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venerdì 2 marzo 2018

Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno

Nevica da due giorni, qui a Genova.
Per la verità nevica un po' dappertutto in Italia, anzi, a Genova c'è stata una nevicata ridicola se la compariamo a quella di Bologna o a quella, incredibile, di Roma.
Il freddo però pare fosse tanto e le scuole sono rimaste chiuse. Scrivo "pare" perché non ho mai messo il naso fuori casa nelle ultime quarantotto ore, date le mille cose da fare al pc e la poca pochissima voglia di ammalarmi (di nuovo).
A proposito di cose da fare al pc, proprio un attimo fa stavo seguendo la mia ottava ora di video lezioni per provare a sostenere il secondo esame dei 24cfu. Se non sapete cosa siano i 24cfu, credetemi, siete fortunati e non vi consiglio minimamente di andare a scoprirlo. La settimana scorsa ho dato il primo esame, i risultati ancora non ci sono, ma le speranze che io l'abbia passato sono prossime allo zero.
Fa niente, visto il periodo in cui sono immersa fino al collo da un paio di mesi non posso rimproverarmi più di tanto.

Sono in quella fase in cui quando dico "domani ho un esame" il mio interlocutore è costretto a domandarmi se sia un esame medico o universitario. E ho detto tutto.

Comunque, smorziamo i tristi toni, condividiamo per un attimo le cose belle:
- Il mio ordine da Melissa Erboristeria
- Il mio acquisto in super saldo: un paio di Veja molto simili a queste
(chi volesse sapere qualcosa di più su questo marchio sostenibile qui c'è la pagina Facebook, il sito è in manutenzione)

Per quanto riguarda l'ordine da Melissa è il terzo che faccio e non c'è stata volta in cui non sia rimasta soddisfatta. Potessi comprare lì abitualmente e di persona lo farei, ma purtroppo non vado a Torino così spesso! Per fortuna uso pochi prodotti, quelli urgenti e per il viso li trovo vicino a casa e con meno di un ordine l'anno me la cavo.

Sembra strano ma le cose da dire le ho scritte tutte, il libro che sto leggendo (bello, per ora) procede a rilento visto il poco tempo a disposizione, viaggi in vista non ce ne sono (almeno nei prossimi due mesetti, poi medito una fuga che se mi riesce... evviva!), corsi belli invece ne ho uno, che seguirò però tra due domeniche e ve ne parlerò più avanti.
Vorrei poter scrivere che mi attendono serate fuori, giornate a spasso per posti nuovi, cene da sogno in ristoranti meravigliosi, pomeriggi di lettura e relax sotto il piumone. Bene, tutto questo non è in previsione, quello che mi attende sono risultati di esami (medici e universitari, visto che ormai è impossibile distinguere), giornate di studio e lavoro, weekend di lezioni e laboratori.

C'è una cosa, però, che è successa qualche tempo fa e che mi sembra spieghi bene come mi sento, oltre a dimostrare la totale assenza di equilibrio nella mia mente.
Una mattina, di ritorno da casa di mamma, ho preso un treno. Appena salita mi sono seduta e ho visto che sul mio zaino si era posata una cimice rossa e nera, di quelle che sembrano carabinieri in divisa.
Probabilmente era salita mentre stavo aspettando sul binario e ora si trovava lì con me, in uno scompartimento semi vuoto di un Savona-Genova qualunque. Quando il treno è partito ho cominciato a seguire gli spostamenti dell'insetto con una certa ossessione: all'inizio sembrava spaesato, girava su se stesso e non si decideva a muoversi verso una direzione precisa. Poi, piano piano, ha cominciato a camminare lungo gli spallacci dello zaino, si è spostato sul sedile di fronte al mio e si è arrampicato sul finestrino. Lì si è fermato, sembrava guardare fuori. Arrivati in galleria è ripartito, ha seguito il bordo di alluminio e ha proseguito dove non ho più potuto vederlo. Immagino abbia cercato una via di uscita e, sinceramente, spero tanto che l'abbia trovata. A distanza di settimane penso spesso a quella cimice, al senso di spaesamento che avrà provato una volta "scesa" in un posto sconosciuto, mi chiedo se abbia trovato la libertà presto, quando ancora c'era speranza di campagna, o tardi, in una stazione sotterranea e piena di rumori. Ovviamente sono conscia che tutti questi sentimenti non appartengano agli eterotteri, ma a me, però scriverne la storia è un buon modo per metterli nero su bianco e spiegare meglio come mi sento.
Salita su un treno per sbaglio, in una mattina d'inverno.

P.S. Nella foto la mia fedele compagna in questi giorni di gelicidio: la tazza di Flamingo Bergamo con dentro la Tisana della Nonna di Melissa Erboristeria


martedì 28 novembre 2017

Storia d'Autunno

Questo post è dedicato a lei, perché credo sia sempre stata la prima fonte di ispirazione per me, sin da bambina. Ho letto i suoi libri decine di volte, mi sono immaginata protagonista di molte delle storie ambientate a Boscodirovo, ho disegnato i personaggi, ho essiccato fiori proprio come l'autrice dichiarava, all'inizio del libro, di fare abitualmente.
Jill è morta pochi giorni fa e io sono profondamente dispiaciuta, per questo motivo ho deciso di dedicarle il post, titolandolo come la sua storia che ho amato di più.

Fatta questa premessa, è il momento di iniziare davvero, magari spiegando la foto quassù.

Siamo stati tre giorni a La Magdeleine, perché i nostri amici matematici-pasticceri ci hanno prestato gentilissimamente la casa.
L'idea iniziale era quella di staccare un poco dal lavoro, visto che spesso il week end siamo impegnati in laboratori e/o turni e fino a Natale non avremo più corrispondenza di giorni liberi. La realtà, però, si è discostata un pochino dall'idea iniziale.

Partenza prevista: giovedì sera. Partenza avvenuta: giovedì sera.
Ma, nel frattempo, io combattevo contro la febbre dal martedì. Cominciata tosta con 38.6 è andata pian piano scemando, fino a lasciarmi partire con un blandissimo 37.2, un po' di ossa rotte e tanta voglia di sconfiggere il virus al caldo relax delle terme di Pre Saint Didier.
Arrivati a La Magdeleine abbiamo avviato il riscaldamento e ci siamo rifugiati alla locanda del paese, nell'attesa che i cinque gradi dentro casa salissero un poco e non mi ibernassero all'istante facendomi morire di influenza.
Stranamente, nonostante la mia proverbiale passione per aperitivi e stuzzichini, non avevo molta fame e, anche a cena, i pansoti con il sugo di noci portati dalla madre patria non mi risultavano particolarmente graditi.

ATTENZIONE. ALLARME ROSSO.


Quello che stavo combattendo da due giorni era un virus, sì, ma intestinale.
Dalle dieci di sera alle sei di mattina il mio dialogo con il water è stato talmente fitto da farmi seriamente pensare al collasso per disidratazione, se non fosse che nel beauty di Andrea un blister di Imodium pro viaggi cinesi è corso in mio aiuto scongiurando la mia dipartita.
Naturalmente il venerdì alle terme è saltato (credo non ci sia bisogno di ricordarvi quel video ambientato in piscina che girava qualche tempo fa, eviterò di linkarlo qui per questioni di ovvia decenza, ma vi basti pensare contemporaneamente a dissenteria e poolparty per comprendere) e l'unica cosa che sono riuscita a fare la mattina è stata bere, calarmi mille bustine di argilla addensante recuperata prontamente in farmacia, fotografare animaletti sul prato davanti a casa e salutare il water con sempre meno trasporto.
Nel pomeriggio mi sono fatta coraggio e siamo andati a passeggiare nel bosco alla ricerca di neve e laghi. Abbiamo trovato poche chiazze della prima e nessuno specchio d'acqua, ma, in compenso, mille licheni di tutti i colori e paesaggi bellissimi ci hanno tenuto compagnia per un paio d'ore.




Il secondo giorno di vacanza, sabato, ho raccolto tutte le energie in mio possesso e mi sono decisa a provare le terme, consapevole del possibile disastro al quale rischiavo di andare incontro (vedi video di cui sopra). Sono stata premiata e, dopo un bel giro ad Aosta e al suo mercatino di Natale ci siamo messi a mollo e siamo rimasti a poltrire dalle tre alle nove, tra saune (poche, data l'ormai nulla presenza di liquidi nel mio organismo), vasche, buffet e materassoni morbidi. Al ritorno abbiamo visto la stella cadente più grande di sempre e due piccoli camosci in libera uscita.
Poi il letto mi ha inghiottita e non ricordo più nulla.

La domenica, prima di tornare a casa, siamo davvero andati a cercare (e a trovare) la neve, quella vera: il pianoro di Chaneil con il suo panorama mozzafiato ci ha conquistati e, nonostante il freddo boia, siamo rimasti a scattare un sacco di fotografie fino all'ora di rientrare per pranzo.
Quest'ultimo passaggio è stato forse il più difficile da portare a termine (e, considerato il tenore del week end, capirete quanto): tutti i ristoranti incontrati in Valturnenche erano chiusi. Quando ne abbiamo trovato uno aperto ormai erano le due, ma siamo riusciti a impietosire i gestori che ci hanno apparecchiato un tavolo e rimpinzato di meraviglie valdostane dall'antipasto al dolce.
Alla faccia del virus.



Ora che sono tornata da un paio di giorni pago un po' le conseguenze di questo malanno così acuto, ma, nonostante lo sconforto iniziale (tanto grande quanto comprensibile, direi), sono contentissima di questa mini vacanzina.

Cosa mi è piaciuto di più?
I larici arancioni e la fontina.





venerdì 30 dicembre 2016

Cavalli, torte, ometti e betulle


7.46: treno per Ventimiglia, fermata Loano.
10.33: bus per Verzi, fermata Capolinea.
E da qui gambe, sentieri e tanto sole.

Viste le temperature, decisamente anormali per questo periodo dell'anno, siamo saliti in maniche corte e se avessimo potuto ci saremmo tolti anche quelle. La prima cosa che ci ha colpiti sono stati i filari di eucalipti, abbiamo affondato le dita nei rami potati a bordo strada ed è stato subito Vicks Vaporub. Poi sono arrivati i limoni, gialli nei frutti e nelle foglie e la strada è diventata bianca di roccia saponaria. I corbezzoli erano maturi (buon per me!), gli zaini pesavano ma non troppo e i bianconi volavano bassi. Unica nota stonata: i cacciatori incontrati sul sentiero, con il fucile tra le braccia, subito rivolto altrove.

Il percorso è durato più o meno tre ore, noi ci siamo fermati molto spesso, per fotografare praticamente tutto e mangiare seduti su una roccia piatta lungo il torrente. Appena arrivati al Rifugio sembrava di stare sul set di un film di Wes Anderson: betulle, laghetto, erba corta e persiane rosse. Ci siamo sistemati un poco e abbiamo chiesto informazioni per proseguire a camminare ancora un po'. Sotto consiglio di Valentina e Lorenzo, i meravigliosi gestori di Pian delle Bosse, abbiamo scelto il Sentiero degli Ometti, fino al presepe nella roccia, attraversando una pietraia bianca ricoperta di licheni giallo fluo talmente bella da togliere il fiato. Di fronte a noi un canyon di pietre geometriche sprofondato in coltri di nebbia dense, velocissime e trasformate in nuvole di latte dal sole delle tre.
Abbiamo continuato ancora un poco in salita, il tempo di una foto a un piccolo albero ritorto e cresciuto tra i sassi più alti (l'immagine di questo post) e siamo rientrati. Ad attenderci la torta di pesche e mele più buona che avessi mai mangiato.

Un salto in stanza, un po' di riposo e via con la cena, degna di un ristorante di prima categoria, con "l'aggravante" della stufa accesa e della gatta arancione alla ricerca di coccole. La notte è passata tranquillissima, nel buio e nel silenzio più totali e noi, memori dell'ultima volta in rifugio con il cellulare del demonio lasciato accesso in camerata, non potevamo essere più contenti.

Dopo una colazione con torta al cocco e alle nocciole, pane fatto in casa e cotto al calore della stufa, crema di latte, marmellate e caffè siamo partiti alla volta del Monte Carmo: un anello di circa 3 ore e mezza tra prati innevati, creste esposte in pieno sole, piccole faggete e branchi di cavalli selvatici (su questo punto devo applaudire a me stessa: ho vinto una grande paura e, seppur con la schiena un tantino rigida, ho attraversato il gruppetto equino senza morire d'infarto).

Il panorama dalla Vetta era uno spettacolo, Alpi e mare in un colpo solo, neve e caldo contemporaneamente.

Da qui siamo ridiscesi proseguendo lungo l'anello prestabilito, abbiamo camminato sul sentiero all'ombra e quindi ancora pieno di neve e abbiamo visto il più bel bosco di betulle che avessi mai incontrato prima di allora. Siamo arrivati al Rifugio giusto in tempo per pranzare alla grande (le tagliatelle al sugo di noci e nocciole le sognerò ancora a lungo) e ripartire verso casa: alla fine, complice anche l'assenza totale di mezzi di trasporto da Verzi a Loano, al termine della giornata abbiamo totalizzato 20 km di cammino, che sommati a quelli del giorno prima fanno i cingoli che mi ritrovo oggi al posto delle gambe :-)

Questa avventura di un paio di giorni, come al solito, sembra essere durata una settimana e io spero che il suo effetto duri a lungo. Prima di andare non stavo bene, i sintomi dell'influenza si facevano largo ed ero convinta che avrei dovuto rinunciare. Poi ho capito: non ero malata, avevo solo bisogno di camminare, di vedere alberi e annusare aria invernale, di saltare sulle rocce e dormire nel sacco a pelo, di sentire freddo e toccare la neve.





sabato 29 novembre 2014

I magnifici 5: vedere

Nel titolo c'è un errore, perché più che del "vedere" intendo scrivere del "guardare".
Qui da mamma è molto più facile, sono nel mio e tutto ciò che vedo in realtà lo guardo, con attenzione.
E' una mia caratteristica in generale, in verità: difficilmente lascio che le cose mi passino accanto senza badarci troppo, di solito poso gli occhi su quello che incontro e lo osservo, finché non lo capisco.
E' un pregio? Ni. Come sono attenta alla bellezza, anche piccola, che ci circonda, sono attenta (troppo) alle difficoltà, alle fatiche, alle cattiverie. Vedo, guardo, osservo tutto e, nella maggior parte dei casi, mi struggo.
Oggi però scriverò delle cose che mi piace guardare, ho deciso di lasciare fuori quelle brutte.
- Le foglie. Ma va? Chi lo avrebbe mai detto? Si sa, ho una passione sconfinata per la botanica, il primo erbario l'ho costruito con mamma da bambina, usando un grosso album a carta ruvida Fabriano e una pressa comprata in Val D'Aosta. Chissà che fine ha fatto.
- I colori. Mi piace cercarli, accostarli con il pensiero, immaginare quale sfumatura potrebbe stare bene con quella che ho scelto.
- Gli spettacoli a teatro, i concerti, i film al cinema. Insomma, tutte quelle occasioni in cui si condivide una sensazione con amici ma anche (o soprattutto) con perfetti sconosciuti, che si emozionano accanto a noi e a modo loro.
- I bambini che vivono esperienze e fanno nuove scoperte per proprio conto, in disparte. Quando un piccolino trova un insetto strano o un sasso dalla forma buffa e così, senza dire nulla a nessuno, si concentra ad osservarlo, senza preconcetti e senza il bisogno di condividere con altri la novità, io mi sciolgo.
- I comportamenti assurdi della mia gatta. Agata è più simile a un coniglio obeso che a un felino, ma è davvero adorabile. Non smetterei mai di guardarla.
- Il "mio" mare. D'estate, la mattina presto (o la sera), quando non c'è ancora nessuno che urla, gonfia il canotto, si spalma la crema, si tuffa a bomba.
- I boschi in autunno. Perché sono belli sempre, sia guardando in basso tra i muschi e i cespugli sia alzando gli occhi insù, tra rami e pezzi di cielo; in autunno, però, sono ancora più belli.
- La neve. Soprattutto quando è tanta e copre ogni cosa, anche i rumori.
- La pioggia. Che vista la situazione della mia regione non lo dovrei dire, ma quando comincia a scendere regolare, con quel rumore così rassicurante e quel profumo buonissimo (il petricor, di cui ho scritto nel post dedicato all'olfatto), potrei stare a guardarla per ore.
- La persona che amo. Mentre dorme o mentre fa qualcosa che gli piace davvero, seguendo la sua passione. Perché sono una fottutissima romanticona.
- Gli allestimenti. Le tavole ben apparecchiate, le sale organizzate nei dettagli per una festa, le cucine pronte a un bel pranzo, un prato agghindato per un matrimonio...
- Le librerie. Sia intese come negozi sia come mobili porta-libri, perché le vivo come veri e propri paesi dei balocchi.
- I mercatini. Possibilmente dell'antiquariato, ma anche quelli dell'hand made vanno benissimo. Datemi una fila di banchi più o meno sgangherati e ricoperti di cianfrusaglie bellissime e mi renderete una persona felice.
- Le mostre. Mentre per concerti, spettacoli, film al cinema, preferisco essere in compagnia, a vedere una mostra vado più volentieri da sola, al massimo con una persona vicina a me.
- I posti nuovi. Che non vuol dire per forza fare un viaggio lontano, ma semplicemente godere del piacere della scoperta. Come se avessi otto anni.
- I musei. Diversi dalle mostre, i migliori sono quelli di storia naturale o quelli che profumano ancora di museo. Che odore ha un museo? Non ve lo so dire, so solo che è buonissimo.
- I negozi di cartoleria. E non aggiungo altro.
- I fiori. Tutti, nessuno (o quasi) escluso.
Basta, dopo un venerdì un po' rabbuiato da cattive notizie, cercare e parlare della bellezza mi ha fatto bene.
Nella foto una foglia di gingko biloba, in assoluto una delle mie piante preferite, trovata del tutto inaspettatamente sotto casa di mamma (non mi risulta la presenza di questi alberi qui attorno) e accostata, perché i colori ormai sapete che mi piacciono assai, ad altre due cose gialle.
Non è ancora iniziato il p'titzelda2014 né il mio onepitittoadayproject, ma siamo già attivi nella ricerca di piccole cose belle. Evviva.

domenica 3 agosto 2014

Impronte sulla neve

"Prima di amare, impara a camminare sulla neve senza lasciare impronte" dice un proverbio turco, e santiddio quanto è vero.
Con leggerezza, estrema. Con tranquillità, estrema. Con attenzione, estrema. Sono questi i modi in cui mi immagino camminare sulla neve, nel complicatissimo tentativo di non lasciare tracce.
Cosa vorrà dire? Non lo so, io la interpreto così: un gesto difficile, un movimento di velluto, che occorre saper fare alla perfezione prima di amare, pena il fallimento stesso dell'amore. D'istinto poi penso che allora sia impossibile amare, quanto lo è probabilmente riuscire a camminare nella neve senza affondare nemmeno un poco con i propri scarponi.
In almeno diciassette anni di onorata carriera nel mondo dell'amore credo di aver passato più tempo a cercare di uscire da una valanga che a passeggiare tranquilla in mezzo al bianco.
Ci ho provato, non so neppure più io quanto, e ogni volta ho aggiustato il tiro. Ho cambiato scarpe, ho messo i ramponi, le ciaspole, gli sci, ho scelto la neve fresca, quella compatta, quella sporca e quella quasi ghiacciata. Ho camminato col sole, con la pioggia e con altra neve che arrivava dal cielo. Ho camminato con il caldo, con il freddo gelido, con il vento e con la calma totale che solo la neve appena scesa, quella nuova ed emozionante, sa darti.
Ho sempre lasciato impronte, ho sempre fallito. A volte di più con solchi profondi, a volte di meno con semplici strisciate. Ma non sono ancora riuscita ad entrare in armonia e in risonanza, passando senza tracce nel paese dell'amore.
Riflettendo in questa giornata di pioggia, più simile ad un autunno anticipato che a una domenica di inizio agosto, mi sono accorta che davvero le tecniche possibili le ho provate tutte. So essere accondiscendente (sono maestra in questo, per la verità), so essere dura, so essere dolce, so essere compagnona, so essere femmina, so essere maschio, so essere simpatica, so essere sexy, so essere allegra, so essere triste, so essere buona, so essere affettuosa, so essere di pietra e so essere sfuggente. Sono diventata fotografa, scrittrice, cuoca, lettrice, educatrice, camminatrice, imprenditrice, assegnista, creativa, arrampicatrice, cameriera, ballerina, intellettuale, cazzara, bevitrice e salutista. Ho pesato quarantanove chili e cinquantasette chili. Ho vissuto con i genitori, con un genitore, con gli inquilini, da sola. Ho dormito con uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito senza un uomo e me ne sono lamentata. Ho dormito con un uomo e ne sono stata felice. Ho dormito senza un uomo e ne sono stata felice. Ho vestito come un maschio, ho rasato la testa, ho indossato pantaloni larghissimi, ho messo jeans stretti, ho infilato gonne, tacchi, sandali e ballerine, ho tinto i capelli e li ho resi lisci, ho liberato i boccoli e li ho raccolti, ho messo il rossetto, il mascara, il profumo e lo smalto alle unghie. Sono uscita in tuta e con il cappotto, ho infilato i piedi negli stivali da pioggia e ho scordato l'ombrello. Ho ascoltato musica italiana e straniera, hip hop, rock, disco, indie, grunge, classica mentre leggevo libri gialli, romanzi, saggi, poesie.
Ho studiato arte, chimica, robotica e di nuovo arte. Ho bevuto birra, rum e vino bianco.
Sono andata a letto presto e ho fatto l'alba. Ho accolto un nuovo anno ballando, bevendo, camminando, piangendo e facendo l'amore.
Con quello che sono stata, con quello che sono e con quello che sono diventata, potrei andare avanti ore, ma non servirebbe a nulla, mi sa, visto che nella pratica non cambia un tubo. Quando mi sembra di essere accessoriata con i pezzi più giusti qualcosa immancabilmente non va e quasi sempre immancabilmente sono io. Che non so neppure più tornare indietro, a quando ero composta da un solo tipo di musica, di vestito, di acconciatura, di abitudine, di passione, di lavoro e di comportamento. Ora sono un frullato di cose, che goffamente cerca di tirare fuori l'accessorio giusto al momento giusto, affondando con un piede nella neve mentre con una mano aggiusta il cappello di piume e con l'altra controlla il rossetto.
Ci sono giorni che mi sento piena di risorse, di possibilità, giorni in cui credo di essermi creata così mille sbocchi, porte aperte, un'istintiva capacità di stare con le persone e, perché no, innamorarmene. Ci sono altri giorni, come oggi, in cui mi faccio solo una tristezza infinita.



domenica 9 marzo 2014

Speed of silence


Mercoledì 5 marzo, sera.

Quassù c'è il sole, di quello che brucia gli occhi anche con gli occhiali.
Queste montagne non le conosco, non hanno la punta, sono spaccate con l'ascia come pezzi di legno. Anche i colori sono diversi, roccia rossa nelle valli basse, grigia sempre più chiara man mano che si sale. Oggi abbiamo camminato e pedalato, ognuno con i suoi tempi e i suoi silenzi, in mezzo a un'enorme quantità di neve, di abeti e di luce.
A un certo punto ho anche visto uno scoiattolo, piccolo, scuro, con i peletti a punta sulle orecchie, che saltando veloce attraversava un pianoro e si arrampicava svelto, non senza soffermarsi un poco a guardare, pure lui, quella strana bici dalle grandi gomme. Siamo rossi, gialli, grigi e azzurri, ci muoviamo con poca fatica e mangiamo tantissimo. Salumi, formaggi, selvaggina, polenta, vino e dolci come se non ci fosse un domani, qualcuno dimagrirà e qualcuno prenderà peso, non ho dubbi su chi ingrasserà.
Ho visto alberi contro il sole oggi, neve illuminata da mille cristalli, licheni caduti dai rami, pipì gialle su sentieri bianchissimi, pale piantate accanto alle baite, tetti ricoperti più di quanto si possa immaginare, slitte veloci e molestissime (almeno per me), cani felici, orme piccole e tracce grandi, fiumi nel bosco, vette accese, nonni e nipoti insieme sul bob.
Ho usato le racchette e i miei scarponi nuovi, ho cercato inutilmente di abbronzarmi e mangiato la torta di ricotta più buona del reame. Ho sudato tanto da puzzare come mai nella vita, mi sono sciolta sotto una doccia bollente e cenato con i miei primi canederli in brodo. Ho conosciuto alberi che avevo solo sentito nominare per anni, ho camminato sotto la luna cercando caldo per le mani, ho attraversato un ponte illuminato sul fiume avvolto nel buio, ho schivato il ghiaccio e ho pensato alla cena trentina per gli amici.
Vivo in modo strano queste camminate, davanti ho i passi di sempre, ma intorno è tutto nuovo.
E pure io un po' lo sono, disabituata al viaggio, a regalarmi un piacere, a pensare a me e solo a me. Ieri al Muse, posto meraviglioso che desideravo visitare da mesi, mi sono sentita persa, persa tra le cose che amo e che non so se avrò mai il coraggio di inseguire davvero, persa tra scolaresche e bimbi curiosi, tra borracce, lepri impagliate e colate di neve, persa tra caschi di banane, pesci blu e poiane appese, persa tra le possibilità che presto o tardi sarò costretta a guardare in faccia.
Quindi adesso, mentre Andrea è andato a prendere l'acqua in camera e io scrivo nel salotto del garnì che ci ospita ascoltando Speed of sound e scrivendo questo post, chiudo gli occhi e mi sento bene, non potrebbe essere altrimenti.

P.S: E' ovvio che questo post sia un QB, qualcosa di bello. Ma non è tutto oro quel che luccica giusto? Mezza schiena incriccata, un'oretta abbondante di paura ad ascoltare il rumore più spaventoso del mondo, una crisi isterica d'alta quota, la febbre da sole del ritorno...QB, qualcosa di brutto.
Poi però ho visto i mufloni, femmine brune che saltavano la staccionata come le pecore che si contano prima di dormire, controllate dal maschio e felici nel loro bosco. E tutto si è fatto bellissimo.

martedì 18 febbraio 2014

QB: sei amici, tre giorni e un botto di neve.

Non posso farci nulla se da quando ho deciso di istituire la "rubrica" QB (Qualcosa di Bello, Qualcosa di Brutto) non fanno altro che capitarmi cose meravigliose. Una di queste è fresca fresca, come la neve caduta a La Magdeleine.
Non andavo in vacanza con gli amici dal 2009, salvo una capatina di un weekend con Sturm, un paio di anni fa. E ne avevo bisogno, parecchio.
Reduce dal delirio dottorato e da un anno complicato per quanto riguarda il mio equilibrio, sono partita con una borsa di scarponi, pile, maglie termiche e voglia di ridere senza pensieri. Un'auto da sette posti, dodici gambe, un'autoradio, un paio di sci sul tetto, un barattolo di ragù, due frittate, mille biscotti, una torta, un contenitore di zuppa di ceci, due teglie di gnocchi alla romana, un barattolo di cioccolata spalmabile, un ciuffo bianco, dei piedi da modello (di piedi) e una cascata di riccioli di tutti i colori.
Direzione Val D'Aosta, intenzione relax.
In viaggio con me il vicino-vicino, i vicini fotografi matematici pasticceri e gli sposi bellissimi dell'anno scorso (questi).
Le canzoni di Elio, la temperatura che scende pian piano, la neve che aumenta a vista d'occhio. Arriviamo a La Magdeleine incredibilmente senza pause pipì, i tetti sono coperti di bianco per un metro almeno e raggiungere la porta significa affondare nella neve, entrare in casa vuol dire restare con la giacca fino a che i cinque gradi dentro non cominciano a salire un poco, cenare diventa scaldare la zuppa e una teglia di gnocchi, divorare la frittata superstite (i porri sono periti al confine col Piemonte), scolare una bottiglia di rosso.
Partita a Dixit e tutti a nanna, che il giorno dopo si cammina e si scia.
Il sabato dal tempo incerto e le temperature alte lo passiamo immersi in sentieri di neve e sulle piste da sci, ci mangiamo la polenta, perdiamo soldi e berretti, prendiamo la seggiovia, l'ovovia e la galleria, facciamo la spesa, cuciniamo la salsiccia e la seconda teglia di gnocchi, giochiamo a un gioco nuovo che non ricordo assolutamente come si chiama ma so solo che Balletti ha perso e che io non ho capito come funziona e andiamo di nuovo a dormire, nel silenzio totale della neve.
La mattina fiocca, restiamo al caldo a leggere, a rincoglionirci con l'Ipad, a mangiare le tagliatelle e a gasarci come matti per le terme in arrivo, partiamo subito dopo pranzo alla ricerca dei formaggi d'alpeggio da portare a casa e con un anticipo mostruoso ci fiondiamo all'entrata di quella meraviglia che sono le Terme di Pré Saint Didier. E da lì sono piscine calde, saune profumate, torce a bordo vasca, musica sotto il pelo dell'acqua, grissini al cioccolato, accappatoi fregati al primo tuffo, materassi morbidi, caminetti, ghiaccio, sale, fieno e mele renette.
Il ritorno è rilassato al limite del coma, solo le minacce della Fra al guidatore assonnato echeggiano nel buio, arriviamo a casa che la strada è piena di neve e abbiamo giusto la forza di metterci a letto.
E poi è notte azzurra, di luna, di sonno, di bellezza.
Ci si sveglia con la voglia di restare, di fare gli scemi ancora un po', di respirare l'aria fredda e di guardare tutta quell'ovatta bianca che ricopre e silenzia ogni cosa.
Si parte, si canta, si arriva.
Ed è bello così.



lunedì 10 febbraio 2014

Artefatti proiettivi e altre storie

Fatevene una ragione, gente. C'è gioia qui.
So che non ci siete abituati e nemmeno io se è per questo, però è così, accettiamolo. In questo periodo sono felice. Punto esclamativo.
Merito degli scalini superati forse, merito delle cure che mi concedo senza pensarci troppo, merito del tempo un po' più libero (da impegni, seghe mentali, paure e ansie varie ed eventuali), merito dell'affetto che sento e che ricevo...qualunque ragione ci sia, sto bene.
Non sto "normale" come rispondevo ormai da anni, né sto "abbastanza", sto bene. Non etichetto questo post QB per una questione di pudore, pensata una nuova rubrica non è che la posso propinare ogni volta, però devo ammetterlo, questi giorni sono Qualcosa di Bello davvero.
Due libri meravigliosi letti in un fine settimana, una sera di chiacchiere e dolcezza, una mattina in un posto che la foto quassù rende un decimo della realtà, una pizza con mamma gatta e cucina scaldata dal forno, una vacanzina super meritata in vista, una notizia potenzialmente terribile che diventa bellissima nel tempo di una frase ("è tutto a posto, signora").
I libri che ho letteralmente inghiottito sono Ragazzo Selvatico di Paolo Cognetti e Tempo di Imparare di Valeria Parrella. Così diversi, così intensi. Luoghi meravigliosi, natura, odori, suoni e libertà nel primo, paura, fatica, speranza, amore e delicatezza nel secondo. Il risultato è che oggi sono corsa di nuovo in libreria e mi sono portata via altri scritti di questi autori e due nuovi titoli che si vedrà.
Per quanto riguarda la mattina di ieri, beh, solo un elenco mi può aiutare un poco a descriverla...eccolo qui:
- Un sentiero che sale, sale, sale, tra mille tornanti, rami secchi, erba alta e acqua che scorre
- Le prime chiazze di neve, riparate dal sole, con le orme di un uomo, di un cane, di un capriolo
- Il paesaggio che cambia, aprendosi all'improvviso e mostrando nuove vette, punte bianche, spalle brulle
- Qualche pino malato, qualche croco coraggioso
- Il vento sulla costa, che ghiaccia il sudore e fa venire la pelle d'oca
- La nuova salita, l'ultima, che sembra non finire mai e spezza la schiena (la mia, in verità!)
- La sosta sul prato, sotto la cima, nella luce, accanto alla neve, di fronte al mare, a piedi nudi e con i sorrisi stampati in faccia
- La partenza tra gli alberi bassi circondati dal bianco (quelli in foto) e illuminati dal sole
- Il sentiero che sparisce e diventa una pietraia
- I balzi sulle rocce, le scivolate, i licheni dai cerchi concentrici, le mani che odorano di palude e i passanti perplessi
- Una parola che scalda il cuore dopo un percorso faticoso per la concentrazione ma bello assai
- Il sentiero nel bosco tra muschi, ripari e alberi alti
- La discesa che picchia sulle ginocchia e ci mostra la valle buia sull'altro versante
- Le tracce dei cinghiali e lo stomaco che brontola per la fame
- La macchina azzurra che ci aspetta e mille gatti sulla strada di casa

Buonanotte felice

mercoledì 27 novembre 2013

Mancanze

Sono a casa con la febbre oggi, poco male. Sotto al piumone, con pigiama, maglia, felpa e maglione con gli alamari mi godo i primi timidi effetti del paracetamolo. Il mal di testa persiste ma quel senso di oppressione su zigomi, fronte, occhi e nuca sembra attutirsi pian piano.
Ieri sera sono andata a cena fuori, solo donne, nella nuova zupperia accanto a casa. Per mesi ho visto quel locale riempirsi di operai, mattoni, conche di materiali, mobili e ho temuto si trattasse di un pub serale, pronto a tuffarsi nella movida genovese e a tenermi sveglia, soprattutto d'estate. Invece qui attorno non fanno che aprire posti da albero: una zupperia, un panificio per celiaci, il "mio" ristorante dell'estate, quello in cui lavorai per comprarmi il frigorifero, nella sua versione invernale, una mini cartoleria "tuttoauneuro" o anche meno, dove sono esposti, nel vicolo, anche gli animali di plastica. Dinosauri, granchi, serpenti, zebre, galline, topi, elefanti, di gomma dura, colorata, un po' brutta anche, ma che fa tanto anni '80, banchi di scuola, spiaggia, odore di plastica.
Ogni giorni che passa, in questa piccola casa verde e bianca, sto sempre meglio. Fa per me, lo sento. Anche se a volte la guardo in maniera lontana e distaccata, anche se spesso mi sento ospite tra i miei stessi muri, credo che la pace, il silenzio e la protezione che ho trovato qui fossero proprio quelli che mi mancavano. Basta spulciare in un robivecchi e portarsi a casa una seggiola verde bosco o trovare dei piccoli funghi rossi da piantare nel vasetto chiuso in serra, per sentirsi amati, per sentirsi a casa.
Ieri pomeriggio ho parlato tanto di mancanze, di controllo dell'assenza, di quanto questo mio nuovo rapporto con il cibo sia bello, importante e pericoloso al tempo stesso, o di quanto, per lo meno, io lo viva così. Mangio cose che mi fanno bene, mi concedo rarissimamente degli sgarri, delle "coccole" alimentari, sottoforma principalmente di lieviti e latticini. Non bevo quasi più nulla di alcolico, ho reintrodotto il glutine per capire se davvero la celiachia sarà una nuova compagna di giochi oppure no, ma per il resto persevero nella mia rigida dieta senza regali, tanto da portare a casa degli esami del sangue in cui colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi sono in certi casi addirittura sotto norma. Io, come sempre propensa alle dipendenze, ho le orecchie a punta in questo momento, tese a captare qualcosa che magari non c'è ma che è meglio vedere subito in caso ci fosse. Controllo quello che mangio, la quantità di coccole che ricevo, che mi concedo. In un momento in cui non ho proprio nulla di cui lamentarmi, in cui tutti i campi della mia vita mi offrono qualcosa di buono, di fortemente voluto, di tanto cercato, io mi tolgo del piacere dove posso. E mi piace, mi fa sentire forte, perché ho acquistato energia, perché ho perso i chili accumulati, perché non ho più mal di stomaco, perché la mia pelle è luminosa e perché ho di nuovo il controllo della situazione. Ho provato diverse mancanze, di persone che sono morte, di persone che sono passate nella mia vita e se ne sono andate facendomi soffrire, di soldi, di amici, di salute, di stimoli e soddisfazioni, ma non avevo mai provato mancanze alimentari, non avevo mai dovuto rinunciare a nulla. Anche in questo caso mi sono adattata con una velocità imbarazzante di fronte a questa assenza, ho tolto tutto quello che mi hanno detto di togliere esattamente nello stesso modo in cui dieci anni fa ho indossato la prima calza elastica e ingoiato la prima pastiglia per la coagulazione: non ho più smesso. Non ci sono ancora abbastanza elementi per capire quale meccanismo metto in pratica ogni volta, dove arrivi una semplice propensione caratteriale all'obbedienza e dove cominci uno spirito di sacrificio poco sano e legato al concetto di punizione. Tutto questo non l'ho capito per adesso, mi pare già una buona cosa ragionarci su e non prendere automaticamente per giusto ogni mio comportamento. Poi si vedrà.

P.S. Ho scattato questa foto domenica, durante una bella pessaggiata d'inverno con un'amica. Era l'ora del tramonto, c'era un cielo bellissimo. Ieri sera ho terminato il libro di Mauro Corona che mi ha regalato Andrea (Confessioni Ultime), tra le mille frasi che ho sottolineato c'è questa, che mi fa pensare alla foto lassù:
"La betulla piega il ramo fino a terra e scarica la neve altrimenti il peso glielo spezza. Cedendo vince."

lunedì 11 febbraio 2013

Sassi dipinti

Nevica. Non molto, meno del previsto, ma l'Università è chiusa e io lavoricchio da casa. In un (lungo) momento di pausa ho preparato le polpette di risotto alla milanese avanzato ieri sera e le ho cotte al forno, alcune le ho pure mangiate.
Ora, in piena digestione e silenzio, butto giù questo post veloce su una nuova avventura che chissà se prenderà piede nelle mie intenzioni o resterà un'idea appesa.
Cercando foto e cose interessanti sul web in questi giorni mi sono imbattuta nei sassi dipinti, ma non i soliti gatti, orsi, paesaggi e casette colorate: ho trovato piccole sagome in bianco e nero, mandala, pezzi di natura, linee e punti, simboli delicati. Forte del week end da mamma in arrivo, mi sono comprata due pennarellini indelebili punta fine, uno nero e uno bianco e, una volta a casa, ho provato a decorare qualche ciottolo di mare.
La scelta delle pietre è facile, occorrono piatte e lisce, dal colore più uniforme possibile (chissà che poi non mi venga in mente qualcosa per i sassi pieni di macchioline e sfumature diverse).
Sulle pietre chiare ho usato il pennarello scuro e viceversa, in qualche caso ho sfruttato le classiche linee bianche tipiche dei ciottoli marini e le ho usate per integrare il mio disegno, per esempio nella foto si vedono bene la corda dove "ho steso" i panni e la terra su cui crescono i fiori. Inutile scrivere cosa serve per realizzarle, per ora pietra e pennarello bastano, poi magari rifletterò sull'opportunità di variare i colori e di usare una vernice protettiva. Il risultato mi ha soddisfatta, la realizzazione mi ha divertita e rilassata, tutto sommato penso possano diventare un buon regalo autocostruito o un pensierino estemporaneo personalizzato a seconda del destinatario.
Torno al mio lavoro, sempre di rocce si tratta...

lunedì 6 febbraio 2012

Un febbraio freddissimo


I versi di una poetessa morta qualche giorno fa, che ora tutti sembriamo ricordare come fosse una vecchia amica. Personalmente chiedo scusa per non aver conosciuto prima la profondità delle sue parole.

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia, immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto, assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica, perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere.

W. Szymborska

martedì 9 marzo 2010

La neve di marzo


Oggi giornata di neve. E' il 9 marzo e fa un freddo cane. In questo martedì, giorno pari e dunque infausto nella mia testa a settori, è andato tutto storto.
La bufera di fuori è entrata dentro, in casa, nel mio corpo e nella mia testa.
Proverbiale incapacità di gestione. Di ogni cosa. Ecco i "pensieri positivi" che aleggiano, per non dire invadono, il mio cervello. Decido di lavorare ma i risultati mi sembrano scarsi, provo ad ascoltare musica ma do spazio solo alle ballate massacranti di Nick Drake, tento con la cioccolata per sentirmi in colpa subito dopo. Allora leggo, dico io...Erri a sto giro fa troppo male, poesie dunque, sono brevi e veloci.
L'errore però continua a tornare, una Dickinson con api e trifogli era troppo spensierata per il mio istinto distruttore, dunque l'occhio è caduto su La corsa del tempo della Achmatova.
Titoli rassicuranti come "Strinsi la mano sotto il velo oscuro..." o come "Il canto dell'ultimo incontro", stuzzicano la perversa voglia di farmi del male. Leggo e penso al ragazzo che mamma ha salutato stamattina per l'ultima volta, tra l'incredulità della gente smarrita, troppo grossa è una cosa così. Penso anche a me, alle persone a cui ho detto addio in questi anni, rifletto sulle parole di un Amico e sulla mia convinzione della "dispensabilità" (come contrario di indispensabilità) di tutti.
Penso a come saper parlare, anche urlare e piangere se necessario ed essere ottimisti siano qualità che possono salvare la vita. Aspettarsi sempre il peggio, posticipare le gioie immaginandole lontane e quasi impossibili, essere sempre pronti alla lotta, è davvero una merda.

La sentenza

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l'anima impietrisca,
occorre di nuovo imparare a vivere.

Se no...Oltre la finestra
l'ardente fremito dell'estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta

A. Achmatova

Prometto che nel prossimo post ci saranno sorrisi, buone notizie in arrivo.