuta, 3. I cespugli di euforbia a picco sul mare di Punta Manara, 4. Gli ultimi colori del sole che filtrano nel bosco ormai buio, 5. Il corso di francese, 6. Uno dei miei maglioni preferiti con le mie scarpe preferite, 7. La scoperta di un ginkgo nel posto dove mai avrei pensato di trovarlo, 8. La meraviglia del Museo del Legno, 9. Il primo Leggermente scritto per Cindy, 10. Tessa la pressa, 11. L'Hotel Savoia, 12. Uno dei regali meravigliosi che ho ricevuto per il mio trentatreesimo compleanno, 13. I corsi seguiti da Papê, 14. La gita a Manarola nonostante una nausea che mai dimenticherò, 15. Portovenere che non avevo ancora visto, 16. Il mio Secret Santa 2014, sempre con me finché non l'ho perso, 17. L'eclissi di sole, 18. Il progetto fotografico #onehandadayproject, difficile ma pieno di spunti e di stimoli, 19. La sperimentazione continua di nuovi modi per raccontare la scienza ai bambini, 20. Uscire di casa dopo una broncopolmonite che mi ha spaventata assai, 21. La mia prima tillandsia e la seconda, 22. Il corso di fotografia stenopeica di Totem, 23. Usare le mani, ogni volta che posso, 24. Le gonne lunghe d'estate, 25. I Rolli days per scoprire la mia città, 26. I laboratori con i bambini della Valpolcevera e di Camogli, 27. Il corso alla Holden, con la mia prima volta da Melissa e gli aperitivi in solitaria, a zonzo per Torino, tra abiti vintage e gatti, 28. L'Instawalk di #shootyourport con Cindy, Paola e gli amici, 29. Il giorno di nostalgia in cui conobbi Ezio, 30. Le gite d'autunno, 31. La mia gatta, sempre e comunque, 32. L'estate a Pieve e alla piscina del porto con gli zoccoli corallo, 33. La giornata a Torino con mamma e la mia seconda volta da Melissa, 34. Gli ultimi giorni del 2015 nella neve, dove è nato questo post e dove ho raccolto un barattolo di licheni meravigliosi che profumano di inverno.
È il due di Gennaio, nevica, e sono felice.
Domani compio gli anni, a mezzanotte starò festeggiando insieme agli amici, in montagna, probabilmente con un bicchiere in mano, lontano da quello che mi fa più paura (quindi da un sacco di cose).
Oggi, mentre camminavo nella neve, con gli scarponi azzurri e il berretto da volpe, non pensavo a nulla: mi guardavo intorno e, nel silenzio sospeso che solo le nevicate sanno portare, osservavo le cose incontrate sul mio cammino.
Un mazzolino di cuori color crema, un cespuglio di bacche rosse, una gallina (!) poco convinta di appoggiare le zampe, le orme di un cane piccolo, un signore con il cappello giallo.
Questi giorni di vacanze natalizie che hanno in qualche modo sospeso il giudizio e rimandato "al dopo" verdetti, decisioni e scelte mi sono serviti per non pensare a niente. Come sospettavo, non pensando a niente ho in realtà pensato a tutto.
A cominciare dallo scorso week end nel Parco di Portofino, quando una camminata a picco sul mare, talmente esposta da impedirmi di riflettere su qualunque cosa che non fosse evitare di cadere, mi ha regalato un sacco di ricordi a cui tornare nei momenti più tristi e difficili.
Anche in questi giorni di montagna è successo, ho riempito lo zaino di esperienze piccole e ho capito che è quello che voglio perseguire nel 2016, lungo il mio trentaquattresimo anno d'età: voglio sfruttare le giornate di festa, di gioia, di camminate e di viaggi per non pensare a nulla e fare il pieno di ricordi belli. Fino ad oggi, quando le cose non andavano per il verso giusto, rivedevo il passato e i suoi istanti belli con nostalgia e guardavo al futuro riponendo in esso aspettative e speranze (le mie famose isole felici) che spesso finivano infrante facendomi stare malissimo. Ora vorrei, invece, trarre energia dai ricordi, usandoli come incentivo a ricercare piccoli momenti felici, senza arrendermi e senza perdermi in eccessive malinconie.
Comincio subito e butto giù trentaquattro pensieri positivi, uno per ogni anno che sono al mondo, che questo 2015 mi ha lasciato in eredità:
1. I sori gialli delle felci (quelli di due settimane fa, poi, erano spettacolari), 2. La prima corsa dell'anno (ma anche tutte le altre) nei luoghi in cui sono cresciuta, 3. I cespugli di euforbia a picco sul mare di Punta Manara, 4. Gli ultimi colori del sole che filtrano nel bosco ormai buio, 5. Il corso di francese, 6. Uno dei miei maglioni preferiti con le mie scarpe preferite, 7. La scoperta di un ginkgo nel posto dove mai avrei pensato di trovarlo, 8. La meraviglia del Museo del Legno, 9. Il primo Leggermente scritto per Cindy, 10. Tessa la pressa, 11. L'Hotel Savoia, 12. Uno dei regali meravigliosi che ho ricevuto per il mio trentatreesimo compleanno, 13. I corsi seguiti da Papê, 14. La gita a Manarola nonostante una nausea che mai dimenticherò, 15. Portovenere che non avevo ancora visto, 16. Il mio Secret Santa 2014, sempre con me finché non l'ho perso, 17. L'eclissi di sole, 18. Il progetto fotografico #onehandadayproject, difficile ma pieno di spunti e di stimoli, 19. La sperimentazione continua di nuovi modi per raccontare la scienza ai bambini, 20. Uscire di casa dopo una broncopolmonite che mi ha spaventata assai, 21. La mia prima tillandsia e la seconda, 22. Il corso di fotografia stenopeica di Totem, 23. Usare le mani, ogni volta che posso, 24. Le gonne lunghe d'estate, 25. I Rolli days per scoprire la mia città, 26. I laboratori con i bambini della Valpolcevera e di Camogli, 27. Il corso alla Holden, con la mia prima volta da Melissa e gli aperitivi in solitaria, a zonzo per Torino, tra abiti vintage e gatti, 28. L'Instawalk di #shootyourport con Cindy, Paola e gli amici, 29. Il giorno di nostalgia in cui conobbi Ezio, 30. Le gite d'autunno, 31. La mia gatta, sempre e comunque, 32. L'estate a Pieve e alla piscina del porto con gli zoccoli corallo, 33. La giornata a Torino con mamma e la mia seconda volta da Melissa, 34. Gli ultimi giorni del 2015 nella neve, dove è nato questo post e dove ho raccolto un barattolo di licheni meravigliosi che profumano di inverno.
venerdì 25 dicembre 2015
Personne
Musica.
Oggi è il venticinque Dicembre, è Natale.
Sono da mamma e non sono arrabbiata come negli anni passati. Forse mi sento un po' triste, forse angosciata, ecco sì, in ansia, ma non arrabbiata.
Nei giorni scorsi, sedute nella stanza giallina, di tutta questa presunta rabbia abbiamo provato più volte a occuparcene, senza apparenti risultati. Magari i risultati invece ci sono e questa mattina tranquilla, priva di scossoni e tensioni ma solo un poco malinconica, è la testimonianza di un piccolo successo.
Negli ultimi mesi sono successe molte cose, quasi tutte in sordina: cose che mi hanno addolorata molto, cose che mi hanno resa fiera di me, cose che hanno confermato quanto la gente possa essere cattiva e menefreghista ma anche dolce e premurosa, cose che mi hanno messa davanti a una scelta e cose che invece mi hanno tolto ogni possibilità di scegliere, cose che mi piacerebbe capire ma che probabilmente non mi sarà permesso neppure sapere, cose che hanno dimostrato la bassezza di questo mondo, di questo sistema marcio e privo di senso e cose che hanno ridato valore all'essenziale, al quotidiano, al bello, alle luci accese dietro le finestre.
Forse, con l'arrivo del nuovo anno, avrò pure un nuovo lavoro, è presto per dirlo perché io mi conosco, finché non sarò seduta, sola, con il contratto firmato e un fiume di emozioni nel cuore non sarò tranquilla, perciò preferisco aspettare.
Forse ho trovato il mio taglio di capelli definitivo, che mi fa sentire bene, che mi rappresenta nella sua irregolarità, nella sua capacità di essere spettinato per un momento e in ordine l'attimo dopo, nel suo color volpe, nella sua semplicità che passa inosservata e non dà nell'occhio.
Forse ho scoperto il ritmo della mia casa e sono riuscita a sintonizzarmi con lei, così da sentirmi meno ospite, così da non aver voglia di scappare, così da essere capace di restare e godermi i suoi angoli verdi, il tavolino con il vetro color crema, il balcone delle prove di giardinaggio, il tappeto caldo della sala.
Ma, quindi, cosa significa il titolo di questo post?
In francese, come pronome, vuol dire nessuno, ma per me vuole dire tutti. Perché tante, tantissime volte quest'anno, mi è capitato di essere sola quando stavo in mezzo alle persone e coccolata quando ero da sola. Perché molto spesso non mi sono sentita riconosciuta, anche da chi, in realtà, mi conosce benissimo.
Tra le cose che ho fatto negli ultimi mesi c'è stato il corso di francese, iniziato a settembre e terminato pochi giorni fa. Tre moduli, tre esami e una passione inaspettata per una lingua che non conoscevo, che pensavo mi sarebbe piaciuta, ma che non immaginavo avrei amato così tanto.
Essendo un corso intensivo di novanta ore, praticamente ininterrotte (sei a settimana), molti dei miei impegni sono dipesi dalle lezioni e tanti appuntamenti hanno ruotato attorno a quei pomeriggi fuori dal tempo, in un'aula brutta, in un posto brutto, ma con tante persone belle, sedute tutte insieme attorno a me. Rosalba, Marcella, Giovanna, Andrea, Alessandro, Laura, Alessandra, Federica e Gabriele sono stati i miei compagni di viaggio in questa avventura piena di stimoli, di risate, di ironia e di condivisione. Fabienne, la nostra insegnante paziente ma efficace, ci ha guidati con attenzione, senza mai dimenticare le caratteristiche di ognuno e questa, almeno per me, è stata un'enorme dimostrazione di affetto (oltre che di professionalità). Che Elena amasse le feuillage si è capito subito e si è ricordato per sempre, tanto durante gli esercizi quanto nelle battute. Allo stesso modo la passione di Andrea per la cucina, di Alessandro per Nizza o di Federica per i gatti ci hanno tenuto compagnia lungo tutto il corso. Ognuno di noi ha portato un po' di sé e lo ha donato agli altri, una cosa rara, che toglie immediatamente una n al pronome personne.
Ora, che il corso è finito, magari riusciremo comunque a studiare insieme, ci rivedremo, ma in ogni caso so che ad ognuno di loro devo un grazie, per aver trasformato in opportunità un momento destinato a farmi crescere, per avermi dimostrato che posso fare ancora un sacco di cose per me, da sola, senza sentirmi tale nemmeno un minuto.
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domenica 13 dicembre 2015
"e la foglia scivola via"
Qualche sera fa mi sono imbattuta in questa poesia di strada.
Genova è tappezzata di fogli del Movimento per l'Emancipazione della Poesia e devo dire che molti dei versi che trovo per caso, camminando nei vicoli, non mi dispiacciono affatto, anzi (qui trovate il sito).
"Non siamo mai troppo lontani dalla...", c'è scritto. Lontani da cosa? Quei puntini di sospensione mi danno fastidio, perché vorrei una risposta.
In realtà vorrei una risposta a moltissime delle domande che mi pongo in questo periodo, domande che nascono da situazioni in cui mi ritrovo quasi sempre per sbaglio, mai per mia volontà e che si materializzano nell'aria rimanendo sospese, appunto, senza risposta.
...
Come ho già scritto nell'ultimo post sto facendo fatica ad aggiornare il mio blog. Non che sia un dramma, capita, però mi fa strano. Sono stata abbastanza costante sin dall'inizio e, soprattutto negli anni più recenti, ho pubblicato qualcosa ogni settimana. Ora non riesco, e il perché è una delle tante domande sospese. Ho tempo libero, lavorando da casa, eppure non ne trovo mai per entrare qui. Faccio tante cose, anche belle, eppure non ho voglia di condividerle qui. Scopro e vedo meraviglie tutti i giorni, eppure non mi viene da parlarne qui.
Allora ho pensato che di solito, quello che mi viene in aiuto quando sono bloccata, quando non so da che parte cominciare, quando mi pare di avere troppe cose da fare e tutte ugualmente urgenti, è l'elenco.
Quindi ecco un elenco sommario di ciò che sto facendo in questo periodo strano:
1. Scrivo, per il libro, per aggiornare i social network dell'associazione con cui collaboro, per Cindy (in partenza la produzione dell'ultimo Leggermente 2015!).
2. Studio, per il terzo esame di francese, poi anche questa avventura sarà finita e mi spiace proprio tanto: è stato divertente e mi è parso, finalmente, di fare qualcosa per me.
3. Ingrasso, come mai nella vita. Probabilmente i lieviti hanno deciso di rompere di nuovo i maroni, con un tempismo perfetto, considerando le vacanze di Natale e i trecentomila pranzi e/o cene a cui dovrò andare.
4. Partecipo, seppur un po' più defilata del solito, a due piccoli progetti natalizi: questo e il Secret Santa di Cindy. Il primo è un vero e proprio calendario dell'avvento fotografico; mi sto divertendo a scattare foto a tema (sbagliando per tipo cinque giorni di fila l'hashtag , ma vabbé) e mi piace l'idea di una parola precisa da provare a inseguire. Il secondo, chi non lo conosce? Il mio pacchettino è già stato spedito!
5. Costruisco, perché quando ho bisogno di rilassarmi è quello che faccio più volentieri, oltre a cucinare. Le ultime produzioni sono questo centro tavola Natalizio e questa collana, assemblata mettendo insieme un pezzo di gioiello trovato per strada, un ciondolino recuperato da mamma e una catenina di metallo.
6. Parlo, con chi mi ascolta, per provare a trovare quelle risposte di cui scrivevo prima. Non riesco a sciogliere il bandolo della matassa, ma non sentirmi sbagliata mi aiuta molto.
7. Cammino, facendo gite divertenti come quella di oggi. Un giro sulla cremagliera, una passeggiata facile ma lunghetta, una folle raccolta di bacche e rametti per abbellire la cucina (vedi punto 5).
8. Progetto, corsi che vorrei fare, cose che vorrei imparare. Prima tra tutte, per ora, la costruzione di timbri in gomma. In che senso? In questo. Una figata pazzesca, lo so.
9. Presso, le foglie che trovo, come se non ci fosse un domani. Nella foto che ho scelto per il post c'è la scatola di latta piena di foglie e fiori raccolti questo autunno e schiacciati con la mia meravigliosa Tessa La Pressa.
10. Sto ferma, ascoltando e guardando quello che succede. Mi costa una fatica boia, perché nonostante qualcuno mi dica che vivo alla giornata, sono umana pure io e a volte mi piacerebbe avere voce in capitolo, vedere che una mia azione genera una reazione più o meno nota, almeno un pochino prevedibile e non, nel migliore dei casi, completamente diversa dalle aspettative. Nel peggiore (e ultimamente molto frequente) dei casi, invece, quello che accade è l'opposto di quello che mi aspetto o che vorrei.
Io, imperterrita, respiro e sto a guardare, sperando che le prossime risposte siano facili. Non dico giuste. Ma facili.
Genova è tappezzata di fogli del Movimento per l'Emancipazione della Poesia e devo dire che molti dei versi che trovo per caso, camminando nei vicoli, non mi dispiacciono affatto, anzi (qui trovate il sito).
"Non siamo mai troppo lontani dalla...", c'è scritto. Lontani da cosa? Quei puntini di sospensione mi danno fastidio, perché vorrei una risposta.
In realtà vorrei una risposta a moltissime delle domande che mi pongo in questo periodo, domande che nascono da situazioni in cui mi ritrovo quasi sempre per sbaglio, mai per mia volontà e che si materializzano nell'aria rimanendo sospese, appunto, senza risposta.
...
Come ho già scritto nell'ultimo post sto facendo fatica ad aggiornare il mio blog. Non che sia un dramma, capita, però mi fa strano. Sono stata abbastanza costante sin dall'inizio e, soprattutto negli anni più recenti, ho pubblicato qualcosa ogni settimana. Ora non riesco, e il perché è una delle tante domande sospese. Ho tempo libero, lavorando da casa, eppure non ne trovo mai per entrare qui. Faccio tante cose, anche belle, eppure non ho voglia di condividerle qui. Scopro e vedo meraviglie tutti i giorni, eppure non mi viene da parlarne qui.
Allora ho pensato che di solito, quello che mi viene in aiuto quando sono bloccata, quando non so da che parte cominciare, quando mi pare di avere troppe cose da fare e tutte ugualmente urgenti, è l'elenco.
Quindi ecco un elenco sommario di ciò che sto facendo in questo periodo strano:
1. Scrivo, per il libro, per aggiornare i social network dell'associazione con cui collaboro, per Cindy (in partenza la produzione dell'ultimo Leggermente 2015!).
2. Studio, per il terzo esame di francese, poi anche questa avventura sarà finita e mi spiace proprio tanto: è stato divertente e mi è parso, finalmente, di fare qualcosa per me.
3. Ingrasso, come mai nella vita. Probabilmente i lieviti hanno deciso di rompere di nuovo i maroni, con un tempismo perfetto, considerando le vacanze di Natale e i trecentomila pranzi e/o cene a cui dovrò andare.
4. Partecipo, seppur un po' più defilata del solito, a due piccoli progetti natalizi: questo e il Secret Santa di Cindy. Il primo è un vero e proprio calendario dell'avvento fotografico; mi sto divertendo a scattare foto a tema (sbagliando per tipo cinque giorni di fila l'hashtag , ma vabbé) e mi piace l'idea di una parola precisa da provare a inseguire. Il secondo, chi non lo conosce? Il mio pacchettino è già stato spedito!
5. Costruisco, perché quando ho bisogno di rilassarmi è quello che faccio più volentieri, oltre a cucinare. Le ultime produzioni sono questo centro tavola Natalizio e questa collana, assemblata mettendo insieme un pezzo di gioiello trovato per strada, un ciondolino recuperato da mamma e una catenina di metallo.
6. Parlo, con chi mi ascolta, per provare a trovare quelle risposte di cui scrivevo prima. Non riesco a sciogliere il bandolo della matassa, ma non sentirmi sbagliata mi aiuta molto.
7. Cammino, facendo gite divertenti come quella di oggi. Un giro sulla cremagliera, una passeggiata facile ma lunghetta, una folle raccolta di bacche e rametti per abbellire la cucina (vedi punto 5).
8. Progetto, corsi che vorrei fare, cose che vorrei imparare. Prima tra tutte, per ora, la costruzione di timbri in gomma. In che senso? In questo. Una figata pazzesca, lo so.
9. Presso, le foglie che trovo, come se non ci fosse un domani. Nella foto che ho scelto per il post c'è la scatola di latta piena di foglie e fiori raccolti questo autunno e schiacciati con la mia meravigliosa Tessa La Pressa.
10. Sto ferma, ascoltando e guardando quello che succede. Mi costa una fatica boia, perché nonostante qualcuno mi dica che vivo alla giornata, sono umana pure io e a volte mi piacerebbe avere voce in capitolo, vedere che una mia azione genera una reazione più o meno nota, almeno un pochino prevedibile e non, nel migliore dei casi, completamente diversa dalle aspettative. Nel peggiore (e ultimamente molto frequente) dei casi, invece, quello che accade è l'opposto di quello che mi aspetto o che vorrei.
Io, imperterrita, respiro e sto a guardare, sperando che le prossime risposte siano facili. Non dico giuste. Ma facili.
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mercoledì 2 dicembre 2015
Gli alberi lo sanno
Gli alberi sanno come ci si sente, perché lo fanno tutto il giorno.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.
Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.
Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.
Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.
Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.
Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.
Stanno dritti, proteggono, spesso sono costretti a piegarsi, a volte si rompono, perdono i pezzi, sanno essere meravigliosi, continuano a crescere nonostante le condizioni decisamente sfavorevoli, seccano.
In questo post cercherò di spiegare, o meglio, di giustificare, il mio incondizionato e antichissimo amore per gli alberi, nato quando da bambina costruivo l'album delle foglie pressate, dividendole sulla base della loro forma e dei loro margini.
Tutto nasce da non so nemmeno bene cosa. Vorrei scrivere di me, di quello che succede attorno alla vita in cui cerco di stare, ma non posso perché ci sono di mezzo situazioni, momenti e persone che non ho voglia di tirare in ballo. Anche perché è inutile: pure nelle circostanze in cui dai - non è colpa nostra - proprio no, una strada per uscirne c'è (quasi) sempre. Io, è evidente, non la sto percorrendo.
Iniziamo da questa foto, l'ho scelta per il secondo giorno del bel progetto natalizio a cui sto partecipando e l'ho scattata qualche settimana fa, a Torino, mentre con mamma camminavo sotto un enorme e bellissimo ginkgo biloba. Per chi non conoscesse questo albero spettacolare, il mio preferito in assoluto, si tratta di una creatura millenaria, diversa da tutte le altre, capace di abbellire le nostre aiuole, di riempire interi viali con i suoi ventaglietti colorati, di fare cose così.
Un'altra ragione che mi ha spinto a scrivere, dopo dieci giorni di silenzio e zero voglia di alzarmi dal letto (figuriamoci di buttare giù un pensiero), è stato un post di Enrica Tesio. Ora, la mia adolescenza non è stata di merda, tutt'altro. Ho fatto fatica, come tutti, mi sono sentita brutta e inadeguata, come tutti, ma sicuramente queste difficoltà le ho sofferte molto di più dopo il liceo (per esempio ora). È adesso che mi percepisco, e sono, indietro rispetto ai miei coetanei (per non parlare delle mie coetanee) e l'elenco di cose che una grande donna sa fare, diventare, essere, mi ha gettata nello sconforto più totale. Io non mi riconosco in nessuno di questi comportamenti, tranne che in quello paragonato alla vita degli alberi: "Dietro a una grande donna ci sono inverni infiniti. Gli anni si contano in primavere, ma la maturità si misura in inverni. E si impara dagli alberi, che sono matti gli alberi a spogliarsi quando fa freddo, e invece no, abbandonano il superfluo, si fanno oggetti e aspettano".
Ecco, a me questa parte ha ucciso. Perché è proprio così che mi capita di stare, quando non so più dove sbattere la testa, dove aggiustare il tiro, dove trovare una via d'uscita e mi ritrovo, inspiegabilmente e inesorabilmente, a cantare la canzone di un gruppo che nemmeno mi piace così tanto. "Come puoi vivere a testa in giù", dice, e se penso alla mia tillandsia perennemente capovolta so che si può vivere così tutta la vita, con poca (pochissima) acqua, zero attenzioni e un goccio di luce.
Oggi, al corso di francese, abbiamo giocato al "Ritratto cinese", il "Se fossi" italiano, per intenderci. Ognuno ha dovuto leggere una frase prestabilita e poi adattarla a se stesso; per esempio, se fossi un colore sarei il blu, se fossi un fiore sarei la rosa, se fossi una città sarei New York. Ecco, a me è capitato "se fossi una stagione, sarei l'autunno", l'Automne. Quando ho dovuto sostituire la risposta con un'idea più personale non avevo nulla da cambiare e la mia insegnante è stata subito d'accordo: "Bien sûr Elena, le foliage!"...lo sanno tutti, pure Fabienne.
Quindi, per finire, non mi resta che chiudere il cerchio ricordando gli ingredienti del profumo che mi ha regalato mamma per un un compleanno molto anticipato: il Philosykos di Dyptique. I motivi di questo acquisto sono tanti, innanzi tutto la fama. Lo ammetto, uso profumazioni al fico da anni e ogni volta che ho provato a cambiare e a chiedere qualcosa che avesse la stessa base poco dolce ma molto avvolgente e legnosa mi è stato consigliato questo Eau de Toilette. Io non lo avevo mai annusato, fino a che, cercando tra le profumerie della mia città, non l'ho trovato: è stato amore a prima vista, nonostante il raffreddore. Perché ne scrivo in questo post? Perché Phylosikos non ha note fiorite, è composto da essenze di legno di fico e di cedro e, effettivamente, annusandolo sembra di stare in un bosco d'estate, in piena macchia mediterranea. È un profumo fatto di alberi, il mio profumo. Non poteva essere altrimenti.
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domenica 22 novembre 2015
La tempesta perfetta
Nelle ultime settimane mi sono accorta di una cosa.
Mi sono accorta che non ho (più) molto da dire su questo blog.
Anche le visualizzazioni parlano chiaro, comincio ad essere stufa e a stufare. Magari è un momento passeggero, magari non lo è.
In realtà, forse non ho (più) molto da dire in generale, anche nella camera gialla le sedute scorrono lente e silenziose, ma qui specialmente mi pare di riempire pagine giusto perché vanno riempite.
Ma vanno riempite per chi? Per cosa?
Per me, ne sono sempre stata convinta. E lo sono ancora.
A patto che non diventi un obbligo, soprattutto ora che, lo posso proprio dire, il mio lavoro è scrivere (nel senso che mi pagano per farlo). Non so quanto durerà, non so nemmeno se siano effettivamente due cose collegate, sta di fatto che per ora è così.
È buffo, perché per la verità ho pensato molto a questo post e lo sto scrivendo con urgenza, seduta per terra, sul lungomare, circondata da biciclette, pattini e skateboard che mi sfrecciano attorno. Il cielo è azzurro e fa caldo nonostante questa notte sia passata la tempesta perfetta: un vento incredibile, mostruosamente amplificato dalla bella pensata dei vicini di sopra di lasciare le persiane aperte senza fissarle ai ganci. Tre ore buone di colpi continui, ma anche di vasi volati, scarpe e vestiti sparsi in piazza, pioggia ghiacciata e pezzi di vita che rotolavano nei vicoli senza luce.
È domenica e dopo la tempesta è uscito un sole bellissimo, l'aria è più fredda (finalmente) e nelle ultime ventiquattro ore ho fatto alcune delle cose che più amo fare in assoluto, compreso scrivere. Ho cucinato, chiacchierato, camminato, raccolto foglie, riso, scattato foto. Le foto, se tutto va bene, andrò pure a vederle tra poco, a Palazzo Ducale, provando per la terza volta in due giorni a visitare la mostra di Brassaï. So già che mi piacerà, perché racchiuderà la Francia e parlerà d'amore. D'amore per il mondo e per i piccoli incontri quotidiani, quelli che capitano spesso e che dobbiamo fissare bene nella memoria, concentrandoci.
Pausa, si torna indietro verso il centro.
Riprendo a scrivere che è quasi l'ora di cena, sul divano di casa. La mostra l'ho vista ed è bellissima. Ho letto i pannelli scritti in francese, mi sono persa tra le fotografie di una città che sta nel mio cuore senza essere mai stata nei miei occhi e ho ripensato ai piccoli incontri quotidiani di oggi. Eccoli:
- I frutti lilla del ginkgo biloba (che non sapevo nemmeno esistessero), sparsi sul prato
- La cascata del parchetto di nuovo attiva, con la grotta percorribile. Quando ci entri sei diviso a strisce dalle ombre delle rocce e dalla luce che filtra attraverso l'acqua
- La mia città a strati: gli alberi in autunno, le case, le navi incastrate tra i palazzi, ancora le case e la neve sui monti lontani
- Un ragazzo disabile a braccetto con un uomo troppo vecchio per essere suo padre e troppo in forze, ancora, per essere suo nonno. Sembrava si reggessero a vicenda e sembravano stanchi, disorientati, davanti a me che invece camminavo verso il mare, spedita e maledettamente fortunata
- Il sole sul pelo dell'acqua, talmente forte da farmi male agli occhi
- I ragazzi che suonano i tamburi sotto i portici
- Questa foto di Brassaï
Mi sono accorta che non ho (più) molto da dire su questo blog.
Anche le visualizzazioni parlano chiaro, comincio ad essere stufa e a stufare. Magari è un momento passeggero, magari non lo è.
In realtà, forse non ho (più) molto da dire in generale, anche nella camera gialla le sedute scorrono lente e silenziose, ma qui specialmente mi pare di riempire pagine giusto perché vanno riempite.
Ma vanno riempite per chi? Per cosa?
Per me, ne sono sempre stata convinta. E lo sono ancora.
A patto che non diventi un obbligo, soprattutto ora che, lo posso proprio dire, il mio lavoro è scrivere (nel senso che mi pagano per farlo). Non so quanto durerà, non so nemmeno se siano effettivamente due cose collegate, sta di fatto che per ora è così.
È buffo, perché per la verità ho pensato molto a questo post e lo sto scrivendo con urgenza, seduta per terra, sul lungomare, circondata da biciclette, pattini e skateboard che mi sfrecciano attorno. Il cielo è azzurro e fa caldo nonostante questa notte sia passata la tempesta perfetta: un vento incredibile, mostruosamente amplificato dalla bella pensata dei vicini di sopra di lasciare le persiane aperte senza fissarle ai ganci. Tre ore buone di colpi continui, ma anche di vasi volati, scarpe e vestiti sparsi in piazza, pioggia ghiacciata e pezzi di vita che rotolavano nei vicoli senza luce.
È domenica e dopo la tempesta è uscito un sole bellissimo, l'aria è più fredda (finalmente) e nelle ultime ventiquattro ore ho fatto alcune delle cose che più amo fare in assoluto, compreso scrivere. Ho cucinato, chiacchierato, camminato, raccolto foglie, riso, scattato foto. Le foto, se tutto va bene, andrò pure a vederle tra poco, a Palazzo Ducale, provando per la terza volta in due giorni a visitare la mostra di Brassaï. So già che mi piacerà, perché racchiuderà la Francia e parlerà d'amore. D'amore per il mondo e per i piccoli incontri quotidiani, quelli che capitano spesso e che dobbiamo fissare bene nella memoria, concentrandoci.
Pausa, si torna indietro verso il centro.
Riprendo a scrivere che è quasi l'ora di cena, sul divano di casa. La mostra l'ho vista ed è bellissima. Ho letto i pannelli scritti in francese, mi sono persa tra le fotografie di una città che sta nel mio cuore senza essere mai stata nei miei occhi e ho ripensato ai piccoli incontri quotidiani di oggi. Eccoli:
- I frutti lilla del ginkgo biloba (che non sapevo nemmeno esistessero), sparsi sul prato
- La cascata del parchetto di nuovo attiva, con la grotta percorribile. Quando ci entri sei diviso a strisce dalle ombre delle rocce e dalla luce che filtra attraverso l'acqua
- La mia città a strati: gli alberi in autunno, le case, le navi incastrate tra i palazzi, ancora le case e la neve sui monti lontani
- Un ragazzo disabile a braccetto con un uomo troppo vecchio per essere suo padre e troppo in forze, ancora, per essere suo nonno. Sembrava si reggessero a vicenda e sembravano stanchi, disorientati, davanti a me che invece camminavo verso il mare, spedita e maledettamente fortunata
- Il sole sul pelo dell'acqua, talmente forte da farmi male agli occhi
- I ragazzi che suonano i tamburi sotto i portici
- Questa foto di Brassaï
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sabato 14 novembre 2015
Chi muore si rivede
Non scriverò di Parigi.
Questo non vuol dire che, come tutti, non sia stata sveglia fino a notte fonda e non stia seguendo notizie, aggiornamenti, giornali.
Non sono abituata alle dirette TV (perché a casa mia la tele non c'è) e ieri sera, qui da mamma, sembravo in trance. Credo che la mia bella autoreferenzialità da occidentale abbia fatto il suo lavoro, che gli ormoni da trentaquattrenne abbiano tremato all'idea che il mio corpo possa un giorno mettere al mondo un figlio in un posto del genere, che la paura di una guerra alle porte (alle mie, di porte, perché altrove c'è già da anni) abbia giocato a sfavore della mia notte di sonno.
Ma, di Parigi, non scriverò.
Questo post è in canna da un paio di giorni, ho sognato mio padre martedì e mercoledì e mi ero ripromessa di scriverne se lo avessi sognato una terza volta. Giovedì non si è presentato, venerdì, ovviamente, sì.
Era moltissimo tempo che non capitava, forse da prima dell'anniversario di luglio e, a dir la verità, non mi mancava affatto.
Però, come sempre succede quando la mia vita è sotto prova, quando le cose attorno a me stanno cambiando (anzi, stanno provando cambiare), quando ci sono nuove possibilità ma non è ancora detto che saranno per me, lui torna.
Come se dovesse controllare, come se sentisse il bisogno di starmi accanto, di dire la sua, ma anche di rallentarmi, zavorrare i miei passi, distrarmi dagli obiettivi. Quando lo sogno non sto bene, perché a differenza del passato non ho l'illusione che sia ancora vivo, anzi, so benissimo che verso la fine del sogno ci sarà il momento dei saluti: uno strazio senza fine, fatto di abbracci, porte aperte e buie nelle quali lui entra... e sparisce.
Quindi, la prima notte ho sognato che ci prendevamo un caffè a casa, in cucina, in una mattina d'autunno. Poi uscivamo dalla finestra di camera mia per guardare una vicina che si sposava, accompagnata all'altare da suo papà, su una vespa rosa addobbata con bacche arancioni e fiori bellissimi.
La seconda notte eravamo in centro, nei vicoli, e lui voleva a tutti costi un gelato. Arrivati in gelateria il suo gusto preferito non c'era. Scena isterica. Del resto, il gusto "braccialetti", una sorta di crema rosa piena di stelline colorate, io non l'ho mai visto.
La terza notte (quella passata) eravamo a Parigi, ai piedi della Tour Eiffel. Io, come sapete, a Parigi non sono mai stata, ma nel sogno credo ci abitassi addirittura. Ricordo che camminavamo svelti, arrampicandoci sulla struttura di ferro della torre, scappando da bombe e spari, cercando di metterci al sicuro.
Verso la fine del sogno, in un piccolo cortile, in mezzo ad amici e parenti riuniti, come al solito ci abbracciavamo.
All'inizio non riconoscevo il suo corpo, ero a disagio. Poi un odore, la mia mano che si alza e gli carezza la nuca, lo stomaco che esplode e il pianto che comincia ad uscire, rumoroso e inarrestabile, mescolato ai singhiozzi di lui e a quelli di tutte le persone attorno a noi, finalmente consapevoli che non tornerà mai più.
E' strano tutto questo, perché nella vita di ogni giorno non posso dire che mi manchi molto. Non mi mancava dieci anni fa, tanto meno mi manca adesso.
Ma mi è venuto un dubbio: mi è venuto il dubbio che mi manchi nel futuro. Che l'idea di conquistare qualcosa, di iniziare un percorso nuovo, di proiettare la mia vita un po' più in là, mentre la sua resta ferma a quel maledetto luglio, proprio non mi vada giù. Almeno di notte.
P.S. Nella foto la sua pianta di caffè, con i frutti verdi, i frutti gialli, i frutti rossi e le bellissime foglie lucide. E forti.
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